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Come dare l'ortica ai polli? Molti allevatori offrono questa pianta ai propri animali, ma non sempre gli avicoli la gradiscono. Oggi vedremo insieme appunto quali sono i modi migliori per somministrare l'ortica alle galline. 

L'ortica (Urtica dioica) è davvero la cenerentola degli orti: invasiva, detestata per i dolorosi incontri che regala a chi la sfiora, è una vera e propria bomba dal punto di vista nutrizionale: ricca di vitamine (B2, B3, A, K) e di sostanze utili (potassio, calcio, fosforo, magnesio).


In pollaio l'ortica è utilissima come integratore alimentare, specie d'inverno, visto che pare stimolare la ripresa della deposizione nelle galline. Come somministrarla? Abbiamo vari modi per farlo. Possiamo offrirne le foglie più tenere fresche e tagliuzzate finemente ai polli in gabbia di accrescimento o nei recinti, oppure possiamo lasciarla essiccare e sbriciolarla nel pastone. E ancora, possiamo sbollentarla e unirla sempre al pastone a base di pane o crusca, da fornire d'inverno agli animali. Troverete le indicazioni necessarie nel video che posto qui sotto. 



Tutto sta ad andare oltre al suo pungente abbraccio, dovuto alla presenza di sostanze urticanti nei tricomi, peli unicellulari che si rompono al contatto con un potenziale aggressore liberando le sostanze al loro interno. Ma nella lillipuziana foresta di peli velenosi e non che adombra fusto e foglie dell''ortica, una marea di insetti trova casa, dagli afidi agli imenotteri parassiti degli afidi stessi, fino ai bruchi di tante specie di farfalla.




LIBRI CONSIGLIATI

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Cesto tradizionale in salice


Pochi alberi sono stati più diffusi, nelle campagne venete, dello stropàro, il salice da vimini (Salix viminalis). Piantato lungo i fossi o in testa ai filari di viti, lo stropàro rappresentava per i nostri contadini un vero e proprio tesoro. Da esso infatti si ricavavano le stròpe, rami di un anno che si usavano per legare le viti ai sostegni, o gli "stropèi", rametti più piccoli con cui invece si fissavano i tralci ai fili durante la potatura. Si iniziava a febbraio, a raccoglierne i rami sottili e flessuosi e a riunirli in fascine, che spesso venivano lasciate direttamente a terra, vicino ai filari delle vigne. Dalle fascine i contadini tagliavano gli stropèi, i rami sottili, e con gesti rapidi e sicuri legavano rami e tronchi. Erano estremamente solidi, gli stropèi: le legature fatte con essi duravano un anno o due senza problemi, e quando si rompevano bastava lasciarli sul prato, dove si sarebbero decomposti senza creare danno alcuno.



Del resto gli stròpari avevano più di una funzione, e non solo per l'uomo. Capitozzati e ceduati ogni anno, ben presto formavano tronchi contorti e bitorzoluti, ricchi di cavità e anfratti che offrivano riparo a mille specie diverse di animali: cinciallegra e passera mattugia vi facevano il nido, in primavera, mentre l'assiolo preferiva le cavità dei più grandi tronchi dei selgàri, i salici bianchi (Salix alba), piantati per ricavarne palerie. Nella rosura all'interno del tronco si stabilivano formiche, cetonie, persino il raro Osmoderma eremita. E poi ancora ramarri che si arrampicavano sul tronco, merli che intrecciavano i nidi alla base dei rami, dove questi crescevano più fitti, cerambici odorosi che ne minavano il legno e che i nostri nonni usavano per profumare il tabacco. Un microcosmo intero racchiuso in un solo albero.
Ma ovviamente coi salici non si facevano solo legacci. Le stròpe raccolte, lasciate seccare e poi riammorbidite lasciandole nell'acqua dei fossi venivano usate per produrre cesti e contenitori di varie dimensioni, che servivano per la raccolta dell'uva così come in cucina, o ancora per fare caponàre e gabbie per gli animali da cortile. Un tesoro di albero, dicevo, che - con lo scomparire del mondo rurale - si è certamente rarefatto ma che ancora resiste, lungo fossati e siepi, memore dei secoli passati. Perché - ricordiamolo, questi salici erano riprodotti per talea, coi figli e i nipoti che prendevano un ramo dello stropàro piantato da nonni e papà per farne un nuovo esemplare, e continuare la tradizione. E così, secolo dopo secolo, abbiamo realizzato cloni, copie dei salici da vimini che già gli antichi Veneti ai tempi dei Romani coltivavano allo stesso modo. Esseri viventi che vivono da centinaia di anni, passando di generazione in generazione, di mano in mano, di contadino in contadino, fino ad arrivare a noi, alle nostre campagne, ultima rappresentazione - e forse la più concreta - del concetto di immortalità.



