Una zucca nell'orto autunnale.

Alla fine è arrivato l'autunno. Si è fatto preannunciare da giornate piovose, albe fredde, colori caldi e atmosfere rarefatte. Le zucche che quest'anno abbiamo piantato nell'orto si sono fatte enormi. Acquistate come zucche butternut, hanno assunto tutt'altre caratteristiche. Aspetteremo quindi il momento dell'assaggio per capire se siano buone o meno. 

I frutti del melograno.

I melograni hanno fatto pochissimi frutti, che ora iniziano anche a spaccarsi, lasciando intravedere i semi come piccoli rubini rossi al loro interno. 

Galline Polverara al pascolo.

Le mie galline di Polverara sono al momento al pascolo. Per me un ottimo modo di risparmiare sulla dieta e riuscire a non attrarre roditori, per loro una vita certamente più sana e con la possibilità di becchettare gli ultimi chicchi d'uva e i cachi caduti dagli alberi. 

I cachi, attaccati dagli insetti.

Già, i cachi. Mai come quest'anno essi sono stati vittime delle cimici asiatiche, che le hanno rovinate e che hanno aperto poi la strada agli attacchi di altri insetti, come cetonie e vespe. Sulle loro ferite banchettano poi mosche, vanesse Atalanta e vanesse Io, che nelle giornate di sole sembrano scuri fiori colorati tra le foglie scure. 

Gli Aster o settembrini

Sul confine dell'orto i cespugli di Aster stanno mostrando tutta la bellezza delle loro fioriture viola e ciclamino. Talamo nuziale per farfalle e falene, terreno di caccia per formiche e opilioni, i settembrini presto verranno spostati, al termine dei lavori che vedranno l'orto completamente rinnovato. 

Il mais da pop-corn nell'orto.

Quest'anno ho piantato tardissimo il mais da pop-corn, perché avevo perso il sacchetto contenente i semi. Riusciranno a maturare le pannocchie? Le piante sono ancora per lo più ben verdi. Sarà il caso di costruire loro attorno una serra in tessuto non tessuto?

L'infiorescenza di Solanum torvum.

Da una pianta di melanzane spettatasi col vento è nata una splendida pianta di Solanum torvum, che ne era il portainesto e che ora mostra infiorescenze bianche e gialle di aspetto delicato, molto in contrasto con il vigore dell'arbusto ormai più alto di me. Lo proteggerò dal gelo e il prossimo anno lo reinnesterò in modo da avere più varietà di solanacee da una sola pianta. 

I pomodori a fine ciclo vitale.

Nell'orto le piante di pomodoro sono secche e avvizzite, ma alcune portano ancora le ultime bacche gialle e rosse, ormai avvizzite e rovinate. Non resta che toglierle, dando ai polli al pascolo gli ultimi frutti rossi da becchettare. 

Le ultime piante di bieta.

Tra l'erba alta sono spuntate delle piante di bieta, ricacci vigorosi di quelle che abbiamo tagliato e cucinato mesi fa. Poca cosa, certo, ma anche loro finiranno presto su una padella sfrigolante con aglio, olio e sale. 


Le ultime piante di porro.

Infine, le due ultime piante a esser colte nell'orto saranno i porri. Saporiti, perfetti per soffritti e frittate, alla loro dipartita l'erba verrà tagliata, il terreno pulito e fresato, e l'orto infine resterà silente per tutto l'inverno. ne cambieremo infatti forma e dimensioni, per renderlo più adatto alle esigenze della nostra famiglia. 
L'autunno è arrivato, e con esso tanti piccoli e grandi lavori da iniziare e da finire. 

 


Quest'autunno, nell'orto, sta svettando un piccolo gigante. Ha foglie grandi e spine lungo tutti gli steli: si tratta di un  esemplare di Solanum torvum, una solanacea che raggiunge dimensioni davvero ragguardevoli. E come ci è arrivata questa specie nell'orto? È presto detto: S. torvum è comunemente usato come portainnesto delle melanzane, cui conferisce vigore e una certa protezione contro le malattie delle radici. Nel caso specifico, una delle nostre piante di melanzana si è spezzata quasi alla base a causa del peso eccessivo dei frutti e da ciò che ne restava il portainnesto ha prodotto nuovi germogli vigorosi che hanno appunto fatto nascere la pianta che ora possiamo ammirare. 

S. torvum può sopravvivere fino a 4-6 anni, riuscendo a tollerare temperature invernali attorno ai - 6°C. Quest'inverno quindi lo proteggerò dalle gelate abbondanti e in primavera proverò a reinnestarlo, piuttosto in alto, con nesti di varietà diverse di melanzana: lo scopo sarà quello di ottenere un vero e proprio alberello di S. torvum che produca ortaggi ad altezza d'uomo. È chiamato anche fico del diavolo o bacca turca, e in estremo Oriente pare che le sue bacche, amare, vengano utilizzate in cucina, così come i suoi germogli quando sono ancora privi di spine. Io ammetto che non nutro eccessivo desiderio di assaggiarlo, ma lo userò volentieri come portainnesto appunto,  non solo per le melanzane ma anche per peperoni e pomodori se potrò.

Fare il compost in casa: ecco come procedere.


