L'autunno arriva anche quest'anno, finalmente. Dico finalmente perchè a me, personalmente, piace sempre molto, con tutte le sfumature del dorato e dell'arancio degli alberi e della frutta che contrastano bellamente con il verde scintillante dei prati e col grigio della nebbia.
L'autunno porta al solito tempi di cambiamenti. Le galline, dopo esser state rinchiuse nei recinti durante l'estate, hanno iniziato a godere di nuovo della campagna. A turno, ogni giorno un recinto differente viene aperto e i suoi occupanti prendono possesso del prato e del frutteto, tornando a cercar cibo contente sotto i cespugli di alloro e gli alberi di caki, ingozzandosi di erba fresca e di vermicelli etratti con lunghe ed operose manovre di razzolamento. A turno, sì, perché altrimenti i galli si massacrerebbero tutti tra loro... purtroppo bisogna tenerli separati.
Ma non è l'unica novità, come avrete capito dalla foto iniziale... Abbiamo un nuovo cagnolino, anzi, una nuova cagnolina!!! Si chiama Virgola (mio padre la chiama Diana, ma vabbè...), è una meravigliosa bastardina e ci tengo a precisare immediatamente una cosa importante: LA SUA CODA NON E' STATA TAGLIATA!!! Virgola proviene da una famiglia di cagnetti (di cui fa parte anche Fritz, uno dei miei botoli, che tra l'altro è un suo prozio) che nascono già senza coda o quasi, solo con un breve moncherino. E' bellissima, con i suoi occhioni verdi e le orecchiotte da pipistrellina! Sta già dimostrando un'intelligenza vivacissima ed un carattere coccolone e giocherellone. Viste le dimensioni dei suoi avi, ci aspettiamo che rimanga piccola, una meravigliosa botolina da guardia e da compagnia... Speriamo sia anche una brava cacciatrice di topi, come la mamma ed il prozio!
Se possibile, cercheremo di non farla sterilizzare, isolandola in recinto per quei pochi giorni all'anno in cui andrà in calore... La nostra filosofia, per quanto possibile, è sempre quella del "non tagliare". Niente tagli alle orecchie, niente taglia alla coda, niente castrazione. Magari un giorno diventerà anche mamma, chissà... Abbiamo una grande fortuna, quella di vivere in un tessuto sociale ancora in parte ben legato alla ruralità, in cui le cucciolate di cagnolini di norma trovano in pochi giorni padroni ansiosi di accudirle. Nel frattempo non mi resta che sperare che cresca bella, forte e sana come gli altri due botoli che le stanno al momento facendo da "tutori", e con la quale ha già iniziato a formare un trio di moschettieri davvero bellissimo.
Non ci è dato sapere se il Pla Kat, così come viene chiamato in Thailandia, sia originario proprio di quel paese o se sia invece autoctono della vicina Cambogia, o se ancora non sia frutto della paziente selezione di un allevatore cinese, per lo meno la sua forma a pinne a velo; quello che è certo è che tradizionalmente questi pesciolini sono sfruttati all'interno del circolo locale delle scommesse, nella poco invidiabile veste di... guerrieri. Infatti, proprio come accade per i galli, in Thailandia si usa scommettere sul risultato del combattimento fra questi animali. Bisogna sapere che due esemplari maschi di Betta splendens non possono generalmente coesistere nella stessa pozza d'acqua: essi infatti combattono strenuamente per difendere il proprio territorio. Il perchè di tanta aggressività si può spiegare in molti modi, ma probabilmente è dovuto all'ambiente in cui questi pesci (e diversi loro congeneri) si trovano a vivere. Essi sono infatti diffusi nelle risaie, nelle raccolte d'acqua temporanee della foresta, addirittura, a volte, nei buchi lasciati nel gango dai bufali, o nell'acqua che si nasconde sotto lo strato di foglie morte del sottobosco. Spesso, questi animali trascorrono la propria esistenza in pozze di una trentina di cm di diametro, contenenti pochi litri d'acqua. Tali ambienti precari hanno comportato due particolari caratteristiche di questi animali: l'aggressività ed il labirinto.
