Con pazienza si possono selezionare tipologia di animali molto belle anche senza per forza ricondursi ad uno standard di razza. Foto di Andrea Mangoni.
Ho parlato, nell'ultimo post, di come selezionare un ceppo avicolo e soprattutto della tecnica della selezione massale.
Se al contrario, per desiderio o necessità, il nostro scopo è quello di migliorare alcune caratteristiche genetiche o eliminarne altre, la strada che ci permetterà di arrivare più rapidamente a dei risultati interessanti è quella della riproduzione in consanguineità o inbreeding, con la conseguente creazione di un vero e proprio albero genealogico che permetta di conoscere gli ascendenti di ogni esemplare del nostro allevamento. Si utilizzano allo scopo il linebreeding ed il closebreeding.
Il primo prevede l'accoppiamento tra animali non troppo strettamente imparentati tra loro, mentre il secondo vede la formazione di coppie fortemente consanguinee (padre-figlia, madre-figlio, fratello-sorella). Ovviamente in entrambi questi casi vi sarà un aumento costante della consanguineità, che dovrà essere seguito con molta attenzione dall'allevatore. In particolare, se il fine è quello di migliorare alcune caratteristiche di razza, si dovranno avere ben chiare le leggi dell'ereditarietà che si applicano a quei caratteri particolari; allevare a casaccio senza la minima nozione di genetica in questo caso significherebbe veder scomparire il proprio ceppo in capo a poche generazioni. Qual'è in questo caso la strategia migliore, allora? E' probabilmente il caso di suddividere i propri animali in due o tre gruppi di riproduttori costituiti da un maschio e 5-6 femmine, se possibile non troppo strettamente imparentati fra loro. Quindi negli anni alleveremo separatamente entrambe le linee riproducendo i capi in stretta consanguineità, cercando di accrescere a due il numero di maschi di ciascuna linea, magari allevandoli in recinti separati dalle femmine, e mantenendo nel contempo un capo della generazione parentale e d uno invece scelto tra i migliori nati dell'anno; quindi, dopo 4-5 anni, potremo incrociare le due linee, mettendo il maschio più vecchio dell'una assieme alle femmine più recenti dell'altra e viceversa; in questo modo potremo ricominciare daccapo il nostro lavoro di selezione, mantenendo sia la purezza del ceppo sia un livello di consanguineità accettabile.
Vorrei far notare infine come moltissimi allevatori si lanciano alla ricerca di ideali di perfezione estetica che non tengono conto della robustezza e della vitalità dei propri capi. Che senso ha allevare polli che diventano campioni d'Italia, ma che in seguito non riescono a fecondare le proprie uova, o ne depongono un numero risibile? O che si ammalano a solo guardarli storti? Eppure non è insolito vedere cose del genere. Per questo il mio suggerimento è e rimarrà sempre quello di cercare prima di tutto di avere animali SANI e ROBUSTI, selezionando queste doti anche a scapito di qualche caratteristica estetica; e se avete la possibilità di allevare animali poco in standard, ma magari provenienti da ceppi antichi, FATELO!! Con la selezione potrete probabilmente recuperare i caratteri desiderati, ma il patrimonio di diversità genetica che quei capi rappresentano per la razza non potrà più essere recuperato, una volta perduto.
Alla fine, alla signora mantovana ho consigliato di provare la strada della selezione massale, o, in alternativa, la formazione di due linee da reincrociare tra loro ogni due o tre anni; la grande variabilità genetica del suo gruppo di riproduttori glie lo consente. In ogni caso, comunque, non dovrà rinunciare a conservare i bei galli che le donò sua suocera - e direi che per il momento questo può essere considerato già un bel traguardo!! Di certo, sull'argomento “selezione” avremo modo di ritornare più volte. Alla prossima!


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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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Cercate sempre di partire da un gruppo costituito da più femmine e maschi, mai da una coppia sola. Foto di Andrea Mangoni.
La nuova arrivata in tutto il suo splendore: Virgola!! Foto di Andrea Mangoni.

L'autunno arriva anche quest'anno, finalmente. Dico finalmente perchè a me, personalmente, piace sempre molto, con tutte le sfumature del dorato e dell'arancio degli alberi e della frutta che contrastano bellamente con il verde scintillante dei prati e col grigio della nebbia.

L'autunno porta al solito tempi di cambiamenti. Le galline, dopo esser state rinchiuse nei recinti durante l'estate, hanno iniziato a godere di nuovo della campagna. A turno, ogni giorno un recinto differente viene aperto e i suoi occupanti prendono possesso del prato e del frutteto, tornando a cercar cibo contente sotto i cespugli di alloro e gli alberi di caki, ingozzandosi di erba fresca e di vermicelli etratti con lunghe ed operose manovre di razzolamento. A turno, sì, perché altrimenti i galli si massacrerebbero tutti tra loro... purtroppo bisogna tenerli separati.

Ancora la piccola Virgola! Foto di Andrea Mangoni.Ma non è l'unica novità, come avrete capito dalla foto iniziale... Abbiamo un nuovo cagnolino, anzi, una nuova cagnolina!!! Si chiama Virgola (mio padre la chiama Diana, ma vabbè...), è una meravigliosa bastardina e ci tengo a precisare immediatamente una cosa importante: LA SUA CODA NON E' STATA TAGLIATA!!! Virgola proviene da una famiglia di cagnetti (di cui fa parte anche Fritz, uno dei miei botoli, che tra l'altro è un suo prozio) che nascono già senza coda o quasi, solo con un breve moncherino. E' bellissima, con i suoi occhioni verdi e le orecchiotte da pipistrellina! Sta già dimostrando un'intelligenza vivacissima ed un carattere coccolone e giocherellone. Viste le dimensioni dei suoi avi, ci aspettiamo che rimanga piccola, una meravigliosa botolina da guardia e da compagnia... Speriamo sia anche una brava cacciatrice di topi, come la mamma ed il prozio!

