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Come dare l'ortica ai polli? Molti allevatori offrono questa pianta ai propri animali, ma non sempre gli avicoli la gradiscono. Oggi vedremo insieme appunto quali sono i modi migliori per somministrare l'ortica alle galline. 

L'ortica (Urtica dioica) è davvero la cenerentola degli orti: invasiva, detestata per i dolorosi incontri che regala a chi la sfiora, è una vera e propria bomba dal punto di vista nutrizionale: ricca di vitamine (B2, B3, A, K) e di sostanze utili (potassio, calcio, fosforo, magnesio).


In pollaio l'ortica è utilissima come integratore alimentare, specie d'inverno, visto che pare stimolare la ripresa della deposizione nelle galline. Come somministrarla? Abbiamo vari modi per farlo. Possiamo offrirne le foglie più tenere fresche e tagliuzzate finemente ai polli in gabbia di accrescimento o nei recinti, oppure possiamo lasciarla essiccare e sbriciolarla nel pastone. E ancora, possiamo sbollentarla e unirla sempre al pastone a base di pane o crusca, da fornire d'inverno agli animali. Troverete le indicazioni necessarie nel video che posto qui sotto. 



Tutto sta ad andare oltre al suo pungente abbraccio, dovuto alla presenza di sostanze urticanti nei tricomi, peli unicellulari che si rompono al contatto con un potenziale aggressore liberando le sostanze al loro interno. Ma nella lillipuziana foresta di peli velenosi e non che adombra fusto e foglie dell''ortica, una marea di insetti trova casa, dagli afidi agli imenotteri parassiti degli afidi stessi, fino ai bruchi di tante specie di farfalla.




LIBRI CONSIGLIATI

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Negli scorsi giorni è arrivato anche per noi il momento della vendemmia, una raccolta che assurge al ruolo di rito vero e proprio e quest'anno reso più povero dalla mancanza di una persona che non c'è più e che ne godeva immensamente.

Non è stato un bell'anno, per l'uva. I secchi faticavano a riempirsi, ogni grappolo andava mondato dagli acini rinsecchiti o marci, regalo sgradito delle grandinate estive. Ma il carretto continuava, seppure a rilento, a raccogliere le ceste e il loro carico. A poco a poco il grande carro si riempiva: un quintale, poi due, e così via.

Alla fine il carico completo è stato di circa otto quintali di uva, pochissima rispetto agli altri anni, ma meglio di quanto a un primo sguardo si potesse sperare di ottenere. Il grado zuccherino si è aggirato a poco più di 18, e vista la qualità dell'uva credo sia stato un risultato eccellente.




Ma l'importante era riuscire a finire e a concludere anche quest'anno il ciclo della vigna, a prescindere dal risultato.
Gli unici ad aver festeggiato sono stati i polli: ampie ceste di uva di scarto li hanno fatti felici oltre misura, offrendo una gustosa alternativa al solito rancio. E va benissimo così, almeno loro hanno goduto davvero appieno di questa giornata.



Cesto tradizionale in salice


Pochi alberi sono stati più diffusi, nelle campagne venete, dello stropàro, il salice da vimini (Salix viminalis). Piantato lungo i fossi o in testa ai filari di viti, lo stropàro rappresentava per i nostri contadini un vero e proprio tesoro. Da esso infatti si ricavavano le stròpe, rami di un anno che si usavano per legare le viti ai sostegni, o gli "stropèi", rametti più piccoli con cui invece si fissavano i tralci ai fili durante la potatura. Si iniziava a febbraio, a raccoglierne i rami sottili e flessuosi e a riunirli in fascine, che spesso venivano lasciate direttamente a terra, vicino ai filari delle vigne. Dalle fascine i contadini tagliavano gli stropèi, i rami sottili, e con gesti rapidi e sicuri legavano rami e tronchi. Erano estremamente solidi, gli stropèi: le legature fatte con essi duravano un anno o due senza problemi, e quando si rompevano bastava lasciarli sul prato, dove si sarebbero decomposti senza creare danno alcuno.



