Un Cottage Garden Inglese. Foto tratta da http://rosesingardens.blogspot.com.
A volte capita, sfogliando una rivista, di restare incantati davanti ad un'immagine. A me ultimamente è capitato con una foto che ritraeva un cottage garden: un'armonia composita ammantata dal fascino di un lieve - e mendace - disordine, chiazze di colore in ordine sparso che si fondono tra loro armonizzando contrasti cromatici apparentemente poco leali in un unico arazzo multiforme e bellissimo. Così ho cercato altre immagini, e mano a mano che le trovavo mi accorgevo che avevano tutte la capacità di evocare potentemente l'immagine della campagna inglese, più di mille parole, anche quando le piante ospitate di inglese avevano ben poco. Era come se vi aleggiasse un medesimo spirito, uno spirito più cromatico o figurativo che botanico. E - ai miei occhi - assolutamente intrigante.
Un cottage garden inglese. Foto tratta da http://www.finegardening.com.L'anima del cottage garden nasce in basso tra le case dei vecchi contadini inglesi, nella mancanza di spazio che obbligava a coltivare i fiori accanto alle verdure, le aromatiche ai piedi dei rampicanti; era l'arte del non sprecare, e allo stesso tempo il desiderio prorompente di avere qualcosa di profondamente bello, oltre che utile. I fiori erano intercalati agli ortaggi, le varie specie riunite in gruppi e sistemate le une accanto alle altre con audace sprezzo di ogni teoria cromatica. E spesso ogni pianta era il pezzetto del giardino di un'amico o di un conoscente: la talea presa dalla vicina di casa, i semi di una cugina, l'alberello da frutto nato nell'orto di una parente... La cosa più simile ad un cottage garden all'inglese che ho visto in Italiaerano alcuni giardini del Cadore, nel bellunese, in cui l'erba non trovava il minimo spazio e tutto era trasformato in un insieme di aiuole fiorite ignobilmente sgargianti. E - sempre nello spirito del vero cottage garden - tra un filare di Phlox e l'aiuola delle Rudbeckie, ecco una "gombina" di insalata o una fila di carote. Assolutamente meraviglioso.
Il cottage garden è un piacere che va assaporato nel tempo, perchè ci possono volere alcuni anni affinchè mostri il massimo del suo splendore: alcune specie sono infatti biennali o perenni che non fioriscono l'anno della loro semina, ma solo quello successivo. Una buona preparazione del terreno, magari con l'aggiunta di un po' di letame maturo, ed una esposizione che garantisca 5-6 ore di sole al giorno sembrano essere fattori importanti per la riuscita del giardino in stile "cottage garden". Semine, potature, concimazioni, tutto va affrontato giorno per giorno; un vecchio consiglio era quello di acquistare per ogni specie un numero sempre dispari di esemplari, dai 3 in su, e di raggrupparli per formare chiazze di colore. Rampicanti e rose sarmentose andrebbero fatti crescere sui muri e sulle recinzioni, e - perchè no? - una bella idea potrebbe essere quella di offrire a queste "scalatrici" il tronco di un vecchio ulivo o di un albero da frutto, per portare sempre più in alto i propri fiori.
Per cominciare, ecco un elenco di 10 piante adatte ad un Cottage Garden; in un secondo post parlerò di altre 10 di loro. A presto!
  1. Achillea filipendulina coronation gold. Foto di Andrea Mangoni.Achillea "Coronation Gold": cugina della nostra spontanea Achillea millefolium, Achillea filipendulina "Coronation Gold" è uno dei classici moderni dei cottage garden. Può crescere parecchio e diventare alta fino ad un metro, per cui si presta ottimamente a fare da sfondo a piante più basse. Fiorisce in estate, tra giugno ed agosto, e sfoggia magnifici corimbi di piccoli fiori di un giallo intenso. Le foglie finemente laciniate, di colore verde-grigiastro, sono molto decorative. E' anche un'ottima attrattiva per molti tipi di farfalle, come ad esempio i licenidi. Si può moltiplicare per divisione dei cespi.
  2. Aster o settembrini. Foto di Andrea Mangoni.Aster: gli aster o settembrini sono un po' i classici "fiori della nonna", quelli che nei giardini di campagna non mancavano mai. Come tanti soldatini, da settembre ad ottobre illuminavano di rosa, viola e bianco le recinzioni e gli angoli degli orti. Si possono moltiplicare tanto per talea erbacea quanto per divisione dei cespi. Molto importanti nei giardini naturali perchè sono tra gli ultimi fiori ad attrarre e nutrire gli insetti pronubi prima dell'autunno. Ve ne sono molte varietà, alcune alte anche un metro, altre che formano cespugli bassi.
  3. Buddleja. Foto di Andrea Mangoni.Buddleja davidii: l'albero delle farfalle, uno dei cespugli di cui più ho parlato in passato. Ebbene, continuerò a parlarne perchè si amalgama perfettamente con le piante tipiche del cottage garden. Le sue lunghe e profumatissime pannocchie colorate, che variano dal lilla al bianco, dal violetto al blu scuro, se regolarmente asportate quando secche si rinnovano sulla pianta facendola fiorire fino a settembre-ottobre. Si possono scegliere le varietà più basse, come la nanho blu, o quelle tradizionali che possono raggiungere i 3-4 metri di altezza. Si può riprodurre per talea a metà estate.
  4. Caprifoglio. Foto di Andrea Mangoni.Caprifoglio: i vari rappresentanti del genere Lonicera, coi loro fiori aggraziati e inconsueti, sono piante spettacolari per il cottage garden. Danno spesso il meglio di se se piantati, come si diceva una volta, con "i piedi all'ombra e la testa al sole": vale cioè la pena pensare di piantare questi rampicanti con le radici protette ma a nord, e con la chioma che possa godere dei benefici raggi del sole. Adatte a quasi tutti i terreni, spesso in fiore da primavera ad autunno inoltrato, inebriano le notti estive col loro profumo intensissimo che attrae falene ed altri insetti notturni. Per riprodurli si possono usare delle talee o fare margotte dei rami più bassi. Esistono anche specie cespugliose, meglio propagabili da seme. Non fateli arrampicare sugli alberi, rischierebbero di soffocarli col loro sviluppo impetuoso!
  5. Clematidi. Foto di Andrea Mangoni.Clematidi: Le Clematis formano un gruppo di magnifici rampicanti; molte specie possono produrre fiori grandi e spettacolari, con un diametro anche di 15 cm e dai colori che variano tra il rosa ed il viola, passando per il bianco ed il rosso. Necessita di un substrato soffice e fresco, ricco di humus e ben drenato. Sono magnifiche da far arrampicare lungo il muro di una vecchia casa di campagna o sopra un arco o un pozzo, in giardino. La loro collocazione ideale è a est o a ovest. Alcune specie si possono anche riprodurre da talea. Tra le piante autoctone italiane troviamo C. vitalba e C. viticella, entrambe molto robuste e quasi invasive.
  6. Digitale. Foto tratta da http://www.wikipedia.org.Digitale: le digitali (Digitalis sp.) sono tipiche piante di bosco mutuate al cottage garden, che possono arricchire con la loro struttura verticale assolutamente meravigliosa. I grappoli di fiori a forma di ditale attraggono api ed altri pronubi; le piante si moltiplicano da seme a fine estate, ma in pratica si autoseminano da sole in giardino. Sono biennali: dopo il primo anno passato ad accrescersi, il secondo anno fioriscono per poi morire. Occorre fare molta attenzione nel maneggiarle: sono infatti piante VELENOSE. Prosperano bene in terreni sciolti, ben drenati e leggermente acidi; se coltivate in climi molto caldi, riescono meglio se sistemate all'ombra.
  7. Echinacea. Foto di Andrea Mangoni.Echinacea purpurea: l'echinacea è un'asteracea americana che si adatta perfettamente alle suggestioni del cottage garden. Può superare il metro d'altezza e preferisce terreni ricchi e freschi, ben irrigati. Si può riprodurre tanto per divisione dei cespi quanto per seme. In quest'ultimo caso, meglio far passare l'inverno al freddo ai semi, per poi immergerli in acqua tiepida alcune ore per favorirne la germinazione. E' utilizzata in farmacopea per le sue molte proprietà, come quella immunostimolante. Fiorisce per tutta l'estate e fino ad autunno inoltrato.
  8. Garofanino dei poeti. Foto di Andrea MangoniGarofanino dei poeti: i Dianthus barbatus, o garofanini dei poeti, sono un'altro di quei fiori che venivano trasmessi quasi di madre in figlia nelle nostre campagne. Possono essere di vari colori, dal rosso al bianco, e presentare belle screziature. Formano cespugli bassi di 20-30 cm d'altezza, che in primavera producono mazzolini di fiori piccoli dai petali coi bordi frastagliati. Sono biennali che fioriscono il secondo anno dalla semina, come le digitali; i semi vanno raccolti agli inizi dell'estate quando i fiori sono ben secchi, e seminati in primavera. Sono piante piuttosto resistenti che necessitano di poche cure e gradiscono una buona illuminazione. I semi non sempre danno vita a piante dello stesso colore di quelle che li hanno generati, per cui se volete provare a mantenere pura una colorazione dovreste tentare la moltiplicazione per talea.
  9. Gigli: i gigli sono delle piante magnifiche in grado di dare verticalità ai nostri giardini con le loro forme eleganti che in molti casi ricordano degli strani candelabri barocchi. Alcune specie si riproducono tramite bulbilli presenti all'ascella dell'inserzione fogliare; altri possono essere moltiplicati staccando alcune delle squame che compongono i loro bulbi, e mettendole frammiste a sabbia umida in un contenitore plastico trasparente posto all'ombra: dopo alcuni mesi si formeranno alla base delle squame nuovi bulbilli. Gradiscono suoli freschi e ben drenati, e danno il meglio di sè se coltivati in posizione di mezz'ombra.
  10. Lavanda. Foto di Andrea Mangoni.Lavanda: Ecco un'altra pianta di cui si è già parlato. La lavanda è un cespuglio che può dare enormi soddisfazioni, per il suo intenso profumo e per l'esuberante fioritura. Le differenti specie e varietà possono aiutare per formare macchie di colore e dimensioni differenti. Risentono spesso del passaggio da coltivazione in vaso a coltivazione in piena terra, per cui fate attenzione al momento del trapianto. Gradiscono terreni ben drenati, e si possono moltiplicare per talea a fine estate.
    *****