Se possibile, cercheremo di non farla sterilizzare, isolandola in recinto per quei pochi giorni all'anno in cui andrà in calore... La nostra filosofia, per quanto possibile, è sempre quella del "non tagliare". Niente tagli alle orecchie, niente taglia alla coda, niente castrazione. Magari un giorno diventerà anche mamma, chissà... Abbiamo una grande fortuna, quella di vivere in un tessuto sociale ancora in parte ben legato alla ruralità, in cui le cucciolate di cagnolini di norma trovano in pochi giorni padroni ansiosi di accudirle. Nel frattempo non mi resta che sperare che cresca bella, forte e sana come gli altri due botoli che le stanno al momento facendo da "tutori", e con la quale ha già iniziato a formare un trio di moschettieri davvero bellissimo.

Pippo e Irene fuori. Foto di Andrea Mangoni.
maschio di betta splendens, varietà veiltail da negozio. Foto di Andrea Mangoni.
Acquari e vaschette hanno sempre girato per casa mia. Quando ero piccolo, ogni "bagnarola" possibile ospitava insetti d'acqua, pesciolini, crostacei e molluschi; poi scoprii una vecchia rivista di mia madre con un articolo su un pesciolino ai miei occhi bellissimo, che vantava un carattere da gladiatore unito alla bellezza di un kimono giapponese: era il pesce combattente, o Betta splendens.

Il combattente tailandese, così viene anche chiamato, ha in effetti stregato il cuore di moltissimi appassionati, tra cui quello di uno decisamente illustre: Konrad Lorenz, che gli dedicò delle belle pagine nel suo libro "L'anello di re Salomone". Eppure, sebbene da decenni diventato uno degli evergreen degli acquari tropicali d'acqua dolce, la storia del suo rapporto con l'uomo è molto più lunga e, cosa purtroppo che non sorprende, molto più sanguinaria.

Primo piano di un maschio di Betta splendens. Foto di Andrea Mangoni.Non ci è dato sapere se il Pla Kat, così come viene chiamato in Thailandia, sia originario proprio di quel paese o se sia invece autoctono della vicina Cambogia, o se ancora non sia frutto della paziente selezione di un allevatore cinese, per lo meno la sua forma a pinne a velo; quello che è certo è che tradizionalmente questi pesciolini sono sfruttati all'interno del circolo locale delle scommesse, nella poco invidiabile veste di... guerrieri. Infatti, proprio come accade per i galli, in Thailandia si usa scommettere sul risultato del combattimento fra questi animali. Bisogna sapere che due esemplari maschi di Betta splendens non possono generalmente coesistere nella stessa pozza d'acqua: essi infatti combattono strenuamente per difendere il proprio territorio. Il perchè di tanta aggressività si può spiegare in molti modi, ma probabilmente è dovuto all'ambiente in cui questi pesci (e diversi loro congeneri) si trovano a vivere. Essi sono infatti diffusi nelle risaie, nelle raccolte d'acqua temporanee della foresta, addirittura, a volte, nei buchi lasciati nel gango dai bufali, o nell'acqua che si nasconde sotto lo strato di foglie morte del sottobosco. Spesso, questi animali trascorrono la propria esistenza in pozze di una trentina di cm di diametro, contenenti pochi litri d'acqua. Tali ambienti precari hanno comportato due particolari caratteristiche di questi animali: l'aggressività ed il labirinto.

Il labirinto è uno speciale organo, presente solo nel gruppo di pesci cui fanno capo i Betta (gli Anabantidi), che permette a questi animali di respirare l'aria atmosferica. Per far ciò tali pesci devono salire periodicamente in superficie, per prendere delle vere e proprie "boccate d'aria"; se viene loro tolta questa possibilità, semplicemente... "annegano", per quanto possa sembrare strano per un pesce. Anche la grande aggressività è funzionale a tali habitat: abitando in pozze dall'esistenza precaria, piccole e non in grado di nutrire i piccoli di tutti gli adulti, solo i maschi più forti potevano riuscire ad accaparrarsi i favori delle femmine; gli altri concorrenti dovevano essere eliminati. In questo modo, quelle che erano caratteristiche utilissime in natura si rivelarono un'enorme attrattiva per i siamesi: infatti, dei pesci vivaci e colorati che combattevano tra loro e potevano passare la vitain una bottiglia senza troppo soffrire erano un oggetto di attenzioni più che logico, all'epoca.

