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Un guizzo nero e lucido tra l'erba, attira la mia attenzione, e faccio appena a tempo a d allungare la mano prima che sia troppo tardi: riesco a catturare il giovane biacco (Hierophis viridiflavus) a pochi centimetri dal recinto delle galline. Se fosse entrato, i polli gli avrebbero riservato una morte veloce e dolorosa, e da predatore il serpentello si sarebbe trasformato in preda. Sono felice di essermi accorto in tempo di lui e di averlo salvato, perché il biacco è uno degli animali più utili per l'orto e il pollaio: buona parte della sua dieta è costituita infatti da roditori e la sua efficacia nel predare topolini e giovani ratti, così nocivi per le verdure e pericolosi per gli avicoli, è proverbiale. 



In Italia è chiamato comunemente milord o carbonasso, nome quest'ultimo legato soprattutto alla sottospecie carbonarius, caratterizzata (come il mio esemplare) da una livrea quasi totalmente nera con pochi disegni bianchi. I giovani del biacco sono invece caratterizzati da una livrea grigia con la testa nera e gialla, con una livrea che ricorda molto le giovani bisce d'acqua del genere Natrix. Quando in settembre nascono dalle uova deposte a luglio dalle femmine, i giovani biacchi si rifugiano frequentemente nei dintorni delle case e finiscono per essere preda dei gatti e dei cani. È un peccato, anche perché come tutti i rettili italiani il biacco è una specie protetta.
Intanto il mio piccolo amico è scampato alla morte - almeno per ora! - e potrà continuare a cacciare nella mia campagna indisturbato, speriamo a lungo.




LIBRI CONSIGLIATI
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Gruppo di Protatia speciosissima


Un cupo ronzio nell'aria e uno scintillio metallico preannunciano l'arrivo della più grossa cetonia italiana, una Protaetia speciosissima, all'albero di mele che si trova nel mio orto. La sua metà è ben precisa: un pomo colpito, come tanti, dalle sgradite attenzioni della cimice asiatica (Halyomorpha halys). Laddove la cimice punge il frutto la polpa tende a marcire, e stavolta la fermentazione che si è venuta a produrre ha fatto sì che vi si radunassero innumerevoli Protaetia, attratte dall''aroma zuccherino e alcolico. Indaffarate a cercare di affondare il capo a forma di vanga nella polpa, le cetonie rifulgono al sole come smeraldi, simili a minuscoli e sgargianti avventori di un pub ebbri di sidro. Alcune, sufficientemente sobrie, trasformano l'occasione in un incontro amoroso e si accoppiano nel sole del pomeriggio, come amanti ubriachi, pronti a dar vita alla prossima generazione dopo il pasto abbondante e inaspettato.

Gruppo di Protatia speciosissima




Stavo cercando tutt'altro. Come spesso accade, le cose che ci fanno più pensare ci arrivano per caso, mentre siamo in tutt'altre faccende affaccendati. Cercavo delle determinate foto, che ovviamente non ho trovato, in un vecchio hard disc, quando in una cartella di file ho trovato un piccolo tesoro: le scansioni di alcune vecchie foto della famiglia di mia madre. Alcune le conoscevo, le avevo già viste più volte; altre invece non le ricordavo affatto. E così mi trovo a pensare alle radici mie e della mia terra. Dalle foto i miei zii e mia madre, giovanissimi e belli, mi guardano sorridenti. Mia nonna è luminosa nel sole, mentre lo stesso sole scolpisce i volti di mio nonno e dei miei bisnonni, che sembrano usciti da una tavola di Mike Mignola. Attorno a loro la campagna, inondata di luce, i filari di salici in lontananza. La stessa campagna che fa loro da cornice in quasi tutte le foto, così come era nella realtà il palcoscenico di tutte le loro storie, piccole e grandi, vive e intense.

Quella campagna rappresentava la vita per i miei nonni, Pietro ed Elvira, così come lo era stata per i miei bisnonni. Lavoravano in campagna, indefessamente, spesso tornando a casa la sera in tempo per apparecchiare la cena e tornando poi nei campi, dopo aver messo a letto i figli, per finire i lavori più urgenti alla luce della luna.