Come fare il compost in casa? Oggi torniamo a parlare delle abilità del buon fattore e vediamo insieme come ottenere un concime naturale, di ottima qualità, sfruttando il materiale di scarto proveniente dal giardino, dall'orto e – perché no? - anche dalla nostra cucina.

Iniziamo a fare chiarezza intanto su alcuni termini, e cerchiamo di capire cosa è il compost. Il compost è il risultato di un processo di umificazione che coinvolge microrganismi e invertebrati di varie specie, in particolari condizioni di ossigenazione dei materiali, di umidità e di rapporti tra elementi chimici. Ne risulta un humus omogeneo, ricco di sostanze nutritive, di color bruno scuro; tale prodotto influenza le proprietà chimico-fisiche del suolo, ed è un ottimo ammendante praticamente per ogni tipo di terreno.



100 Kg di materiale compostato correttamente daranno alla fine 10 Kg di materiale organico, mentre un'uguale quantità di letame fornirà alla fine solo 4 kg di materiale organico. Tale differenza è dovuta al maggiore equilibrio nella composizione del primo e alla sua minore percentuale d'acqua iniziale complessiva.

Le materie organiche da noi fornite verranno decomposte più o meno lentamente da micro e macro organismi, di decine di specie diverse, ognuno dei quali interverrà ad un ben preciso stadio della maturazione del compost. Affinché queste creature prosperino, il materiale dovrà avere una certa umidità, essere in grado di ricevere una certa quantità d'aria e infine avere un corretto rapporto tra materiale ricco in carbonio e materiale ricco in azoto. Il rapporto tra questi due elementi chimici (C/N) andrà ad influenzare le caratteristiche finali del compost. 

Per fare il compost in casa inizialmente si va a preparare la miscela mescolando materiali organici ricchi in carbonio con materiali ricchi in azoto. Come si può riconoscere i primi dai secondi? Esiste una regola empirica molto semplice. I materiali organici secchi in cui prevalgono i colori giallo e marrone sono ricchi in carbonio (corteccia, ramaglie, foglie secche), mentre i materiali umidi di colore verde (sfalcio del prato, foglie fresche, avanzi di cucina) sono generalmente ricchi in azoto. Nel cumulo del compost, un buon rapporto C/N ha valori compresi tra 25 e 35.


I lombrichi, tra i principali alleati nella realizzazione del compost


La prima fase che possiamo riscontrare nel fare il compost in casa è quella di biossidazione: insetti e altri invertebrati sminuzzano il materiale di partenza, quindi la frazione organica più facilmente assimilabile viene attaccata dai microrganismi, che consumano aminoacidi e zuccheri producendo Co2, H2O e sali minerali. Questa fase è importantissima, perché le trasformazioni chimiche operate dai microrganismi determinano un 'innalzamento della temperatura nel cumulo che può arrivare a 55-60°C che comporta una sorta di sterilizzazione naturale del materiale organico: vengono infatti ad essere inattivati patogeni pericolosi e i semi di molte piante infestanti. Inoltre sono eliminati anche molti microrganismi non termofili che avevano dato origine alle prime fasi della decomposizione.  

La seconda fase è detta di maturazione. In essa la temperatura cala fino a quasi 45°C, e iniziano a prendere il sopravvento diversi microrganismi, funghi (che con le loro ife iniziano a decomporre lignina e cellulosa) e infine altri invertebrati capaci di nutrirsi della frazione lignea più resistente. È in questa fase, che può richiedere dai 4 ai 12 mesi, che avviene la vera umificazione della sostanza organica.


Nel compostaggio un uolo fondamentale è giocato dai funghi.
Nel compostaggio un ruolo fondamentale è giocato dai funghi.


Affinché tali fasi possano compiersi occorre che il materiale organico abbia una corretta umidità, pari a circa il 55%, e il giusto apporto di ossigeno: se quest'ultimo fosse basso infatti andremmo incontro alla formazione di processi putrefattivi in grado di sprigionare cattivi odori.

FARE IL COMPOST IN CASA: QUALI MATERIALI IMPIEGARE?

Vediamo ora una serie di materiali che possiamo impiegare nel compost e quali, invece, sarebbero da evitare.

Materiali ricchi in carbonio: paglia, fieno, foglie secche, ramaglie sottili, cartone non trattato, segatura, cippato secco, tessuti organici non trattati (lana, cotone, eccetera), canne secche di bambù.

Materiali ricchi in azoto: sfalcio del prato, scarti dell'orto, avanzi di cucina, foglie fresche, letame e deiezioni di animali domestici.

In generale, andrebbero evitati alcuni scarti di cucina, ad esempio quelli di natura animale: tendono infatti a produrre cattivi odori e richiamano inoltre roditori di varia specie, che divengono presto un problema. Meglio fare a meno di inserirli quando dobbiamo fare il compost in casa, specie se la compostiera è situata in giardino o vicino alle abitazioni.


Nel fare il compost in casa alterniamo strati di materiali ricchi in azoto con materiali ricchi in carbonio. 


Partendo dal suolo, per garantire fin da subito un adeguata quantità di ossigeno agli strati più bassi del cumulo, iniziamo con uno strato di ramoscelli e canne. Quindi aggiungiamo uno strato di materiale ricco in azoto (erba, scarti di cucina), poi uno strato di materiale ricco in carbonio (foglie secche, paglia), e continuiamo fino ad ottenere un cumulo di circa un metro di altezza. Il cumulo andrà periodicamente rivoltato, in modo da riattivare le varie fasi del processo di compostaggio.

