Quand'ero piccolo, i miei nonni o mia mamma spesso, per indicare un cibo dal sapore disgustoso, facevano uno strano paragone: dicevano, infatti, che era "cattivo come la vermolina". Per anni mi sono chiesto cosa fosse questa beneamata vermolina, anche se senza eccessivo interesse; fino a quando, un paio di mesi fa, in una visita a Bruno Rossetto mi sono imbattuto in un bel cespuglio di color verde lavanda pallido che cresceva rigoglioso in un angolo del suo giardino. Alla mia domanda, di quale pianta cioè si trattasse, il sig. Rossetto disse senza esitazioni: "Come? Non la conosci? Questa è la vermolina!".
Avete presente cosa significhi sentir parlare per anni di qualcosa, sapere che probabilmente esiste ma non credere davvero che la si vedrà mai... e poi ritrovarsela improvvisamente davanti? Ecco, se lo avete presente potrete capire il mini-shock che ho provato allora. Da allora ho provato a cercare informazioni, per saperne di più su cosa fosse questa pianta esattamente.
La vermolina, così ho scoperto, era un miracoloso vermifugo, che si otteneva mescolando essenza di chenopodio ed olio di ricino; non stupisce quindi che la sostanza avesse un cattivo sapore! Anche il colore rosso la contraddistingueva bene, e aiutava a renderla... indimenticabile ai palati di chi (generalmente bambini) erano costretti a prenderla.
Ma la pianta che soggiornava nel giardino di Rossetto non aveva proprio nulla del chenopodio! Di cosa si trattava, dunque? La risposta è arrivata solo qualche giorno fa, durante una visita all'orto botanico di Padova: la pianta in questione non è altro, infatti, che santolina (Santolina chamaecyparissus). Questa pianta aromatica, nota per le sue proprietà antielmintiche, appartiene alla famiglia delle Compositae. Forma cespugli piccoli e compatti, alti in genere tra i 30 ed i 50 cm; produce fiori gialli, composti, dalla forma di bottoncino, riuniti in infiorescenze apicali. Può essere riprodotta per via vegetativa, prelevando a fine estate talee erbacee da far radicare in un miscuglio di sabbia e torba. I vasetti con le talee andrebbero fatti svernare in un cassone o serra non riscaldati, e trapiantati nella primavera successiva. Ama i terreni ben drenati, e si adatta benissimo anche a condizioni di siccità.
Il sig. Rossetto la utilizza come vermifugo per i propri animali, tagliuzzandola e mescolandola con il pastone a base di cereali delle galline o con la pasta dei cani; tradizionalmente, nel caso di pazienti... umani, gli steli andrebbero tagliati durante la fioritura e quindi lasciati essiccare in un luogo ombroso e ventilato; dovrebbero essere poi utilizzati come per preparare infusi e decotti. Nel suo "Compendio della Flora officinale italiana", Paola Gastaldo riporta che i fiori essiccati possono venire somministrati anche dopo essere stati polverizzati e mescolati con miele o confettura d'arancia. Certo una soluzione molto più dolce di quella adottata (...o meglio, subita!) dai nostri nonni!
Insomma, forse non sarà la stessa vermolina che tanto ha fatto penare i miei cari in gioventù, ma intanto un paio di talee stanno tentando di radicare nei loro vasetti, in terrazza... sperando di poterla apprezzare sempre e solo come bella pianta da giardino, e non per le sue proprietà farmaceutiche!
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Come avrete visto non ho voluto, in questo blog, così come nel mio sito, mettere pubblicità sotto forma di ads. Volevo, e voglio ancora, che queste pagine rimangano principalmente un posto dove condividere esperienze e cultura. Comunque sia, credo lo immaginerete, non vivo certo facendo il blogger o allevando razze avicole in via d'estinzione (perlomeno, non ancora!). Ogni post è scritto rubacchiando tempo ad una vita piuttosto impegnata e complessa. Però ho alcuni progetti importanti su cui lavorare, come ad esempio la creazione di una piccola area per la difesa della biodiversità. O ancora, il libro che sto scrivendo, dedicato alla gallina di Polverara, un'opera davvero particolare.

Volete aiutarmi? Volete contribuire a mantenere un pizzico di natura intatta in più, a trasmettere e condividere nozioni, o a scrivere una ricerca storica più unica che rara? Bene, di modi ce ne sono parecchi.