Femmina azzurra di Betta splendens. Foto di Andrea Mangoni.Successivamente, con l'avvento dell'acquariofilia e delle varietà a pinne a velo o veiltail, come sono chiamate, questo pesce uscì dai circuiti dei tornei per entrare nelle case di milioni persone del mondo, raggiungendo per la sua forma e per i suoi colori una fama enorme e meritata. attualmente, le selezioni di questi pesci sono così distanti dalla specie selvatica da poter essere considerati davvero in tutto e per tutto degli animali domestici. Col tempo imparano a riconoscere le persone che si occupano di loro, avvicinandosi al vetro dell'acquario al loro arrivo. Certo, sebbene siano animali robusti necessitano di particolari attenzioni e non devono MAI essere tenuti in vasetti da marmellata o simili, come si vede in tanti negozi di acquari. A ciascun maschio andrebbe assegnata una vaschetta di almeno 10 litri d'acqua (può sembrare un volume minimo, ma in natura di norma questi pesci vivono in pozze di dimensioni anche inferiori), dotata di piante e con una buona copertura sopra: amano saltare! Inoltre, per la presenza del labirinto e per la loro necessità di respirare ossigeno atmosferico, il coperchio è indispensabile: aiuta a mantenere elevata la temperatura dell'aria sovrastante l'acqua, e ad evitare così raffreddori fatali. Mai allevare due maschi di pesce combattente assieme! Pare un consiglio scontato, ma molti principianti fanno quest'errore con la conseguente dipartita per combattimenti di uno o entrambi i pesci. Le femmine invece possono convivere in una stessa vasca; ad esempio, un acquario ben piantumato di 60-70 litri può ospitare un piccolo harem di un maschio e 5-6 femminucce. L'alimentazione non è un problema: cibi secchi, in scaglie, liofilizzati e granulati sono tutti ben accetti, ma in vista della riproduzione è meglio attrezzarsi con cibo vivo e congelato. Ma di questo parleremo nella seconda parte: la riproduzione di questi pesci è un fenomeno così affascinante che merita un post tutto per sè.

Un maschio a pinne corte o Pla kat. Foto di Andrea Mangoni.
Un ceppo avicolo tradizionale non sempre ha caratteristiche ben codificate. Foto di Andrea Mangoni.
Poche settimane fa una signora mantovana mi ha chiesto di risolverle un dubbio che le stava molto a cuore: è vero che è nocivo allevare per troppi anni in consanguineità un gruppo di avicoli? Sua suocera infatti le aveva lasciato un gruppo di polli, che lei per oltre dieci anni aveva continuato a riprodurre guidata dal buonsenso. Ora un amico di famiglia le aveva consigliato di eliminare i suoi galli e di sostituirli con uno acquistato al mercato, perché a suo dire era ora di tagliare il sangue, pena avere animali di qualità scadente, addirittura carne non più buona da mangiare! La signora però era ovviamente molto indecisa - non aveva il minimo desiderio di perdere i suoi galli - e si era quindi decisa a chiedere consiglio a me. Così ragionammo brevemente assieme su alcuni punti importanti, visionai il suo ceppo di persona e le detti

Ci sono posti che esulano dalla semplice bellezza formale, e che finiscono con divenire parte dell'anima e dell'immaginario di coloro che li visitano. E' questo certamente il caso dei giardini seicenteschi di Villa Barbarigo a Valsanzibio, sui Colli Euganei.

Li abbiamo visitati per la prima volta, io e Roberta, 4 anni fa. Una vacanza dietro porta, qualche giorno passato da una località all'altra del padovano, a scoprire, vedere e gustare luoghi, cultura e natura. Ma a Villa Barbarigo ci siamo davvero perduti. Tra cancelli che portavano nel bosco, peschiere abitate da cigni curiosi, siepi potate al millimetro e prati selvaggi, Ci siamo completamente lasciati vincere dalla magia e dalla meraviglia di questo che uno dei più begli esempi di giardino simbolico presenti nel nostro Paese. E non vi tedierò nemmeno con la sua storia o sul modo in cui raggiungerla: tutte le informazioni utili le troverete nel sito ufficiale. Mi limiterò a lasciarvi alle foto scattate quel giorno di settembre, in attesa di potervene proporre altre, magari, più avanti e più recenti. Purtroppo allora non avevo la mia fida Olympus e300... la qualità delle immagini non è quindi delle migliori!

Dedico questo post ad una persona, Mimma Pallavicini, che col suo blog pochi giorni fa mi ha dato modo di tornare a vagheggiare con allegria su questa meraviglia, e sul periodo in cui la visitai. GRAZIE DI CUORE!!

Una rosa antica, forse la Bourbon Queen. Foto di Andrea Mangoni.

Ho già avuto modo di raccontare di come, qualche anno fa, l'incontro con l'anziana rosa veilchenblau patavina abbia stimolato la mia passione per le rose. Non per tutte le rose, sia chiaro; molte le trovo insipide, quasi noiose. Sono (queste ultime) soprattutto certe cultivar moderne; quelle che in genere riscuotono maggiormente le mie simpatie sono le rose antiche, così come le varietà botaniche e quelle selezionate nella prima metà del '900.

Alberìc Barbier in fioritura. Foto di Andrea Mangoni.Sono le rose dei nostri nonni, rose che spesso fiorivano una sola volta nell'arco dell'anno, ma con una generosità insospettabile e con profumi intensi ed avvolgenti che facevano aspettare con ansia il momento in cui, l'anno dopo, si sarebbero potute ammirare ancora. Sono le rose che facevano belli gli orti di campagna, le antiche corti contadine, le case patronali e le ville dei signori; sono le rose che facevano sognare i poeti e le dame. Molte di queste rose sono scomparse, decine di varietà che si sono estinte nel nulla o quasi, piante di cui si sono dimenticati nome ed ascendenze. Eppure, tante di queste piante sopravvivono ancora, magari nascoste tra le mura dei vecchi cimiteri, avviluppate ai ruderi di ville padronali abbandonate o nei giardini incolti delle aie ora silenziose di vecchie case contadine. E in questi anni, proprio nei confronti di queste rose si è spostata la mia attenzione.