Fate attenzione con le deiezioni degli animali da cortile: oltre ad attirare molte mosche e insetti, possono - se troppo concentrati o poco decomposti - finire per danneggiare l'apparato radicale delle piante (questo vale soprattutto per la pollina. Mescolate sempre il letame con segatura o foglie secche, e fate attenzione a lasciar passare molti mesi (10-12) prima di usare il compost da esso ottenuto. 

LA COMPOSTIERA

Per fare il compost in casa, se gli spazi in giardino ci sono limitati, avremo bisogno di una compostiera. Questa potrà essere acquistata oppure costruita in autonomia, seguendo poche indicazioni.

Per prima cosa, assicuratevi che i regolamenti comunali non dettino dei vincoli specifici per la realizzazione di compostiere o concimaie; in particolar modo controllate se sia obbligatorio o meno la presenza di un fondo cementato, determinate distanze dalle abitazioni, eccetera. 


Compostiere semplici ma efficaci possono essere costruite in casa.


Una volta capito i termini per cui, nel vostro paese, è lecito costruire una compostiera, potrete scegliere tra i molti modelli in commercio oppure decidere di autocostruirne una da soli. 

Un modello molto semplice di compostiera è costituito da un cassone in legno senza fondo, con le assi che costituiscono le pareti laterali distanziate tra loro di un paio di cm. La mancanza di fondo aiuterà lombrichi e altri invertebrati a colonizzarla mentre le fessure sui lati permetteranno la necessaria ossigenazione a tutti i livelli. 


Le compostiere devono avere pareti che permettano una buona areazione.
Nella compostiera le pareti dovrebbero permettere sempre una corretta areazione.


Per fare il compost in casa si può anche realizzare una compostiera molto semplice costruendo una sorta di gabbia in rete metallica zincata robusta, con maglie di circa 1 x 1 cm. Esternamente la gabbia dovrà essere rivestita con un telo ombreggiante, come quello usato nei cantieri. Questo tipo di compostiera ha il vantaggio, se ben realizzata, di tenere lontani i roditori pur mantenendo possibile l'ingresso agli invertebrati utili. 

Qualunque tipologia di compostiera sarebbe bene che fosse dotata di un coperchio adeguato, in modo da impedire il dilavamento da parte delle piogge e l'eccessiva disidratazione. Anche il coperchio potrebbe essere realizzato in rete zincata a maglie strette coperto con telo ombreggiante. Risulta importante la presenza di un'apertura nella zona bassa del contenitore, dalla quale andremo ad estrarre il compost finito al termine del processo. Il primo materiale che avremo inserito infatti si sarà trasformato - dopo 8 o 10 mesi - in un ottimo concime, e togliendolo faremo scendere gli strati  soprastanti che saranno poi i prossimi ad essere degradati.  

La compostiera dovrà essere posizionata in un angolo almeno parzialmente ombreggiato, in modo da evitare che si disidrati troppo in fretta. Piuttosto potrebbe essere necessario, in caso il materiale al suo interno si secchi eccessivamente, bagnare regolarmente il cumulo. La posizione ideale è sotto un albero che perda le foglie d'inverno: resterà così più fresca in estate e risulterà scaldata dal sole in inverno. 


Il soffice e ricco humus scuro si ottiene dopo alcuni mesi di maturazione.

COMPOSTAGGIO SUL BALCONE

Entro certi limiti, anche in città è possibile fare il compost in casa, o per la precisione sul balcone. 
Occorrerà un contenitore, di capienza variabile tra i 5 e i 100 litri. Chiaramente, più il contenitore sarà piccolo meno sarà facile instaurare una comunità stabile di microrganismi in grado di trasformare gli scarti vegetali in humus. In commercio esistono numerosissimi modelli di compostiere da balcone; quelli più piccoli spesso sono dotati di filtri al carbone attivo per ridurre gli odori provenienti dal contenitore. Vanno posizionati all'ombra, in modo che non si surriscaldino. A seconda del modello o del tipo di realizzazione artigianale potrebbe esser necessario predisporre un sottovaso in cui raccogliere i liquidi che percolano dal fondo. Ricordate infatti che il compost "d'appartamento", spesso troppo ricco di materiale umido, può produrre liquami. Le compostiere da balcone possono essere "innescate" con qualche manciata di terriccio proveniente da una compostiera ben avviata, in modo da introdurre lombrichi e microrganismi. Massima attenzione va posta ad eventuali odori molesti, che potrebbero attirare roditori o comunque rendere difficili i rapporti col vicinato. 

Gli onischi sono crostacei che si nutrono di vegetali in decomposizione.

QUALI ORGANISMI POTREMO TROVARE?