Se siete interessati alla natura e agli animali d'affezione più... singolari, potete acquistare tramite questa pagina del mio sito un libro delle Edizioni WILD: per ogni ordine, Oryctes.com riceverà una donazione pari al 15% del valore del libro.

O ancora, potete fare una donazione tramite Paypal, destinandola all'indirizzo e-mail andreamangoni@tin.it.

Oppure, aiuto di tutt'altro genere ma preziosissimo, inviandomi testi antichi di avicoltura o di scienze naturali, anche sotto forma di fotocopia. Libri, riviste, quello che volete: tutto va bene. Nei limiti del copyright, le opere più interessanti verranno trasformate in e-book e rese disponibili gratuitamente tramite queste pagine e quelle del mio sito.

Un grazie di cuore a tutti coloro che vorranno aiutarmi a portare avanti questi progetti!

Questo gallo di grande taglia, fotografato in un cortile della provincia padovana, ricorda l'antica razza Padovana Pesante. E pesanti questi animali lo sono davvero - i galli raggiungono i 4 Kg! Foto di Andrea Mangoni.
Ho già parlato, in questo blog, di biodiversità avicola. All'epoca terminai il post invitando la gente a cercare, cercare e cercare.
Ma la domanda che può sorgere spontanea è principalmente una... Vale ancora la pena cercare? Con centinaia di razze a disposizione tra cui scegliere (anche solo a livello estetico), con linee commerciali adatte a produrre uova e carne con la massima efficacia, vale ancora la pena cercare di recuperare qualcosa da vecchi pollai e contadini di vecchio stampo?
Un'altra immagine dello stesso gallo. Foto di Andrea Mangoni.La mia personale opinione è che sì, vale ancora la pena farlo. Mi è stato detto che l'Italia è stata rigirata come un calzino e che quello che si poteva trovare è stato trovato. Oddio, su questo io non sarei troppo d'accordo. Nel corso degli ultimi mesi mi sono imbattuto, cercando (nemmeno in maniera troppo convinta), in alcuni avicoltori e contadini che continuavano ad allevare avicoli da svariati decenni e che ospitavano, nei propri pollai, animali che differivano abbastanza da quelli che normalmente si osservano più comunemente nelle aie e nei recinti di questa zona o di quelle attigue, alcuni dei quali li potete osservare in queste fotografie. E' probabilmente l'eredità della vicina provincia padovana, che vantava fino agli anni '50 un piccolo primato per quel concerne l'avicoltura ed anche la presenza di ceppi autoctoni; certo è che cercando e riprovando, anche in tante altre zone d'Italia, si potrebbero recuperare ancora soggetti e ceppi in grado di dare soddisfazioni agli appassionati.
Ci sono già linee commerciali in grado di dare carne e uova a profusione? Sì, certo, ma spesso al prezzo di dimenticare quale rapporto ci lega con questi animali, o peggio ancora dimenticare che SONO esseri viventi che ci accompagnano da secoli e NON ingranaggi di una gigantesca macchina per la produzione di cibo. Possiamo - dovremmo! - essere pronti a rinunciare a qualcosa nell'ambito delle prestazioni, pur di salvaguardare parte del prezioso partimonio genetico di cui gli antichi ceppi sono portatori. Possiamo - dovremmo! - esser pronti a rinunciare a l'orgoglio di un nuovo nome, qualore non fosse necessario, pur continuando ad allevare animali che di quel territorio sono bandiere. Vi sembra poco chiaro? proverò a spiegarmi meglio, allora.
Certo, per il mio pollaio potrei acquistare ibridi commerciali a duplice attitudine. Sono comuni, danno tanta carne e tante uova. Ma, pur nella dignità assoluta che meritano, rimangono ai miei occhi animali decisamente un pò... scialbi. Non hanno radici, sono nomadi moderni decontestualizzati, privi di legami con la storia dei luoghi. I ceppi autoctoni ci parlano invece di gente di cui condividiamo il retaggio e la storia, di animali passati di generazione in generazione, di decennio in decennio. Le differenze genetiche accumulate in secoli di selezioni li hanno resi adatti a ciascuno degli ambienti che occupano o che hanno occupato.
Questo gallo bianco, trovato in un pollaio del veneziano, con la sua compagna, ricordava l'antica razza Megiarola, per le sue caratteristiche fisiche e produttive. Foto di Andrea Mangoni.Basta però questo a fare di ogni ceppo una razza a sè, di arrogargli un nome ed una identità propria? Dipende. Dipende a mio avviso dal fatto che le caratteristiche dell'animale stesso lo pongano dentro o fuori quei "confini" delicati che sono stabiliti dagli standard di razza. Un tempo forse bastava trovare una gallina con una piuma di un colore diversa da quella del proprio vicino, e subito ne usciva una razza. Oggi invece assistiamo a prodigiosi recuperi di razze o ceppi antichi, a ritmi che impressionano e danno di che pensare, visto che per il recupero serio di un ceppo o di una razza possono essere necessari svariati anni di lavoro. Il timore è che sussista la tentazione di prendere qualche audace scorciatoia, che però rischia di far svanire in una bolla di sapone quanto di buono sia possibile ancora ricavare con pazienza e dedizione.
Tempo fa, vista la mia passione per le antiche razze venete, chiesi informazioni riguardo al recupero della cosiddetta cucca o cenere, una razza di polli di tipo mediterraneo dalla colorazione sparviero un tempo diffusi nei territori veneti e citata dal Mazzon in alcune sue opere. E successivamente, in una fiera a Verona, vidi poi un esemplare della cosiddetta "Italiana comune locale veneta o cucca", e devo dire che la mia delusione fu parecchia. L'ho già detto, per molti motivi ritengo non si possa effettuare una semplicistica uguaglianza tra Italiener (o Italiana comune locale, come oramai viene chiamata in Italia) e l'Italiana comune VERA; ma se non si tiene conto delle differenze abissali tra i due tipi (e per favore, non ditemi che non ve ne sono! Vi invito a dimostrarmi che prima degli anni '30 in Italia si potessero trovare polli con quelle caratteristiche nelle nostre campagne!) si incorre a mio avviso due errori piuttosto grossi.
