Il mitico Laghetto delle Tose a Calalzo di Cadore. Bello, vero? Foto di Andrea Mangoni.

Carissimi, quello sul Sedum spectabile è stato l'ultimo post prima delle meritatissime ed agognate ferie! Da domenica, infatti, e per due settimane, sarò tra le verdeggianti montagne del Cadore, in un delizioso paesino chiamato Grea, immerso nella pace delle Dolomiti. Mai come quest'anno, dopo tanti cambiamenti, io e mia moglie Roberta abbiamo desiderato delle vacanze di riposo e tranquillità. Ci aspettano passeggiate tra i boschi, gite al lago e pomeriggi piovosi da trascorrere in casa, a godere del rumore e del profumo della pioggia.

Fino al 3 Agosto, quindi, mi sarà impossibile collegarmi ad Internet o rispondere alle vostre mail. Se avete qualche cosa di estremamente urgente da comunicarmi, scrivetemi entro domenica mattina.

Un abbraccio a tutti e buona estate!!

I fiori stellati di Sedum spectabile sono riuniti in corimbi rotondeggianti. Foto di Andrea Mangoni.

Il Sedum spectabile è quel tipo di pianta che ora va molto meno di moda, e che veniva invece molto spesso coltivato nei giardini delle nostre mamme e nonne. Ma questa pianta grassa, della famiglia delle Crassulaceae, ha molto da offrire anche al giardino naturale: essa è infatti una delle migliori piante da inserire in un butterfly garden, il giardino delle farfalle.

Proveniente dall'estremo oriente, questa pianta succulenta si caratterizza per il colore verde chiaro, gli steli carnosi e le spesse foglie ovaliformi. Ma risiede soprattutto nella fioritura, che avviene proprio in questo periodo, il suo attributo più prezioso per un giardino naturale. I piatti corimbi rotondi di fiori rosa o rossi, a forma stellata, forniscono infatti cibo abbondante per farfalle, api e moltissimi altri insetti. Una pianta che non dovrebbe mancare, quindi, in nessun giardino che si proponga di attirare e sfamare questi animali.

La coltivazione di queste perenni è piuttosto semplice: richiedono un'esposizione in pieno sole e si adattano a tutti i terreni, ma gradiscono di più quelli poveri e ben drenati, e per questo sono molto adatte anche ai giardini rocciosi. In estate gradiscono innaffiature regolari, ma si adattano anche a condizioni più aride. La riproduzione si può effettuare per talea di foglia, oppure raccogliendo i semi al termine della fioritura della pianta. Può anche essere agevolmente coltivata in vaso.

Il mio consiglio? Coltivatela in una bordura, formando con essa ampi cuscini, e piazzandole davanti a specie che forniscano un bel contrasto cromatico: sono a mio avviso molto indicate alcuni rappresentanti del genere Achillea, dalle belle foglie finemente laciniate, e Buddleja davidii "nanho blue": in questo modo formerete un tris di essenze che non mancherà di attirare farfalle ed altri insetti nel vostro giardino!

Alcune piante di Sedum spectabile in piena fioritura. Foto di Andrea Mangoni.

Rana latastei, diffusa quasi esclusivamente nel settentrione d'Italia. Foto di Andrea Mangoni.

Immaginate le risaie della Lombardia e del Piemonte, 200.000 (duecentomila) ettari di acquitrini che forniscono vita, cibo e riparo a milioni di creature: invertebrati, pesci, anfibi, rettili, uccelli... Un vero e proprio paradiso naturale per quelle specie che hanno visto la distruzione degli habitat paludosi naturali.

Bene, ora immaginate che questi DUECENTOMILA ettari di risaia possano essere avvelenati con un composto che distrugge ogni crostaceo, insetto, anfibio o pesce presente nell'acqua.

Fatto? Purtroppo, credo che per alcuni non debba essere stato difficile da immaginare. Perché tutto questo è appena successo.

Un piccolo coleottero americano, il punteruolo del riso (Lissorhoptrus oryzophilus), stava seriamente minacciando la produzione di riso di Piemonte e Lombardia. E' stato quindi deciso di combattere questi animali adottando l'uso di un prodotto particolare, il CONTEST, un pesticida nella cui etichetta si legge: "altamente tossico per gli organismi acquatici, può provocare a lungo termine effetti negativi per l'ambiente acquatico". L'Ente Nazionale Risi ne ha richiesto l'estensione provvisoria eccezionale di 120 giorni, fino al 28 luglio. Il principio attivo del contest è la cipermetrina (cypermethrin), un piretroide che come tale agisce sugli artropodi, come crostacei, insetti ed aracnidi. Ma non basta: Greulich & Pflugmacher* hanno studiato l'effetto di questa sostanza sugli embrioni e sui girini degli anfibi, rilevando come essa sia correlata a deformità, cambiamenti comportamentali e mortalità. Inoltre, Khan, Farina & Imtiaz** hanno verificato come tanto negli anfibi quanto nei rettili questa sostanza produca una diminuzione nella sintesi di proteine e nell'attività colinesterasica, rendendo chiaro come queste sostanze agiscano in maniera drammatica anche in organismi diversi da quelli "target" cui sono destinate.

Il WWF ha già inviato alla Comunità Europea una segnalazione, chiedendo l'apertura di una procedura di infrazione a carico dell'Italia per il mancato rispetto delle Direttive comunitarie "Uccelli”, "Habitat”, “Acque" ed "Acque sotterranee".

