Un cupo ronzio nell'aria e uno scintillio metallico preannunciano l'arrivo della più grossa cetonia italiana, una Protaetia speciosissima, all'albero di mele che si trova nel mio orto. La sua metà è ben precisa: un pomo colpito, come tanti, dalle sgradite attenzioni della cimice asiatica (Halyomorpha halys). Laddove la cimice punge il frutto la polpa tende a marcire, e stavolta la fermentazione che si è venuta a produrre ha fatto sì che vi si radunassero innumerevoli Protaetia, attratte dall''aroma zuccherino e alcolico. Indaffarate a cercare di affondare il capo a forma di vanga nella polpa, le cetonie rifulgono al sole come smeraldi, simili a minuscoli e sgargianti avventori di un pub ebbri di sidro. Alcune, sufficientemente sobrie, trasformano l'occasione in un incontro amoroso e si accoppiano nel sole del pomeriggio, come amanti ubriachi, pronti a dar vita alla prossima generazione dopo il pasto abbondante e inaspettato.
Stavo cercando tutt'altro. Come spesso accade, le cose che ci fanno più pensare ci arrivano per caso, mentre siamo in tutt'altre faccende affaccendati. Cercavo delle determinate foto, che ovviamente non ho trovato, in un vecchio hard disc, quando in una cartella di file ho trovato un piccolo tesoro: le scansioni di alcune vecchie foto della famiglia di mia madre. Alcune le conoscevo, le avevo già viste più volte; altre invece non le ricordavo affatto. E così mi trovo a pensare alle radici mie e della mia terra. Dalle foto i miei zii e mia madre, giovanissimi e belli, mi guardano sorridenti. Mia nonna è luminosa nel sole, mentre lo stesso sole scolpisce i volti di mio nonno e dei miei bisnonni, che sembrano usciti da una tavola di Mike Mignola. Attorno a loro la campagna, inondata di luce, i filari di salici in lontananza. La stessa campagna che fa loro da cornice in quasi tutte le foto, così come era nella realtà il palcoscenico di tutte le loro storie, piccole e grandi, vive e intense.
Novembre - diciamocelo - non è esattamente prodigo di fioriture. Poche sono le specie che si sono attardate così tanto da offrire i loro calici alle ultime giornate di sole, ma essendo arrivate tardi le prime gelate alcune piante ci stupiscono ancora con macchie di colore inattese, a volte da cercare col lumicino tra la vegetazione morente, altre volte invece fieramente svettanti sulle foglie secche. È il caso del ranuncolo comune (Ranunculus acris), che mostra i suoi fiori gialli incurante del fatto che la primavera e l'estate siano passati da un pezzo. I suoi piccoli frutti sono costituiti da acheni lisci ammassati a formare quella che sembra una minuscola pigna, prima verde e poi marrone. I fiori, di un giallo quasi fluorescente, sono piccoli e semplici, con 5 petali. Tutta la pianta è velenosa, e il bestiame tende ad evitarla. Ma in questa stagione i suoi fiori, quando presenti, lo fanno sembrare un piccolo re incoronato d'oro.
Totalmente diversi sono i fiori candidi della Silene alba, che in questa stagione nei miei campi sono davvero poco comuni. Questa pianta è conosciuta in dialetto come "réce de liègore", ovverosia "orecchie di lepre", nome col quale è ben conosciuta in quanto veniva attivamente ricercata a fini culinari. La Silene alba infatti è una stretta parente dei carletti o strigoli (Silene vulgaris), e come questi ultimi se ne consumano le foglie giovani, prima della fioritura, scottandole in padella con aglio, olio e sale, oppure utilizzandole in zuppe e minestre. Ma per ora, passato il momento magico del raccolto, non resta che ammirarne gli ultimi candidi fiori. Totalmente diversa per forma e portamento è l'erba morella (Solanum nigrum), una solanacee infestante che da tarda estate a tutto l'autunno sfoggia sulle foglie nerastre piccoli fiori bianchi e gialli che ricordano - non a caso - quelli di pomodori, patate e melanzane, suoi parenti prossimi. Al contrario di questi ultimi però l'erba morella sembra essere tossica, anche se in alcune parti del mondo pare ne siano presenti sottospecie commestibili le cui bacche nere sono regolarmente utilizzate. Ma non è il caso di provarci con la varietà presente nei nostri campi: potrebbe portare a una intossicazione più o meno grave. In compenso, pare che dall'incrocio di questa pianta con i pomodori si sia ottenuta una varietà di ciliegino neri ricchi in antociani. Insomma, in qualche maniera pare che abbiamo trovato modo di farne uso. In ogni caso, per ora, resta una delle ultime piante a ingentilire la campagna coi propri fiori.
Negli ultimi anni mi è capitato più volte di aver necessità di cedere, per motivi logistici (spazio) ed economici (spese di gestione) alcuni dei miei animali, nella fattispecie quei capi che andavo a scartare dalla selezione compiuta. In questo modo sono però entrato in contatto con un mondo che credevo inesistente, popolato da una creatura degna di un manuale di criptozoologia: l'acquirente improbabile. Vista la notevole panoplia di comportamenti registrati, permettetemi il lusso di un piccolo post polemico sull'argomento.
- Ciao, mi puoi dare gratis un animale? Visto che tu allevi ceppi così rari, sarai certo contento di darli via gratis pur di diffonderli! Già, certo. Perché io devo per forza essere felice di cedere animali che comunque sono frutto di anni di sacrifici, sforzi e selezione al primo che mi scrive, persona di cui non consoco le doti come allevatore, la serietà, la passione, in poche parole nulla... vero? Ok, se era una prova per il tuo provino per Zelig mi va benissimo, ma se parlavi seriamente è meglio che ricalcoli i tuoi obiettivi. La mia filosofia è quella
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| Fiori di pesco Lorenzino. Foto Andrea Mangoni. |
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| I peschi Lorenzini in fiore. Foto Andrea Mangoni. |
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| Il modello di produzione proposto da A. Ford. Fonte: WIRED. |
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| Gallo di Polverara (Boyz II Men). Foto di Andrea Mangoni. |










