Una casa abbandonata avvolta da un viluppo di edera e rose vecchie rampicanti. Foto di Andrea Mangoni.Prima dell'incontro con la veilchenblau, per me la rosa per eccellenza era quella ereditata dalla nonna Elvira, la vecchia e robustissima Queen Elizabeth; generosa come poche, bella, vitale. In seguito, dopo la scoperta delle rose antiche, ho iniziato a guardarmi intorno con occhi diversi. E così, ecco che lungo una recinzione compaiono come per magia una Alberìc Barbier ed una rosa antica che somiglia molto alla Boubon Queen; ecco che diventa evidente la bellezza di una rosa a fiore semplice nel cortile della nonna di mia moglie; ecco una rosa rossa esuberante, a fiore doppio, che avvolge una casa contadina abbandonata, intrecciandosi con un'edera secolare. Scoprire il nome di alcune di loro sembra impossibile; nessuno le ricorda più, non si trovano descrizioni o immagini. Che fare? Io, quando posso, cerco di moltiplicarle per il mio giardino. Certo non da seme (sarebbe impresa improba e poco fruttuosa con queste varietà), ma per via vegetativa. Così, armato di forbici, prelevo i rami destinati a diventare talee. Al temine dell'estate ed in autunno si possono fare talee legnose, con rami dell'anno dalla base legnosa e ricchi, in basso, di gemme dormienti. Sarà a livello di questi nodi che la talea emetterà le sue radici. Potrà essere utile spolverare la base con un'ormone radicante. Le talee dovranno essere lunghe almeno tre o quattro nodi, e sarebbe bene eliminare in esse tutte le foglie tranne il primo paio in alto. Vanno interrate per metà in un vaso, riempito con terriccio composto per metà da sabbia e per metà di humus, e collocate in un luogo luminoso ma che non riceva la luce diretta del sole. E' importante che esse vengano ben annaffiate, e che il terriccio venga mantenuto leggermente umido. Preparate in autunno, inizieranno a mostrare le prime foglie la primavera successiva, ma occorrerà un altro anno in vaso prima di piantarle a dimora (questo per dar loro maniera di irrobustire le radici).

Un'alternativa interessante alla moltiplicazione per talea è quella per innesto a gemma, o ancora la preparazione di una margotta; in ogni caso, ciò che conta sarà il risultato: riuscire a conservare nella loro bellezza e purezza quei fiori che hanno fatto sognare le generazioni che ci hanno preceduti.

La rosa rampicante della foto precedente. Si tratta probabilmente di una varietà dell'ottocento, la Gloire des Rosomanes. Foto di Andrea Mangoni.

Una Pieris brassicae su salvia. Foto di Andrea Mangoni.

Venerdì scorso, orto dei miei genitori, stralcio della conversazione con mamma.

-Andrea, vedi un po' cosa sono quei vermi, o bruchi, non so... sono sulle foglie di cavolo.

-(dopo aver osservato i bruchi in questione) Ah, sì, sono belli... sono bruchi di cavolaia.

-Se ti interessano prendili, 'ché sennò li faccio fuori, perché mi stanno mangiando tutti i cavoli.

-Ma non potresti lasciarli lì un altro po'? Tra poco fanno crisalide, non mangiano più tanto...

-...

-Lo prendo come un no, vero?

Foglia di cavolo trasformata in merletto dai bruchi di cavolaia. Foto di Andrea Mangoni.Ecco, è andata più o meno così. In effetti, spiegare a qualcuno che gli amati cavoli, cui ha dedicato cure e attenzioni per settimane, dovrebbero continuare ad essere mangiati da insolenti piccoli bruchi solo per poter vedere qualche farfalla in più in primavera, è un'operazione che di norma comporta qualche piccolissimo problema. E per di più le cavolaie sono davvero ancora abbastanza comuni, per cui... Però queste farfalline mi stanno sempre e costantemente simpatiche. Sarà perché sono tra le prime farfalle che ho inseguito a perdifiato nei campi, da bambino, sarà perché sono tra le prime specie a comparire in primavera, e tra le ultime a svanire con l'autunno...

Le comuni cavolaie sono farfalle appartenenti alla famiglia dei Pieridi, molto diffuse e legate nei primi stadi vitali principalmente a piante della famiglia delle brassicacee... quindi cavoli, cavolfiori, cappucci e compagnia bella. Pare che le mamme cavolaie siano irresistibilmente attratte nella scelta della pianta cui affidare le proprie uova da certe sostanze aromatiche prodotte proprio da questa famiglia di vegetali. In alternativa anche dei Tropeolum sono visti come potenziali nursery, ma i cavoli rimangono sempre la prima scelta di questi insetti... ragione questa del motivo per cui sono stati così ampiamente detestati da generazioni di orticoltori.

Bruco di Pieris rapae. Foto di Andrea Mangoni.I bruchi trovati da mia mamma sono gli stadi giovanili di Pieris brassicae, la cavolaia maggiore, la specie più grande presente da noi (tra i 5 ed i 6 cm di apertura alare). Vi sono erò ovviamente anche altre specie, come ad esempio Pieris rapae, più piccola e con bruchi di un tenero verde chiaro chiazzato di giallo, molto più mimetici di quelli della cugina maggiore. Anche questa specie in effetti frequenta il nostro orto, ma meno vistosamente e con minori danni per le verdure... Anche se in verità erano anni che non trovavo una nidiata così numerosa di cavolaie maggiori. questa è ovviamente la seconda generazione dell'anno; la prima si era sviluppata tra la primavera e l'estate, passando un breve periodo nello stadio di crisalide. Ora invece il sonno della pupa sarà più lungo, ammesso che non venga interrotto da qualche uccelletto predatore...

Ma come fare per risolvere l'amletico dubbio con mamma e salvare capr... pardon, cavolaia e cavoli? Semplice: i bruchi, oramai prossimi alla metamorfosi, saranno trasferiti in una gabbietta e nutriti con brassicacee selvatiche e foglie già danneggiate di cavolo, fino a che non si impuperanno; quindi le crisalidi saranno portate in campagna e lì lasciate svernare in un luogo riparato. E l'anno prossimo, per prevenire piccole tragedie, seminerò un filare di cavoli lungo la riva, in maniera da potervi trasferire quelle sconsiderate nidiate di bruchi che tenteranno di insidiare le piante nell'orto di famiglia.