Purtroppo, però, tutto questo arriverà troppo tardi: il veleno è già utilizzato fin dal mese di marzo. Cosa ne sarà di tutti gli invertebrati d'acqua dolce che abitano queste risaie?? Coleotteri, libellule, cimici d'acqua, ragni, crostacei di ogni forma e dimensione, dalle comunissime pulci d'acqua ai rari e preistorici Tryops; tutte le loro popolazioni subiranno gli effetti di questa catastrofe per la biodiversità. E oltre a loro, anfibi, pesci e rettili... quanti endemismi rischieranno di sparire? Ricordiamo che tutti questi animali sono compresi come specie protette nelle Direttive Europee di salvaguardia delle specie minacciate. E, senza le basi della catena alimentare, come sopravviveranno mammiferi ed uccelli, che di questi animali si nutrivano?? Un solo dato per far riflettere: queste risaie venivano frequentate dal 60% delle cicogne nidificanti in Italia.

Non lasciate che questa notizia passi inosservata; fatela girare, perché ora più che mai è importante che simili eventi, che possono distruggere la biodiversità del nostro Paese in maniera quasi radicale, non debbano più accadere.

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Ringrazio i ragazzi ed i colleghi della mailing list di Erpetologia di Yahoo, che mi hanno fatto conoscere questa notizia.

*Greulich, K., & Pflugmacher, S. (2004). Uptake and Effects on Detoxication Enzymes of Cypermethrin in Embryos and Tadpoles of Amphibians. Archives of Environmental Contamination and Toxicology, Volume 47, Number 4, pp. 489-495(7).

**Khan, M. Z., Farina, F. & Imtiaz, A. (2002). Effect of Cypermethrin on Protein Contents in Lizard Calotes versicolor in Comparison to That in Frog Rana tigrina. Journal of Biological Sciences , 2 .

La bellissima libellula Calopteryx splendens. Foto di Andrea Mangoni.

La sexo£a ed il coàro. Foto di Andrea Mangoni.

Tutto preso dalla ricerca di un badile per trapiantare un clerodendro ribelle, l'altro ieri mi sono imbattuto (nella rimessa degli attrezzi) in un piccolo, vecchio tesoro di nonno Pietro.

E' il coàro, un corno di vacca, o meglio l'involucro corneo che lo ricopriva, con dentro una lunga pietra squadrata che si assottiglia alle estremità. Si tratta della vecchia pietra che lui usava per affilare la falce quando era in campagna, ancora riposta nel suo vecchio ed originale fodero, oramai sommersa di polvere e sporco. Poco lontano, un pezzo di legno cilindrico, che sembra fragile come una spumiglia, si è rivelato essere il manico di una grande séxo£a*, l'ampio falcetto a mezzaluna per la raccolta del grano, con la lama arrugginita e sbeccata.

Sono solo oggetti, è vero, ma parlano della storia della mia famiglia più di millemila libri. E mi dispiace vederli così, a languire in un deposito sotto polvere e immondizia. Così nasce l'idea: perchè non provare a ripulirli e recuperarli? Neanche a dirlo, i due attrezzi prendono la via del mio appartamento, mentre io, speranzoso, penso già di cercare qualche indicazione in merito su iternet.

Il corno e la pietra per affilare la falce. Foto di Andrea Mangoni.Ma le cose non sono così semplici: a quanto pare, chi ha avuto la mia stessa idea non ha mai pensato di rendere partecipi gli altri... o almeno, io non trovo nulla in tal proposito. Per cui provo a fare un paio di telefonate a persone che credo possano saperne qualcosa, e ricevo tutta una serie di consigli che, insieme, mi permettono di ottenere un risultato decente. E così ho pensato di passare queste informazioni anche a voi, nella speranza possano risultarvi utili. Ecco l'elenco dei materiali utili:

  • Acqua e sapone
  • Guanti di lattice
  • Uno sgrassatore (io ho usato quello della Stanhome)
  • Un po di benzina
  • Una paglietta o una spazzolina metalliche
  • Un panno o uno straccio
  • Olio paglierino
  • Preparato anti tarlo
  • Pasta di legno
  • Smalto trasparente spray (io ho usato quello della Ghibli)

Dopo aver indossato i guanti ed aver accuratamente lavato con acqua e sapone gli oggetti in questione, li ho puliti di nuovo con lo sgrassatore, quindi li ho risciacquati e lasciati asciugare.

Per il corno di mucca, il più era fatto: è bastato lucidarlo con tre-quattro passate di olio paglierino, ed era già pronto per la verniciatura finale. La pietra invece è stata solo lavata e fatta asciugare.

Il falcetto, o séxo£aPer la séxo£a le cose sono state un pò più complesse. Dopo lavaggio e sgrassatura, ho passato la lama con lo straccio intinto nella benzina, quindi ho energicamente strofinato la lama stessa con la paglietta metallica, fino a eliminare il grosso della ruggine; quindi ho ripetuto altre tre volte il procedimento, fino ad ottenere il risultato desiderato, e da ultimo ho ripassato nuovamente il metallo con la benzina. Poichè lo scopo non era quello di ottenere uno strumento da lavoro ma un... complemento d'arredo, il filo della lama non è stato rifatto col modo tradizionale, cioè battendolo con un martello, ma è semplicemente stato reso più regolare con l'utilizzo dell'apposita pietra. Il manico invece, prima di ricevere (come il corno) tre mani di olio paglierino, avrebbe dovuto essere trattato con l'antitarlo, siringando l'insetticida all'interno dei fori e lasciando asciugare... Io lo ammetto, non l'ho fatto. Volendo, con la pasta di legno sarebbe stato possibile anche chiudere i buchi degli insetti, ma a me piaceva di più così. Quindi, dopo aver dato l'olio paglierino e aver lasciato tutto ad asciugare una notte, è stato sufficiente dare a tutto una mano leggera di smalto acrilico trasparente; tanto questo passaggio quanto quelli con la benzina sono stati eseguiti all'aperto, per evitare di inalare esalazioni pericolose. et voilà! I due vecchi attrezzi dimenticati hanno preso una nuova vita. Ora potranno essere appesi e ricordare, a chi li guarda, di quanta Storia sia stata fatta tramite essi. E chissà che un giorno non possano nuovamente tornare all'opera...