Primo, si pecca di superficialità, rischiando di confondere i ceppi autoctoni con quelli alloctoni; secondo, e ben più grave, si contribuisce attivamente a uccidere la biodiversità avicola ancora salvabile nelle nostre campagne. Perchè? Perchè se si propaganda con forza che i ceppi autoctoni sono le Italiener, se passerà l'idea che questi polli sono i nostri avicoli "nazionali", chi continuerà a mantenere gli antichi ceppi, così dissimili da esse ?
Ecco un ceppo proveniente dall'Emilia Romagna, caratterizzato da forme tozze e pesanti, da una colorazione piuttosto varia e da dimensioni contenute, seppure il peso sia abbastanza elevato. Foto di Andrea Mangoni.Insomma, si tratta di una situazione che rischia di divenire un'autentico paradosso: lavorando convinti di salvaguardare il pollo autoctono si finisce in realtà per abbandonarlo e condannarlo all'estinzione. Il mio invito torna quindi ad essere lo stesso. Cercate. Aguzzate lo sguardo, tenete le orecchie bene aperte, e se vi capita di trovare animali che pensate possano essere riconducibili ad un ceppo autoctono di avicoli, cercate di preservarli e di farli moltiplicare. Se necessitaste di qualche genere di guida, adottate per la vostra selezioen lo standard della Livorno: si adatta benissimo ai nostri polli autoctoni. Magari non verrete ricordati per avere riscoperto l'antica razza della "bruna di Montedefessi" o quella del "pollo dei Monti dei Paschi", ma sarete riusciti a salvaguardare un pezzetto di storia viva, palpitante e REALE della vostra regione e di voi stessi.
Buona cerca e un in bocca al lupo gigante a tutti coloro che desiderassero impegnarvisi; io, dal canto mio, ho già iniziato!
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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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Ancora un gallo di grossa taglia riconducibile allo stesso ceppo di quello di inizio post. La forma accovacciata è dovuta al fatto che l'animale si stava muovendo. Foto di Andrea Mangoni.
L'antico albero di nespole si erge lungo il fossato, avvinto dall'edera.
Ottobre è arrivato, gentile come il profumo degli ultimi fiori di buddleja. Le giornate si accorciano drasticamente, torna a farsi vivo quel sapore, nell'aria, che preannuncia il desiderio di rintanarsi accanto alla stufa o al camino. I polli sono tutti impietosamente in muta, di uova non se ne vedono più, solo la tacchina sembra più inquieta del solito, e a volte sparisce...
Finalmente, dopo settimane, trovo il tempo per tornare alla MIA campagna. I cani mi seguono, per loro ogni uscita è una gita memorabile; magari sognano di trovare le belle cagnette di Elio, uno dei miei "vicini di campo". Mi avventuro lungo il fossato, e constato con enorme soddisfazione che le piante hanno retto bene all'estate, e che anche gli ultimi trapianti di settembre hanno bene attechito. Ma il fossato di un altro contadino mi colpisce, da lontano, per il suo mutamento: sembra non avere più, infatti, la belle siepe che lo cingeva. Mi avvicino attraverso le zolle invase dai rimasugli del mais raccolto, e scopro che gli alberi sono stati tutti drasticamente potati. Cerco con lo sguardo un vecchio amico, un albero imperioso che certo resiste da decenni, sperando che non abbia subito la stessa sorte, e con grande sollievo, lo ritrovo.
I frutti del nespolo sono ricchissimi in tannini.E' un enorme nespolo (Mespilus germanica) dal tronco nodoso quasi completamente soffocato dall'edera. i rami non salgono al cielo, ma si dipanano a raggiera intorno a lui, protendendosi verso il basso come tentacoli di una piovra, privi di foglie ma ricoperti di frutti bulbosi che ricordano i cinorrodi delle rose. E' - credo - uno dei più antichi alberi da frutto nel raggio di chilometri; piantato chissà quanti anni fa da un contadino speranzoso lungo la riva del fossato, continua imperterrito a produrre i suoi frutti anche ora che nessuno li raccoglie più, e che rimangono silenziosi sui rami per tutto l'inverno.
Negli anni scorsi ho tentato più volte di riprodurre questo decano per talea, senza riuscirci. E ogni anno il timore è quello di non ritrovarlo più vinto dalla motosega o dall'edera. Quest'anno ho deciso di provare due strade diverse, e così, prima di andarmene, stacco un paio di rametti carichi di frutti e me li porto a casa.
Il nespolo è una pianta di origine caucasica ma coltivata da tempo immemorabile e diffusa dai Romani in tutta Europa. Appartiene alla famiglia delle Rosaceae, può raggiungere i 5 metri di altezza e in maggio si ricopre di fiori bianchi a 5 petali che, in autunno, danno origine a drupe marrone chiaro che contengono 5 semi grossi e legnosi. Le nespole vanno raccolte in tardo autunno, ma risultano troppo dure e cariche di tannini per poter essere consumate immediatamente. Occorre perciò farle ammezzire, cioè lasciarle maturare tra la paglia fino alla fine dell'inverno, in modo che in esse avvenga la fermentazione che ne porterà la buccia ad essere di color marrone scuro e la polpa a divenire tenera e dolciastra. E' questa dunque l'origine del famoso detto: "col tempo e la paglia, maturano le nespole". Possono essere consumati come dessert, o trasformati in marmellata, unendo una pari quantità di frutti maturi (sbucciati e privati dei semi) e zucchero e fatti cuocere fino a raggiungere la giusta densità.
I miei primi, timidi tentativi di innestare l'antica nespola sul Biancospino.La sua riproduzione è... un pò più complessa. Per poterla moltiplicare da seme, infatti, occorrerebbe utilizzare semi ottenuti da frutti rimasti per tutto l'inverno sull'albero, e inoltre le pianticelle nate in questo modo impiegherebbero un tempo molto consistente (6 - 7 anni!) prima di fruttificare. Più sicuro è il metodo dell'innesto, usando come portainnesto biancospino, pero, melo cotogno ed altre Rosacee. così ho deciso di adottare una duplice strategia, per provare a preservare il patrimonio genetico di questa pianta antica: da un lato metterò i frutti a maturare sotto la paglia, e ne userò in seguito i semi; dall'altro, ho tentato di fare io stesso un innesto a scudetto utilizzando come portainnesto un biancospino (Crataegus monogyna). L'innesto a scudetto a gemma dormiente va fatto in questo modo: con uno strumento adeguato si prepara il portainnesto asportando i rami laterali ed accorciando il ramo principale; quindi, con una roncola si fa un taglio a T che interessi la corteccia, quindi con estrema attenzione si separano i due lembi della corteccia tagliata. L'innesto (o marza) prelevato dalla pianta è una gemma, che viene ottenuta tagliando la corteccia che la ospita assieme a parte del legno sottostante. La marza viene quindi infilata tra i due lembi di corteccia del portainnesto, che le vengono chiusi sopra lasciando esposta solo la gemma. In seguito, con della rafia si procede a fasciare l'intera zona vicina alla marza, fissando i bordi della corteccia del portainnesto e limitando l'evaporazione, oppure si può parimente proteggere l'innesto con un apposito mastice. Io al posto del mastice ho utilizzato un pò di stucco per modellisti, che per ora sembra reggere bene. Solo in primavera vedremo se le gemme avranno o meno attecchito. Nel frattempo, lasceremo che tempo e paglia facciano il proprio lunghissimo lavoro, come da sempre avviene nelle campagne.