Successivamente, con l'avvento dell'acquariofilia e delle varietà a pinne a velo o veiltail, come sono chiamate, questo pesce uscì dai circuiti dei tornei per entrare nelle case di milioni persone del mondo, raggiungendo per la sua forma e per i suoi colori una fama enorme e meritata. attualmente, le selezioni di questi pesci sono così distanti dalla specie selvatica da poter essere considerati davvero in tutto e per tutto degli animali domestici. Col tempo imparano a riconoscere le persone che si occupano di loro, avvicinandosi al vetro dell'acquario al loro arrivo. Certo, sebbene siano animali robusti necessitano di particolari attenzioni e non devono MAI essere tenuti in vasetti da marmellata o simili, come si vede in tanti negozi di acquari. A ciascun maschio andrebbe assegnata una vaschetta di almeno 10 litri d'acqua (può sembrare un volume minimo, ma in natura di norma questi pesci vivono in pozze di dimensioni anche inferiori), dotata di piante e con una buona copertura sopra: amano saltare! Inoltre, per la presenza del labirinto e per la loro necessità di respirare ossigeno atmosferico, il coperchio è indispensabile: aiuta a mantenere elevata la temperatura dell'aria sovrastante l'acqua, e ad evitare così raffreddori fatali. Mai allevare due maschi di pesce combattente assieme! Pare un consiglio scontato, ma molti principianti fanno quest'errore con la conseguente dipartita per combattimenti di uno o entrambi i pesci. Le femmine invece possono convivere in una stessa vasca; ad esempio, un acquario ben piantumato di 60-70 litri può ospitare un piccolo harem di un maschio e 5-6 femminucce. L'alimentazione non è un problema: cibi secchi, in scaglie, liofilizzati e granulati sono tutti ben accetti, ma in vista della riproduzione è meglio attrezzarsi con cibo vivo e congelato. Ma di questo parleremo nella seconda parte: la riproduzione di questi pesci è un fenomeno così affascinante che merita un post tutto per sè.

Ci sono posti che esulano dalla semplice bellezza formale, e che finiscono con divenire parte dell'anima e dell'immaginario di coloro che li visitano. E' questo certamente il caso dei giardini seicenteschi di Villa Barbarigo a Valsanzibio, sui Colli Euganei.
Li abbiamo visitati per la prima volta, io e Roberta, 4 anni fa. Una vacanza dietro porta, qualche giorno passato da una località all'altra del padovano, a scoprire, vedere e gustare luoghi, cultura e natura. Ma a Villa Barbarigo ci siamo davvero perduti. Tra cancelli che portavano nel bosco, peschiere abitate da cigni curiosi, siepi potate al millimetro e prati selvaggi, Ci siamo completamente lasciati vincere dalla magia e dalla meraviglia di questo che uno dei più begli esempi di giardino simbolico presenti nel nostro Paese. E non vi tedierò nemmeno con la sua storia o sul modo in cui raggiungerla: tutte le informazioni utili le troverete nel sito ufficiale. Mi limiterò a lasciarvi alle foto scattate quel giorno di settembre, in attesa di potervene proporre altre, magari, più avanti e più recenti. Purtroppo allora non avevo la mia fida Olympus e300... la qualità delle immagini non è quindi delle migliori!
Dedico questo post ad una persona, Mimma Pallavicini, che col suo blog pochi giorni fa mi ha dato modo di tornare a vagheggiare con allegria su questa meraviglia, e sul periodo in cui la visitai. GRAZIE DI CUORE!!


Ho già avuto modo di raccontare di come, qualche anno fa, l'incontro con l'anziana rosa veilchenblau patavina abbia stimolato la mia passione per le rose. Non per tutte le rose, sia chiaro; molte le trovo insipide, quasi noiose. Sono (queste ultime) soprattutto certe cultivar moderne; quelle che in genere riscuotono maggiormente le mie simpatie sono le rose antiche, così come le varietà botaniche e quelle selezionate nella prima metà del '900.
Sono le rose dei nostri nonni, rose che spesso fiorivano una sola volta nell'arco dell'anno, ma con una generosità insospettabile e con profumi intensi ed avvolgenti che facevano aspettare con ansia il momento in cui, l'anno dopo, si sarebbero potute ammirare ancora. Sono le rose che facevano belli gli orti di campagna, le antiche corti contadine, le case patronali e le ville dei signori; sono le rose che facevano sognare i poeti e le dame. Molte di queste rose sono scomparse, decine di varietà che si sono estinte nel nulla o quasi, piante di cui si sono dimenticati nome ed ascendenze. Eppure, tante di queste piante sopravvivono ancora, magari nascoste tra le mura dei vecchi cimiteri, avviluppate ai ruderi di ville padronali abbandonate o nei giardini incolti delle aie ora silenziose di vecchie case contadine. E in questi anni, proprio nei confronti di queste rose si è spostata la mia attenzione.