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*Nota bene: per il nome dialettale del falcetto, è stato deciso di adottare come trasposizione scritta il termine séxo£a, in cui la "X" dovrebbe essere letta come una "S" tendente nel suono ad una "Z", e la "£" (corrispondente alla "L" nel dialetto veneziano) come una "E" strascicata.

Ancora la sèxo£a col coàro. Foto di Andrea Mangoni

Sono stato promosso al ruolo di...chioccia! Foto di Roberta Maieli.
Orbene, prima delle meritatissime ferie (SI'! SI'! FERIE!!), credo sia giusto fornire un aggiornamento sulle tante cose che stanno succedendo nella mia campagna e nel mio pollaio.
Come si può vedere dalla foto qui sopra, i pulcini delle prime due schiuse dell'anno hanno scelto una nuova chioccia: me. A quasi due mesi, per esigenze di spazio ho dovuto lasciare i piccoli con i tacchini e le galline adulte... per fortuna, senza troppi problemi. Ma questi piccini, allevati in gabbia senza la chioccia, si sono evidentemente abituati a me, ed ora rappresento per loro una sorta di "figura materna", o più probabilmente sono ai loro occhi un'eccellente modo per sfuggire alle attenzioni degli abitatori più grossi del pollaio. Infatti, al mio arrivo mi si affollano attorno ai piedi, cercando di vedere se ho portato loro qualcosa di buono. Quando poi mi accovaccio, loro mi vengono tutti sotto e attorno, facendosi accarezzare senza problemi e godendosela del fatto che i polli più grandi, molto selvatici, mi stanno a ragionevole distanza.
La chioccia, in attesa di vedere i suoi figli adottivi. Foto di Andrea Mangoni.I pulcini della terza covata, otto in tutto, sono stati spostati in una grande gabbia di un metro quadro, dove passeranno il prossimo mese; la loro mamma adottiva, la chioccia di Black Jersey Giant, è stata riportata nel recintino del consorte, dopo un mese. Nella loro gabbia è invece finita una nuova chioccia ibrida, che si occuperà dei 7 pulcini nati oggi e di quelli che nasceranno tra domani e domenica!
Tutto qui per il pollaio? No, perchè la femmina dei tacchini bronzati dei Lessini ha ripreso a deporre, e siamo a quota sette uova! Quasi certamente una volta arrivata a 12-13 inizierà a covare. Stavolta vedremo, dopo 3 covate fallimentari, se il nuovo nido che mi sono inventato servirà a qualcosa!
Margherite di campo e caglio zolfino, piantati in campagna. Foto di Andrea Mangoni.Passando alla campagna, ho finalmente trapiantato qui le prime margherite di campo ed il caglio zolfino: dopo anni, finalmente queste piante torneranno a fiorire nei miei campi!! mi sono premurato di pacciamare tutto intorno a loro con erba secca, in maniera da garantire un migliore attecchimento. Inoltre, tutte le settimane annaffio il piccolo gruppo con 5 litri d'acqua: va bene che quest'estate è anomala ed umida, ma non voglio correre rischi.
Le margotte in fieri sul salice cenerino. Foto di Andrea Mangoni.Vista poi la difficoltà nel riprodurre per talea il salice cenerino, ho pensato bene di tentare un'altra via: la margotta. Così, dopo aver inciso la corteccia di due rami, ho avvolto gli stessi con manicotti di plastica ricavati da due sacchetti trasparenti, che ho fissato saldamente ai rami con un legaccio stretto di fil di ferro a livello della ferita circolare fatta in precedenza. Poi ho riempito il manicotto di terra e l'ho legato con un legaccio di gomma morbida, superiormente. In questo modo, spero di causare un'accumulo di nutrienti di ritorno nella zona superiore al legaccio e di stimolare l'emissione di nuove radici. In autunno proverò a vedere, e se la radicazione sarà avvenuta (come spero) con successo potrò disporre, una volta tagliati i rami sotto il legaccio inferiore, di due belle piantine da trapiantare, una lungo la riva e l'altra probabilmente nel mio nuovo giardino.
Già, perchè ora c'è anche il nuovo giardino! Sto cercando, coinquilini permettendo, di dare una nuova impronta a questi rettangolini di terra. La mia idea è quella di dar vita a qualcosa di un pò particolare, una commistione spuria di piante commestibili, fiori selvatici ed essenze da giardino. Così, ad esempio, ho già popolato un angolino infelice con emerocallidi fulve, margherite di campo e menta; sto ripicchettando le viole, per creare con esse un fitto tappeto, ed ho portato qui anche i vecchi narcisi di nonna Elvira, quelli mezzi selvatici che aveva nella sua vecchia corte, piantati in piccoli gruppi, qua e là, così come del resto ho fatto per l'aglio delle vigne, ottenuto dai bulbilli di una fioritura della mia campagna. Su tutto dominano i clerodendri e la nepeta, mentre nel prato stento ho seminato il trifoglio.
Così, in attesa di rilassarmi all'ombra delle Dolomiti Cadorine, continuo a lavorare. Alcune delle cose che sto preparando le vedrete tra un pò, per altre ci vorrà più tempo... nel frattempo, buone ferie a tutti!!!
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Per saperne di più:
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I nuovi, bellissimi pulcini! Foto di Andrea Mangoni
La tacchina azzurra. Foto di Andrea Mangoni.