    *****
    LETTURE CONSIGLIATE

      .  . 
     .  . 
     .  .  

    *****
    Le prime due immagini sono state prese rispettivamente dai siti: http://rosesingardens.blogspot.com/ e http://www.finegardening.com/ .
    La foto della digitale è stata presa da http://www.wikipedia.org/.
    Un pulcino nato in una stagione sfavorevole dell'anno: ce la farà? Foto di Andrea Mangoni.
    L'anno scorso, in luglio, ero particolarmente felice per la nascita di due Polverara cui tenevo molto, per via delle loro ascendenze. All'inizio pensai che fossero solo un po' piccini, ma che sarebbero diventati più belli e forti con l'età. Ma alla fine dell'estate dovetti ricredermi: i pulcini erano due veri e propri nani. Eppure i genitori erano di taglia abbastanza buona, per non parlare dei nonni, e non erano nemmeno troppo inincrociati... ma allora, cos'era successo??
    Semplice: avevo trascurato il fattore "stagione". Stavo comprendendo appieno, sulla mia pelle, perchè tutti i vecchi allevatori mi dicessero che era necessario far nascere i pulcini entro marzo: in pratica, i piccoli nati nei primi mesi dell'anno godevano di un clima mite nei primissimi periodi dello sviluppo, oltre che di un fotoperiodo che andava via via allungandosi e che quindi ne aiutava e favoriva la crescita. Inoltre capii un'altra cosa: avevo trascurato troppo la loro gabbia. In pratica, avevo lasciato per troppo tempo che i loro escrementi e quelli della chioccia si accumulassero sotto la gabbia. Può sembrare una sciocchezza, ma non è così: i vapori che si formano da un eccesso di escrementi tendono a inibire la crescita degli animali, con conseguente diminuzione della taglia adulta. Certo avevo una scusante per il mio poco impegno (un bell'incidente che mi aveva causato una diffrazione al malleolo), ma il risultato era il medesimo: due pulcini che al posto di essere grandi e forti erano dei veri e propri Polverara "bonsai". Così, quando in settembre ebbi la schiusa dell'ultima covata di Polverara dell'anno, misi a punto un semplice trucco che, ripetuto anche quest'anno, ha dato ottimi risultati.
    Quindi, riassumendo, i fattori che possono impedire un corretto sviluppo nei pulcini nati in estate ed autunno sono i seguenti:
    1. Accumulo delle feci, con conseguenti esalazioni che possono bloccare la crescita;
    2. fotoperiodo sfavorevole, con la luce del giorno che tende a decrescere proprio quando i pulcini hanno bisogno di svilupparsi al meglio;
    3. temperatura poco adatta, troppo elevata (luglio-agosto) o troppo bassa (ottobre-novembre).
    Ebbene, tutto quello che rimane da fare è eliminare, minimizzare o contrastare i singoli punti. Innanzitutto, in queste situazione l'allevamento libero dei pulcini con la chioccia è da sconsigliare. Meglio riservare ad ogni mamma coi suoi piccoli una gabbia di dimensioni adeguate. Per una chiocchia con dodici pulcini può andar bene una superficie di circa un metro quadrato; dopo un mese, quando inizieremo ad allontanare la gallina, la stessa gabbia potrà servire per un altro mese - mese e mezzo per ospitare la dozzina di pollastrelli. La gabbia sarà fatta di rete di maglie di circa 1 cm di lato, in maniera da impedire l'accesso ai topi, e sollevata dal terreno di 30-50 cm; io consiglio di ricoprirne il fondo con dei cartoni, che formino anche una sorta di bassa barriera sui lati, e di metterci quindi dentro uno strato di circa 3-5 cm di trucioli depolverati da lettiera. Nella gabbia metteremo due mattoni con sopra l'abbeveratoio, avendo cura che i pulcini possano arrivarvi, ed una buona mangiatoia, a sifone o a tramoggia. Una cassettina con della paglia pulita farà felice la nostra chioccia. Per assicurare una adeguata pulizia, la lettiera in truciolo andrà cambiata settimanalmente, o anche più spesso se necessario. Molti tengono gli animali in gabbie senza substrato, solo con la rete, mettendo magari il truciolo SOTTO la gabbia. E' la stessa cosa, certo, ma se si ha il problema dei topi o peggio dei ratti il fondo in rete non impedirà che i roditori vi facciano fuori i pulcini attraverso le maglie della gabbia!!
    Secondo punto: il fotoperiodo. Anche questo punto può essere aggirato abbastanza facilmente: bastano una lampadina a basso consumo ed un timer. Infatti si può regolare senza troppe difficoltà il timer affinchè accenda la lampadina dalle 4.00 alle 8.00 del mattino , in maniera da compensare la diminuzione serale del fotoperiodo. La lampada va fatta accendere al mattino, non alla sera, per evitare che al suo spegnimento i pulcini si ritrovino al buio e spaesati.
    Da ultimo, la temperatura. In estate potete provare ad ospitare le gabbie coi pulcini in locali orientati a nord, mentre in inverno locali chiusi ed esposti a sud potrebbero esservi di grande aiuto. Nel caso i pulcini autunnali vi siano nati da incubatrice, e quindi non disponiate di chiocce, sarà il caso di mettere una semplcie lampadina riscaldante al di sopra della gabbia per almeno il primo mese. Potrà accadere però di non poter evitare che le temperature siano sfavorevoli. In questi casi, per compensare il minor tasso di crescita degli animali dovuto alla temperatura, dovremo utilizzare una tecnica purtroppo mutuata dai capannoni di allevamento: mantenere cioè la luce sempre accesa. Se infatti la luce rimane accesa, gli animali dormiranno meno e mangeranno di più, contrastando così il deperimento dovuto al periodo sfavorevole dell'anno. Questo non è il modo che preferisco per crescere dei pulcini, ma piuttosto che condannarli ad una vita da "nanetti" in un mondo (quello del pollaio) ricco di "giganti" fin troppo competitivi e per loro pericolosi, sono ben disposto ad utilizzarlo. L'importante è che non si protragga troppo nel tempo: a due mesi di vita gli animali dovranno essere spostati in gabbie più grandi in maniera da destinare almeno un metro quandro ogni 5-6 capi, mentre a 3 mesi gli animali dovranno essere abituati gradualmente alla notte e potranno cominciare ad essere introdotti nel gruppo di adulti riproduttori. Con questo sistema i famosi pulcini settembrini sono cresciuti e diventati grandi e forti, come possono dimostrare Pippo e Gigia, senza mostrare alcun problema dovuto alla crescita con luce prolungata. Il successivo allevamento di tipo biologico - all'aperto ha garantito loro uno sviluppo psicofisico eccellente. Insomma, un valido aiuto per chi si ritrova ad allevare pulcini in momenti sfavorevoli dell'anno.

