L'incubatrice Covatutto 54 Digitale Automatica di Novital

Siete alla ricerca di un'incubatrice per uova di gallina? Beh, dopo tanto tempo torno a recensire una macchina che vi darà ottime soddisfazioni se usata a dovere: si tratta della Covatutto 54 Digitale Automatica.

La Covatutto 54 Digitale Automatica di Novital è uno dei tanti modelli della linea Covatutto, che viene incontro alle differenti esigenze degli appassionati con modelli di capienza compresa tra 7 e 162 uova. La Covatutto 54 si propone come modello adatto all'allevatore che ha necessità di incubare medie quantità di uova, fornendo buone performances se usata correttamente.

La Covatutto 54 è dotata di una vaschetta per il rabbocco dell'acqua dall'esterno e di un motorino girauova da collegare al fondo a griglia su cui vanno posizionate le uova. Nelle Covatutto infatti le uova non sono ospitate in cestelli portauovo ma adagiate orizzontalmente su un piano. Sopra al piano sono montati dei separatori fissi (vedi foto a sinistra), tra cui si posizionano le uova. Il motorino, facendo slittare il fondo avanti e indietro, fa si che le uova (costrette tra i separatori) ruotino lungo il proprio asse longitudinale. La filosofia dietro questo approccio è quella di costruire un'incubatrice per uova di gallina che tratti il più possibile le uova proprio come farebbe... la gallina, appunto. 
Vi lascio intanto al video con le istruzioni per montare e usare al meglio la Covatutto 54. Subito sotto vi aspetto invece con dei consigli pratici per l'uso di questa macchina.


COVATUTTO 54: TRUCCHI E CONSIGLI
Nel video abbiamo visto come usare la covatutto 54 come incubatrice per uova di gallina. Ma per usarla al meglio, ricordate i seguenti punti. 
  • La Covatutto 54 presenta all'interno del corpo macchina una leggera coibentatura in polistirolo. Sebbene questo aiuti l'isolamento termico anche in condizioni più difficili, e le permetta di mantenere costante la propria temperatura interna più facilmente a altri modelli non coibentati di ditte diverse, per ottenere il massimo dei risultati fate lavorare la Covatutto solo in stanze con temperatura superiore ai 18°C e se possibile inferiore ai 26°C. 
  • Posizionate la macchina su un mobiletto basso o un tavolino, lontano da sole diretto e correnti d'aria, e mettete una lastra sottile di polistirolo sotto di essa. 
  • La Covatutto 54 tiene le uova in orizzontale, per cui il numero effettivo di uova che la macchina può contenere dipende dalla loro dimensione. La macchina è stata tarata con uova standard da incubatoio industriale di mm 40x50. Questo significa che se - come probabile - avete galline che fanno uova più grosse, ce ne staranno di meno; se allevate razze bantam ce ne staranno di più. Per intenderci, io sono riuscito a ospitarvi 43 uova di Polverara. 
  • Rabboccate sempre con acqua tiepida.
  • Al momento della schiusa, staccate il girauova dal fondo e posizionate quest'ultimo centralmente.
    Quindi provvedete a togliere i separatori lasciando solo i due più esterni. Per evitare che i pulcini nascendo possano cadere nel fondo della macchina o peggio nella vaschetta dell'acqua, posizionate lateralmente due separatori in orizzontale, in modo da impedire che ciò accada (vedi foto a destra). 
  • La Covatutto 54 ha una sola vaschetta per l'acqua. In pratica la macchina garantisce comunque un calo ponderale di peso dell'uovo adeguato nei primi 18 giorni, punr con un'umidità che può essere adeguata in schiusa. Poiché però l'umidità della stanza in cui incubate può giocare brutti scherzi, osservate con attenzione i primi nati: se vedete che qualche pulcino tende a restare incastrato nell'uovo e che le membrane dell'uovo stesso gli si seccano addosso, aggiungete un bicchiere d'acqua direttamente sul fondo dell'incubatrice.
  • come al solito, NON APRITE LA MACCHINA IN FASE DI SCHIUSA. Solo dopo 24 ore dall'inizio delle nascite, aprite la vostra incubatrice Covatutto per tirare fuori i piccoli oramai asciutti. 
Com'è andata l'avventura? Su 43 uova incubate, 3 chiare, 4 morti embrionali e 36 nati. Un tassso di schiusa del 90% con uova del mio allevamento (quindi che non avevano viaggiato, eccetera), quindi un ottimo risultato!
Della Covatutto 54 troverete 4 versioni in commercio: l'analogica semiautomatica, l'analogica automatica, la digitale semiautomatica e la digitale automatica, pronte a venire incontro alle esigenze di prsticità e di... tasca degli appassionati. 
Insomma, se cercate un'incubatrice per uova di gallina e se la curerete nei dettagli, la Covatutto 54 Digitale Automatica potrà dare anche a voi degli splendidi risultati. 

