La legatura delle viti col salice e le strope.

A febbraio, nelle nostre campagne, terminava di solito i lavori di potatura e di legatura delle vigne. I tralci prescelti venivano fissati ai fili, così come le viti se necessario venivano fissate ai pali o agli aceri, come abbiamo già raccontato. Mani nodose e ruvide lavoravano veloci, con superba maestria, fissando tutto abilmente con legacci assolutamente naturali: le strope e gli stropèi.

Con le strope si legavano le viti ai pali, con gli stropèi i tralci ai fili.


Oggi per lo più si usano fascette o legacci di plastica, ma un tempo ovviamente non era così. Tutti i legacci (e molto altro ancora) erano ottenuti da un albero straordinario, il salice da vimini (Salix viminalis), chiamato localmente stropàro. Quest'albero aveva enorme importanza nell'economia contadina. 

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Gli stropàri venivano coltivati lungo i fossi, assieme ai salici bianchi, detti selgàri, da cui si ricavavano pali e manici. Gli stropàri venivano capitozzati annualmente, trasformandosi con gli anni in veri mostri vegetali, simili a Idre mitologiche. La capitozzatura poteva essere bassa, a meno di un metro da terra, come capitava spesso in caso di siepi lungo le rive. Molti contadini ne piantavano anche uno a capo di ogni filare di vite, e in questo caso la pianta veniva capitozzata alta, anche sopra i due metri a volte. 


Stropàri (Salix viminalis) appena capitozzati.
In febbraio le piante venivano capitozzate. Dai rami si ricavavano legacci di due misure: le strope, più grosse e robuste, che servivano a legare le vigne ai pali, e gli stropèi, che invece erano ricavati da rami laterali lunghi e sottili e venivano usati per fissare i tralci ai fili. Tutti i rami erano lasciati in acqua per alcune settimane, in modo da facilitare la piegatura. 

Un filare di viti legate con strope e stropèi: una rarità al giorno d'oggi.
La legatura delle viti col salice era una pratica duratura: un legaccio poteva durare anche due anni, vista la grande resistenza alle intemperie.  


La legatura si effettuava avvolgendo una o due volte le parti da unire con il legaccio, quindi se ne intrecciavano le estremità e se ne ripiegava all'indietro la più lunga delle due, bloccandola contro la vite o il sostegno stessi.



Esistevano ovviamente diverse tipologie di nodi, con sottili variazioni di zona in zona. In alcuni casi ad esempio l'estremità del legaccio veniva fatta passare dentro al primo giro del legaccio, realizzando una sorta di legatura.


Ovviamente la legatura delle viti coi salici non era un'usanza solo veneta, ma era diffusa in tante parti della penisola, dove i legacci e il salice erano noti con altri nomi... vimine, vinghio, vechi, gurin... immutato restava ovunque l'uso che se ne faceva.

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La legatura della vite non era infatti l'unica funzione del vimini: strope e stropèi erano usati anche per fare l'impagliatura di alcune sedie, cesti e caponàre, o anche per realizzare delle... sferze con cui punire i bambini troppo cattivi!


Oggi nei grandi vigneti, di decine di ettari, è improponibile pensare di utilizzare ancora le strope. Ma all'interno di un vigneto familiare la legatura delle viti col salice può rivelarsi una pratica ancora sostenibile e anzi in grado di riavvicinarci alle tradizioni di un tempo ormai remoto, anche se vicino solo pochi decenni.



Ah, se mai ve lo foste chiesto: sì, sono le mie vigne. E sì, noi continuiamo a usare strope e stropèi, come una volta. Perché anch'essi, come gli alberi da cui li ricaviamo, sono un lascito delle generazioni che ci hanno preceduto. 

Un lungo silenzio. 
Sono mesi che non scrivo, e ricominciare è sempre difficile. 
Da dove dovrei partire? Forse dall'inizio. Forse da ciò che amo. Non ne sono sicuro.
Proviamoci, comunque.

Un anno lungo e complesso, questo 2017. Cambiamenti, impegni, nuove prospettive lavorative, nuovi ritorni di fiamma, una buona dose di stress e di sfortuna, un pizzico di frustrazione, tonnellate di resilienza, e poco, pochissimo tempo extra.



Continuerò ad allevare polli? Sì, o per lo meno ci proverò. Da quando ho iniziato, questo è stato l'anno più difficile e pieno di intoppi che mi sia capitato di affrontare. Ma in qualche modo ne siamo venuti fuori. Restano tante incognite, tante cose in sospeso, tanti aspetti da migliorare nell'allevamento. Ce la faremo? Di certo ci proveremo. Abbiamo qualche giovane Polverara interessante, un minuscolo gruppo di Boffa, tre tacchini per lavorare sulla livrea lilla. Ah, e delle belle nanette selvagge e indomite da allevare allo stato brado.



Lo scorso anno (e in quelli precedenti) abbiamo fatto fior di innesti. Tante vecchie varietà di alberi da frutto potrebbero iniziare a dare i loro primi frutti, quest'anno. Aspetteremo con ansia i risultati, così come quelli delle varietà orticole di cui abbiamo serbato i semi.

Due vasche-stagno hanno fatto la loro comparsa e il mio interesse per la vita dele acque dolci italiane si è risvegliata. Il prossimo anno tenteremo di coltivare e salvare parte del patrimonio genetico di tante specie animali e vegetali che un tempo abitavano i nostri fossati. E oltre a questo, dopo alcuni anni di stop ho rimesso a nuovo il mio vecchio acquario d'acqua dolce. Un vecchio amico che compie trent'anni e che mi ha tenuto compagnia per lustri, quando mi incolavo alle sue pareti di vetro per osservare la vita che conteneva. Spero di riuscire a trasformarlo di nuovo in uno scrigno di osservazioni ed emozioni. 


Ho incontrato rovine, quest'anno. Rovine fisiche, nel vero senso della parola. Rovine morali e spirituali, tracce di mondi che scompaiono e che mi vedono impotente osservatore della loro disfatta. Resto di fronte ad esse un osservatore che non sembre può riuscire a trovare tempo ed energie per salvarle. Forse quest'anno ha portato proprio questo: la consapevolezza e l'accettazione del limite, e un lento lenire la frustrazione che tale senso di impotenza comporta in me. Ama ciò che hai, dai il massimo, ma non fasciarti la testa per battaglie che non potrai mai vincere. Sappi riconoscere la sconfitta e convivi col fatto che non puoi riuscire a trovare il tempo per tutto.  



Il 2017 è finito, il 2018 inizia. Sono felice del senso di rinnovamento che porta con se questo finire. Sono felice del desiderio che sento di provare e impegnarmi, nuovamente, che sono insite in questo iniziare. 
Sono felice di investire ciò che sono in nuove e vecchie opportunità, di portare a compimento impegni passati, di terminare di scrivere storie che erano state solo abbozzate e a cui non era mai stato concessa una degna conclusione.
Viva la Fine. Viva l'Inizio. 
Buon 2018.