Prima dell'incontro con la veilchenblau, per me la rosa per eccellenza era quella ereditata dalla nonna Elvira, la vecchia e robustissima Queen Elizabeth; generosa come poche, bella, vitale. In seguito, dopo la scoperta delle rose antiche, ho iniziato a guardarmi intorno con occhi diversi. E così, ecco che lungo una recinzione compaiono come per magia una Alberìc Barbier ed una rosa antica che somiglia molto alla Boubon Queen; ecco che diventa evidente la bellezza di una rosa a fiore semplice nel cortile della nonna di mia moglie; ecco una rosa rossa esuberante, a fiore doppio, che avvolge una casa contadina abbandonata, intrecciandosi con un'edera secolare. Scoprire il nome di alcune di loro sembra impossibile; nessuno le ricorda più, non si trovano descrizioni o immagini. Che fare? Io, quando posso, cerco di moltiplicarle per il mio giardino. Certo non da seme (sarebbe impresa improba e poco fruttuosa con queste varietà), ma per via vegetativa. Così, armato di forbici, prelevo i rami destinati a diventare talee. Al temine dell'estate ed in autunno si possono fare talee legnose, con rami dell'anno dalla base legnosa e ricchi, in basso, di gemme dormienti. Sarà a livello di questi nodi che la talea emetterà le sue radici. Potrà essere utile spolverare la base con un'ormone radicante. Le talee dovranno essere lunghe almeno tre o quattro nodi, e sarebbe bene eliminare in esse tutte le foglie tranne il primo paio in alto. Vanno interrate per metà in un vaso, riempito con terriccio composto per metà da sabbia e per metà di humus, e collocate in un luogo luminoso ma che non riceva la luce diretta del sole. E' importante che esse vengano ben annaffiate, e che il terriccio venga mantenuto leggermente umido. Preparate in autunno, inizieranno a mostrare le prime foglie la primavera successiva, ma occorrerà un altro anno in vaso prima di piantarle a dimora (questo per dar loro maniera di irrobustire le radici).
Un'alternativa interessante alla moltiplicazione per talea è quella per innesto a gemma, o ancora la preparazione di una margotta; in ogni caso, ciò che conta sarà il risultato: riuscire a conservare nella loro bellezza e purezza quei fiori che hanno fatto sognare le generazioni che ci hanno preceduti.

Venerdì scorso, orto dei miei genitori, stralcio della conversazione con mamma.
-Andrea, vedi un po' cosa sono quei vermi, o bruchi, non so... sono sulle foglie di cavolo.
-(dopo aver osservato i bruchi in questione) Ah, sì, sono belli... sono bruchi di cavolaia.
-Se ti interessano prendili, 'ché sennò li faccio fuori, perché mi stanno mangiando tutti i cavoli.
-Ma non potresti lasciarli lì un altro po'? Tra poco fanno crisalide, non mangiano più tanto...
-...
-Lo prendo come un no, vero?
Ecco, è andata più o meno così. In effetti, spiegare a qualcuno che gli amati cavoli, cui ha dedicato cure e attenzioni per settimane, dovrebbero continuare ad essere mangiati da insolenti piccoli bruchi solo per poter vedere qualche farfalla in più in primavera, è un'operazione che di norma comporta qualche piccolissimo problema. E per di più le cavolaie sono davvero ancora abbastanza comuni, per cui... Però queste farfalline mi stanno sempre e costantemente simpatiche. Sarà perché sono tra le prime farfalle che ho inseguito a perdifiato nei campi, da bambino, sarà perché sono tra le prime specie a comparire in primavera, e tra le ultime a svanire con l'autunno...