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La legatura delle viti col salice e le strope.

A febbraio, nelle nostre campagne, terminava di solito i lavori di potatura e di legatura delle vigne. I tralci prescelti venivano fissati ai fili, così come le viti se necessario venivano fissate ai pali o agli aceri, come abbiamo già raccontato. Mani nodose e ruvide lavoravano veloci, con superba maestria, fissando tutto abilmente con legacci assolutamente naturali: le strope e gli stropèi.

Con le strope si legavano le viti ai pali, con gli stropèi i tralci ai fili.


Oggi per lo più si usano fascette o legacci di plastica, ma un tempo ovviamente non era così. Tutti i legacci (e molto altro ancora) erano ottenuti da un albero straordinario, il salice da vimini (Salix viminalis), chiamato localmente stropàro. Quest'albero aveva enorme importanza nell'economia contadina. 

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Gli stropàri venivano coltivati lungo i fossi, assieme ai salici bianchi, detti selgàri, da cui si ricavavano pali e manici. Gli stropàri venivano capitozzati annualmente, trasformandosi con gli anni in veri mostri vegetali, simili a Idre mitologiche. La capitozzatura poteva essere bassa, a meno di un metro da terra, come capitava spesso in caso di siepi lungo le rive. Molti contadini ne piantavano anche uno a capo di ogni filare di vite, e in questo caso la pianta veniva capitozzata alta, anche sopra i due metri a volte. 


Stropàri (Salix viminalis) appena capitozzati.
In febbraio le piante venivano capitozzate. Dai rami si ricavavano legacci di due misure: le strope, più grosse e robuste, che servivano a legare le vigne ai pali, e gli stropèi, che invece erano ricavati da rami laterali lunghi e sottili e venivano usati per fissare i tralci ai fili. Tutti i rami erano lasciati in acqua per alcune settimane, in modo da facilitare la piegatura. 

Un filare di viti legate con strope e stropèi: una rarità al giorno d'oggi.
La legatura delle viti col salice era una pratica duratura: un legaccio poteva durare anche due anni, vista la grande resistenza alle intemperie.  


La legatura si effettuava avvolgendo una o due volte le parti da unire con il legaccio, quindi se ne intrecciavano le estremità e se ne ripiegava all'indietro la più lunga delle due, bloccandola contro la vite o il sostegno stessi.



Esistevano ovviamente diverse tipologie di nodi, con sottili variazioni di zona in zona. In alcuni casi ad esempio l'estremità del legaccio veniva fatta passare dentro al primo giro del legaccio, realizzando una sorta di legatura.


Ovviamente la legatura delle viti coi salici non era un'usanza solo veneta, ma era diffusa in tante parti della penisola, dove i legacci e il salice erano noti con altri nomi... vimine, vinghio, vechi, gurin... immutato restava ovunque l'uso che se ne faceva.

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La legatura della vite non era infatti l'unica funzione del vimini: strope e stropèi erano usati anche per fare l'impagliatura di alcune sedie, cesti e caponàre, o anche per realizzare delle... sferze con cui punire i bambini troppo cattivi!