    *****
    AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

     .  . 
     .  . 
    *****
    Una covata invernale di pulcini. Foto di Andrea Mangoni.

    Accidenti! Me ne stavo tranquillo a sguardazzare qualche blog in un momento di pausa dalla scrittura, e guardando Fili di Paglia cosa ti vedo? Equipaje è riuscita a tirarmi in ballo!! Mi ha nominato per un Honest Scrap! In pratica, il nominato (io) deve dare 10 notizie più o meno inedite che lo riguardino, e poi nominare altri 10 sfig... ehhmm... amici o conoscenti che possano aver voglia di fare lo stesso!

    Ok, gente, e allora si balla! Via con le risposte al buon vecchio Honest Scrap!

    1. A fronte di centinaia di altri animali, ho avuto tra i miei compagni di viaggio solo 5 cani. Gli ultimi due sono ancora con me, i miei amati botoli... o meglio sono a casa dei miei: la vita d'appartamento non farebbe per loro. E tra poco arriverà una cagnolina altrettanto meravigliosa!
    2. In una notte estiva cadorina, in pieno delirio orgiastico-cibariesco, al termine di una pizzata (e patatine fritte) con gli amici mangiai in gelateria 9 palline di gelato (limone e cioccolato i gusti); quindi finimmo la serata in pasticceria, dove chiedemmo del profiterol al cioccolato. Ci risposero che non potevano darcelo perchè ne avevano solo uno intero congelato, e non potevano scongelarcelo per sole quattro porzioni. Stolto il cameriere! Al che la domanda fu: "Quante palline di profiterol sono?" "30", rispose il malcapitato. "Bene, lo scongeli e ne faccia 4 parti. A mangiarlo ci pensiamo noi". E vi pensammo. Così, prima di mezzanotte, ingurgitai anche 7 palline e mezza di profiterol, oltre a tutto il resto. Beata gioventù! Lo facessi adesso, sarei in coma in dieci nanosecondi.
    3. La prima attività remunerata fu una rivelazione: disegnatore di tatuaggi per uno studio di tatuatrici. Loro ti davano i disegni originali, tu li (ri)disegnavi ingranditi e loro ti davano un rimborso spese. Fantastica la mise delle estetiste-tatuatrici: calze a rete, tacco del dodici e camice bianco che appena appena copriva la zona glutei. Enorme fu la quantità di domande relativa alla natura umana che mi feci all'epoca: perchè mai una donna dal corpo perfetto e bellissimo dovrebbe chiedermi di disegnarle, per tatuarselo sul seno, un maiale rampante che cavalca una tartaruga col guscio fracassato, visti da davanti, con il maiale che impugna con una zampa un candelotto di dinamite e con l'altra un boccale di birra grondante schiuma? E' un mistero che non risolsi mai (ma giuro che ho dovuto soddisfare quella richiesta davvero!!!).
    4. Ho collezionato fumetti dall'infanzia alle elementari, fino ai 10 anni, quindi ho avuto una pausa di riflessione per 4 anni, e dall'adolescenza in poi ho ripreso senza mai fermarmi. Attualmente seguo Dampyr, Steel ball Run, The Lost Canvas e Berserk. Tra i mie preferiti in assoluto Hokuto no ken, Sant Seiya, Dylan Dog, Paperinik e Ghost Rider.
    5. Cibi preferiti in ordine sparso: cioccolato, nutella, patate fritte, arachidi salate, tonno in scatola, pomodori, pizza, crostata alla frutta, fragole, pesche, pop corn, mandarini.
    6. Ho impiegato due anni per passare l'esame di fisica a Biologia, uno degli incubi di quel periodo in quella facoltà; superai alla fine lo scritto con 21 (votazioni di quell'esame: un 21 (il mio), due 18, altre 56 persone insufficienti). All'orale un assistente innocente mi chiese come mai avessi preso un voto così basso allo scritto, visto che ero stato il migliore della mattinata. Fu solo a causa della sua evidente vacuità intellettiva che riuscii a trattenermi dallo strappargli a morsi le orecchie. In compenso, riuscii a preparare l'ultimo esame, Chimica Organica, in meno di due settimane... cosa per cui molti ancora mi detestano. e anche la mia tesi fu terminata, scritta e stampata in meno di 15 giorni.
    7. La mia favola preferita? Il brutto anatroccolo. Sono sempre stato convinto che fosse stata scritta per me. E ci credo ancora. Alla fine anch'io come lui ho trovato il mio Inverno, avvolgente come una copertina (mia moglie!), che mi ha trasformato in cigno. Oddio, un cigno un po' panzutiello, ma pur sempre un cigno. Credo. O comunque in una altro bell'anatide.
    8. Ho praticato nuoto, sci e palestra, ma nessuno sport è riuscito a farmi dimagrire come l'aver fatto parte della compagnia teatrale LuceSoffusa, con cui ho portato in scena il musical Jesus Christ Superstar!
    9. In viaggio, io e Roberta riportiamo a casa - sempre se possibile, e nel totale rispetto delle leggi, sia chiaro! - qualche seme o qualche talea da piantare, che possa diventare ricordo vivente delle nostre avventure. Rose, iris, graminacee, salici e violette: tutto il nostro giardino può esser letto come un diario di viaggio.
    10. E il gran finale... Ad aprile, a Dio piacendo, io e Roberta diventeremo papà e mamma.