Dicembre per il frutteto sembra un periodo vuoto e triste. Ma a portare uno sprazzo di colore nel grigiore invernale ci sono i cachi (Diospyros kaki), che col loro arancio vivo trasformano i propri rami spogli in alberi di Natale, pronti per la festa. In verità, in questa stagione, di frutti sui rami ne sono rimasti ben pochi. Gli uccelli infatti li hanno depredati, beccandoli, forandone la buccia e svuotandoli. Eppure, anche quando cadono, mantengono la propria bellezza: traslucidi e solcati da venature brune, sembrano dolci glassati di fresco che, aperti, rivelino al proprio interno una sorgente di braci rosse. Gli uccelli, dicevo. Si, gli uccelli apprezzano forse più di chiunque altro i cachi maturi. Non appena la polpa diventa appena più tenera si alternano appesi ai rami per rubacchiarla attraverso gli squarci che i loro becchi causano sulla buccia. Nel mio frutteto sono soprattutto merli, cinciallegre e codibugnoli a goderne, tanto che raramente qualche frutto resta ancora sui rami a fine dicembre.
In effetti, quando sono andato per scattare qualche foto, solo un frutto resisteva ancora integro sui rami, in alto, nascosto da una selva di ramoscelli sottili, quasi che l'albero volesse proteggere con mani grinzose l'ultimo dei suoi gioielli dall'ingordigia dei pennuti. Proveniente dall'oriente, coltivato da più di 2000 anni, era notissimo per le molte virtù.



Per i permacoltori esso è una vera miniera d'oro: richiede pochissime cure, si adatta anche a climi moderatamente rigidi, produce frutti in una delle stagioni più avare e non ha bisogno di trattamenti contro parassiti o altro: può essere invece utile una periodica fertilizzazione aggiuntiva, specie negli anni in cui frutti sono numerosi, per evitarne la cascola estiva. L'albero di cachi ha un altro grande vantaggio: le grosse foglie carnose, cadute al suolo, si trasformano in humus arricchendo il terreno sottostante la pianta e rendendolo adatto anche a coltivare alla sua ombra frutti di bosco come more e lamponi. Ma anche in pollaio la sua utilità si fa sentire.
Nel recinto dei polli, infatti, l'albero di cachi svolge sia il ruolo di riparo che di... "mangiatoia". In estate produce una bella ombra fitta che rinfresca gli animali, mentre d'inverno i polli che dormono tra i suoi rami hanno modo di becchettare i frutti maturi. In effetti, ora che gli animali sono chiusi in recinto, cerco sempre di fornire loro alcuni cachi: ricchi di vitamine B e C, betacarotene, potassio, proteine, con un minimo apporto calorico, questi frutti son delle vere e proprie bombe nutrizionali in questa stagione in cui anche il pascolo è poco generoso. E ovviamente questi scrigni di bontà non sono buoni solo per i polli: raccolti ancora sodi e fatti maturare in casa, magari tra le mele, quando diventano morbidi possono essere tagliati in due e svuotati con un cucchiaino, magari dopo averne cosparso la polpa con un po' di cacao in polvere. E così i cachi vi daranno ancor più motivi per spingevi a coltivarli nel vostro frutteto, portando in un grigio inverno una ghirlanda arancione.


Una zucca nell'orto autunnale.

Alla fine è arrivato l'autunno. Si è fatto preannunciare da giornate piovose, albe fredde, colori caldi e atmosfere rarefatte. Le zucche che quest'anno abbiamo piantato nell'orto si sono fatte enormi. Acquistate come zucche butternut, hanno assunto tutt'altre caratteristiche. Aspetteremo quindi il momento dell'assaggio per capire se siano buone o meno. 

I frutti del melograno.

I melograni hanno fatto pochissimi frutti, che ora iniziano anche a spaccarsi, lasciando intravedere i semi come piccoli rubini rossi al loro interno. 

Galline Polverara al pascolo.

Le mie galline di Polverara sono al momento al pascolo. Per me un ottimo modo di risparmiare sulla dieta e riuscire a non attrarre roditori, per loro una vita certamente più sana e con la possibilità di becchettare gli ultimi chicchi d'uva e i cachi caduti dagli alberi. 

I cachi, attaccati dagli insetti.