All'interno delle compostiere scoprirete che saranno moltissimi gli organismi che vi aiuteranno a fare il compost in casa. Gli invertebrati la faranno da padrone, ma ognuno di loro avrà un ruolo differente e interverrà a stadi differenti di maturazione del cumulo. I lombrichi sono i più noti tra gli organismi in grado di trasformare gli  scarti vegetali in humus. Sono degli anellidi, animali segmentati che hanno conquistato innumerevoli habitat marini e terrestri. Molte specie trascinano nottetempo i detriti vegetali nelle loro gallerie sotterranee, sminuzzandoli e favorendone così il consumo da parte di altri organismi. Inoltre migliorano la struttura del suolo, scavando gallerie che arieggiano e drenano il substrato. Tra i crostacei, gli onischi (come Porcellio scaber e Armadillium vulgare) sono i più comuni decompositori dei giardini che possiamo rinvenire anche nelle compostiere. Si nutrono di materia organica già attaccata da funghi e batteri, e richiedono una certa quantità di umidità ambientale per vivere. I ditteri, come mosche e moscerini, contribuiscono alla realizzazione del compost grazie alle loro larve, comunemente chiamate bigattini: animaletti bianchi simili a vermi che colonizzano in poco tempo gli scarti di frutta e verdura cotta che finiscono nella concimaia. Tra tutte le specie vale la pena ricordare le drosofile, o moscerini della frutta, e le mosche soldato Hermetia illucens, le cui larve sono eccezionali decompositrici di materiale organico vario, dagli escrementi agli scarti di cucina. Sempre tra gli artropodi, i minuscoli collemboli si nutrono di detriti vegetali, alghe e microbi. Una menzione speciale va alle larve dei coleotteri cetonini, come Cetonia aurata e Protatia cuprea: bianche, carnose e incurvate spesso a "C", vengono spessissimo confuse con le larve dei maggiolini, con cui a parte la forma hanno poco a che fare: infatti sono utilissime decompositrici, che tra l'altro aiutano in una fase importantissima della realizzazione del compost, ovverosia quella della distruzione del materiale ligneo (come rametti e pezzi di tronchi), grazie alla presenza nel loro apparato digerente di batteri in grado di digerire la cellulosa. 

Le larve dei cetonini aiutano a fare il compost in casa.
Le larve dei cetonini possono digerire anche il materiale ligneo. 


VIDEO





MATERIALI DI APPROFONDIMENTO

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LINK UTILI


Il composter e la gallina

GreenMe - Costruire una compostiera da balcone

Come fare il compostaggio domestico

How to make compost

Permaculture compost

Giovane assiolo (Otus scops)


Quest'anno, durante il lockdown, le notti di Camponogara risuonavano del canto monotono e leggermente lugubre del più piccolo gufo italiano, l'assiolo (Otus scops). I nostri nonni lo chiamavano, qui nel Veneziano, "El ciò", e gli avevano dedicato una breve filastrocca: "Ciò, Ciò, no xè pì ora de 'ndare filò".

E a furia di cantarla, questa filastrocca deve aver fatto effetto: l'assiolo infatti è ora piuttosto raro e localizzato, ed non è così comune incontrarlo. Eppure laddove persistono alberi cavi e vetusti, e parchi ben strutturati, può capitare ancora di sentirlo: il suo canto ad esempio si può ancora udire a Venezia, città molto più verde di quanto si crederebbe. 

Immobile, sarebbe scambiato per un ceppo... se non avesse gli occhi!

E anche a Camponogara a quanto pare è tornato, visti i noiosi concerti notturni di questa primavera. Non solo, l'assiolo ha pure nidificato, come dimostra questo pullo rinvenuto oggi da alcuni ragazzi in pieno centro città. Il giovane rapace non aveva però bisogno di aiuto: era caduto a terra nel corso dei primi tentativi di volo tipici di questa specie. Ho quindi provveduto a costruire una cassettina in legno in cui adagiarlo, cassetta che poi ho posizionato su un lato riparato del tronco dell'enorme Pioppo che probabilmente ne ha ospitato il nido. I genitori potranno così continuare a nutrirlo, e lui, sempre più abile e forte, presto si involerà definitivamente, pronto a lanciare il proprio stridulo richiamo nelle notti estive.

Meraviglia.



Immobile lungo lo stelo di una pianta di finocchio, il giovane bruco di macaone (Papilio machaon) attende di fare la muta che gli permetterà di cambiare livrea. Un tempo era facile vederli negli orti, dove si cibavano di foglie di ombrellifera (come le carote, il prezzemolo e - appunto - il finocchio) senza del resto arrecare comunque danni rilevanti. Ora incontrarli è diventato più raro ma certamente restano uno degli ospiti selvatici più belli e affascinanti che i nostri orti possano ospitare. Se volete aumentare le possibilità di vederlo, piantate ruta, carote e finocchietto in qualche angolo del giardino, e se sarete fortunati qualche macaone potrebbe decidere di deporvi le uova.

Nel giardino della casa dei nonni di mia moglie, per una trentina di anni o più, questa pianta di erba luisa (Aloysia citriodora) aveva continuato a crescere. Incurante dell'abbandono della casa da parte dei proprietari, rischiava però di essere sommersa da erbacce e rampicanti. Così, alcuni anni fa, decisi di trapiantarne l'enorme (per la specie) fusto in un grande vaso e di tentare di portarla con noi, per evitare che questa eredità dei nonni di mia moglie venisse a mancare. Le sue foglie, sottili come quelle del salice ma dal verde tenero acceso, al solo venir urtate rilasciano un profumo intensissimo di limone. Una vera meraviglia per i sensi. Quest'anno vorrei provare da un lato a riprodurla per talea, e dall'altro a ricavarne un liquore o aromatizzare una grappa, usi per cui questa pianta è famosa. Ma ne farò seccare anche alcune cime fiorite e foglie, per usarle in decotti questo prossimo inverno, ai primi segni di malattie respiratorie. Insomma, una pianta antica, preziosa eredità vivente di una delle nostre famiglie d'origine.