Del resto gli stròpari avevano più di una funzione, e non solo per l'uomo. Capitozzati e ceduati ogni anno, ben presto formavano tronchi contorti e bitorzoluti, ricchi di cavità e anfratti che offrivano riparo a mille specie diverse di animali: cinciallegra e passera mattugia vi facevano il nido, in primavera, mentre l'assiolo preferiva le cavità dei più grandi tronchi dei selgàri, i salici bianchi (Salix alba), piantati per ricavarne palerie. Nella rosura all'interno del tronco si stabilivano formiche, cetonie, persino il raro Osmoderma eremita. E poi ancora ramarri che si arrampicavano sul tronco, merli che intrecciavano i nidi alla base dei rami, dove questi crescevano più fitti, cerambici odorosi che ne minavano il legno e che i nostri nonni usavano per profumare il tabacco. Un microcosmo intero racchiuso in un solo albero.
Ma ovviamente coi salici non si facevano solo legacci. Le stròpe raccolte, lasciate seccare e poi riammorbidite lasciandole nell'acqua dei fossi venivano usate per produrre cesti e contenitori di varie dimensioni, che servivano per la raccolta dell'uva così come in cucina, o ancora per fare caponàre e gabbie per gli animali da cortile. Un tesoro di albero, dicevo, che - con lo scomparire del mondo rurale - si è certamente rarefatto ma che ancora resiste, lungo fossati e siepi, memore dei secoli passati. Perché - ricordiamolo, questi salici erano riprodotti per talea, coi figli e i nipoti che prendevano un ramo dello stropàro piantato da nonni e papà per farne un nuovo esemplare, e continuare la tradizione. E così, secolo dopo secolo, abbiamo realizzato cloni, copie dei salici da vimini che già gli antichi Veneti ai tempi dei Romani coltivavano allo stesso modo. Esseri viventi che vivono da centinaia di anni, passando di generazione in generazione, di mano in mano, di contadino in contadino, fino ad arrivare a noi, alle nostre campagne, ultima rappresentazione - e forse la più concreta - del concetto di immortalità.


Nel giardino della casa dei nonni di mia moglie, per una trentina di anni o più, questa pianta di erba luisa (Aloysia citriodora) aveva continuato a crescere. Incurante dell'abbandono della casa da parte dei proprietari, rischiava però di essere sommersa da erbacce e rampicanti. Così, alcuni anni fa, decisi di trapiantarne l'enorme (per la specie) fusto in un grande vaso e di tentare di portarla con noi, per evitare che questa eredità dei nonni di mia moglie venisse a mancare. Le sue foglie, sottili come quelle del salice ma dal verde tenero acceso, al solo venir urtate rilasciano un profumo intensissimo di limone. Una vera meraviglia per i sensi. Quest'anno vorrei provare da un lato a riprodurla per talea, e dall'altro a ricavarne un liquore o aromatizzare una grappa, usi per cui questa pianta è famosa. Ma ne farò seccare anche alcune cime fiorite e foglie, per usarle in decotti questo prossimo inverno, ai primi segni di malattie respiratorie. Insomma, una pianta antica, preziosa eredità vivente di una delle nostre famiglie d'origine.

Verdure "à la carte" per i nostri polli? Sì, grazie!

Somministrare le verdure ai polli rappresenta un'integrazione molto importante alla dieta dei nostri polli. Avevamo parlato in un post dedicato al pascolo di come attraverso l'assunzione di erbe e verdure le nostre galline arrivino a produrre uova che presentano livelli maggiori di acidi grassi omega 3 e di vitamine A ed E. Insomma, un vantaggio importante in termini nutrizionali anche per noi, ma che diventa di importanza fondamentale per i nostri polli per due motivi. 

Primo, i riproduttori che vengono allevati con integrazioni costanti di verdure o accesso continuo al pascolo soffrono meno di carenze vitaminiche che potrebbero incidere molto negativamente sulla fertilità delle uova; secondo, la disponibilità di verdura ed erba da becchettare e spulciare diminuisce i livelli di stress e contrasta il fenomeno della pica o cannibalismo, che invece può colpire gli animali costretti in recinti troppo angusti.

Riproduttori allevati al pascolo o con somministrazione costante di verdure hanno tassi di fertilità maggiore.  

Insomma, ce n'è per fare sì che l'allevatore somministri senza troppi pensieri verdure appropriate ai propri animali! Ma è importante anche COME vengono somministrate ai polli le verdure o l'erba. Se ci limitiamo a gettarle nel recinto, infatti, le galline inizieranno a razzolare e raspare coi piedi, sporcandole di fango, terra e feci. Soprattutto nel caso in cui siano presenti parassitosi di qualche genere, capirete che non si tratta di una metodologia di somministrazione auspicabile. 

Molto meglio, quindi, provvedere in uno dei seguenti modi. Possiamo costruire una piccola tramoggia semplicissima, costituita da un rettangolo di rete rigida da fissare a una ventina di centimetri dal suolo, lungo il lato inferiore, direttamente al lato interno della rete del pollaio, con due catenelle o cordicelle sugli angoli superiori che ci permettano di ancorarla alla recinzione stessa e  ad aprirla come se fosse una finestra a vasistas. Nello spazio a "V" formato dalla tramoggia e dalla recinzione metteremo erbe e verdure da somministrare ai polli. 
In secondo luogo, si può realizzare un semplicissimo "appendiverdure" per quelle varietà (come certe cicorie ma soprattutto come cavoli, verze e cavolfiori) che presentano un fusto centrale piuttosto solido. In questo caso si appende in pollaio un cavo terminante con un gancio metallico, in modo che quest'ultimo arrivi a circa 30 cm dal suolo. Quindi si infilza al gancio il fusto solido della verdura e la si lascia penzolare in pollaio, in modo che le nostre galline la divorino con gioia piano piano. 
Vi lascio con un video in cui vi mostro come realizzare quest'ultima soluzione, che trovo davvero efficace e pratica. Realizzatela anche voi e vedrete che i vostri pennuti la apprezzeranno enormemente. A presto e buon allevamento!