Era una campagna certamente non facile da gestire, ma che portava in sé decine di generazioni di vite di contadini. I fossi, le siepi, le carreggiate esistevano invariate da secoli. Già apparivano uguali, così come i loro confini, nelle mappe del XVII secolo. Ma della storia antica i miei nonni non sapevano nulla: conoscevano invece tradizioni, pratiche, tecniche e usi tramandati dai loro avi. E parte di quel bagaglio lo avrebbero trasferito a loro volta ai propri figli.
Già, i loro figli, che avrebbero poi intrapreso strade diverse che li avrebbero portati lontani, in un modo o nell'altro, da quel mondo in cui le vigne e i covoni caratterizzavano il panorama quanto i filari di salici e i fossati. In queste foto ritrovo le mie radici, la mia famiglia, la campagna che amo. Un lascito, un'eredità cui mi sento legato come a poche altre cose. Ritrovo anche mia mamma, un batuffolo biondo perso tra le margherite, sotto le viti; e proprio oggi, che festeggio il mio compleanno, rivedere lei e i miei familiari in quelle vecchie foto mi scalda il cuore, e mi ricorda chi sono, da dove vengo e il legame con la mia terra. Un regalo prezioso, in un giorno come questo.
A tutti voi buon anno, amici.



Ranunculus acris


Novembre - diciamocelo - non è esattamente prodigo di fioriture. Poche sono le specie che si sono attardate così tanto da offrire i loro calici alle ultime giornate di sole, ma essendo arrivate tardi le prime gelate alcune piante ci stupiscono ancora con macchie di colore inattese, a volte da cercare col lumicino tra la vegetazione morente, altre volte invece fieramente svettanti sulle foglie secche. È il caso del ranuncolo comune (Ranunculus acris), che mostra i suoi fiori gialli incurante del fatto che la primavera e l'estate siano passati da un pezzo. I suoi piccoli frutti sono costituiti da acheni lisci ammassati a formare quella che sembra una minuscola pigna, prima verde e poi marrone. I fiori, di un giallo quasi fluorescente, sono piccoli e semplici, con 5 petali. Tutta la pianta è velenosa, e il bestiame tende ad evitarla. Ma in questa stagione i suoi fiori, quando presenti, lo fanno sembrare un piccolo re incoronato d'oro. 

Silene alba

Totalmente diversi sono i fiori candidi della Silene alba, che in questa stagione nei miei campi sono davvero poco comuni. Questa pianta è conosciuta in dialetto come "réce de liègore", ovverosia "orecchie di lepre", nome col quale è ben conosciuta in quanto veniva attivamente ricercata a fini culinari. La Silene alba infatti è una stretta parente dei carletti o strigoli (Silene vulgaris), e come questi ultimi se ne consumano le foglie giovani, prima della fioritura, scottandole in padella con aglio, olio e sale, oppure utilizzandole in zuppe e minestre. Ma per ora, passato il momento magico del raccolto, non resta che ammirarne gli ultimi candidi fiori. Totalmente diversa per forma e portamento è l'erba morella (Solanum nigrum), una solanacee infestante che da tarda estate a tutto l'autunno sfoggia sulle foglie nerastre piccoli fiori bianchi e gialli che ricordano - non a caso - quelli di pomodori, patate e melanzane, suoi parenti prossimi. Al contrario di questi ultimi però l'erba morella sembra essere tossica, anche se in alcune parti del mondo pare ne siano presenti sottospecie commestibili le cui bacche nere sono regolarmente utilizzate. Ma non è il caso di provarci con la varietà presente nei nostri campi: potrebbe portare a una intossicazione più o meno grave. In compenso, pare che dall'incrocio di questa pianta con i pomodori si sia ottenuta una varietà di ciliegino neri ricchi in antociani. Insomma, in qualche maniera pare che abbiamo trovato modo di farne uso. In ogni caso, per ora, resta una delle ultime piante a ingentilire la campagna coi propri fiori.


Solanum nigrum


Una zucca nell'orto autunnale.