Immobile sul tronco di un ulivo, una grossa falena, un nottua (Noctua comes), resta perfettamente immobile, confidando nell'eccellente mimetismo che la rende pressoché invisibile sulla corteccia. Ma se venisse disturbata, offrirebbe all'aggressore uno spettacolo insolito: spiccando il volo infatti mostrerebbe le ali inferiori, di un bel giallo ocra adorno di una striscia nera, che la renderebbero simile a una strana fiammella a intermittenza. Il suo bruco può causare danni negli orti, essendo polifago e nutrendosi di una gran quantità di piante. Gli adulti sono attratti dalle sostanza zuccherine e non è raro trovarli, assieme ad altri congeneri e a vari coleotteri, sui tronchi feriti degli alberi trasudanti linfa zuccherina.


Da anni non ne vedevo uno. Eppure quest'anno a Venezia ho visto ben tre meravigliosi maschi di maggiolino (Melolontha melolontha). Un tempo questo coleottero era estremamente diffuso e al suo sfarfallare in maggio (spesso con cadenze triennali, seguendo il lungo ciclo vitale dell'animale) gli agricoltori si mettevano le mani nei capelli, temendo la devastazione defogliante con le ali che tali animali rappresentavano. I danni causati erano ingenti, e ad essi si aggiungevano quelli che le larve, radicicole, provocavano negli orti e nei campi coltivati. Ora, causa i cambiamenti nei metodi di coltivazione e l'inquinamento, i maggiolini sono fortemente rarefatti e incontrarli non è più così comune. Ma ai miei occhi hanno sempre lo stesso fascino, squadrato e vagamente robotico, che avevano quando, da bambino, in maggio ne aspettavo l'arrivo.

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Nella fretta di tutti i giorni, negli impegni lavorativi, nelle attenzioni che voglio dedicare alla mia famiglia perdo sempre più la possibilità di scrivere e creare contenuti per questo blog. Ma in queste pagine è racchiusa tanta della mia storia personale, e per questo sono deciso a continuare in qualche modo a portarlo avanti. Per questo, in attesa di poter realizzare articoli più lunghi e complessi, inizierò a pubblicare qui con una certa regolarità i contenuti presenti sul mio account Instagram (https://www.instagram.com/andrea.mangoni/), in modo da continuare a mantenere comunque con chi mi seguiva qui un legame ed un dialogo. A presto e buona vita!




31 dicembre. Dopo mesi riesco a prendermi il tempo per fare due passi in campagna con la macchina fotografica. Niente lavori da fare. Niente corse. Un'ora di pace. Una sola compagna, Diana, sempre al mio fianco. Dopo l'incidente dello scorso anno, in cui una macchina l'ha investita, si è ripresa a meraviglia nonostante l'età. E si, non si chiama più Virgola. Ha vinto mio papà, e lei lo idolatra. 


Prima di varcare il cancello l'occhio cade sulla cassetta nido fissata all'albero di caki. Questa primavera, dopo tanti anni passati in attesa, la cassetta è stata abitata da una coppia di cinciallegre e dalla loro prole. Era un mio desiderio, piccolo ma antico, e vederlo realizzato è stata una gioia imprevista in un anno avaro di soddisfazioni agresti. 


L'erba è bagnata e profumata. Qua e la svettano gli ultimi pappi del tarassaco, fittamente imperlinati di brina disciolta. Il passaggio di Diana, imperterrita, li piega e ne disperde tra gli steli i candidi semi bagnati e appesantiti. 


Trai rami degli alberi, in lontananza, spiccano i nidi abbandonati delle gazze. Non se ne erano mai visti negli ultimi vent'anni. Ora ci sono loro, ma sono spariti quelli dei merli, un tempo comuni tra le vigne.


Già, le vigne. Che dormono serene in attesa di un traumatico febbraio, quando saranno potate e legate. Le vigne di Merlot che speravo di reinnastare con la Curbinea, senza successo. Le vigne di mio nonno, ogni anno decrepite, ogni anno giovani e fresche.


Mi avvicino ai fossati. I vecchi fossati della mia terra. Sono pieni d'acqua, ma per quanto durerà? Quest'anno riusciranno a mantenere il loro prezioso contenuto per tutta la primavera? 
I salici capitozzati si rispecchiano sulle acque ferme. I loro rami spogli sembrano radici che sprofondano e si ancorano in un cielo azzurro. Tra poche settimane metteranno foglie tenere e luminose, delicate e prorompenti. Non vedo l'ora di rivederle scintillare argentee al sole.


Le foglie delle roverelle e i semi degli aceri campestri, rimaste appese ai rami nudi, brillano controsole, mostrando i più fini dettagli della loro struttura. Mi fermo alla concimaia, delimitata da vecchie travi. Ne sposto una per rimetterla dritta, e scopro sotto di essa un lucido e brunito rospo smeraldino (Bufotes viridis) accovacciato in una tonda cavità, immerso in un profondo letargo. Sogna? E cosa? Rimetto al suo posto la trave. Fai buon riposo, e torna a rallegrare la campagna coi tuoi cori, in primavera. 