Dimenticavo: in commercio si trovano spesso i frutti dorati del nespolo giapponese (Eriobotrya japonica): si tratta di tutt'altro genere di pianta, seppur anch'essa appartenente alle Rosacee.
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Io amo moltissimo l'avicoltura tradizionale, e preferisco, per quanto mi sia dato, utilizzare metodi di allevamento il più possibile vicini all'etologia degli animali in questione. E' per questo che nei miei allevamenti prediligo (qualora si dimostri realizzabile) la cova naturale, sia tramite chioccia che tramite balie alternative (ad esempio, una tacchina che covi uova di gallina). Purtroppo però questo non è sempre realizzabile. A volte una gallina cambia idea, una tacchina è troppo debole per portare avanti una covata o - come recentemente accadutomi - una chioccia muore nel bel mezzo della cova per colpa dei parassiti o della spossatezza. Oppure abbiamo necessità di avere dei pulcini e alleviamo una razza che non ha istinto alla cova. In questi casi, la tecnologia ci viene in aiuto, con tutta una serie di incubatrici più o meno professionali e più o meno economiche.
Visto che i problemi di spazio sono per me abbastanza difficili da superare, e che quindi posso allevare un numero piuttosto limitato di pulcini ogni anno, ho deciso di acquistare una piccola incubatrice manuale della ditta NOVITAL, la Covatutto 16.
Innanzitutto, che vuol dire "manuale"? Semplice: le uova necessitano, per un corretto sviluppo, di essere più volte rigirate durante l'incubazione. In una incubatrice automatica è la macchina stessa a farsene carico, mentre nelle incubatrici manuali dovremo essere noi a svolgere quel compito che in natura sarebbe mamma chioccia a fare.
Bene, dopo diversi tentativi abbastanza infruttuosi con questa macchina, ho seguito i consigli elargiti nel forum di Cocincina da Nando Logorelli di Reggio Calabria, ed ho finalmente ottenuto i risultati sperati. Si tratta di una serie di piccoli accorgimenti che aumenteranno in maniera esponenziale il numero di uova in grado di giungere alla schiusa, con grande soddisfazione vostra e dei pulcini.
L'incubatrice Covatutto 16. Termometro; in rosso il livello cui deve arrivare la temperatura.
Allora, la nostra incubatrice si presenta come la vedete nella foto 1: essa è formata da una base, da una camera di incubazione e da un coperchio dotato di termostato, lampadina e termometro. Innanzitutto, occorre trovare un buon posto dove sistemarla. Il posto in questione dovrà essere abbastanza caldo, almeno sui 18-20°C, per non sovraffaticare l'incubatrice; inoltre dovrà essere lontano dagli... occhi. Sì, perchè la covatutto permette di mantenere una temperatura costante tramite l'accensione di una semplice lampadina ad incandescenza da 40W, ma per farlo il termostato ne regola una continua alternanza di accensione e spegnimento. Assai frustrante e fastidioso, se perennemente in vista, assai meno se si tiene l'incubatrice in una stanza che normalmente non viene visitata troppo spesso, come ad esempio uno sgabuzzino; ci si può pure ingegnare con simpatici paraventi di cartone e altre simili amenità. Comunque sia... Dicevamo, appunto, la temperatura. Fattore importantissimo! Le uova dovrebbero essere sempre mantenute a 37,5°C. A questo scopo, nel termometro dell'incubatrice (2), viene segnalata la tacca dei 100°F, che corrisponderebbero alla temperatura ideale per le uova. Ma, alla prova pratica, poichè pare che la temperatura rilevata dal termometro risulti di poco più bassa di quella che registrano le uova, si è rivelato più opportuno cercare di alzare leggermente la temperatura stessa a 101°F-102°F, come indicato dalla riga rossa che si vede nella fotografia. Come regolare la temperatura? Sul coperchio dell'incubatrice c'è un piccolo foro, vicino al termometro, sul lato, da cui si può (con un cacciavite piccolo) raggiungere una vite azzurra che, ruotata a destra o a sinistra, regolerà la temperatura del termostato. Si procederà, insomma, un pò per tentativi, fino a che non avremo ottenuto la temperatura desiderata.
Il fondo della Covatutto ha due serbatoi per l'acqua. occorre segnare da un lato dell'uovo la data, il numero 1...
Un giorno prima di mettere ad incubare le uova, puliremo e metteremo in funzione l'incubatrice. Innanzitutto solleveremo la camera di incubazione ed andremo a sistemare il fondo (3), riempiendo di acqua il serbatoio centrale (3 A). In seguito, nel corso dell'incubazione, dovremo periodicamente controllare che sia sempre pieno. Il fondo andrà posizionato nel luogo destinato all'incubatrice, magari frapponendo tra esso ed il piano d'appoggio un foglio di polistirolo. Riposizioneremo quindi la camera di incubazione sopra il fondo, metteremo il coperchio sopra di essa (dopo aver messo la lampadina ed il termometro, ovvio!), e per finire attaccheremo la spina. La lampadinà si accenderà e rimarrà così per circa 30-45 minuti, fino a che, cioè, non avrà portato la temperatura della camera di incubazione a quella cui è impostato il termostato. Quindi inizierà a lampeggiare continuamente. A questo punto controllate la temperatura sul termometro e, se necessario, regolatela come detto sopra. Lasciate ora lavorare l'incubatrice "a vuoto" per circa un giorno, prima di inserire le uova.