Le comuni cavolaie sono farfalle appartenenti alla famiglia dei Pieridi, molto diffuse e legate nei primi stadi vitali principalmente a piante della famiglia delle brassicacee... quindi cavoli, cavolfiori, cappucci e compagnia bella. Pare che le mamme cavolaie siano irresistibilmente attratte nella scelta della pianta cui affidare le proprie uova da certe sostanze aromatiche prodotte proprio da questa famiglia di vegetali. In alternativa anche dei Tropeolum sono visti come potenziali nursery, ma i cavoli rimangono sempre la prima scelta di questi insetti... ragione questa del motivo per cui sono stati così ampiamente detestati da generazioni di orticoltori.
I bruchi trovati da mia mamma sono gli stadi giovanili di Pieris brassicae, la cavolaia maggiore, la specie più grande presente da noi (tra i 5 ed i 6 cm di apertura alare). Vi sono erò ovviamente anche altre specie, come ad esempio Pieris rapae, più piccola e con bruchi di un tenero verde chiaro chiazzato di giallo, molto più mimetici di quelli della cugina maggiore. Anche questa specie in effetti frequenta il nostro orto, ma meno vistosamente e con minori danni per le verdure... Anche se in verità erano anni che non trovavo una nidiata così numerosa di cavolaie maggiori. questa è ovviamente la seconda generazione dell'anno; la prima si era sviluppata tra la primavera e l'estate, passando un breve periodo nello stadio di crisalide. Ora invece il sonno della pupa sarà più lungo, ammesso che non venga interrotto da qualche uccelletto predatore...
Ma come fare per risolvere l'amletico dubbio con mamma e salvare capr... pardon, cavolaia e cavoli? Semplice: i bruchi, oramai prossimi alla metamorfosi, saranno trasferiti in una gabbietta e nutriti con brassicacee selvatiche e foglie già danneggiate di cavolo, fino a che non si impuperanno; quindi le crisalidi saranno portate in campagna e lì lasciate svernare in un luogo riparato. E l'anno prossimo, per prevenire piccole tragedie, seminerò un filare di cavoli lungo la riva, in maniera da potervi trasferire quelle sconsiderate nidiate di bruchi che tenteranno di insidiare le piante nell'orto di famiglia.
Ma è una zucca, ornamentale e bellissima. Come lei, tantissime sono le varietà di zucca (Cucurbita maxima) che non sono destinate ad appagare il palato, ma solo gli occhi. Questo tipo particolare, che mi ha affascinato così tanto, è una mini-turbant, una miniatura della francese "Turbante turco". Le zucche si seminano direttamente a dimora, in primavera, magari dopo aver arricchito con del compost maturo il terreno a loro dedicato. In ogni buchetta vanno sepolti 4-5 semi, e delle piantine che nasceranno da ciascun gruppo terremo solo la più bella e robusta. Bisogna lasciare abbastanza spazio tra una pianta e l'altra, almeno un paio di metri, perchè sono rampicanti estremamente robuste e generose che possono raggiungere dimensioni inaspettate.
Ci sono delle creature che decisamente sembrano raccogliere e rappresentare meglio di altre lo spirito e le stravaganze macabre di Halloween, l'alloctona festa anglosassone che sembra aver conquistato il cuore di tanti italiani. Ed in questi giorni mi sono trovato ad avere a che fare con un paio di loro. Così, anche se Halloween di per sè non mi piace, l'occasione era troppo ghiotta, e voi, da bravi, vi beccate due post su questi "signorini" in maschera.
Domenica scorsa, telefonata di un amico: "Ho trovato un bruco di sfinge testa di morto, vuoi fotografarlo?"
Per onor di cronaca, l'ultimo pezzo della frase non me l'ha davvero detto, ma sappiate che se mi telefonate per dirmi che avete trovato un bruco di sfinge (o qualche altra affascinante creatura) io leggerò sempre come sottotitolo "vuoi fotografarlo?" e mi comporterò di conseguenza. Regolatevi.
Così, la mattina dopo di buon ora sono lì per fotografare l'animale. Ho già avuto modo anni fa di allevare per qualche tempo alcune Acherontia atropos, la sfinge testa di morto, ed il bruco allo stadio finale era qualcosa di... superbo. Giallo limone, con sette strie inclinate blu-violette a segnargli il dorso, due bande nere sugli occhi ed un cornetto aranciato coperto di tubercoli bianchi sul didietro: un quadro di Picasso esploso tridimensionalmente. Purtroppo, l'esemplare individuato dal mio amico era oltre l'ultimo stadio... era a quel livello in cui avrebbe dovuto trovarsi sotto una spanna di terra a costruire il proprio bozzolo. Era meno turgido, meno grosso e soprattutto meno colorato. Ma meritava comunque di essere mostrato. Ora sta riposando nella sua cella sotterranea, in attesa della primavera.