Torno verso casa. Lungo la carreggiata, controsole, le gocce sugli steli delle erbe riflettono un mondo capovolto. Ondeggiano al vento, e quando Diana urta l'erba quei minuscoli mondi esplodono in una miriade di sprazzi di luce.


Chiudo il cancello della campagna. Sul muretto un microscopico mondo sembra illuminato dalle gocce. Gli sporangi dei muschi sembrano minuscoli, curiosi alieni. 



Buon anno. Buon anno dai mondi capovolti, da quelli addormentati, da quelli minuscoli e da quelli alieni. Buon anno dalla mia campagna antica che ogni anno decide di rinnovarsi. Buon anno anche da me, che spero di esser degno di queste meraviglie e della vostra compagnia. 

Buon anno. 

Una chioccia coi suoi pulcini.

Spesso ci dimentichiamo, complice l'attuale diffuso benessere, che il mondo rurale un tempo non era così come lo idealizziamo a volte oggi. In particolar modo la povertà che accumulava tante famiglie contadine e il bisogno di mettere qualcosa in tavola spingeva a trovare soluzioni diverse da quelle suggerite dalla natura.
Sia chiaro, oggi non spingeremmo mai a ricorrere ai sistemi che vi illustreremo, sia perché abbiamo concetti molto differenti del benessere animale, sia perché si possono felicemente acquistare senza problemi vari modelli di incubatrice che permettono di far schiudere le uova in ogni momento dell'anno. 
Il bisogno di avere uova in inverno, e pulcini da vendere al mercato per comprare cibo e suppellettili, portava le massaie però a mettere a covare le uova in periodi dell'anno solitamente molto avari di chiocce. Ma le contadine di un tempo non si arrendevano facilmente...

Mia nonna era una contadina, una donna semplice e determinata, che doveva tenere le redini di una famiglia numerosa: un marito, sei figli e i vari parenti presenti in casa (si trattava di una classica famiglia patriarcale della campagna veneziana). A lei spettava la cura del pollame e grazie alle galline riusciva a far quadrare, in mille modi diversi, l'economia della famiglia. Con le uova faceva i baratti: dal casoin le scambiava con lo zucchero, e quando passava il pescivendolo prendeva "un vovo de schìe", ovverosia la quantità di gamberetti che poteva barattare per un uovo. Al mercato, poi, portava in una caponàra i pulcini nati per venderli e ottenere il necessario da mettere in tavola. 
Per lei avere uova e pulcini era quindi di fondamentale importanza. Sapeva bene che, per avere pollastre che deponessero anche in inverno, saltando la prima muta, avrebbe dovuto far nascere gli animali in momenti dell'anno in cui non erano disponibili galline o tacchine disposte a covare. Come fare, quindi, a incubare le uova quando le incubatrici artificiali erano un lusso destinato a pochi facoltosi? 
Mia nonna non aveva altra scelta: doveva convincere - eufemisticamente parlando - le galline a covare. Sceglieva una gallinetta, di solito una Pépola, una galina nana, ma a volte usava anche una vecchia "Cucca" (antica razza veneta a livrea sparviero). Per alcuni giorni la nutriva - anche imboccandola a forza, se necessario - con pane e vino. Quindi la afferrava per le zampe posteriori e la faceva roteare per qualche secondo in aria. L'animale, completamente disorientato e ubriaco, veniva messo in un cassetto del comò con una tela spessa sopra, che facesse passare poca luce. 

Gallo di Cucca o Cenere.

Dopo aver ripetuto il trattamento per alcuni giorni, alla gallinella si provava ad affidare alcune uova, e di norma a questo punto l'animale iniziava a covare. I pulcini che nascevano erano trattati con la massima cura perché da essi dipendevano sia la futura produzione di uova che l'economia della famiglia. Se si trattava di giovani tacchini, allora nonna cercava delle ortiche, che tagliava finemente e mescolava con l'insalata da offrire ai giovani animali. 
Se la chioccia dimostrava un ottimo istinto alla cova, poi, i pulcini venivano tolti via via che nascevano e alla gallina si afidavano altre uova, per ottenere una seconda schiusa. I primi nati erano quindi affidati a una balia, che nelle campagne del veneziano, padovano e trevigiano, poteva essere anche un galletto castrato, usanza riportata anche da Italo Mazzon. In questo caso al cappone, spesso ottenuto da polli nani o seminani, si toglieva parte del piumino del petto, lo si trattava come la chioccia ingozzandolo di pane e vino e infine gli si infilavano sotto i pulcini durante la notte in modo che al suo risveglio li accettasse e iniziasse a curarli. 
Vale la pena ricordarlo: queste pratiche oggi devono essere evitate, per salvaguardare il benessere degli animali. Ma vale altrettanto la pena ricordare che ci sono stati anni in cui non esistevano supermercati e dove la vita era davvero un continuo lavorare per la propria sussistenza. In questi tempi di benessere dovremmo avere ancora l'umiltà di ricordare ciò che eravamo e comprendere ciò che abbiamo guadagnato, al fine di arrivare a capire a cosa possiamo rinunciare serenamente per venire incontro alle esigenze di un mondo in continuo cambiamento e di un ambiente che necessiterà sempre più da parte nostra di cure e attenzioni.