Già, i cachi. Mai come quest'anno essi sono stati vittime delle cimici asiatiche, che le hanno rovinate e che hanno aperto poi la strada agli attacchi di altri insetti, come cetonie e vespe. Sulle loro ferite banchettano poi mosche, vanesse Atalanta e vanesse Io, che nelle giornate di sole sembrano scuri fiori colorati tra le foglie scure. 

Gli Aster o settembrini

Sul confine dell'orto i cespugli di Aster stanno mostrando tutta la bellezza delle loro fioriture viola e ciclamino. Talamo nuziale per farfalle e falene, terreno di caccia per formiche e opilioni, i settembrini presto verranno spostati, al termine dei lavori che vedranno l'orto completamente rinnovato. 

Il mais da pop-corn nell'orto.

Quest'anno ho piantato tardissimo il mais da pop-corn, perché avevo perso il sacchetto contenente i semi. Riusciranno a maturare le pannocchie? Le piante sono ancora per lo più ben verdi. Sarà il caso di costruire loro attorno una serra in tessuto non tessuto?

L'infiorescenza di Solanum torvum.

Da una pianta di melanzane spettatasi col vento è nata una splendida pianta di Solanum torvum, che ne era il portainesto e che ora mostra infiorescenze bianche e gialle di aspetto delicato, molto in contrasto con il vigore dell'arbusto ormai più alto di me. Lo proteggerò dal gelo e il prossimo anno lo reinnesterò in modo da avere più varietà di solanacee da una sola pianta. 

I pomodori a fine ciclo vitale.

Nell'orto le piante di pomodoro sono secche e avvizzite, ma alcune portano ancora le ultime bacche gialle e rosse, ormai avvizzite e rovinate. Non resta che toglierle, dando ai polli al pascolo gli ultimi frutti rossi da becchettare. 

Le ultime piante di bieta.

Tra l'erba alta sono spuntate delle piante di bieta, ricacci vigorosi di quelle che abbiamo tagliato e cucinato mesi fa. Poca cosa, certo, ma anche loro finiranno presto su una padella sfrigolante con aglio, olio e sale. 


Le ultime piante di porro.

Infine, le due ultime piante a esser colte nell'orto saranno i porri. Saporiti, perfetti per soffritti e frittate, alla loro dipartita l'erba verrà tagliata, il terreno pulito e fresato, e l'orto infine resterà silente per tutto l'inverno. ne cambieremo infatti forma e dimensioni, per renderlo più adatto alle esigenze della nostra famiglia. 
L'autunno è arrivato, e con esso tanti piccoli e grandi lavori da iniziare e da finire. 


Nel giardino della casa dei nonni di mia moglie, per una trentina di anni o più, questa pianta di erba luisa (Aloysia citriodora) aveva continuato a crescere. Incurante dell'abbandono della casa da parte dei proprietari, rischiava però di essere sommersa da erbacce e rampicanti. Così, alcuni anni fa, decisi di trapiantarne l'enorme (per la specie) fusto in un grande vaso e di tentare di portarla con noi, per evitare che questa eredità dei nonni di mia moglie venisse a mancare. Le sue foglie, sottili come quelle del salice ma dal verde tenero acceso, al solo venir urtate rilasciano un profumo intensissimo di limone. Una vera meraviglia per i sensi. Quest'anno vorrei provare da un lato a riprodurla per talea, e dall'altro a ricavarne un liquore o aromatizzare una grappa, usi per cui questa pianta è famosa. Ma ne farò seccare anche alcune cime fiorite e foglie, per usarle in decotti questo prossimo inverno, ai primi segni di malattie respiratorie. Insomma, una pianta antica, preziosa eredità vivente di una delle nostre famiglie d'origine.

Un coltellino da innesti, a sinistra, e una roncola, a destra.

Abbiamo già parlato in passato dell'innesto, una pratica agronomica volta a unire la parte aerea di una pianta di cui ci interessano i prodotti con la parte ipogea di un'altra pianta affine. In generale, in frutticoltura si usa innestare gli alberi da frutto per salvaguardare le varietà e moltiplicarle in purezza, avendo a disposizione materiale di partenza sempre molto uniforme in termini di performance e qualità. 
Esistono molti tipi di innesto: a spacco, a doppio spacco inglese, a occhio, a triangolo. Oggi vorrei parlarvi dell'innesto a corona, utile soprattutto in caso si abbia un albero già grandicello di cui si voglia sostituire totalmente o parzialmente la varietà dei frutti prodotti.

Fiori di Pesco Lorenzino.
L'innesto a corona si chiama così anche perché si possono innestare (al pari di quello a triangolo) due, tre o più marze su un tronco abbastanza grosso. Può però essere