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Già, e le uova? Anche le uova richiedono qualche preparazione. Prima di tutto, la nostra incubatrice può contenere circa 16 uova medie di gallina. Sarebbe però il caso di non riempirla all'inverosimile, questo ci permetterà di operare meglio in seguito. Le uova che dovranno essere incubate devono essere di buona forma, di dimensioni medie per la razza di appartenenza e pulite. In attesa di essere incubate andrebbero tenute a temperature di 10-13°C e in posizione verticale, col polo acuto all'ingiù. Se si incubano insieme uova raccolte in giorni differenti e/o inserite in incubatrice a distanza di qualche giorno tra loro, andrebbe sempre scritta la data di raccolta e/o quella di inizio incubazione, in matita (4). Andremo poi a contrassegnare due lati opposti dell'uovo con i numeri 1 e 2 (foto 4 e 5).
...ed il numero due dall'altro. L'uovo finalmente in incubatrice!
Posizionate le uova nella camera di incubazione (6) con il numero 1 ben visibile e rivolto verso l'alto. Chiudete il coperchio e lasciate il vostro ovetto riposare. Due volte al giorno le uova vanno girate di 180°, in maniera che il numero che si trovava in alto finisca in basso e viceversa. E' stato più volte suggerito di girare le uova più spesso, perché questo aumenterebbe la percentuale di schiusa. Tutto vero, ma dobbiamo considerare la nostra piccola incubatrice, che ci obbliga ad aprire il coperchio ogni qualvolta occorra girare le uova. Questo conduce ad abbassamenti periodici della temperatura alla lunga deleteri per gli embrioni. Così, nel nostro caso, risulterà più produttivo girare le uova solo due volte al giorno, esponendole ad un minor numero di sbalzi di temperatura, piuttosto che girarle più spesso ma raffreddandole di più.