La legatura delle viti col salice e le strope.

A febbraio, nelle nostre campagne, terminava di solito i lavori di potatura e di legatura delle vigne. I tralci prescelti venivano fissati ai fili, così come le viti se necessario venivano fissate ai pali o agli aceri, come abbiamo già raccontato. Mani nodose e ruvide lavoravano veloci, con superba maestria, fissando tutto abilmente con legacci assolutamente naturali: le strope e gli stropèi.

Con le strope si legavano le viti ai pali, con gli stropèi i tralci ai fili.


Oggi per lo più si usano fascette o legacci di plastica, ma un tempo ovviamente non era così. Tutti i legacci (e molto altro ancora) erano ottenuti da un albero straordinario, il salice da vimini (Salix viminalis), chiamato localmente stropàro. Quest'albero aveva enorme importanza nell'economia contadina. 

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Gli stropàri venivano coltivati lungo i fossi, assieme ai salici bianchi, detti selgàri, da cui si ricavavano pali e manici. Gli stropàri venivano capitozzati annualmente, trasformandosi con gli anni in veri mostri vegetali, simili a Idre mitologiche. La capitozzatura poteva essere bassa, a meno di un metro da terra, come capitava spesso in caso di siepi lungo le rive. Molti contadini ne piantavano anche uno a capo di ogni filare di vite, e in questo caso la pianta veniva capitozzata alta, anche sopra i due metri a volte. 


Stropàri (Salix viminalis) appena capitozzati.
In febbraio le piante venivano capitozzate. Dai rami si ricavavano legacci di due misure: le strope, più grosse e robuste, che servivano a legare le vigne ai pali, e gli stropèi, che invece erano ricavati da rami laterali lunghi e sottili e venivano usati per fissare i tralci ai fili. Tutti i rami erano lasciati in acqua per alcune settimane, in modo da facilitare la piegatura. 

Un filare di viti legate con strope e stropèi: una rarità al giorno d'oggi.
La legatura delle viti col salice era una pratica duratura: un legaccio poteva durare anche due anni, vista la grande resistenza alle intemperie.  


La legatura si effettuava avvolgendo una o due volte le parti da unire con il legaccio, quindi se ne intrecciavano le estremità e se ne ripiegava all'indietro la più lunga delle due, bloccandola contro la vite o il sostegno stessi.



Esistevano ovviamente diverse tipologie di nodi, con sottili variazioni di zona in zona. In alcuni casi ad esempio l'estremità del legaccio veniva fatta passare dentro al primo giro del legaccio, realizzando una sorta di legatura.


Ovviamente la legatura delle viti coi salici non era un'usanza solo veneta, ma era diffusa in tante parti della penisola, dove i legacci e il salice erano noti con altri nomi... vimine, vinghio, vechi, gurin... immutato restava ovunque l'uso che se ne faceva.

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La legatura della vite non era infatti l'unica funzione del vimini: strope e stropèi erano usati anche per fare l'impagliatura di alcune sedie, cesti e caponàre, o anche per realizzare delle... sferze con cui punire i bambini troppo cattivi!


Oggi nei grandi vigneti, di decine di ettari, è improponibile pensare di utilizzare ancora le strope. Ma all'interno di un vigneto familiare la legatura delle viti col salice può rivelarsi una pratica ancora sostenibile e anzi in grado di riavvicinarci alle tradizioni di un tempo ormai remoto, anche se vicino solo pochi decenni.



Ah, se mai ve lo foste chiesto: sì, sono le mie vigne. E sì, noi continuiamo a usare strope e stropèi, come una volta. Perché anch'essi, come gli alberi da cui li ricaviamo, sono un lascito delle generazioni che ci hanno preceduto. 
Ecco come moltiplicare la menta per talea in modo facile e veloce!

Imparare a moltiplicare le erbe aromatiche è una delle pratiche più utili per chi ama cucinare utilizzando le verdure del proprio orto. Oggi vedremo insieme un modo facilissimo e veloce per moltiplicare la menta per talea in 5 semplici passaggi. 