    ...Lo so, l'ultima notizia annichilisce un po' tutte le altre... Ma potevo non darla, in quest'occasione??

    E chi possiamo chiamare al prossimo Honest Scrap? Equi è fuori, Giam è già stato nominato... vediamo... diciamo che mi piacerebbe - ma non so quanto sarà possibile - avere notizie di:

    E con questo credo d'aver finito. Al prossimo post!

    In questi giorni, passando per il sempre ottimo Orto di Carta di Nicola, ho trovato il link ad un documentario della BBC dedicato alle nuove tecniche di agricoltura, più rispettose dell'ambiente e più naturali. E' in 6 parti, in inglese, ma sottotitolato in italiano. Che dire? E' proprio bello, e sottolinea secondo me sotto molto bene alcune differenze tra agricoltura moderna estensiva, agricoltura tradizionale e agricoltura naturale.

    Tutti noi immagino abbiamo, seppur pallidamente, a volte, idea di cosa sia e di quanto possa essere deleteria l'agricoltura moderna su larga scala. Molti si sono rifugiati nell'idea che l'agricoltura tradizionale fosse sempre e comunque migliore, che i nostri nonni avessero, diciamo così, "la verità in tasca" senza saperlo. Ma il fatto che per certi aspetti fosse un'agricoltura meno invasiva nei confronti della natura non vuol dire che quella dei nostri nonni fosse una pratica naturale di per sè. Sarebbe assurdo crederlo, come sarebbe assurdo pensare che solo per il fatto che i nostri avi ci hanno tramandato conoscenze e saperi ci si debba sentire in qualche modo propensi a credere che si trattasse sempre di verità più o meno facilmente comprensibili, cose da riprendere in considerazione sempre e comunque.

    Ma in verità anche la loro agricoltura era, ovviamente, passibile di miglioramento, come lo erano le loro conoscenze riguardo ai processi di produzione e le loro tecniche. Credo che nessuno, oggi, vorrebbe fare la vita di mio nonno, costretto a lavorare anche 16-18 ore al giorno; ciò nonostante le loro tradizioni devono trovar posto nel nostro pensiero, perchè si tratta delle nostre radici e ci servono per capirci meglio, ma nello stesso tempo abbiamo il dovere di cercare di capire e di avvicinarci sempre più alla natura, scardinando alcuni luoghi comuni e prendendo in considerazione le lezioni di maestri come Emilia Hazelip e Masanobu Fukuoka. Insomma, una nuova strada che viva tramite osservazioni moderne e compatibili con la natura, anche se ancorata in parte alle nozioni e ai patrimoni (culturali e genetici) tramandatici dai nostri avi. Dev'essere una nuova concezione di "ereditare", non intesa come semplice "collezione" immutabile di saperi e sapori antichi ma come l'acquisizione consapevole di basi che vanno integrate in un ottica rivolta al futuro in base alle attuali nuove conoscenze.

    Ecco, credo di avervi annoiato abbastanza. Vi lascio al documentario. Buona visione!!