La testa di morto è una delle più grandi falene del nostro Paese, potendo raggiungere un'apertura alare di 14 cm. Prende il nome dal disegno presente sulla peluria del torace, che somiglia vagamente ad un teschio umano. A causa di questa coincidenza, e del fatto che, se afferrata, essa produce uno strano squittio, la testa di morto divenne nel medioevo incarnazione pura del male. Si diceva addirittura che sussurrasse all'orecchio delle streghe il nome di chi sarebbe morto di lì a breve. Come se non bastasse, Thomas Harris la utilizzò come simbolo nel suo thriller "Il silenzio degli innocenti"..... proprio un perfetto animale da Halloween! In verità, le uniche creature che possono davvero temere questo lepidottero sono le api: infatti esso penetra negli alveari e, con la suo proboscide corta e spessa, perfora le cellette opercolate e ruba il miele. La fitta peluria le permette spesso di uscire incolume dalle sue scorrerie, ma più di qualche apicoltore ne ha trovato il cadavere mummificato nell'arnia, uccisa dalle punture delle api.
I grossi bruchi vivono sulle solanacee e sulle oleacee, e possono mostrarsi in un paio di generazioni all'anno. A fine sviluppo scavano nel terreno una galleria, al termine della quale costruiscono una cella dalle pareti levigate in cui avviene la trasformazione in crisalide. Questa, dopo un paio di settimane (se estate) o dopo il lungo inverno, darà vita ad una nuova generazione di piccoli banditi alati.
Cambiare punto di vista, a volte, è illuminante. Anche quando si tratta di strade. Alcuni anni fa percorrevo una via alternativa a quello che era il mio tragitto usuale, quando all’improvviso rimasi meravigliato di fronte ad una antica villa restaurata. Il colore giallo chiaro dell’intonaco del muro si armonizzava col verde bosco degli infissi. Ma quello che più mi aveva colpito era il muretto di cinta: anch’esso giallo, era sovrastato da una ringhiera dalla quale fuoriusciva una vera cascata di fiori del più incredibile viola.
Mi avvicinai per capire di che pianta si trattasse, e mi accorsi con stupore che si trattava di una rosa. Non ne avevo mai viste di simili: era di color viola intenso, che in qualche fiore virava al blu, con gli stami gialli ed i petali screziati di bianco puro. Prima di allora non mi ero mai interessato di rose, se non per qualche timido tentativo di reperire alcuni esemplari di rosa canina; ma quella pianta mi aveva davvero rapito. Passato lo stupore, presi un fiore e lo portai con me per cercare di capire a quale varietà appartenesse, e dopo qualche ricerca su internet scoprii che si trattava di una veilchenblau, rosa sarmentosa rampicante, selezionata nel 1909 da Kiese. La villa era, purtroppo, chiusa; qualunque possibilità di avere qualche informazione in più sulla pianta, che da fuori sembrava notevolissima, era quindi remota. Ma decisi di tentare comunque la sorte e nei giorni successivi ripercorsi ancora quella strada, fino a che una mattina non trovai al lavoro il giardiniere del palazzo. Era una persona estremamente cortese, ma purtroppo non sapeva dirmi molto di più sulla pianta, se non che i proprietari asserivano fosse stata messa a dimora molto tempo prima… quasi un secolo.
Se quanto mi diceva il giardiniere era vero, essa avrebbe potuto essere una delle primissime piante importate in Italia di quella varietà! La mia faccia doveva essere assolutamente sbigottita, perché l’uomo si accorse subito della mia incredulità e mi fece entrare per vedere la rosa nella sua interezza. Evidentemente, il mio stupore era destinato ad essere solo agli inizi: infatti davanti a me si trovava la pianta di rose più colossale che avessi mai visto. Il diametro del tronco, alla base, oscillava tra i 35 ed i 40 cm; l’altezza dell’intera pianta, parzialmente rampicante, era di circa 3 metri e mezzo. Il giardiniere stava effettuando, guarda caso, proprio una potatura leggera della pianta, che aveva subito dei danni dopo un temporale. Gli chiesi quindi un ramo di quella magnifica pianta, per provare a farne una talea, entrando così di diritto nel mondo delle rose. Certo non era la stagione ideale, ed infatti delle tre talee che ricavai dal ramo solo una attecchì.