Conversazione 1 (tradotta approssimativamente dal dialetto padovano):

-Buonasera, sig. Rossetto, come sta? Sono Andrea Mangoni.
-Oh, buonasera! Bene grazie. E tu? Ti avrei chiamato io: ho trovato il numero di quell'allevatore che ti dicevo, quello cui ho dato gli incroci dei miei tacchini azzurri coi bourbon e coi neri. Ti interessa ancora? Ti do il numero?
-Si, certo! Grazie mille!! Dove abita?
-Dalle parti di Casalserugo, da quelle parti là. Lui si chiama XXXXX, il numero è ... (seguono altri venti minuti di conversazione sulle mie covate di quest'anno, sulla crescita dei miei piccoli Polverara e tante altre cose).

Conversazione 2 (nuovamente tradotta approssimativamente dal dialetto padovano):

-Buonasera, parlo col sig. XXXXX? Mi chiamo Andrea Mangoni, ho ricevuto il suo numero dal sig. Rossetto, ha presente? L'allevatore di Padova...
-Ah, sì, Bruno. Come no. Sì, mi aveva avvisato che mi avrebbe chiamato qualcuno per i piti. E così le interessavano i tacchini di Rossetto?
-Si, volevo chiederle qualcosa riguardo agli animali che le aveva dato il sig. Rosetto 5 anni fa. Li ha riprodotti? Che colorazioni le hanno dato?
-Guarda, io ho avuto una decina di tacchini riproduttori, nati da quegli incroci. Ne ho avuti neri, bianchi, bianchi con qualche macchia marrone sulle ali, grigio chiari e rossi. Ma adesso ho smesso di allevare, ho tenuto solo un maschio e due femmine bronzate presi al mercato, una femmina grigia e una femmina rossa. Ma in settembre smetto definitivamente, non tengo più nemmeno i polli.
-(Pensiero mio... ma che è, un'ecatombe dei vecchi allevatori? Smettono tutti??)Intanto, grazie per la disponibilità... ma volevo chiederle.. questa tacchina grigia, di che tinta sarebbe? più sul marrone o più sull'azzurro?
-Più sull'azzurro, quasi tinta acciaio... Perchè, ti interessa?
-Bhè, sì forse potrebbe interessarmi molto... Faccio ricerche sulle vecchie varietà di colorazione... Al limite potrebe considerare l'idea di vendermela?
-Ma, penso di sì... intanto vieni a trovarmi, così vedi di persona la bestia. Ha un po' di anni, oramai, non è giovane... il padre credo fosse un bianco, ma li tenevo assieme ad altri. Comunque ti dò l'indirizzo, prendi nota... (segue una breve chiacchierata e l'indirizzo del signore in questione).

Raggiungo il paese, trovo la casa, un po' spersa in campagna, mi trovo davanti ad un signore relativamente disponibile, ma che non mi dà il permesso di divulgarne le generalità. Non vuole che si pensi che lui venda o regali bestie d'abitudine, mi dice.

La femmina rossastra che accudiva i pulcini. Foto di Andrea Mangoni.I tacchini sono medio-piccoli, un maschio bianco, un paio di femmine bronzate, una femmina grigio-rossastra che cura dei pulcini di gallina, ed infine lei... una femmina di tacchina azzurra. Bella, vitale, con qualche traccia di rosso ("regalo" dell'incrocio coi Bourbon?), ma comunque sia... una vera tacchina azzurra di ceppo Rossetto!

Ora è nel mio pollaio. Avrò finalmente modo di osservare uno di questi animali dal vivo! La lascerò coi miei tacchini del Lessini, e aspetterò di vedere se farà una covata autunnale... e cosa, eventualmente, ne uscirà. Mi auguro davvero, tantissimo, di poter riuscire ad ottenere tramite successivi incroci di ritorno qualche altro capo azzurro, magari piccolo, della taglia dei Lessini... Ma qui sto già guardando troppo avanti! Intanto, godiamoci questa piccola meraviglia!

La tacchina azzurra. Foto di Andrea Mangoni.

Come diceva Pieraccioni ne "Il Ciclone", nei paesi piccoli si sa come vanno le cose: si fa presto a diventare, volenti o nolenti, dei... personaggi. Per cui non c'era nulla di strano se nella mia via non pochi sapessero della mia passione per gli animali, e finissero per chiamarmi per risolvere i dubbi più strani, da chi fosse lo strano tipo di sgorbio plurigambuto che minacciava la vasca da bagno a come depipistrellare una terrazza.

Così non mi stupii più di tanto quando, oramai molti anni fa, la figlia di una vicina suonò al cancello di casa mia con in mano un grosso bozzolo di seta bruna, durissimo, staccato a fatica dal rientro di un gradino esterno. Riconobbi immediatamente nell'occupante di quel letto sericeo una crisalide di pavonia minore italiana (Saturnia pavoniella), anche se all'epoca non seppi distinguerne il sesso. La misi in un vaso di vetro col fondo ricoperto di sabbia, lo tenni all'aperto, soot il portico di casa, e poi, un bel giorno di primavera, ecco lì ad attendermi una grossa falena grigia, con un vistoso occhio dipinto su ogni ala.

La pavonia minore italiana è stata solo recentemente riconosciuta come specie separata dalla pavonia minore diffusa in Europa. Huemer & Nässig, nel 2003, basandosi su un lavoro del 200o di Jost, hanno sancito ufficialmente il "distacco" di Saturnia pavoniella e Saturnia pavonia basandosi su differenze di colorazione, della forma dei genitali e sull'infertilità degli incroci F1 di prima generazione tra individui delle due specie.