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Passato un certo periodo (3-4 giorni per le uova a guscio bianco o molto chiaro, 6 per quelle a guscio bruno) andrà effettuata l'operazione della speratura. In pratica, cioè, con l'aiuto di una fonte di luce andremo a vedere se l'uovo è stato fecondato o meno, e se l'embrione al suo interno sta continuando il proprio sviluppo. In una stanza buia metteremo l'uovo in verticale, col polo ottuso verso l'alto, e lo illumineremo da sopra con una lampadina tascabile potente. L'uovo fecondato si riconoscerà perchè, a questo stadio, vedremo in controluce una sorta di "ragnetto" formato dal corpo del pulcino e dalle vene degli annessi embrionali. Più avanti andrà l'incubazione, più il contenuto dell'uovo fecondato diventerà scuro, lasciando vedere in alto solo una cupoletta chiara posizionata abbastanza rigidamente (la camera d'aria). Le uova non fecondate appariranno uniformemente chiare, o con una massa opaca rotondeggiante, o a forma di anello. Potrete toglierle verso il 7°-8° giorno.
Il pulcino inizia a rompere il guscio... ...e dopo qualche ora sarà pronto per vedere la luce!
Cureremo in questo modo le nostre uova per 17 giorni; poi, al 18° giorno opereremo due cambiamenti. Per prima cosa, aggiungeremo acqua anche nel secondo serbatoio del fondo (3 B); in secondo luogo, smetteremo di girare le uova. Attorno al 19°-20° giorno sperando le uova osserveremo un'aumento nelle dimensioni della camera d'aria, e probabilmente inizieremo a sentire pigolare il pulcino. Tra il 20° ed il 21° giorno, invece, l'uccellino forerà col becco il guscio dell'uovo (7). Non fatevi vincere dalla tentazione di aiutarlo aprendo il guscio: lo uccidereste quasi di certo. Dovrete aspettate: potranno passare anche 20-24 ore prima che l'uccellino si decida a rompere il guscio ed uscire. Solo se dopo 24 ore l'animaletto non sarà ancora emerso dal guscio potrete con delicatezza provare a dargli una mano. La ricompensa? Una nidiata di piccoli fagottini piumosi (8), pronta in un futuro prossimo a scorrazzare in pollaio. I pulcini dovranno rimanere 24 ore in incubatrice, prima di esser lasciati alle cure di una balia o allevati artificialmente, ma potranno esserne allontanati anche prima qualora disturbassero eccessivamente le uova non ancora schiuse, avendo cura di tenerli in una gabbia riparata e con una buona fonte di calore. Una volta terminato di usarla, l'incubatrice andrà lavata e pulita prima di esser riposta in attesa della prossima nidiata. E adesso buon lavoro, ed un in bocca al lupo gigante per tutte le vostre schiuse!