Alla fine è arrivato l'autunno. Si è fatto preannunciare da giornate piovose, albe fredde, colori caldi e atmosfere rarefatte. Le zucche che quest'anno abbiamo piantato nell'orto si sono fatte enormi. Acquistate come zucche butternut, hanno assunto tutt'altre caratteristiche. Aspetteremo quindi il momento dell'assaggio per capire se siano buone o meno. 

I frutti del melograno.

I melograni hanno fatto pochissimi frutti, che ora iniziano anche a spaccarsi, lasciando intravedere i semi come piccoli rubini rossi al loro interno. 

Galline Polverara al pascolo.

Le mie galline di Polverara sono al momento al pascolo. Per me un ottimo modo di risparmiare sulla dieta e riuscire a non attrarre roditori, per loro una vita certamente più sana e con la possibilità di becchettare gli ultimi chicchi d'uva e i cachi caduti dagli alberi. 

I cachi, attaccati dagli insetti.

Già, i cachi. Mai come quest'anno essi sono stati vittime delle cimici asiatiche, che le hanno rovinate e che hanno aperto poi la strada agli attacchi di altri insetti, come cetonie e vespe. Sulle loro ferite banchettano poi mosche, vanesse Atalanta e vanesse Io, che nelle giornate di sole sembrano scuri fiori colorati tra le foglie scure. 

Gli Aster o settembrini

Sul confine dell'orto i cespugli di Aster stanno mostrando tutta la bellezza delle loro fioriture viola e ciclamino. Talamo nuziale per farfalle e falene, terreno di caccia per formiche e opilioni, i settembrini presto verranno spostati, al termine dei lavori che vedranno l'orto completamente rinnovato. 

Il mais da pop-corn nell'orto.

Quest'anno ho piantato tardissimo il mais da pop-corn, perché avevo perso il sacchetto contenente i semi. Riusciranno a maturare le pannocchie? Le piante sono ancora per lo più ben verdi. Sarà il caso di costruire loro attorno una serra in tessuto non tessuto?

L'infiorescenza di Solanum torvum.

Da una pianta di melanzane spettatasi col vento è nata una splendida pianta di Solanum torvum, che ne era il portainesto e che ora mostra infiorescenze bianche e gialle di aspetto delicato, molto in contrasto con il vigore dell'arbusto ormai più alto di me. Lo proteggerò dal gelo e il prossimo anno lo reinnesterò in modo da avere più varietà di solanacee da una sola pianta. 

I pomodori a fine ciclo vitale.

Nell'orto le piante di pomodoro sono secche e avvizzite, ma alcune portano ancora le ultime bacche gialle e rosse, ormai avvizzite e rovinate. Non resta che toglierle, dando ai polli al pascolo gli ultimi frutti rossi da becchettare. 

Le ultime piante di bieta.

Tra l'erba alta sono spuntate delle piante di bieta, ricacci vigorosi di quelle che abbiamo tagliato e cucinato mesi fa. Poca cosa, certo, ma anche loro finiranno presto su una padella sfrigolante con aglio, olio e sale. 


Le ultime piante di porro.

Infine, le due ultime piante a esser colte nell'orto saranno i porri. Saporiti, perfetti per soffritti e frittate, alla loro dipartita l'erba verrà tagliata, il terreno pulito e fresato, e l'orto infine resterà silente per tutto l'inverno. ne cambieremo infatti forma e dimensioni, per renderlo più adatto alle esigenze della nostra famiglia. 
L'autunno è arrivato, e con esso tanti piccoli e grandi lavori da iniziare e da finire. 

Giovane assiolo (Otus scops)


Quest'anno, durante il lockdown, le notti di Camponogara risuonavano del canto monotono e leggermente lugubre del più piccolo gufo italiano, l'assiolo (Otus scops). I nostri nonni lo chiamavano, qui nel Veneziano, "El ciò", e gli avevano dedicato una breve filastrocca: "Ciò, Ciò, no xè pì ora de 'ndare filò".

E a furia di cantarla, questa filastrocca deve aver fatto effetto: l'assiolo infatti è ora piuttosto raro e localizzato, ed non è così comune incontrarlo. Eppure laddove persistono alberi cavi e vetusti, e parchi ben strutturati, può capitare ancora di sentirlo: il suo canto ad esempio si può ancora udire a Venezia, città molto più verde di quanto si crederebbe. 