Queste farfalle mostrano uno spiccato dimorfismo sessuale: le femmine, dall'apertura alare di circa 6-7cm, hanno ali la cui tonalità di base è il grigio; i maschi, sensibilmente più piccoli, hanno ali anteriori sui toni del marrone, ed ali posteriori vivacemente colorate di ocra-arancio. Inoltre, essi possiedono un addome più sottile e grandi antenne piumate. Quando, nei mesi primaverili, gli esemplari adulti abbandonano i propri bozzoli ed escono finalemente all'aria, i maschi iniziano a ricercare attivamente le femmine, guidati dai feromoni che esse rilasciano in abbondanza; per gli allevatori questa è una vera manna, perchè spesso, disponendo di una sola femmina lasciata in una gabbietta all'aperto, si possono ottenere decine di maschi in poche ore. Al termine dell'accoppiamento, che dura parecchie ore, la femmina depone gruppi di uova scure sui rametti delle piante nutrici: rovo, biancospino, pruno, salice e quercia rientrano tutti nello speciale menù di questa specie polifaga. Le uova schiudono entro due settimane, ed i piccoli bruchi scuri, adorni di peli sottili, vivono in gruppo durante i primi stadi di vita; crescendo essi cambiano librea, virandola al verde chiaro con tubercoli gialli che portano lunghi peli sottili. Se disturbati, assumono una tipica posizione arrotolata. In cattività il loro allevamento è abbastanza semplice, ma impegnativo: giunti al termine dello sviluppo, infatti, richiedono grandi quantità di cibo fresco. All'inizio dell'estate il loro sviluppo è completo e cercano un luogo sicuro dove impuparsi (tra i rami, nel muschio o attaccati alle pietre); lì, al sicuro nel proprio bozzolo, attenderanno la primavera successiva per dar vita ad una nuova generazione di pavonie.

Purtroppo, da anni non vedo più questa specie nella mia campagna; ma forse potrò avere quest'anno da un caro amico, il dott. Marco Uliana, che abita in un paese a pochi chilometri da Camponogara, alcuni bozzoli del ceppo locale di pavonia minore; in questo modo spero, il prossimo anno, di poter reintrodurre in alcune aree questi bellissimi insetti. Ho già individuato un paio di luoghi adatti: uno è un'area abbandonata invasa dai rovi, l'altro è - ovviamente - una zona delle mie rive. Non mi resta che attendere, per riportare ancora questi bellissimi animali a volare liberi lungo le siepi della nostra campagna.


Ci sono dei siti che appena li trovate vi viene da pensare: "ecco, questo lo devo condividere con gli altri!"
Oddio, a me capita abbastanza spesso. A volte mi limito a inserirli nella barra dei Link, ma quando ho visto questo sito ho pensato subito che meritava di essere descritto un po' meglio.
Di che si tratta? Semplice: la più pura biodiversità agricola della regione Veneto. Niente di più, niente di meno. Quella biodiversità preziosa, che permetteva al nostro Paese di vantare decine di cultivar per ogni essenza coltivata, e che oggi giorno dopo giorno scompare "grazie" all'apporto delle sementi ibride delle multinazionali, super produttive, di certo, ma prive d'anima e di storia.
Mais biancoperla. Foto tratta dal sito www.biodiversitaveneto.it.Ecco, in questo sito troverete un ricco database delle centinaia di varietà agricole che i secoli e l'esperienza dei contadini locali avevano lentamente e pazientemente selezionato. Grano tenero, mais, vigne, sorgo, patate e tanti altri: tutti caduti o quasi nel dimenticatoio, molti a rischio di estinzione. Ma il sito non è solo un database: dà anche la chance, a chi lo desidera, di richiedere presso l'Istituto di Genetica e Sperimentazione Agraria "N. Strampelli" alcuni semi della propria essenza prediletta, per poi vederla germogliare nel proprio orto o nella propria campagna; l'occasione, in pratica, di contribuire PRATICAMENTE a conservare la biodiversità agricola. Io ci sto facendo un pensierino... c'è un meraviglioso mais di varietà biancoperla che mi attira tantissimo...
Per maggiori informazioni:

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La foto del mais biancoperla è stata tratta dagli archivi del sito succitato.
Un salice bianco capitozzato. Foto di Andrea Mangoni.
Da secoli, fin dal tempo degli antichi Romani, il paesaggio agreste del veneziano è stato caratterizzato da un'entità ben precisa, quella delle "rive": lunghe alberature regolari, costituite principalmente da essenze autoctone, disposte lungo i corsi d'acqua minori (a volte anche temporanei). Le rive erano formate da piante locali, principalmente salici, olmi, ontani, aceri; di tanto in tanto si trovavano sparute farnie, e poi ancora pioppi, platani e robinie. In seguito comparve il gelso, utilizzato nelle alberature perchè grazie ad esso le famiglie contadine potevano praticare la bachicoltura, integrando così il reddito familiare coi proventi derivanti dall'allevamento del bombice della seta.
Una delle principali caratteristiche di questo tipo di coltivazione arborea era costituito dalla ceduazione periodica degli alberi, o meglio, dalla capitozzatura. Di cosa si tratta, per dirlo con le parole di Christopher Brickell:
"La capitozzatura consiste in una potatura drastica di tutta la parte aerea, lasciando spuntare dai monconi i rami sottili che formano una chioma tondeggiante. Alcuni salici vengono capitozzati o ceduati (cioè tagliati alla base) per indurli ad emettere nuovi getti molto colorati. Gli alberi sottoposti a ceduazione sono appropriati ad una sistemazione paesaggistica o informale, come un giardino a bosco, o lungo le rive di un laghetto" (da RHS - Encyclopedia of Gardening).
Insomma, i salici, i pioppi e le altre essenze sottoposte a capitozzatura venivano drasticamente potati, con cicli di 4-7 anni, allo scopo di ottenere sempre nuovi getti e nuovi rami che fornissero la materia perima per la produzione di paleria ed utensili di vario genere, a seconda delle essenze specifiche. Ad esempio, la sanguinella (Cornus sanguinea), chiamata localmente sàndane, era tagliata annualmente a livello del suolo per ottenere getti indirizzati specificatamente alla produzione di scope, mentre dall'acero (Acer campestre), conosciuto col nome locale di ùppio, si ottenevano robusti manici per attrezzi agricoli. I vari salici, o selgàri, erano invece usati per ottenere palerie, per la legna da ardere, ma anche per la produzione di stròpe e stropèi, ovverosia rami lunghi e flessibili che potevano essere usati come legacci per le vigne o anche per la costruzione di cesti intrecciati.
Insomma, una vera e propria arte contadina volta ad ottenere, dalla campagna, il massimo profitto. Certo, oggi gli appassionati di giardinaggio e gli amanti delle piante, in genere, rifiuterebbero, per tutta una serie di ottimi motivi, l'idea di capitozzare un albero, esponendolo a tutta una serie di danni e pericoli; però...
Una caratteristica riva. Foto di Andrea Mangoni.Già, c'è un però. E anche piuttosto grande. Gli alberi delle rive, capitozzati per decenni, finivano per divenire dei veri mostri arborei, creature dai grandi tronchi contorti e ingrossati, ricchi di infinite cavità, che allungavano i rami sottili verso il cielo quasi fossero tante piccole idre mitologiche. E, proprio grazie a quelle cavità del loro tronco, che apparivano di volta in volta come fauci spalancate o orbite vuote, essi diventavano uno dei più preziosi doni dei contadini di un tempo alla biodiversità locale.
Immaginate infatti cosa dovevano apparire agli animali selvatici le rive capitozzate, in una campagna priva di boschi od altre comunità arboree naturali: foreste in miniatura, con anfratti e pertugi in cui nascondersi, procreare e compiere il proprio ciclo vitale. Nei grovigli dei giovani rami nidificavano merli e capinere, i tronchi cavi diventavano nido per cinciallegre e passere mattugie, i picchi tamburellavano i corpi globosi degli alberi alla ricerca di insetti, i moscardini potevano farvi il nido... e così via, centinaia di specie trovavano in queste piante un habitat ideale per la propria sopravvivenza.
E mentre alcuni animali utilizzavano queste piante solo in un determinato momento della propria vita, altri invece erano ad essi legati a doppia mandata per tutta la durata del loro ciclo vitale. Tra questi moltissimi insetti, anche xilofagi (cioè mangiatori del legno); ma la specie che forse più di ogni altra simboleggia la grande importanza delle comunità biologiche che circondavano questi alberi era lo scarabeo eremita (Osmoderma eremita).
Lo scarabeo eremita, un cetonide trichino, deve il suo nome proprio al fatto di avere eletto come suo peculiare habitat le cavità dei grandi alberi maturi. Tutta la sua vita infatti vi avviene all'interno: le larve si nutrono dei detriti organici che vi si accumulano, dal legno marcio alle foglie morte, e gli adulti spesso non si spostano dal tronco in cui sono nati, continuando così per generazioni ad abitare la stessa cavità.
Lungo fino a 3 cm, nero lucente, con un penetrante odore caratteristico, questo coleottero depone le sue uova in questa stagione, e le larve melolontoidi che ne nascono si nutrono del detrito organico per due o tre anni, per impuparsi quindi in autunno e dar vita, con l'arrivo dellatarda primavera, ad una nuova generazione di coleotteri. E' una specie legata in particolar modo alla quercia, ma la scomparsa dei boschi planiziali l'aveva costretta a cercare rifugio proprio nelle rive, dove abbondano gli alberi dotati di cavità adatte alle sue esigenze. Infatti, mentre una quercia impiega fino ad 80 anni per accrescersi tanto da poter ospitare una colonia di questi animali, un salice, un tiglio od un pioppo capitozzato ne impiegano "appena" 30 o 40.
Ma questo è il guaio: oggigiorno, le vecchie pratiche agricole vengono considerate obsolete, le tradizioni si perdono, e con esse vengono in molti casi a scomparire le rive. Non più necessarie alla sopravvivenza familiare, vengono abbandonate se non addirittura eliminate. E con esse finisce con lo scomparire tutto quel mondo di creature che le rive sostentavano, rendendo la nostra campagna più ricca e più bella. Ad esempio, lo scarabeo eremita è diventato sempre più raro, tanto da essere stato incluso nella Direttiva Habitat, legge europea che si occupa di salvaguardare piante ed animali autoctoni. Per cui non posso che lanciare un appello: non lasciate morire le vostre rive! Curatele, mantenetele, piantate nuovi alberi: farete qualcosa di estremamente concreto ed utile per la salvaguardia della biodiversità del nostro Paese.

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Maggiori informazioni su Lucanidi e Scarabeidi:

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Femmina di Osmoderma eremita. Foto di Andrea Mangoni.