    Il frutto maturo della giuggiola. Foto di Andrea Mangoni.
    Lo ammetto. Ho sempre snobbato la giuggiola. La consideravo troppo... "esotica", nella mia ottica di privilegiare sempre e solo le essenze autoctone. E poi, nella mia strada era diventato uno dei classici "alberi-figurina": ce l'ho-ce l'ho-ce l'ho-manca! In pratica, metà della mia vecchia via aveva in giardino A) una giuggiola, B) un melograno, C) una magnolia, D) un ulivo. In più non mi piaceva nemmeno tanto il sapore dei suoi frutti. Eccheccapperi!
    Poi, per puro caso, nella mia totale ignoranza ho scoperto che questa pianta non solo è un frutto antico e assai poco diffuso, ma che è pure da sempre tradizionalmente coltivato proprio in Veneto! Così ho deciso di rimediare e mi sono preso la briga di informarmi un po' di più su quest'albero.
    i frutti, sia maturi che immaturi, di un albero di giuggiole. Foto di Andrea Mangoni.La giuggiola (Ziziphus zizyphus, da noi chiamata in dialetto zixo£a*) è una pianta di probabile origine africana o medio orientale (anche se c'è chi ritiene che possa esserci pervenuta dalla Cina), ed appartiene alla famiglia delle Rhamnaceae, la stessa dello spin cervino e della frangola. Ben nota già ad Egizi e Sumeri, tanto i Greci quanto i Romani ne apprezzavano le qualità. I frutti, simili a delle olive marroni ed oblunghe, maturano proprio in questo periodo. Dapprima verdi, tendono a virare al marrone-rossiccio con l'età; se consumati quando non sono ancora del tutto maturi, cioè quando sono appena diventati marroni, ma non ancora morbidi, il loro gusto è acidulo, rinfrescante e simile a quello della mela; io confesso di aver scoperto di preferirli così. Se lasciati ammollire e leggermente avvizzire, invece, si addolciscono e assomigliano molto più a dei datteri in miniatura. Contengono un nocciolo unico, dotato di una spina apicale cui bisogna far attenzione al momento del consumo. Ma il frutto non è l'unica parte spinosa della pianta: tali appuntite appendici le ritroviamo anche lungo i rami ed i ramoscelli, e per esperienza personale assicuro che possono risultare ASSOLUTAMENTE dolorose!
    Questa pianta ha, nel giardino naturale, un'altro motivo di grande interesse: la sua fioritura, seppure non sfarzosa o eccessivamente evidente, attira numerosissimi insetti impollinatori. Certo non potrà rivaleggiare con la buddleja o con la lavanda, ma sono comunque tantissime le specie di ditteri ed imenotteri che lo affollano quando i suoi piccoli fiori gialli sbocciano lungo i rami.
    L'albero del giuggiolo può raggiungere i 5-6 metri d'altezza, ed ha spesso un portamento contorto che gli conferisce un'età apparentemente molto maggiore di quella che in realtà si porta sulle spalle, effetto questo accentuato dalla corteccia rugosa. A fine estate si può moltiplicare questa pianta strapiantando i numerosi polloni che essa emette nel corso della bella stagione, oppure tramite seme, interrando in vaso o in seminiera il nocciolo del frutto. Specie in questo secondo caso l'accrescimento è piuttosto lento. Si può anche propagare tramite innesto. Un tempo pianta abituale nelle corti e nei giardini del Veneto, oggi decisamente è meno comune seppur localmente diffusa; tra gli areali tipici di produzione del frutto spiccano i Colli Euganei ed in maniera particolare il comune di Arquà Petrarca. Leggete anche il bel post di Vera su Terre Basse, sulla sua coltivazione tradizionale in Emilia Romagna a ridosso delle mura delle case. Da essa si ricavava il famoso brodo di giuggiole, un liquore dolcissimo. E passando in ambito... gastronomico, ecco un paio di ricette legate a questi frutti, recuperate da Taccuini Storici e da Frutti Dimenticati.
    Marmellata di giuggiole
    1. 1 Kg di giuggiole mature;
    2. 0,5 Kg di zucchero.
    Si snocciolano le giuggiole mature e si tritano con un frullatore o con il passaverdure; Si unisce alla polpa allo zucchero in una pentola, e si porta il tutto ad ebollizione. Dopo circa mezz'ora si può provare a vedere se la marmellata ha raggiunto la giusta consistenza, poi si invasa come già spiegato nella ricetta della marmellata ai frutti di bosco.
    Brodo di giuggiole
    1. 1 Kg di giuggiole;
    2. 1 Kg di zucchero;
    3. 2 mele cotogne;
    4. 2 grappoli di uva bianca;
    5. la scorza di un limone grattuggiata.
    Lasciate avvizzire, all'ombra e in locali areati, i frutti maturi del giuggiolo. Snocciolate, tagliate i frutti a pezzi e metteteli a bollire in pentola assieme agli altri ingredienti, come se si trattasse di una marmellata. Aspettate fino a che non avrete ottenuto una purea densa e cremosa, quindi passate al setaccio il composto, imbottigliatelo e conservatelo al buio e al fresco. Utilizzatelo per accompagnare dei dolci.
    Ai lettori del blog che desiderassero coltivare questa magnifica pianta ma che non riuscissero a trovarla in commercio, sarò più che felice di inviare gratuitamente dei lotti di 4 semi fino ad esaurimento scorte. Inviate le vostre richieste a info@oryctes.com.
    *****
    *Nota bene: per il nome dialettale della pianta, è stato deciso di adottare come trasposizione scritta il termine zixo£a, in cui la "X" dovrebbe essere letta come una "S" tendente nel suono ad una "Z", e la "£" (corrispondente alla "L" nel dialetto veneziano) come una "E" strascicata.
    *****
     .  . 
     .  . 
    ****

    Il verde fogliame della giuggiola elegante e scuro. Foto di Andrea Mangoni.
    Antiche varietà di frutta e verdura ad una fiera floreale. Foto di Andrea Mangoni.
    A corollario del post scritto da Giampiero, aggiungo alcune brevi note riguardo alla moltiplicazione delle antiche varietà di frutta. Le nostre campagne vantavano centinaia di differenti cultivar di melo, pero, susino, albicocco, pesco, vite, fico e chi più ne ha più ne metta.
    Molto spesso tali varietà sono scomparse nel nulla per incuria e per l'abbandono progressivo dei campi, ma rispetto agli ortaggi gli alberi hanno un grossissimo vantaggio: resistono. Spesso infatti accanto a vecchi casolari abbandonati si possono ancora trovare antiche piante da frutto, che possono ancora essere recuperate in qualche maniera. Ovviamente, non si può procedere con tali alberi come si procederebbe col pomodoro o col peperone: è impossibile pensare di isolare riproduttivamente un susino da un altro, inoltre alcune varietà sono autosterili... per cui, viene meno la possibilità di limitarsi a piantare un seme sperando che ne esca una pianta simile alla pianta madre.
    Non ci resta quindi che operare di innesto: prelevando cioè rami e gemme da una pianta e "inserendole" in un'altra. In questa stagione è un po' tardi, ma forse se settembre resterà ancora caldo potreste provare con qualche innesto a gemma dormiente o a scheggia. Io l'ho fatto da poco, per recuperare il pero centenario di un vicino di casa. Altrimenti dovrete aspettare la primavera, conservando con cura religiosa le marze (i ramoscelli della pianta che vi interessa) tra un pò di sabbia umida, per evitare che si secchino, e tentare con altri tipi di innesto, come quello a spacco o a corona. Ecco quindi tre video dedicati all'argomento, che spiegano molto bene e in maniera semplice come fare. I primi due sono presi da Florablog. Ciao!
    *****