Una chioccia cura i propri pulcini.




Verdure "à la carte" per i nostri polli? Sì, grazie!

Somministrare le verdure ai polli rappresenta un'integrazione molto importante alla dieta dei nostri polli. Avevamo parlato in un post dedicato al pascolo di come attraverso l'assunzione di erbe e verdure le nostre galline arrivino a produrre uova che presentano livelli maggiori di acidi grassi omega 3 e di vitamine A ed E. Insomma, un vantaggio importante in termini nutrizionali anche per noi, ma che diventa di importanza fondamentale per i nostri polli per due motivi. 

Primo, i riproduttori che vengono allevati con integrazioni costanti di verdure o accesso continuo al pascolo soffrono meno di carenze vitaminiche che potrebbero incidere molto negativamente sulla fertilità delle uova; secondo, la disponibilità di verdura ed erba da becchettare e spulciare diminuisce i livelli di stress e contrasta il fenomeno della pica o cannibalismo, che invece può colpire gli animali costretti in recinti troppo angusti.

Riproduttori allevati al pascolo o con somministrazione costante di verdure hanno tassi di fertilità maggiore.  

Insomma, ce n'è per fare sì che l'allevatore somministri senza troppi pensieri verdure appropriate ai propri animali! Ma è importante anche COME vengono somministrate ai polli le verdure o l'erba. Se ci limitiamo a gettarle nel recinto, infatti, le galline inizieranno a razzolare e raspare coi piedi, sporcandole di fango, terra e feci. Soprattutto nel caso in cui siano presenti parassitosi di qualche genere, capirete che non si tratta di una metodologia di somministrazione auspicabile. 

Molto meglio, quindi, provvedere in uno dei seguenti modi. Possiamo costruire una piccola tramoggia semplicissima, costituita da un rettangolo di rete rigida da fissare a una ventina di centimetri dal suolo, lungo il lato inferiore, direttamente al lato interno della rete del pollaio, con due catenelle o cordicelle sugli angoli superiori che ci permettano di ancorarla alla recinzione stessa e  ad aprirla come se fosse una finestra a vasistas. Nello spazio a "V" formato dalla tramoggia e dalla recinzione metteremo erbe e verdure da somministrare ai polli. 
In secondo luogo, si può realizzare un semplicissimo "appendiverdure" per quelle varietà (come certe cicorie ma soprattutto come cavoli, verze e cavolfiori) che presentano un fusto centrale piuttosto solido. In questo caso si appende in pollaio un cavo terminante con un gancio metallico, in modo che quest'ultimo arrivi a circa 30 cm dal suolo. Quindi si infilza al gancio il fusto solido della verdura e la si lascia penzolare in pollaio, in modo che le nostre galline la divorino con gioia piano piano. 
Vi lascio con un video in cui vi mostro come realizzare quest'ultima soluzione, che trovo davvero efficace e pratica. Realizzatela anche voi e vedrete che i vostri pennuti la apprezzeranno enormemente. A presto e buon allevamento!



A volte la campagna non basta.
Non bastano i fossi e i canali dei miei campi, seppur con tutti i loro problemi. A volte voglio vedere, toccare con mano quelle realtà anche in giardino. E proprio per questo l'altr'anno ho deciso di dar nuova vita a un vecchio abbeveratoio abbandonato. Si trattava di una vecchia vasca in cemento, che per decenni aveva girato e rigirato cortile e giardino, senza trovare una propria collocazione. E così alla fine ho deciso di trasformarla in uno stagno da giardino, in un mini pond in cui coltivare essenze acquatiche e palustri, per lo più autoctone, e dove allevare e conservare alcune delle specie animali che abitavano i fossati della mia infanzia.
Ecco quindi la vasca: un vetusto abbeveratoio, che per forse vent'anni aveva dormito a riparo di una siepe di ligustro, prima che questa venisse sradicata per un restauro. Le misure interne sono di 87x42x24 cm, per un volume totale disponibile di  circa 87 litri. 




Visti i danni che col tempo aveva subito, per prima cosa ho provveduto a chiudere e sigillare ogni crepa visibile con silicone per acquari.



Per il foro di scarico, troppo irregolare per un tappo classico, ho optato per il fondo di un vaso di coccio rotto, fissato e sigillato sempre col silicone per acquari.



Una volta lasciato asciugare il silicone un paio di giorni, ho provveduto a fare una prova di tenuta. Per iniziare, ho coperto il coccio del foro di scarico con una zolla di terreno argilloso prelevato da fondo di un fossato secco, comprimendovela bene attorno e sopra.



Infine ho riempito tutto d'acqua, per testare la tenuta della vasca, aspettando un giorno per vedere se quest'ultima tenesse.


Si può notare come la vasca non sia perfettamente orizzontale, ma che sia leggermente inclinata all'indietro verso uno degli angoli, per favorire la fuoriuscita dell'acqua in eccesso dopo le piogge da un unico punto. In questo modo ai piedi della vasca si creerà un angolo più umido dove cresceranno bene particolari specie di piante.



Una volta appurata la tenuta della vasca, questa è stata nuovamente svuotata e il fondo è stato totalmente ricoperto da fango e argilla presi dal letto di un fossato asciutto. In questo modo arriveranno già nel laghetto preziosi microrganismi, oltre a qualche pianticella (come la piccola Lysimachia nummularia che si vede in alto a sinistra).