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Un pulcino a poche ore di vita, col piumino completamente asciugato.
I quattro piccoli Polverara dell'ultima covata dell'anno. Giusto due giorni prima che io mi sposassi, una nidiata di piccoli pulcini è venuta alla luce.

Avevo scelto di far riprodurre almeno una volta nell'anno Leonida, oramai l'unico gallo Polverara cui tenessi, per preservarne il prezioso patrimonio genetico: non volevo infatti che succedesse quanto accaduto con suo padre Ganimede, andatosene senza lasciare un solo discendente nel mio pollaio.

E mai - purtroppo - decisione si rivelò più saggia: un predatore ha infatti messo fine due settimane fa alla breve vita di Leo, morto a poco più di un anno di età. Delle 13 uova messe in incubarice, 8 si sono rivelate fertili, 2 non si sono mai schiuse e le restanti 6 hanno dato alla luce piccoli e meravigliosi pulcini. Di questi, due sono venuti a mancare nei giorni successivi, a causa di un problema agli arti. I rimanenti hanno oramai una ventina di giorni, e si apprestano a diventare bei pulcinotti. La mia speranza, ovviamente, è che vi sia almeno un maschio tra di loro - cosa probabile ma non certa. In caso contrario proverò a vedere se tra i nati estivi di Bruno Rossetto non vi sia per caso un galletto di Polverara figlio di Leo e "concepito" prima che Rossetto lo donasse a me.

La più bella delle figlie di Nerina.Nel frattempo, i piccoli della seconda covata sono cresciuti, e tra di loro pare esserci almeno una bella gallinella pronta a raccogliere l'eredità di mamma Nerina, venuta a mancare i primi giorni di settembre a causa della corizza.

Adesso, non mi resta che continuare a far crescere questi piccoli batufoli di penne e piume, sperando il prossimo anno di sentir nuovamente cantare un bel gallo.

Gallo o gallinella? Mistero! Foto di Andrea Mangoni.