     .  . 
     .  . 
    ****
    La variopinta panoplia di un cesto di zucche di tante varietà! Foto di Andrea Mangoni.
    Con il permesso di Giampiero, il giam dei commenti nel post del pomodoro, pubblico questa sua piccola ma utilissima guida sulla conservazione in purezza di alcune varietà orticole.
    *****
    Questa guida la scrissi e pubblicai qualche anno fa su un altro sito. Preavverto che non credo di di essere un "esperto" nè di aver esaurito l'argomento, che richiederà, anzi, ulteriori contributi.
    Quattro cosette facili facili per farsi un po' di semi da soli e, addirittura, crearsi degli eco-tipi.
    Spesso e volentieri i nostri concetti, le parole stesse che usiamo semplificano la complessità della realtà. Il meccanismo dell’informazione moderna (veloce, in pillole, interessata, incontrollabile, digeribile, effervescente) confonde ancor più le acque estraendo dalla realtà l’inessenziale e lasciando in ombra l’essenziale (spesso meno facile e/o simpatico dell’inessenziale). Quando poi si ha a che fare con una cosa plastica ed in ottima parte ignota, come è una pianta viva, centrare l’essenziale diventa particolarmente arduo. Proverò qui a dare qualche pratico consiglio sulla riproduzione dei semi preavvertendo che ciò non vuol dire “fare come facevano i vecchi contadini” o “salvare una varietà”, questioni, a mio avviso, molto più complesse. Riprodurre una varietà in purezza, significa, in buona sostanza, evitare che il polline di un’ altra varietà fecondi il fiore da cui intendiamo prelevare il seme (naturalmente quando ne sarà uscito fuori il frutto). Per essere chiari: se vogliamo riprodurre un peperoncino piccante dobbiamo evitare che il polline di un peperone dolce finisca sul fiore di quello piccante, proprio come se volendo riprodurre un Cane San Bernardo, dovessimo evitare che un bassotto intraprendente ci copra la nostra cagna San Bernardo. Per inciso evidenzio che il Bassotto ed il San Bernardo sono due varietà di una stessa specie (il cane) proprio come il peperone piccante e quello dolce sono due varietà (spesso, ma non sempre) di un’unica specie (Capsicum annuum). Il polline si trasmette da una pianta all’altra tramite insetti e/o vento. Quindi o dobbiamo bloccare il polline con ostacoli fisici oppure dobbiamo frapporre distanze di sicurezza che rendano quantomeno improbabile una fecondazione indesiderata. Gli ostacoli fisici sono in genere rivestimenti di materiale vario (reti a maglie molto strette, tulle da bomboniera, etc.) che coprono i fiori o l’intera pianta. Gli isolatori sono particolarmente efficaci in tutti quei casi in cui l’impollinazione è favorita dagli insetti e per quelle varietà che hanno fiori ermafroditi (che hanno cioè sia organi maschili che femminili e che quindi possono fare tutto da soli). In particolare gli isolatori sono utili per solanacee (pomodori, peperoni, melanzane, etc.) e molti ortaggi da foglia (in particolar modo lattughe). Personalmente realizzo isolatori con tre canne e tulle da bomboniera (comprata al metro nei negozi di tessuti) tenuto fermo da mollette per panni, realizzando, per intendersi, una tenda indiana al cui interno racchiudo la pianta. Ogni tanto scuoto un po’ la pianta per favorire la circolazione del polline all’interno della “tenda” e levo la copertura appena si sono formati i primi frutti. Marco i frutti “isolati” con un nastrino colorato. Per riprodurre piccoli quantitativi di semi consiglio vivamente di adottare il metodo degli isolatori e non quello delle distanze di isolamento. Aggiungo che la presenza di fioriture che “distraggono” gli insetti (aromatiche, ornamentali, etc.) diminuiscono le visite impudiche sui nostri virginei ortaggi. Maggiori problemi sorgono con piante il cui polline viene trasportato soprattutto o esclusivamente dal vento (mais) oppure da piante con fiori “maschi” e fiori “femmine” (zucche, zucchine, cetrioli, etc.). Nel primo caso bisognerà affidarsi alle distanze di sicurezza e/o a isolatori a tenuta stagna… ma mi fermo qui perché non ho alcuna esperienza pratica in merito. Nel secondo caso bisognerà provvedere alla impollinazione manuale e/o ricorrere a distanze di sicurezza siderali (alcuni chilometri di distanza da eventuali altre varietà, soprattutto in assenza di ostacoli tipo rilievi, boschi, fabbricati di notevole mole, etc.). In buona sostanza: a chi inizia e/o non può dedicare troppo tempo alla cosa consiglio di cercare di riprodurre solanacee, lattughe, legumi (generalmente poco visitati dagli insetti). Il prelievo dei semi dal frutto “isolato” deve essere effettuato quando il frutto è ben maturo. In sintesi:
    • i semi di pomodoro e peperoni vanno raccolti quando il frutto è ben maturo, ma non ultra-maturo (moscio);
    • i semi di melanzana devono essere raccolti quando il frutto comincia a diventare marrone (e non più buono da mangiare);
    • i semi di lattuga devono essere raccolti a mano a mano che maturano (consiglio, se possibile, di inclinare la sommità fiorita in modo da favorire la caduta dei semi in un panno forato o molto permeabile all’acqua da svuotare spesso);
    • i semi dei legumi vanno raccolti quando il baccello quasi “scoppia”;
    • i semi di zucche, zucchine quando ci troviamo di fronte dei zucconi (non più mangiabili nel caso delle zucchine); uguale nel caso dei cetrioli.
    E’ ovvio che la pianta ed il frutto da cui ricaveremo i semi dovranno essere sani, forti e belli. Per prudenza si può procedere anche ad una disinfezione delle sementi. Questa si attua in diversi modi: una soluzione di estratto di valeriana molto diluita (1%), soluzione di candeggina (mai fatta ‘sta cosa…). Pomodori e cetrioli si possono disinfettare lasciando semi e polpa a fermentare per qualche giorno all’ombra ma con temperature abbastanza alte. Poi (soprattutto se in superficie si è formata una preoccupante alla vista -ma benefica negli effetti- muffettina biancastra) si sciacquano ripetutamente i semi per separarli dalla polpa (magari con l’aiuto di un colino da the), poi si faranno asciugare per benino all’ombra (n.b.: meglio non su carta assorbente) ed infine si conserveranno, preferibilmente in barattoli di vetro/plastica. Alcuni anni di ‘sto mambo avranno per effetto quello di tendere a produrre un eco-tipo, cioè piante che tenderanno ad essere adattate ed adatte al nostro particolare orto ed alle nostre particolari tecniche di coltivazione. Una soddisfazione non da poco che potremo via via ornare magari di un bel nome e farlo entrare nell’olimpo degli heirloom (tesori di famiglia: così li chiamano gli americani… ‘mazza l’americani…) Preso da un raro raptus di perfezionismo, fornisco una tabella (n.b.: basata sulla mia personale esperienza) in cui cerco di riassumere distanza di isolamento, metodo di isolamento consigliato, modalità di raccolta semi, note particolari, relative ad alcuni ortaggi (pochi a dir la verità…). Va da sé che tale tabella potrebbe essere arricchita/corretta da altri utenti.
    POMODORO
    DISTANZA DI ISOLAMENTO CONSIGLIATA m. 50 (maggiore per varietà a foglie di patata, minore per ciliegini).
    METODO DI ISOLAMENTO CONSIGLIATO Isolatore che protegge fiore o intera pianta.
    RACCOLTA DEL SEME Quando il frutto è maturo ma non sfatto. Far fermentare semi e polpa e poi lavare ed asciugare.
    NOTE Attenzione agli isolatori che innalzano troppo la temperatura (fallisce la formazione del frutti).
    *
    PEPERONE
    DISTANZA DI ISOLAMENTO CONSIGLIATA m. 200 (fiori appetiti da insetti).
    METODO DI ISOLAMENTO CONSIGLIATO Isolatore che protegge fiore o intera pianta.
    RACCOLTA DEL SEME Quando il frutto è quasi del tutto maturo. Meglio non sciacquare i semi.
    NOTE Come per Pomodoro. Tenere presente che tutte le specie di peperoni e peperoncini sono interfertili.
    *
    MELANZANA
    DISTANZA DI ISOLAMENTO CONSIGLIATA m. 200 e più.
    METODO DI ISOLAMENTO CONSIGLIATO Isolatore che protegge fiore o intera pianta.
    RACCOLTA DEL SEME Quando il frutto è in buona parte marrone, ma non sfatto.
    NOTE Attenzione agli isolatori che innalzano troppo la temperatura.
    *
    ZUCCHE E ZUCCHINE
    DISTANZA DI ISOLAMENTO CONSIGLIATA Km. 2 (e a volta manco basta).
    METODO DI ISOLAMENTO CONSIGLIATO Impollinazione manuale (tenere chiuso il fiore femmina con mollette o scotch ed aprirlo solo per spennellarne l’interno con polline prelevato da fiore maschio e richiudere fino a inequivocabile formazione del frutto).
    RACCOLTA DEL SEME Quando il frutto è grossissimo.
    NOTE Zucche e zucchini (almeno le varietà più usuali) sono interfertili.
    *
    LATTUGA
    DISTANZA DI ISOLAMENTO CONSIGLIATA m. 20.
    METODO DI ISOLAMENTO CONSIGLIATO Isolamento tramite distanza.
    RACCOLTA DEL SEME I semi maturano scalarmente e tendono a cadere.
    NOTE Attenzione ad eventuali fioriture di lattuga selvatica nelle vicinanze.
    *
    CETRIOLO
    DISTANZA DI ISOLAMENTO CONSIGLIATA m. 800 è più.
    METODO DI ISOLAMENTO CONSIGLIATO Come per zucche e zucchini.
    RACCOLTA DEL SEME Quando il frutto è grossissimo. Far fermentare i semi come per pomodoro.
    NOTE Piuttosto complicata l’impollinazione manuale.
    *
    FAGIOLI
    DISTANZA DI ISOLAMENTO CONSIGLIATA m. 50-100.
    METODO DI ISOLAMENTO CONSIGLIATO Isolamento per distanza.
    RACCOLTA DEL SEME Quando il baccello tende ad aprirsi.
    NOTE Fagioli normali (ad es.: Borlotti) si ibridano molto difficilmente con Fagioli dall’Occhio.
    *****
    Fin qui, la mini-giuda di Giampiero. Io mi unisco al suo invito: chiunque abbia esperienze differenti in merito, le condivida qui! Alla prossima!
    *****
     .  . 
     .  . 
    *****