Immobile, sarebbe scambiato per un ceppo... se non avesse gli occhi!

E anche a Camponogara a quanto pare è tornato, visti i noiosi concerti notturni di questa primavera. Non solo, l'assiolo ha pure nidificato, come dimostra questo pullo rinvenuto oggi da alcuni ragazzi in pieno centro città. Il giovane rapace non aveva però bisogno di aiuto: era caduto a terra nel corso dei primi tentativi di volo tipici di questa specie. Ho quindi provveduto a costruire una cassettina in legno in cui adagiarlo, cassetta che poi ho posizionato su un lato riparato del tronco dell'enorme Pioppo che probabilmente ne ha ospitato il nido. I genitori potranno così continuare a nutrirlo, e lui, sempre più abile e forte, presto si involerà definitivamente, pronto a lanciare il proprio stridulo richiamo nelle notti estive.

Meraviglia.



Immobile lungo lo stelo di una pianta di finocchio, il giovane bruco di macaone (Papilio machaon) attende di fare la muta che gli permetterà di cambiare livrea. Un tempo era facile vederli negli orti, dove si cibavano di foglie di ombrellifera (come le carote, il prezzemolo e - appunto - il finocchio) senza del resto arrecare comunque danni rilevanti. Ora incontrarli è diventato più raro ma certamente restano uno degli ospiti selvatici più belli e affascinanti che i nostri orti possano ospitare. Se volete aumentare le possibilità di vederlo, piantate ruta, carote e finocchietto in qualche angolo del giardino, e se sarete fortunati qualche macaone potrebbe decidere di deporvi le uova.

Nel giardino della casa dei nonni di mia moglie, per una trentina di anni o più, questa pianta di erba luisa (Aloysia citriodora) aveva continuato a crescere. Incurante dell'abbandono della casa da parte dei proprietari, rischiava però di essere sommersa da erbacce e rampicanti. Così, alcuni anni fa, decisi di trapiantarne l'enorme (per la specie) fusto in un grande vaso e di tentare di portarla con noi, per evitare che questa eredità dei nonni di mia moglie venisse a mancare. Le sue foglie, sottili come quelle del salice ma dal verde tenero acceso, al solo venir urtate rilasciano un profumo intensissimo di limone. Una vera meraviglia per i sensi. Quest'anno vorrei provare da un lato a riprodurla per talea, e dall'altro a ricavarne un liquore o aromatizzare una grappa, usi per cui questa pianta è famosa. Ma ne farò seccare anche alcune cime fiorite e foglie, per usarle in decotti questo prossimo inverno, ai primi segni di malattie respiratorie. Insomma, una pianta antica, preziosa eredità vivente di una delle nostre famiglie d'origine.



31 dicembre. Dopo mesi riesco a prendermi il tempo per fare due passi in campagna con la macchina fotografica. Niente lavori da fare. Niente corse. Un'ora di pace. Una sola compagna, Diana, sempre al mio fianco. Dopo l'incidente dello scorso anno, in cui una macchina l'ha investita, si è ripresa a meraviglia nonostante l'età. E si, non si chiama più Virgola. Ha vinto mio papà, e lei lo idolatra. 


Prima di varcare il cancello l'occhio cade sulla cassetta nido fissata all'albero di caki. Questa primavera, dopo tanti anni passati in attesa, la cassetta è stata abitata da una coppia di cinciallegre e dalla loro prole. Era un mio desiderio, piccolo ma antico, e vederlo realizzato è stata una gioia imprevista in un anno avaro di soddisfazioni agresti. 


L'erba è bagnata e profumata. Qua e la svettano gli ultimi pappi del tarassaco, fittamente imperlinati di brina disciolta. Il passaggio di Diana, imperterrita, li piega e ne disperde tra gli steli i candidi semi bagnati e appesantiti. 


Trai rami degli alberi, in lontananza, spiccano i nidi abbandonati delle gazze. Non se ne erano mai visti negli ultimi vent'anni. Ora ci sono loro, ma sono spariti quelli dei merli, un tempo comuni tra le vigne.