Bruco di Pieris brassicae. Foto di Andrea Mangoni

Zucca ornamentale o funghetto? Foto di Andrea Mangoni.
Il secondo post dedicato alla biodiversità in tempi halloweeneschi non poteva non riguardare l'ortaggio che ne è l'emblema: la zucca, o meglio, la zucca ornamentale!
Prologo. Passeggio per una via centrale di Padova aspettando Roberta, che è a scuola. Passo davanti ad un negozio di frutta e verdura. In vetrina c'è un cesto di zucche ornamentali di ogni forma e colore, ma una... una attira inesorabilmente la mia attenzione. Ha la forma ed il colore di una grossa amanita muscaria. Il fungo delle fiabe cattive, per intenderci. Quello che ci aspetteremmo crescesse sotto la finestra della strega di Biancaneve.
Un cesto di coloratissime zucche ornamentali. Foto di Andrea Mangoni.Ma è una zucca, ornamentale e bellissima. Come lei, tantissime sono le varietà di zucca (Cucurbita maxima) che non sono destinate ad appagare il palato, ma solo gli occhi. Questo tipo particolare, che mi ha affascinato così tanto, è una mini-turbant, una miniatura della francese "Turbante turco". Le zucche si seminano direttamente a dimora, in primavera, magari dopo aver arricchito con del compost maturo il terreno a loro dedicato. In ogni buchetta vanno sepolti 4-5 semi, e delle piantine che nasceranno da ciascun gruppo terremo solo la più bella e robusta. Bisogna lasciare abbastanza spazio tra una pianta e l'altra, almeno un paio di metri, perchè sono rampicanti estremamente robuste e generose che possono raggiungere dimensioni inaspettate.
Come spiegava Giampiero, zucche e zucchine sono di solito interfertili e potrebbe esser necessario interporre centinaia di metri di distanza tra due piante, per evitare che si incrocino; il metodo migliore per evitare che ciò accada consiste però nel bloccare con una molletta od un fermaglio i fiori maschili (che di norma sbocciano prima ) e quelli femminili, per poi aprirli quel tanto che basta per operare un'impollinazione artificiale a mezzo pennello! Questo potrebbe esser l'unico modo di coltivare più varietà insieme e di mantenerne intatta la purezza genetica.
Epilogo. La zucca adesso è a casa nostra, su una mensola, a rallegrare coi suoi colori il mobile del soggiorno. No, non verrà scavata e trasformata in lanterna, ma verrà comunque aperta al momento di estrarne i semi per il prossimo anno. Ma fino ad allora, viva l'allegria dei suoi colori!
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Io sono forse il meno indicato per parlare di zucche, anche se in famiglia da sempre coltiviamo la grossa (ed ottima!!) zucca marina di Chioggia, una sorta di zucca turbante gigantesca e meravigliosamente bitorzoluta, i cui semi tostati sono una delizia! Ci sono però una serie di siti che valgono la pena a mio avviso di essere visitati.
Ad esempio, questa pagina di Giardinaggio.it offre una bella panoramica di alcune delle zucche ornamentali più comuni, mentre nel suo blog Mimma Pallavicini ha spesso parlato delle zucche - e talora ne ha offerto pure i semi!
Infine, in inglese, Pumpkin Nook: vi ci perderete.
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L'imponente e bitorzoluita zucca di Chioggia. Foto di Andrea Mangoni.
Bruco di Acherontia atropos. Foto di Andrea Mangoni.

Ci sono delle creature che decisamente sembrano raccogliere e rappresentare meglio di altre lo spirito e le stravaganze macabre di Halloween, l'alloctona festa anglosassone che sembra aver conquistato il cuore di tanti italiani. Ed in questi giorni mi sono trovato ad avere a che fare con un paio di loro. Così, anche se Halloween di per sè non mi piace, l'occasione era troppo ghiotta, e voi, da bravi, vi beccate due post su questi "signorini" in maschera.

Domenica scorsa, telefonata di un amico: "Ho trovato un bruco di sfinge testa di morto, vuoi fotografarlo?"

Per onor di cronaca, l'ultimo pezzo della frase non me l'ha davvero detto, ma sappiate che se mi telefonate per dirmi che avete trovato un bruco di sfinge (o qualche altra affascinante creatura) io leggerò sempre come sottotitolo "vuoi fotografarlo?" e mi comporterò di conseguenza. Regolatevi.

Bruco di Acherontia atropos. Foto di Andrea Mangoni.Così, la mattina dopo di buon ora sono lì per fotografare l'animale. Ho già avuto modo anni fa di allevare per qualche tempo alcune Acherontia atropos, la sfinge testa di morto, ed il bruco allo stadio finale era qualcosa di... superbo. Giallo limone, con sette strie inclinate blu-violette a segnargli il dorso, due bande nere sugli occhi ed un cornetto aranciato coperto di tubercoli bianchi sul didietro: un quadro di Picasso esploso tridimensionalmente. Purtroppo, l'esemplare individuato dal mio amico era oltre l'ultimo stadio... era a quel livello in cui avrebbe dovuto trovarsi sotto una spanna di terra a costruire il proprio bozzolo. Era meno turgido, meno grosso e soprattutto meno colorato. Ma meritava comunque di essere mostrato. Ora sta riposando nella sua cella sotterranea, in attesa della primavera.