Oggi nei grandi vigneti, di decine di ettari, è improponibile pensare di utilizzare ancora le strope. Ma all'interno di un vigneto familiare la legatura delle viti col salice può rivelarsi una pratica ancora sostenibile e anzi in grado di riavvicinarci alle tradizioni di un tempo ormai remoto, anche se vicino solo pochi decenni.



Ah, se mai ve lo foste chiesto: sì, sono le mie vigne. E sì, noi continuiamo a usare strope e stropèi, come una volta. Perché anch'essi, come gli alberi da cui li ricaviamo, sono un lascito delle generazioni che ci hanno preceduto. 

Un lungo silenzio. 
Sono mesi che non scrivo, e ricominciare è sempre difficile. 
Da dove dovrei partire? Forse dall'inizio. Forse da ciò che amo. Non ne sono sicuro.
Proviamoci, comunque.

Un anno lungo e complesso, questo 2017. Cambiamenti, impegni, nuove prospettive lavorative, nuovi ritorni di fiamma, una buona dose di stress e di sfortuna, un pizzico di frustrazione, tonnellate di resilienza, e poco, pochissimo tempo extra.



Continuerò ad allevare polli? Sì, o per lo meno ci proverò. Da quando ho iniziato, questo è stato l'anno più difficile e pieno di intoppi che mi sia capitato di affrontare. Ma in qualche modo ne siamo venuti fuori. Restano tante incognite, tante cose in sospeso, tanti aspetti da migliorare nell'allevamento. Ce la faremo? Di certo ci proveremo. Abbiamo qualche giovane Polverara interessante, un minuscolo gruppo di Boffa, tre tacchini per lavorare sulla livrea lilla. Ah, e delle belle nanette selvagge e indomite da allevare allo stato brado.



Lo scorso anno (e in quelli precedenti) abbiamo fatto fior di innesti. Tante vecchie varietà di alberi da frutto potrebbero iniziare a dare i loro primi frutti, quest'anno. Aspetteremo con ansia i risultati, così come quelli delle varietà orticole di cui abbiamo serbato i semi.

Due vasche-stagno hanno fatto la loro comparsa e il mio interesse per la vita dele acque dolci italiane si è risvegliata. Il prossimo anno tenteremo di coltivare e salvare parte del patrimonio genetico di tante specie animali e vegetali che un tempo abitavano i nostri fossati. E oltre a questo, dopo alcuni anni di stop ho rimesso a nuovo il mio vecchio acquario d'acqua dolce. Un vecchio amico che compie trent'anni e che mi ha tenuto compagnia per lustri, quando mi incolavo alle sue pareti di vetro per osservare la vita che conteneva. Spero di riuscire a trasformarlo di nuovo in uno scrigno di osservazioni ed emozioni. 


Ho incontrato rovine, quest'anno. Rovine fisiche, nel vero senso della parola. Rovine morali e spirituali, tracce di mondi che scompaiono e che mi vedono impotente osservatore della loro disfatta. Resto di fronte ad esse un osservatore che non sembre può riuscire a trovare tempo ed energie per salvarle. Forse quest'anno ha portato proprio questo: la consapevolezza e l'accettazione del limite, e un lento lenire la frustrazione che tale senso di impotenza comporta in me. Ama ciò che hai, dai il massimo, ma non fasciarti la testa per battaglie che non potrai mai vincere. Sappi riconoscere la sconfitta e convivi col fatto che non puoi riuscire a trovare il tempo per tutto.  



Il 2017 è finito, il 2018 inizia. Sono felice del senso di rinnovamento che porta con se questo finire. Sono felice del desiderio che sento di provare e impegnarmi, nuovamente, che sono insite in questo iniziare. 
Sono felice di investire ciò che sono in nuove e vecchie opportunità, di portare a compimento impegni passati, di terminare di scrivere storie che erano state solo abbozzate e a cui non era mai stato concessa una degna conclusione.
Viva la Fine. Viva l'Inizio. 
Buon 2018.