    Ed ecco altre zucche! Foto di Andrea Mangoni.
    Un pomodoro di Eraclea... che sia il famoso Nasone? Foto di Andrea mangoni.
    Amo i pomodori.
    Da sempre, in assoluto, sono la mia verdura preferita. Da piccolo li mangiavo in media 300 giorni l'anno, senza accusare mai un "calo di desiderio" nei loro confornti. E ricordo che una costante dell'estate era quella di vedere sotto il portico, in un angolino all'ombra, un vassoietto coi semi di pomodoro ad essiccare prelevati dalle piante migliori e più promettenti. Poi c'è stato l'avvento delle tante varietà di ibridi F1, e in silenzio quella piccola tradizione si è persa.
    Ma quest'anno, spinto dalla curiosità per la biodiversità agricola della mia provincia, ho scoperto che dalle parti del comune di Cavallino Tre Porti esisterebbe una varietà di pomodoro locale, nota come "pomodoro nasone", poco diffusa ed ancor meno nota, visto che pochissimi tra quelli che so abitare nella zona la conoscono. Ho scritto, cercato, domandato, ma nulla: nemmeno un'immagine.
    Il pomodoro tagliato a metà. Foto di Andrea Mangoni.Così, quando pochi giorni fa sono stato da una cara amica di Eraclea ed ho scoperto che lei coltivava una varietà di pomodoro simile per certi aspetti al nasone, non ho resistito alla tentazione di chiedergliene uno. Allungato, leggermente ricurvo, con pochi semi e tantissima polpa, ed un sapore davvero magnifico.... che si trattasse il nasone o meno, per me valeva decisamente la pena provare a conservarne i semi in previsione dell'anno prossimo! Potrà sembrare una sciocchezza, ma è proprio in questo modo che tanti contadini hanno preservato per secoli la biodiversità agricola, preziosissima banca genetica che ha reso le nostre campagne più ricche. In molti, al giorno d'oggi, sono preoccupati dal fatto che questa pratica va a scomparire; per questo sono nati i "Seed Savers", i "Custodi dei Semi", che raccolgono e preservano i semi delle varietà locali di ortaggi e verdure. E' una lotta, piccola e quotidiana, contro la gobalizzazione più ottusa e bieca. In Italia è ad esempio attiva la rete di Seed Savers che fanno capo all'associazione "Civiltà Contadina".
    Così, trattandosi di una di quelle tante, piccole conoscenze che si vanno sempre più a perdere, ho pensato di spiegare come vanno estratti e conservati correttamente i semi dei pomodori. Mentre per altre piante basta mettere le infiorescenze o i semi puliti a seccare all'omra per qualche tempo, per questi ortaggi le cose stanno diversamente. Ognuno dei piccoli semi gialli, infatti, è circondato da un piccolo straterello gelatinoso, contenente delle sostanze che inibiscono la loro germinazione. Per cui, per poter conservare i semi eliminando nel contempo questo "gel", occorre imitare quanto messo in atto dalla Natura: bisogna cioè far sì che venga attivato il processso di fermentazione, e che lo straterello fastidioso finisca con l'essere degradato.
    Allo scopo occorre tagliare il pomodoro e, con cucchiaio e coltello, estrarre i semi assieme ad un pò della polpa e del liquido contenuti nell'ortaggio. Quindi mettete il tutto in un bicchiere di carta e lasciate all'ombra per alcuni giorni, fino a quando una simpatica (e un po' puzzolente) muffetta bianca ricoprirà il tutto - ci vorranno circa due o tre giorni. C'è chi consiglia di mescolare un paio di volte al giorno fino a muffa comparsa, c'è chi no... io non ho mai visto nessuno farlo, in casa mia, e i semi sono sempre stati conservati egregiamente lo stesso. Rimuovete delicatamente la muffa, facendo attenzione a non asportare anche dei semi, e setacciate mettendo il tutto in un colino sotto l'acqua corrente. Ripulite i semi con attenzione, quindi metteteli su un piattino di plastica o ceramica ad asciugare all'ombra. Dopo una settimana o due metteteli in una bustina di carta e conservateli in un ambiente asciutto. Non usate dei sacchetti di plastica chiusi ermeticamente, il seme deve respirare! Delle bustine simpatiche possono essere preparate secondo le indicazioni di Erbeincucina.it. I semi possono essere conservati per oltre 5 anni, senza perdere molto in germinabilità.
    E per quanto riguarda la semina e la coltivazione? Ne parleremo l'anno prossimo, ma posso già anticiparvi che probabilmente tenterò la strada dell'agricoltura sinergica... Nel frattempo vi segnalo il post dell'amica Equipaje sulla sfemminellatura o scacchiatura dei pomodori. Ciao!
    AGGIORNAMENTO: ho riletto la descrizione del Nasone, e non ci siamo: dovrebbe arrivare a 200 e passa grammi, questo si ferma sui 90!! In più Giampiero mi ha fatto notare che potrebbe verosimilmente trattarsi di una varietà nota come "corno", assolutamente comune; pazienza! Vorrà dire che sarò tornato a far pratica almeno fino a quando non mi riuscirà di trovare il famigerato Nasone!!