La testa di morto è una delle più grandi falene del nostro Paese, potendo raggiungere un'apertura alare di 14 cm. Prende il nome dal disegno presente sulla peluria del torace, che somiglia vagamente ad un teschio umano. A causa di questa coincidenza, e del fatto che, se afferrata, essa produce uno strano squittio, la testa di morto divenne nel medioevo incarnazione pura del male. Si diceva addirittura che sussurrasse all'orecchio delle streghe il nome di chi sarebbe morto di lì a breve. Come se non bastasse, Thomas Harris la utilizzò come simbolo nel suo thriller "Il silenzio degli innocenti"..... proprio un perfetto animale da Halloween! In verità, le uniche creature che possono davvero temere questo lepidottero sono le api: infatti esso penetra negli alveari e, con la suo proboscide corta e spessa, perfora le cellette opercolate e ruba il miele. La fitta peluria le permette spesso di uscire incolume dalle sue scorrerie, ma più di qualche apicoltore ne ha trovato il cadavere mummificato nell'arnia, uccisa dalle punture delle api.

I grossi bruchi vivono sulle solanacee e sulle oleacee, e possono mostrarsi in un paio di generazioni all'anno. A fine sviluppo scavano nel terreno una galleria, al termine della quale costruiscono una cella dalle pareti levigate in cui avviene la trasformazione in crisalide. Questa, dopo un paio di settimane (se estate) o dopo il lungo inverno, darà vita ad una nuova generazione di piccoli banditi alati.

Esemplare adulto di Acherontia atropos. Foto tratta da www.wikipedia.org.
Esemplare adulto di Acherontia atropos. Foto tratta da Wikipedia.
Una caponàra sapientemente intrecciata. Foto di Andrea Mangoni.
La grandezza dei nostri nonni spesso stava nel saper sfruttare al meglio il poco a loro disposizione per poter ottenere i migliori risultati con il minor spreco possibile. L'avicoltura di un tempo non faceva eccezione: poche certezze, tanto lavoro, e tantissimo ingegno. Così, nelle lunghe sere invernali si fabbricavano davanti al fuoco quegli strumenti che sarebbero stati indispensabili l'anno successivo.
Tra questi, uno dei più utili era la cosiddetta caponàra, quella che in Romagna si chiamava e cròin (grazie, Pierins!) e che in Toscana ed in altre parti d'Italia veniva chiamata stìa. Si trattava, in pratica, di una grossa gabbia circolare di rami intrecciati, che serviva a lungo ed in maniere diverse per l'allevamento dei pulcini.
Quando la chioccia era lasciata libera di razzolare in campagna col suo seguito di pulcini, il rischio reale era che si spostasse troppo, facendo sì che i piccoli si andassero a stancare. La contadina (perchè di solito erano le donne ad occuparsi dei polli) allora metteva la chioccia dentro la caponàra. Le maglie di questo attrezzo, troppo larghe per lasciar passare la gallina adulta, lo erano invece abbastanza per permettere ai pulcini di scappare fuori a becchettare erba, insetti e sementi, dando loro modo di tornare a piacimento sotto le ali della mamma al primo richiamo di quest'ultima. Non appena, invece, i piccoli erano robusti e forti da poter scorrazzare liberamente, all'interno della caponàra finiva un piattino con il mais tritato destinato ai pulcini. Così i polli adulti non sarebbero stati in grado di arrivare a mangiarlo, mentre i pulcini ce l'avrebbero fatta senza problemi di sorta passando attraverso le sbarre.
Infine, quando i pulcini erano oramai diventato dei grossi pollastrelli, la caponàra svolgeva un ultimo compito: una volta aggiuntole un fondo, diventava un'eccellente gabbia in cui mettere i vari avicoli da portare a vendere al mercato. In questo modo, e con la vendita delle uova, tante massaie potevano ricavare il necessario per la spesa in tempi di grande miseria. E se lo potevano fare, era anche grazie a questo ingegnoso strumento.
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Oggi questi attrezzi sono solo dei preziosi elementi decorativi per la casa di campagna, diventati rari a causa della mancanza di persone dotate delle conoscenze per realizzarli. La caponàra o stìa della foto è stata realizzata da un maestro nell'intrecciare salici e rami di altre essenze: Roberto Bottaini, esperto nel realizzare cesti della tradizione toscana. Potrete contattarlo a robertobottaini@yahoo.it, così come potrete ammirare altri suoi lavori nel suo sito personale, in cui egli spiega anche alcune delle tecniche di intreccio alla base dei suoi lavori. Non mancate di visitarlo!
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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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La veilchenblau in fiore. Foto di Andrea Mangoni.

Cambiare punto di vista, a volte, è illuminante. Anche quando si tratta di strade. Alcuni anni fa percorrevo una via alternativa a quello che era il mio tragitto usuale, quando all’improvviso rimasi meravigliato di fronte ad una antica villa restaurata. Il colore giallo chiaro dell’intonaco del muro si armonizzava col verde bosco degli infissi. Ma quello che più mi aveva colpito era il muretto di cinta: anch’esso giallo, era sovrastato da una ringhiera dalla quale fuoriusciva una vera cascata di fiori del più incredibile viola.