Oggi ho trovato, nel forum di Agraria.org, la segnalazione di un prodotto davvero simpatico ed utile, il classico "uovo di colombo" applicato agli abbeveratoi.

si tratta infatti di un piccolo kit che permette di trasformare in un pratico abbeveratoio per piccoli animali qualunque tanica di cui possiamo disporre. Il video postato su youtube è molto chiaro e vale più di 1000 parole; la ditta produttrice è la Tecno Mediana, che si occupa di attrezzature per l'allevamento di cani, gatti ed altri animali. Credo sia una bellissima idea, specie per chi alleva i propri animali in maniera biologica o magari abita lontano dai propri polli e magari non ha tempo di controllarli tutti i giorni.

Ecco quindi il video di youtube. Ciao!

Gallo Leccese. Foto di Gino Di Mitri.
Il nostro viaggio tra le razze ed i ceppi avicoli italiani ci porta oggi nella calda ed assolata Puglia, bagnata dal mare e inondata dai sapori e dai profumi del Mediterraneo.
Galline di razza Leccese isabella. Foto tratte dal libro Zootecnia speciale di T. Bonadonna, anni 40, e riprese dal sito http://www.ilpollaiodelre.com
E' qui che trova la sua origine un avicolo molto particolare, la Gallina Leccese, appunto, un ceppo locale della razza Italiana Comune Autoctona. Selezionata negli anni '30 del secolo scorso presso l'Istituto Tecnico Agrario di Lecce, a partire da uova reperite nei dintorni, essa venne citata da Bonadonna, Pozzi e Trevisani; si trattava di un tipico pollo italiano, paragonabile per molti aspetti alla livornese, dalla forma slanciata, portamento fiero, coda rilevata e falciformi corte, con orecchioni bianchi, tarsi gialli e uova a guscio bianco.
Gallo Leccese cuculo. Foto di Gino Di Mitri.Un latifondista salentino, Raffaello Garzia, ne selezionò un tipo più pesante, a tarsi ardesia, che ricordava forse di più una Minorca. Erano presenti una colorazione detta moresca, corrispondente ad un perniciato molto scuro, una isabella, frumento, e poi la bianca, la cucula, l'argentata. Comunque sia, tutte le varietà di questo ceppo finirono presto nell'oblio, senza lasciar apparentemente traccia di se, per parecchie decine di anni.
Ma di recente un gruppo di esperti, capitanati da Gino Di Mitri, Storico della Scienza, si sta occupando del suo recupero, partendo da esemplari reperiti nel territorio. Armati di santa pazienza, il prof. Di Mitri ed i suoi colleghi hanno ricercato presso masserie sperdute nelle campagne quello che restava dei polli locali, acquistando capi adulti e uova, e selezionando gli animali per tornare ad ottenere in purezza i fenotipi un tempo noti.
Gallo Leccese moresco. Foto di Gino Di Mitri.Allevati con metodi tradizionali, alimentati con orzo e farro, questi avicoli si sono rivelati robusti e frugali, vivaci ed ovviamente perfettamente adattati al clima salentino. Oggetto di un progetto di recupero da parte della Camera di Commercio di Lecce, questo ceppo è un pò il simbolo di quanto si può ottenere ricercando davvero sul territorio ciò che rimane del nostro patrimonio avicolo nazionale.
Per maggiori informazioni:
prof. Di Mitri: ginodimitri@tiscalinet.it
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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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Fiore di clerodendro. Foto di Andrea Mangoni.

L'idea di un giardino secondo natura è bellissima, ma spesso ci si scontra con una realtà ben differente, quella di appartamenti con a disposizione una terrazza o solo un piccolo giardino condominiale.

E' questo, da alcuni mesi, anche il mio caso: se da un lato mi rimane sempre l'amata campagna dietro la casa dei miei, è pur vero che oramai da mesi vivo in un piccolo appartamento dotato di terrazzo e con un fazzoletto di giardino condominiale da gestire in comune con gli altri vicini. Che cosa dovrebbero fare, quindi, quelle persone che, come me, non hanno (o non hanno più) grandi spazi a disposizione?

Innanzitutto, mai disperare! Si possono ottenere ottimi risultati anche con pochissimo spazio, e persino se si ha a disposizione solo un terrazzo! L'importante è non perdersi mai d'animo, ma sfruttare al massimo ogni chance.

Artomatiche in terrazzo. Foto di Andrea Mangoni.Nel mio condominio le uniche piante apparentemente rilevanti sono due olivi, un albero di giuggiole ed una palma. Nulla di troppo esaltante, dunque, però è anche presente una bella aiuola con varie erbe aromatiche: rosmarino, salvia, mentuccia, e persino una sparuta pianta di lamponi. Rosmarino, menta e salvia sono, oltre che ottime fornitrici di sapore per la cucina, anche ottime produttrici di generose (seppur limitate nel tempo) fioriture, che possono attirare e nutrire numerosi insetti, soprattutto imenotteri e lepidotteri (come ho potuto scoprire durante la recente migrazione delle Vanesse). Il lampone (Rubus idaeus), invece, oltre alle fioriture ed ai frutti profumati, può offire anche le proprie foglie, molto appetite ai brichi di svariate specie di lepidotteri. Alla base delle romatiche, poi, ci sono numerose piantine di viole, che in primavera si rivestono di fiori che sembrano scvampoli di velluto scuro. Io lo ammetto, ci ho messo del mio... ho infatti piantato un piccolo cespuglio di lavanda, per godere delle sue fioriture, del suo profumo e per fornire qualche altra attrazione per le farfalle, ed infine delle piantine di basilico, i cui fiori vengono spesso visitati dagli imenotteri.