Dovetti attendere due anni prima di vedere il primo fiore, ma ricordo ancora l'emozione. Era piccolo e bellissimo. Purtroppo, solo quest'anno la mia pianta ha potuto finalmente essere trapiantata a dimora... è rimasta a casa dei mie genitori, nel giardino della mia infanzia, accanto al pozzo. Lì, da vera rambler, potrà intrecciarsi al ferro battuto e fare sfoggio una volta di più della sua meravigliosa fioritura. I lunghi steli quasi privi di spine portano mazzolini di fiori dal profumo dolce e fruttato. Secondo me è davvero perfetta per il cottage garden, con la sua aria di aristocratica antichità. Come tante delle varietà di rose di un tempo, veilchenblau fiorisce una sola volta l'anno; ma è uno spettacolo davvero meraviglioso, che vale completamente l'attesa.
Avevo già avuto modo di parlare delle viole. Ma con l'autunno, forse un po' inaspettatamente, mi è tornato voglia di farlo. A far scattare la molla è stata una piccola scoperta, il fatto d'aver visto per la prima volta una cosa di cui avevo solo letto.
Pochissimi giorni fa, passeggiando lungo il grande muro di una vecchia villa patrizia, ho trovato diverse piante di una viola dalle foglie stranamente grandi, per gli standard cui sono abituato. Avrei potuto scommettere che si trattasse di Viola odorata, ma valeva la pena raccogliere un paio di piantine... hai visto mai che fossero i cloni - eredi di quelle viole che facevano scintille nel XIX secolo?? Ma raccogliendo una pianticella ed osservandola, mi sono reso conto di una cosa: vicino alla radice c'erano due fiori dallo stelo cortissimo, chiusi come scrigni.
Mi ci sono voluti pochi secondi per capire che di capsule di semi si trattava, e più o meno lo stesso tempo per ricordare quanto letto in un vecchio libro: i semi delle viole come la viola mammola si possono trovare a fine estate. Se ci pensate, avete mai davvero visto, in primavera, delle viole che mostrino capsule di semi a fine stagione? Io mai. Il motivo pare risieda nella precocità della fioritura, che avviene quando la maggior parte degli impollinatori sono assenti. Vista la scarsa efficacia a fini riproduttivi delle nostre profumate violette, le piante in questione si attrezzano in altro modo: da un lato, facendo crescere tanti cloni tramite gli stoloni; dall'altro, producendo in tarda estate fiori secondari, quasi a livello del terreno, che hanno la caratteristica di autoimpollinarsi. Come si vede nell'ultima foto, tali fiori producono pochi, grossi semi che possono essere facilmente raccolti e piantati direttamente a dimora in autunno imoltrato, sempre che non si voglia lasciare a Madre Natura il compito di occuparsene.
Quest'anno, poi, sono davvero stato affascinato da queste piante. Ho scoperto che nel XIX secolo erano fiori di gran moda, coltivati in serra per anticiparne la fioritura, durante l'inverno, e che la creazione di nuove varietà era una pratica consolidata. Così, vecchie riviste e internet alla mano, ho cercato alcune antiche varietà per il mio giardino. Alla fine ho optato per tre differenti varietà di Viola odorata: la viola d'Udine, a fiore doppio, viola scuro e profumatissimo; la conte di Brazzà, simile alla precedente ma candida; ed infine la coeur d'Alsace, a fiore semplice e di color rosa, tra il ciclamino e il confetto. Tre differenti bellezze da far attecchire in una aiuola fresca e ombreggiata, dove spero di poterne godere le fioriture in primavera.
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Recuperare le vecchie varietà di fiori spesso non è facile; io ho trovato queste cultivar presso il vivaio Susigarden, di Aiello del Friuli. I proprietari hanno una vera passione per queste piantine, e ne hanno una magnifica collezione. Contattateli con fiducia!
E' di nuovo arrivato l'autunno. Le galline smettono di deporre, i galli sono più tranquilli, e alla fine della stagione si tirano le somme di un anno di allevamento. Che dire? Beh, non è stato l'anno migliore in assoluto. Anzi. Ma rimane ancora qualcosa da salvare. Vale la pena andare con calma...