Il passo successivo è stato quello di ricoprire il fondo con foglie morte provenienti dallo stesso fossato, in modo da garantire a crostacei e altri organismi un'adeguata fonte di cibo. Aspettando un giorno è stato possibile appurare l'eventuale presenza di giovanissimi esemplari del temibile Procambarus clarkii, per fortuna rivelatosi assente.



Sono stati posizionati alcuni mattoni sopra cui mettere i vasi delle prime piante palustri, in particolar modo Carex e Lythrum. In questo modo tali piante sarebbero risultate appena al di sotto della superficie dell'acqua, a vasca riempita.


Quindi si è dato inizio al riempimento utilizzando acqua piovana e acqua di pozzo, e si è atteso qualche giorno perché le foglie secche si inzuppassero d'acqua tornando a depositarsi sul fondo.


Infine, una volta depositatesi le foglie sul fondo, ho aggiunto alcune secchiate di acqua proveniente da un fossato pulito e ricca di microrganismi di varia specie, tra cui crostacei cladoceri (Daphnia sp.), copepodi (Cyclops sp.), ostracodi, eccetera. Ho anche aggiunto altre piante, come Butomus umbellatus, Alisma plantago-aquaticaEgeria densa, Hottonia palustris, Utricolaria sp. e una ombrellifera palustre che non sono ancora riuscito a identificare.



Tra i macroinvertebrati, assieme alle piante ho aggiunto anche una femmina di coleottero ditiscide (un Agabus sp.) e le chiocciole d'acqua dolce Planorbarius corneus, Bithynia leachi, Physa sp., Lymnaea stagnalis, Viviparus ater.  Erano risultati poi presenti numerosi anellidi arrivati col fango.
Ai piedi della vasca, protette da alcuni vecchi mattoni, ho piantato tre tipi di menta, un pallon di maggio e qualche altra pianta recuperata lungo i fossi.


Come sta evolvendo questa piccola comunità? Il giunco d'acqua si è propagato vigorosamente sul fondo, l'iris d'acqua sta regredendo, la salcerella è fiorita più volte e la menta acquatica ha allungato i propri fusti in tutta la vasca. Le grosse chiocciole sono sparite, probabilmente predate da alcune piccole sanguisughe giunte col fango del fondo. Cosa non rifarei? Probabilmente non inserirei Utricolaria nella vasca. Col tempo è diventata invasiva, ha decimato la popolazione di crostacei e ha soffocato altre essenze come ad esempio Hottonia palustris. Quest'anno proverò ad estirparla e a sostituirla con altre essenze quali ad esempio Egeria densa e (ancora) Hottonia. Proverò nuovamente ad inserire anche delle chiocciole, in particolar modo Planorbis.
Problemi di altra natura: la porosità delle pareti della vasca a causa della capillarità tende ad evaporare molto velocemente, specie in estate. Questo comporta numerosi rabbocchi soprattutto durante la bella stagione, in media ogni due o tre giorni. La presenza di piante galleggianti in superficie, come Lemna, diminuisce questa tendenza.
Mi è piaciuto realizzare questo bonsai pond? Molto. Ho potuto infatti conservare a portata di mano e al sicuro il genotipo di tante piante e animali delle mie campagne, che resisteranno quindi al sicuro anche se dovessero venire a sparire i loro fossati di provenienza. E in verità la cosa mi è piaciuta così tanto che ho replicato l'esperienza, questa volta con una vecchia vasca da bagno... Ma di questo, magari, vi racconterò un'altra volta. Vi lascio con un breve video girato quest'estate che mostra il bonsai pond in tutto il suo rigoglio. A presto!


Come sta evolvendo questa piccola comunità? Il giunco d'acqua si è propagato vigorosamente sul fondo, l'iris d'acqua sta regredendo, la salcerella è fiorita più volte e la menta acquatica ha allungato i propri fusti in tutta la vasca. Le grosse chiocciole sono sparite, probabilmente predate da alcune piccole sanguisughe giunte col fango del fondo. Cosa non rifarei? Probabilmente non inserirei Utricolaria nella vasca. Col tempo è diventata invasiva, ha decimato la popolazione di crostacei e ha soffocato altre essenze come ad esempio Hottonia palustris. Quest'anno proverò ad estirparla e a sostituirla con altre essenze quali ad esempio Egeria densa e (ancora) Hottonia. Proverò nuovamente ad inserire anche delle chiocciole, in particolar modo Planorbis.
Problemi di altra natura: la porosità delle pareti della vasca a causa della capillarità tende ad evaporare molto velocemente, specie in estate. Questo comporta numerosi rabbocchi soprattutto durante la bella stagione, in media ogni due o tre giorni. La presenza di piante galleggianti in superficie, come Lemna, diminuisce questa tendenza.
Mi è piaciuto realizzare questo bonsai pond? Molto. Ho potuto infatti conservare a portata di mano e al sicuro il genotipo di tante piante e animali delle mie campagne, che resisteranno quindi al sicuro anche se dovessero venire a sparire i loro fossati di provenienza. E in verità la cosa mi è piaciuta così tanto che ho replicato l'esperienza, questa volta con una vecchia vasca da bagno... Ma di questo, magari, vi racconterò un'altra volta.