Sempre per la gioia delle farfalle, ho piantato in una zona riparata un piccolo clerodendro (Clerodendrum sp.) ed un caprifoglio arbustivo (Lonicera sp.). Non si tratta di piante "ortodosse" per il giardino delle farfalle, perlomeno il clerodendro... ma ho notato che i suoi fiorellini tubulari sono spesso apprezzati dai lepidotteri diurni. In un angolo soleggiato ho invece piantato dei gigli che fanno da riparo ad alcune pianticelle di beccabunga (Veronica beccabunga), trovate in un prato veneziano, che in verità non sembrano molto intenzionate a sopravvivere, ma chissà...

Il terrazzo, dicevamo. Ovviamente ho anche qui delle aromatiche: timo, basilico, nepetella e balsamita, tutte dalle fioriture molto apprezzate dagli imenotteri. Ma ci sono anche cose più interessanti, come lo spazio per una serie di piante autoctone.

I vasi dei miei esperimenti. Foto di Andrea Mangoni.Ad esempio, sto usando alcuni vasi come seminiere per le mie nuove piantine di margherita dei campi, trovate lungo una strada di campagna; ma per godere in maniera differente delle spontanee, ho utilizzato un grande vaso, riempito per tre quarti di terreno "di scarto" prelevato da altri vasi, e vi ho piazzato sopra alcune piccole zolle prelevate lungo una strada abbandonata, e ospitanti margherite, caglio zolfino, cagliolo e trifoglio rosso; l'effetto finale sarà quello di avere in terrazzo una fettina di prato spontaneo in miniatura, con la possibilità di venire sorpresi dalla nascita di una pianticella inaspettata; in più le piante prelevate con la zolla hanno avuto ben pochi problemi di attecchimento, ed hanno continuato a fiorire e a produrre semi che utilizzerò per reintrodurre alcune essenze spontanee nella mia campagna. Oltre a questi c'è anche un vaso con delle belle iris (Iris germanica), ricordo di un viaggio in Toscana, e delle roselline mignon.

Volendo, potrei anche sistemare in terrazzo un grande vaso con qualche cespuglio, come ad esempio prugnolo, buddleja o biancospino, e persino qualche alberello come farnie e olmi, educati con frequenti potature... ma al momento basta così, anche perchè già ora le ferie potrebbero risultare un periodo problematico. In futuro... chissà? Magari anche un piccolo stagno pensile...

L'aiuola delle aromatiche. Foto di Andrea Mangoni.

Frittatina alle erbe aromatiche. Foto di Andrea Mangoni.
La biodiversità non è un concetto astratto, come molti pensano, ma può al contrario essere qualcosa di estremamente pratico: sono profumi e sapori inconsueti, che vuoi per ignoranza, vuoi per pigrizia, pochi si impegnano ad adoperare per rendere la propria tavola un pò più singolare e piacevole.
Un esempio è questa semplicissima ricetta che voglio proporvi, una frittatina fatta con ingredienti semplici e naturali, ma con l'aggiunta di un paio di essenze raramente riscontrabili nelle nostre tavole.
Ingredienti per una persona:
  • un uovo di gallina di allevamento biologico o all'aperto. Queste due tipologie di allevamento garantiscono agli animali di poter usufruire di spazi sufficienti a garantire loro una vita degna e di dare libero sfogo ai comportamenti tipici della loro specie. Se possibile, scegliete uova di razze autoctone (io ad esempio ho usato un ovetto delle mie Polverara): spesso sono più piccoli di quelli in commercio, ma di norma la percentuale di tuorlo è superiore; inoltre il sapore è di solito più intenso e delicato allo stesso tempo.
  • Parmigiano a piacere;
  • 3 steli di timo fresco;
  • una foglia di balsamita (Balsamita major). La balsamita è una pianta della famiglia delle Asteracee, le cui foglie profumano intensamente di menta ma il cui sapore è amaro. E' ottima se usata con parsimonia in arrosti, frittate e tortelli. Con un pò di fortuna potrete trovarla anche nei garden center o nei banchetti del mercato.
  • Allium vineale o aglio delle vigne. Foto di Andrea Mangoni.2 bulbi di aglio selvatico o aglio delle vigne (Allium vineale). Questa particolare specie di aglio si riconosce facilmente perché i lungi steli portano molto spesso non i fiori, ma grappoli sferoidali di bulbilli rossi, che spesso germinano ancora attaccati al gambo. Sebbene i bulbi di quest'aglio siano molto piccoli, sono intensamente profumati ed il loro sapore è molto delicato. Attenzione, però! Evitate di raccogliere erbe selvatiche se non siete ASSOLUTAMENTE certi della loro identificazione e del fatto che siano commestibili!
  • mezza tazza da caffè di pane grattuggiato;
  • una tazza da caffè di latte;
  • olio;
  • sale.
Lavate bene timo e balsamita, quindi eliminate i gambi del timo e tagliate a piccoli pezzi la fogliolina di balsamita. Visto il sapore molto intenso di quest'ultima, potreste anche non utilizzarne la foglia intera, ma solo una parte. In un piatto fondo mettete l'uovo aggiungendo il formaggio, il sale, il pane, il latte e le erbette; quindi con una forchetta mescolate ed amalgamate energicamente il tutto. A parte, lavate e spellate l'aglio; mettete una padellina sul fuoco, e preparate un soffrittino con l'olio ed i due bulbi d'aglio tagliati a dovere. Quando il soffritto è pronto versate gli altri elementi, amalgamate appena, mettete il coperchio alla padellina e cuocete per qualche minuto, fino ad ottenere la doratura desiderata.
Et voilà! Ecco un piatto velocissimo, dal sapore delicato e inconsueto, che valorizza nel contempo ingredienti naturali e tradizionali, per la delizia del palato. Dovete provarla!
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