Partiamo dal gruppo di riproduttori principale. Gli adulti ancora in vita del mio allevamento hanno visto la morte di due delle vecchie femmine, Titta e Tea. Polluce si è rivelato un ottimo riproduttore, con una percentuale di uova fecondate superiore al 90%. In compenso, purtroppo, l'età avanzata (minimo 4 anni) delle galline ha fatto sì che moltissimi embrioni siano morti nell'uovo, circa il 40%. I nati si sono rivelati robusti, con una crescita davvero veloce, e a parte due casi di perosi non hanno mostrato segni di malattia alcuna. In compenso, di tutti i nati in primavera si sono salvati solo tre esemplari, due dei quali successivamente ceduti. Perchè? Perchè gli altri sono stati massacrati dai ratti, che li uccidevano persino dentro le gabbie, e debilitati dagli acari ematofagi, che quest'anno sono stati una vera piaga. Insomma, un disastro. Le incubate autunnali sono andate ugualmente male, ma per altri motivi: le uova in incubatrice sembravano trasudare tuorlo marcio. Alla fine, tra settembre ed ottobre sono nati due pulcini, che adesso stanno crescendo abbastanza bene. Al gruppo di riproduttori si è infine aggiunto un incrocio, sempre proveniente dal ceppo Rossetto, che può vantare 1/8 di sangue Polverara, 1/2 sangue di gallina di tipo Italiana Comune e 3/8 di Padovana Gran Ciuffo. Sono ancora molto indeciso se utilizzare questa gallina o meno nelle riproduzioni del prossimo anno, ma ha orecchioni candidi, nessun accenno di ernia cerebrale e nonostante la taglia piccola ha una massa piuttosto notevole. Insomma, alla fine rimangono, come riproduttori puri per il prossimo anno, il gallo Polluce (Pippo per amici e nemici) e le galline Circe, Medessa, Irene e Gigia; inoltre ci sono la vecchia Rose, incrocio di prima generazione con Italiana Comune, sua figlia Ines, nata da Polluce, e la Berta, l'incrocio ultimo arrivato. Da valutare se aggiungere a questo gruppetto anche Nera, la vecchia Polverara di ceppo commerciale che per prima acquistai nel 2006.
Ma quest'anno ha visto la nascita di un secondo gruppo di riproduttori! Marco e Davide, due allevatori di Camposampiero, si sono presi alcuni dei mie capi. Oltre alla Nerina Jr, figlia della storica Nerina e di Briareo, stanno allevando una figlia di Polluce e Medessa, nata con pochissimo ciuffo, ma con tutte le altre caratteristiche della Polverara assolutamente eccellenti, e Greta, sorella di Polluce e Gigia. Ma soprattutto hanno un gallo bianco, Aries, sempre figlio di Polluce, che si sta rivelando un animale gagliardo e robusto: alla bell'età di 4 mesi e mezzo (è nato il 16 maggio!) aveva già iniziato a cantare! Una bella differenza tra questo ceppo e certi di quello commerciale, in cui i maschi iniziano a sviluppare la propria maturità sessuale verso l'ottavo-nono mese!
Briareo, incrocio di prima generazione tra Polverara Rossetto e Padovana Gran Ciuffo, continua a prosperare nell'allevamento di Marco, nel mantovano. Ha avuto prole accoppiandosi con galline di altre razze, mentre si è in attesa che si riproduca con una vecchia Polverara bianca di ceppo commerciale.
Castore, incrocio di seconda generazione e fratello di Polluce, ceduto con due Polverara commerciali ad un allevatore di Sambruson, ha sfornato una serie di bei capi dalla crescita abbastanza buona; rimane da fare una notevole selezione, perchè molti mostrano tracce di doratura nella livrea, dovuti alle ascendenze paterne (Castore è infati figlia di Rose, un incrocio di prima generazione, edi Leonida, un Polverara puro).
Purtroppo, l'iniziativa di inviare alcune uova a due allevamenti a Frosinone e in Calabria, per formare altri nuclei di riproduzioni, non ha avuto successo: le uova non hanno resistito al lungo trasporto. Chissà se l'anno prossimo potremo fare di meglio, magari con dei pulcini? Nel frattempo, posso solo augurarmi che i mie capi possano ricominciare, la prossima primavera, a dar vita a nuove generazioni di pennuti ciuffati...
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