Un ramo di veilchenblau fiorito. Foto di Andrea Mangoni.Mi avvicinai per capire di che pianta si trattasse, e mi accorsi con stupore che si trattava di una rosa. Non ne avevo mai viste di simili: era di color viola intenso, che in qualche fiore virava al blu, con gli stami gialli ed i petali screziati di bianco puro. Prima di allora non mi ero mai interessato di rose, se non per qualche timido tentativo di reperire alcuni esemplari di rosa canina; ma quella pianta mi aveva davvero rapito. Passato lo stupore, presi un fiore e lo portai con me per cercare di capire a quale varietà appartenesse, e dopo qualche ricerca su internet scoprii che si trattava di una veilchenblau, rosa sarmentosa rampicante, selezionata nel 1909 da Kiese. La villa era, purtroppo, chiusa; qualunque possibilità di avere qualche informazione in più sulla pianta, che da fuori sembrava notevolissima, era quindi remota. Ma decisi di tentare comunque la sorte e nei giorni successivi ripercorsi ancora quella strada, fino a che una mattina non trovai al lavoro il giardiniere del palazzo. Era una persona estremamente cortese, ma purtroppo non sapeva dirmi molto di più sulla pianta, se non che i proprietari asserivano fosse stata messa a dimora molto tempo prima… quasi un secolo.

L'enorme tronco alla base della veilchenblau ne testimonia l'età. Foto di Andrea Mangoni.Se quanto mi diceva il giardiniere era vero, essa avrebbe potuto essere una delle primissime piante importate in Italia di quella varietà! La mia faccia doveva essere assolutamente sbigottita, perché l’uomo si accorse subito della mia incredulità e mi fece entrare per vedere la rosa nella sua interezza. Evidentemente, il mio stupore era destinato ad essere solo agli inizi: infatti davanti a me si trovava la pianta di rose più colossale che avessi mai visto. Il diametro del tronco, alla base, oscillava tra i 35 ed i 40 cm; l’altezza dell’intera pianta, parzialmente rampicante, era di circa 3 metri e mezzo. Il giardiniere stava effettuando, guarda caso, proprio una potatura leggera della pianta, che aveva subito dei danni dopo un temporale. Gli chiesi quindi un ramo di quella magnifica pianta, per provare a farne una talea, entrando così di diritto nel mondo delle rose. Certo non era la stagione ideale, ed infatti delle tre talee che ricavai dal ramo solo una attecchì.

Il fiore della veilchenblau. Foto di Andrea Mangoni.Dovetti attendere due anni prima di vedere il primo fiore, ma ricordo ancora l'emozione. Era piccolo e bellissimo. Purtroppo, solo quest'anno la mia pianta ha potuto finalmente essere trapiantata a dimora... è rimasta a casa dei mie genitori, nel giardino della mia infanzia, accanto al pozzo. Lì, da vera rambler, potrà intrecciarsi al ferro battuto e fare sfoggio una volta di più della sua meravigliosa fioritura. I lunghi steli quasi privi di spine portano mazzolini di fiori dal profumo dolce e fruttato. Secondo me è davvero perfetta per il cottage garden, con la sua aria di aristocratica antichità. Come tante delle varietà di rose di un tempo, veilchenblau fiorisce una sola volta l'anno; ma è uno spettacolo davvero meraviglioso, che vale completamente l'attesa.

La rosa viola nella sua villa antica. Foto di Andrea Mangoni.
Fiori di Viola canina. Foto di Andrea Mangoni.

Avevo già avuto modo di parlare delle viole. Ma con l'autunno, forse un po' inaspettatamente, mi è tornato voglia di farlo. A far scattare la molla è stata una piccola scoperta, il fatto d'aver visto per la prima volta una cosa di cui avevo solo letto.

Pochissimi giorni fa, passeggiando lungo il grande muro di una vecchia villa patrizia, ho trovato diverse piante di una viola dalle foglie stranamente grandi, per gli standard cui sono abituato. Avrei potuto scommettere che si trattasse di Viola odorata, ma valeva la pena raccogliere un paio di piantine... hai visto mai che fossero i cloni - eredi di quelle viole che facevano scintille nel XIX secolo?? Ma raccogliendo una pianticella ed osservandola, mi sono reso conto di una cosa: vicino alla radice c'erano due fiori dallo stelo cortissimo, chiusi come scrigni.

I fiori secondari di una Viola odorata carichi di semi... Foto di Andrea Mangoni.

Mi ci sono voluti pochi secondi per capire che di capsule di semi si trattava, e più o meno lo stesso tempo per ricordare quanto letto in un vecchio libro: i semi delle viole come la viola mammola si possono trovare a fine estate. Se ci pensate, avete mai davvero visto, in primavera, delle viole che mostrino capsule di semi a fine stagione? Io mai. Il motivo pare risieda nella precocità della fioritura, che avviene quando la maggior parte degli impollinatori sono assenti. Vista la scarsa efficacia a fini riproduttivi delle nostre profumate violette, le piante in questione si attrezzano in altro modo: da un lato, facendo crescere tanti cloni tramite gli stoloni; dall'altro, producendo in tarda estate fiori secondari, quasi a livello del terreno, che hanno la caratteristica di autoimpollinarsi. Come si vede nell'ultima foto, tali fiori producono pochi, grossi semi che possono essere facilmente raccolti e piantati direttamente a dimora in autunno imoltrato, sempre che non si voglia lasciare a Madre Natura il compito di occuparsene.

Il fiore doppio della viola d'Udine. Foto di Andrea Mangoni.Quest'anno, poi, sono davvero stato affascinato da queste piante. Ho scoperto che nel XIX secolo erano fiori di gran moda, coltivati in serra per anticiparne la fioritura, durante l'inverno, e che la creazione di nuove varietà era una pratica consolidata. Così, vecchie riviste e internet alla mano, ho cercato alcune antiche varietà per il mio giardino. Alla fine ho optato per tre differenti varietà di Viola odorata: la viola d'Udine, a fiore doppio, viola scuro e profumatissimo; la conte di Brazzà, simile alla precedente ma candida; ed infine la coeur d'Alsace, a fiore semplice e di color rosa, tra il ciclamino e il confetto. Tre differenti bellezze da far attecchire in una aiuola fresca e ombreggiata, dove spero di poterne godere le fioriture in primavera.