Già, le vigne. Che dormono serene in attesa di un traumatico febbraio, quando saranno potate e legate. Le vigne di Merlot che speravo di reinnastare con la Curbinea, senza successo. Le vigne di mio nonno, ogni anno decrepite, ogni anno giovani e fresche.


Mi avvicino ai fossati. I vecchi fossati della mia terra. Sono pieni d'acqua, ma per quanto durerà? Quest'anno riusciranno a mantenere il loro prezioso contenuto per tutta la primavera? 
I salici capitozzati si rispecchiano sulle acque ferme. I loro rami spogli sembrano radici che sprofondano e si ancorano in un cielo azzurro. Tra poche settimane metteranno foglie tenere e luminose, delicate e prorompenti. Non vedo l'ora di rivederle scintillare argentee al sole.


Le foglie delle roverelle e i semi degli aceri campestri, rimaste appese ai rami nudi, brillano controsole, mostrando i più fini dettagli della loro struttura. Mi fermo alla concimaia, delimitata da vecchie travi. Ne sposto una per rimetterla dritta, e scopro sotto di essa un lucido e brunito rospo smeraldino (Bufotes viridis) accovacciato in una tonda cavità, immerso in un profondo letargo. Sogna? E cosa? Rimetto al suo posto la trave. Fai buon riposo, e torna a rallegrare la campagna coi tuoi cori, in primavera. 


Torno verso casa. Lungo la carreggiata, controsole, le gocce sugli steli delle erbe riflettono un mondo capovolto. Ondeggiano al vento, e quando Diana urta l'erba quei minuscoli mondi esplodono in una miriade di sprazzi di luce.


Chiudo il cancello della campagna. Sul muretto un microscopico mondo sembra illuminato dalle gocce. Gli sporangi dei muschi sembrano minuscoli, curiosi alieni. 



Buon anno. Buon anno dai mondi capovolti, da quelli addormentati, da quelli minuscoli e da quelli alieni. Buon anno dalla mia campagna antica che ogni anno decide di rinnovarsi. Buon anno anche da me, che spero di esser degno di queste meraviglie e della vostra compagnia. 

Buon anno. 



Dove sono andato? 
Non scrivo qui da lungo tempo. Me ne dispiace, ma sebbene negli ultimi mesi gli impegni siano stati soverchianti... Non ho smesso di scrivere. Ma forse è meglio iniziare dal principio. 

I social prendono buona parte del mio tempo online. Se un blog, come un libro, è prima di tutto una comunicazione unidrezionale e secondariamente bidirezionale, i Social Network sono decisamente l'opposto. Su Facebook, ad esempio, sono in contatto con tanti di voi e con centinaia di altri appassionati. Qui oltre a contenuti interessanti posso condividere con maggiore immediatezza anche la mia quotidianità e rispondere ai vostri quesiti. Mi trovate qui: https://www.facebook.com/andrea.mangoni.



Dallo scorso anno ho formalizzato la mia collaborazione con una ditta che dal 1976 produce incubatrici e materiale per l'avicoltura, la NOVITAL. Era una ditta che conoscevo per averne usato per oltre 10 anni la piccola incubatrice Covatutto 16. Dal maggio del 2017 ho iniziato a lavorare con loro, curando l'aspetto divulgativo e realizzando articoli, post e infografiche relativi a temi inerenti gli avicoli e il loro mondo. Potremo ritrovarci quindi su Novital.it e sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/Novital.Italia/



Non solo Novital, però. Ho iniziato a collaborare anche con un blog fatto da ragazzi estremamente appassionati, TuttoSulleGalline, che tratta a 360° il mondo attorno a questi pennuti. Anche per loro ho iniziato a realizzare una serie di articoli specifici su questi argomenti. Il loro sito? https://www.tuttosullegalline.it/.



Quindi? Smetterò di scrivere qui?
No.
Magari non scriverò più di avicoltura quanto prima, ma cercherò di continuare a parlarvi di biodiversità, di tradizioni, di natura e soprattutto della mia campagna, sempre più parte di me, sempre più un impegno cui non voglio rinunciare, esattamente come non voglio rinunciare a questo blog che mi accompagna da così tanti anni e che oramai è parte di me e della mia storia. 