La menta, o meglio le mente (genere Mentha), sono piante appartenenti alla famiglia delle Lamiaceae ampiamente diffuse nel Vecchio Mondo. Dalla menta piperita a quella romana, fino alla menta acquatica, le specie sono moltissime così come le cultivar ottenute dall'uomo per selezione o incrocio di specie differenti. Ognuna di esse si caratterizza per altezza, forma e colore di foglie, fiori e fusto, e soprattutto sapore e profumo. In cucina trova svariate applicazioni, dalle insalate alle frittate, dalla cucina di carne e pesce agli sciroppi. Si adatta felicemente a vivere anche in zone parzialmente ombreggiate, e prospera in vaso su balconi e terrazzi. Ma vediamo ora come moltiplicare questa pianticella per talea in 5 passi.

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  1. Prendete un ramo di menta lungo circa 10 cm. Scegliete la parte apicale della pianta. 
  2. Eliminate le foglie inferiori, e lasciatene solo un paio di coppie all'estremità. Se le foglie sono molto grandi, tagliatele a metà. 
  3. Fate dei fori sul fondo di un bicchiere di plastica e riempitelo di terriccio. Piantate lo stelo di menta in modo che la sua estremità più bassa raggiunga il fondo del bicchiere.
  4. Spruzzate il terriccio e trasferite il vasetto all'aperto, in un sottovaso con un paio di cm d'acqua. 
  5. Dopo due settimane circa la nostra talea di menta sarà oramai radicata; travasiamola in un vaso più grande e lasciamola all'aperto, mantenendo umido il terreno.
Semplicissimo, vero? Vi lascio al video illustrativo. Buona coltivazione e buon appetito!

Un coltellino da innesti, a sinistra, e una roncola, a destra.

Abbiamo già parlato in passato dell'innesto, una pratica agronomica volta a unire la parte aerea di una pianta di cui ci interessano i prodotti con la parte ipogea di un'altra pianta affine. In generale, in frutticoltura si usa innestare gli alberi da frutto per salvaguardare le varietà e moltiplicarle in purezza, avendo a disposizione materiale di partenza sempre molto uniforme in termini di performance e qualità. 
Esistono molti tipi di innesto: a spacco, a doppio spacco inglese, a occhio, a triangolo. Oggi vorrei parlarvi dell'innesto a corona, utile soprattutto in caso si abbia un albero già grandicello di cui si voglia sostituire totalmente o parzialmente la varietà dei frutti prodotti.

Fiori di Pesco Lorenzino.
L'innesto a corona si chiama così anche perché si possono innestare (al pari di quello a triangolo) due, tre o più marze su un tronco abbastanza grosso. Può però essere
Recensione - L'orto-giardino di Gaia


Oggi parliamo di uno dei testi più interessanti apparsi sul mercato recentemente e riguardanti la Permacultura, ovverosia "L'orto-giardino di Gaia", di Toby Hemenway, Arianna Editrice.

Tra i vari volumi sul tema della Permacultura, questo è, al momento, quello che ho preferito in assoluto. Il motivo è semplice: è allo stesso tempo molto generale, trattando argomenti validi per tuttii tipi di ambienti con cui ci si possa trovare a confrontare, ed estremamente pratico, con poche, chiare, robuste basi teoriche e tante nozioni utili da mettere in pratica subito.

Il libro parte da nozioni di ecologia per approdare ben presto a domande molto pratiche: perché favorire una policoltura piuttosto che una monocoltura, a cosa serve la struttura "ad occhiello" delle aiuole, perché investire sulle perenni anziché sulle annuali.

Anche gli animali utili, come gli impolliatori, trovano spazio nell'orto-giardino.


Tra esempi di giardini reali e digressioni sui singoli punti trattati, il libro si snoda semplice e gradevole da leggere, portando l'attenzione su temi di sicuro interesse per un permacultore, come l'utilizzo delle gilde basate su alcune specie vegetali. Un capitolo è inoltre dedicato anche all'introduzione in un progetto permaculturale di animali utili, dagli insetti ai polli. Un'attenzione particolare è data anche alla tecnica della pacciamatura e ai suoi risvolti pratici.
A fine libro poi non mancano schede relative ad alcune specie di piante utili e ai loro usi. 

Insomma, io l'ho trovato un buon libro, davvero ben scritto. Unica pecca, forse, l'apparato iconografico (foto e immagini), che avrebbe potuto essere più ricco. Ma a parte questo, lo consiglierei senz'altro a chiunque sia interessato all'argomento.
Quali altri libri suggerirei di leggere assieme a questo? Prima di tutto "Introduzione alla Permacultura", di Mollison e Slay, uno dei migliori per capire i principi base della stessa, con qualche esempio purtroppo un po' lontano dalla realtà italiana; in secondo luogo "Guida pratica alla Permacultura", di Sepp Holzer, estremamente pratico anche se incentrato su esempi di un particolare ambiente, quello delle Alpi. Insieme, questi tre volumi rappresentano un ottimo spaccato sul mondo della Permacultura. 

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LETTURE IN TEMA

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