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Recuperare le vecchie varietà di fiori spesso non è facile; io ho trovato queste cultivar presso il vivaio Susigarden, di Aiello del Friuli. I proprietari hanno una vera passione per queste piantine, e ne hanno una magnifica collezione. Contattateli con fiducia!

...e una capsula socchiusa per mostrare i semi al suo interno. Foto di Andrea Mangoni.
Aries, figlio di Polluce. Foto di Marco Andreotti.

E' di nuovo arrivato l'autunno. Le galline smettono di deporre, i galli sono più tranquilli, e alla fine della stagione si tirano le somme di un anno di allevamento. Che dire? Beh, non è stato l'anno migliore in assoluto. Anzi. Ma rimane ancora qualcosa da salvare. Vale la pena andare con calma...

Polluce-Pippo durante un concerto. Foto di Andrea Mangoni.Partiamo dal gruppo di riproduttori principale. Gli adulti ancora in vita del mio allevamento hanno visto la morte di due delle vecchie femmine, Titta e Tea. Polluce si è rivelato un ottimo riproduttore, con una percentuale di uova fecondate superiore al 90%. In compenso, purtroppo, l'età avanzata (minimo 4 anni) delle galline ha fatto sì che moltissimi embrioni siano morti nell'uovo, circa il 40%. I nati si sono rivelati robusti, con una crescita davvero veloce, e a parte due casi di perosi non hanno mostrato segni di malattia alcuna. In compenso, di tutti i nati in primavera si sono salvati solo tre esemplari, due dei quali successivamente ceduti. Perchè? Perchè gli altri sono stati massacrati dai ratti, che li uccidevano persino dentro le gabbie, e debilitati dagli acari ematofagi, che quest'anno sono stati una vera piaga. Insomma, un disastro. Le incubate autunnali sono andate ugualmente male, ma per altri motivi: le uova in incubatrice sembravano trasudare tuorlo marcio. Alla fine, tra settembre ed ottobre sono nati due pulcini, che adesso stanno crescendo abbastanza bene. Al gruppo di riproduttori si è infine aggiunto un incrocio, sempre proveniente dal ceppo Rossetto, che può vantare 1/8 di sangue Polverara, 1/2 sangue di gallina di tipo Italiana Comune e 3/8 di Padovana Gran Ciuffo. Sono ancora molto indeciso se utilizzare questa gallina o meno nelle riproduzioni del prossimo anno, ma ha orecchioni candidi, nessun accenno di ernia cerebrale e nonostante la taglia piccola ha una massa piuttosto notevole. Insomma, alla fine rimangono, come riproduttori puri per il prossimo anno, il gallo Polluce (Pippo per amici e nemici) e le galline Circe, Medessa, Irene e Gigia; inoltre ci sono la vecchia Rose, incrocio di prima generazione con Italiana Comune, sua figlia Ines, nata da Polluce, e la Berta, l'incrocio ultimo arrivato. Da valutare se aggiungere a questo gruppetto anche Nera, la vecchia Polverara di ceppo commerciale che per prima acquistai nel 2006.

Ma quest'anno ha visto la nascita di un secondo gruppo di riproduttori! Marco e Davide, due allevatori di Camposampiero, si sono presi alcuni dei mie capi. Oltre alla Nerina Jr, figlia della storica Nerina e di Briareo, stanno allevando una figlia di Polluce e Medessa, nata con pochissimo ciuffo, ma con tutte le altre caratteristiche della Polverara assolutamente eccellenti, e Greta, sorella di Polluce e Gigia. Ma soprattutto hanno un gallo bianco, Aries, sempre figlio di Polluce, che si sta rivelando un animale gagliardo e robusto: alla bell'età di 4 mesi e mezzo (è nato il 16 maggio!) aveva già iniziato a cantare! Una bella differenza tra questo ceppo e certi di quello commerciale, in cui i maschi iniziano a sviluppare la propria maturità sessuale verso l'ottavo-nono mese!

Briareo, incrocio tra Padovana e Polverara. Foto di Andrea Mangoni.Briareo, incrocio di prima generazione tra Polverara Rossetto e Padovana Gran Ciuffo, continua a prosperare nell'allevamento di Marco, nel mantovano. Ha avuto prole accoppiandosi con galline di altre razze, mentre si è in attesa che si riproduca con una vecchia Polverara bianca di ceppo commerciale.

Castore, incrocio di seconda generazione e fratello di Polluce, ceduto con due Polverara commerciali ad un allevatore di Sambruson, ha sfornato una serie di bei capi dalla crescita abbastanza buona; rimane da fare una notevole selezione, perchè molti mostrano tracce di doratura nella livrea, dovuti alle ascendenze paterne (Castore è infati figlia di Rose, un incrocio di prima generazione, edi Leonida, un Polverara puro).

Bianca, una delle Polverara commerciali dell'harem di Briareo. Foto di Andrea Mangoni.Purtroppo, l'iniziativa di inviare alcune uova a due allevamenti a Frosinone e in Calabria, per formare altri nuclei di riproduzioni, non ha avuto successo: le uova non hanno resistito al lungo trasporto. Chissà se l'anno prossimo potremo fare di meglio, magari con dei pulcini? Nel frattempo, posso solo augurarmi che i mie capi possano ricominciare, la prossima primavera, a dar vita a nuove generazioni di pennuti ciuffati...

Primo piano di Polluce. Notare la cresta a corna bitorzolute e verticali. Foto di Andrea Mangoni.