Ci troveremo quindi, ancora, a discutere di tanti argomenti. Se vi va, continuate a seguirmi anche nelle mie nuove avventure sui siti di Novital e di TuttoSulleGalline, o sulle pagine dei social network. 
Vi aspetto. 
Buona giornata e buona Vita a tutti voi.  

Negli ultimi anni mi è capitato più volte di aver necessità di cedere, per motivi logistici (spazio) ed economici (spese di gestione) alcuni dei miei animali, nella fattispecie quei capi che andavo a scartare dalla selezione compiuta. In questo modo sono però entrato in contatto con un mondo che credevo inesistente, popolato da una creatura degna di un manuale di criptozoologia: l'acquirente improbabile. Vista la notevole panoplia di comportamenti registrati, permettetemi il lusso di un piccolo post polemico sull'argomento. 

  1. Ciao, mi puoi dare gratis un animale? Visto che tu allevi ceppi così rari, sarai certo contento di darli via gratis pur di diffonderli! Già, certo. Perché io devo per forza essere felice di cedere animali che comunque sono frutto di anni di sacrifici, sforzi e selezione al primo che mi scrive, persona di cui non consoco le doti come allevatore, la serietà, la passione, in poche parole nulla... vero? Ok, se era una prova per il tuo provino per Zelig mi va benissimo, ma se parlavi seriamente è meglio che ricalcoli i tuoi obiettivi. La mia filosofia è quella
Fiori di pesco Lorenzino. Foto Andrea Mangoni.
Finalmente, ieri, è arrivata. 
L'aspettavo con ansia, come si aspetta una vecchia amica al ritorno da un lungo viaggio, con la segreta speranza che porti con se qualche piccolo regalo. 
E la pioggia è giunta portando con sé foglie umide ricoperte di gocce scintillanti, il profumo della terra e dell'erba bagnate, il rumore soffice e soffuso dell'acqua sui tetti. 
Solo dieci giorni fa la primavera dava prova di sé con un sole caldo e battente e temperature quasi estive. E nella mia campagna tutto di muove.

I peschi Lorenzini in fiore. Foto Andrea Mangoni.

Gli alberi da frutto sono in piena fioritura: i peschi Lorenzini, le susine e le albicocche, così come le ciliege. Le fioriture intense e colorate, come nuvole bianche e rosee nel cielo terso, ora iniziano a lasciare il posto ai
Il modello di produzione proposto da A. Ford. Fonte: WIRED

Quando le ho viste, sul sito di Wired, mi sono seriamente chiesto se si trattasse di uno scherzo oppure se fosse l'incubo materializzato di un appassionato un po' folle della saga di Matrix

E invece no, pare sia vero: Andrè Ford, sudente di architettura, ha proposto uno scioccante sistema di allevamento dei polli in verticale, in strutture degne di un film di fantascenza, dove ogni animale è imbragato ed intubato per massimizzarne l'alimentazione, la somministrazione di farmaci, la raccolta delle deiezioni. Ma come ottenere la "collaborazione" dell'animale a questo infame e perverso sistema di esistenza? Semplice: rimuovendone la corteccia cerebrale. 

Si, lo so, pare assurdo... ma avete capito bene. 

Secondo Ford, rimuovendo la corteccia cerebrale dei
Gallo di Polverara (Boyz II Men). Foto di Andrea Mangoni.
Ok, prima che lo chiediate: sì, è il nome del gallo nero di Polverara protagonista del post. E sì, ho una fantasia malata nel trovare nomi per gli animali, ma   chissà perché mi sembrava adatto a questo galletto che è rimasto nel pollaio per una serie di coincidenze fortuite. 
Iniziamo col dire che Boyz II Men NON avrebbe dovuto restare con me. Era uno dei figli di Pippo che avevo messo tra gli animali cedibili, perché presentava tutta una serie di "difetti" che me lo rendevano difficile da scegliere come riproduttore del mio ceppo di Polverara: innanzitutto aveva un difetto ad un dito, con un'unghia deforme; poi era rimasto purtroppo più piccolo dei suoi compagni di covata, probabilmente non perché geneticamente minuto ma perché essendo l'ultimo schiuso faticava a nutrirsi a causa dell'arroganza dei fratelli.