    *****
     .  . 
     .  . 
    *****

    I semi misti alla polpa. Foto di Andrea Mangoni.
    Gruppo di Polverara bianche e nere. Foto di Andrea Mangoni.
    L'autunno è sempre una bellissima stagione, per il pollaio. Arriva la vendemmia, si raccoglie l'uva... e si smette di spruzzare il campo con i preparati per la cura delle vigne. Così i polli, dopo l'estate passata nei recinti, tornano a razzolare felici sull'erba.
    Questo post nasce da un momento di disgusto, disgusto per alcune pratiche dell'allevamento intensivo che mi sono incomprensibili e inaccettabili, come quella di gettare i pulcini maschi di gallina ovaiola nei tritacarne, ancora vivi. Se ripenso ai miei polli, mi vien da piangere. Così ho pensato di fare un post un po' inutile, solo con fotografie di polli che fanno la vita da pollo: razzolano nell'erba, mangiano, dormono, fanno i bagni di sale e combattono, si ammalano e muoiono, anche. Sì, perchè è vero, i polli negli allevamenti intensivi hanno una mortalità più bassa ed hanno meno sintomi di malattie... ma perchè?
    Insomma, non credo sia difficile da intuire: solo un animale che svolge una vita normale può riuscire ad ammalarsi e a morire: se prendi un pollo e gli impedisci di muoversi, lo imbottisci di antibiotici, gli tagli il becco e lo metti in una gabbia dove ha uno spazio pari ad una scatola per scarpe, se insomma lo estranei da tutte le esperienze che rendono la vita di un pollo tale? Non può vivere, e se non si vive risulta difficile ammalarsi o morire.
    Detto questo, ecco qualche foto stupida raccolta gli scorsi anni. Certo, troverete anche la foto di due galletti che se le danno di santa ragione. E perchè non dovrebbe essere così? Non allevo razze troppo aggressive, ma nella vita di un pollo è normale lottare per stabilire la gerarchia o conquistarsi un harem. E' inutile presentare questi animali come comparse di un film della Disney. Una gallina è capace di fare amicizia, innamorarsi monogamicamente di un altro esemplare, stabilire alleanze, crescere con passione i propri piccoli e fidarsi dell'uomo e delle persone che la accudiscono. Ma una gallina è molto di più. Ho visto anche galline torturare a morte una "collega" malata, accecarne un'altra, ho visto galli lottare quasi alla morte, accoppiarsi con galline vecchie di quindici anni, ho visto chiocce sventrare con dovizia ed impegno pulcini non propri e cibarsi dei loro corpi, ho visto lucertole e topolini venire fatti a pezzi dai robusti becchi di questi uccelli, felicissimi di poterli includere nella loro dieta. Ho visto questi uccelli VIVERE, mostrare tutta la complessa panoplia di comportamenti che è loro propria, ho visto fare loro cose bellissime ed altre che facevano venire i brividi, ma la cosa straordinaria è che qualunque cosa facessero, lo facevano perchè erano animali, veri, palpitanti e MAGNIFICI, e soprattutto magnificamente privi di tutti i giudizi morali che normalmente associamo all'uomo, scevri dai concetti di bene e male, semplicemente ANIMALI, pura Natura al 100%. Ciao!
    *****
    AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

     .  . 
     .  . 
    *****

    Gruppo di Polli nani tra l'erba. Foto di Andrea Mangoni. Un gallo sorveglia il proprio harem. Foto di Andrea Mangoni.
    Gallo Twentsee e gallina Wiandotte impegnati in un bagno di polvere. Foto di Andrea Mangoni. Polli e tacchini sotto al vigneto. Foto di Andrea Mangoni. Una chioccia coi suoi tre pulcini. Foto di Andrea Mangoni. Due galli combattono per il possesso dell'harem. Foto di Andrea Mangoni. Polli e tacchini sotto le vigne. Foto di Andrea Mangoni.

    Ecco il secondo articolo del dott. Franco Holzer, riguardante stavolta la leggenda secondo cui Giovanni Dondi dell'Orologio avrebbe importato i polli ciuffati nelle contade padovane dalla lontana Polonia. La notizia era stata fornita da autori quali Pascal e Cassella nel XIX secolo. Come potrete vedere, la meticolosa opera di ricerca del dott. Holzer ha permesso di chiarire che al momento non solo non esistono prove in tal senso, ma che anzi non vi sono nemmeno prove che egli abbia avuto mai contatti con la Polonia, contrariamente ad altri suoi discendenti. Vi lascio all'articolo del dott. Holzer, ringraziandolo ancora per averci messo a disposizione tale documento.

    *****

    Il seguente articolo è distribuito sotto licenza CC-BY-SA; si chiede solo di render noto il nome dell'Autore.

    LE RICERCHE D’ARCHIVIO RIGUARDANTI LA FAMIGLIA DONDI DALL' OROLOGIO SFATANO LA LEGGENDA CHE VUOLE CHE GIOVANNI DONDI SIA STATO L’IMPORTATORE DALLA POLONIA DELLA GALLINA PADOVANA DAL GRAN CIUFFO? Di Franco Holzer.

    Molti sono i quesiti rimasti insoluti riguardo la famiglia Dondi dall’Orologio. Si sapeva che era originaria di Cremona e che si era trasferita a Chioggia. Jacopo e Giovanni, padre e figlio, sono coloro che vengono ricordati per essere stati dei bravi medici, astronomi, alchimisti, ingegneri e anche altro. I due Dondi progettarono nel 1344 l’orologio di Piazza dei Signori a Padova, poi andato distrutto e ricostruito nel 1437 da Giovanni dalle Caldiere e dal figlio Gianpietro. Giovanni Dondi è l’ideatore dell’astrario, un congegno mosso da pesi, alto 85 cm e largo circa 70, riproducente i moti del Sole, della Luna e dei cinque Pianeti, allora conosciuti. Indicava anche le ore di luce alla latitudine di Padova. La nascita di Giovanni Dondi la si fa risalire al 1330. Dal 1354 divenne professore dell’Università padovana. Nel 1362 si trasferì a Pavia. Morì nel 1388 ad Abbiate Grasso e solo nel 1389 fu sepolto a Padova. La tradizione indica in Giovanni Dondi dall’Orologio colui che importò le Galline Padovane dal Gran Ciuffo dalla Polonia per abbellire i giardini di casa. La storia vuole invece che fu la corona polacca ad insignire la famiglia Dondi del marchesato. Le ricerche effettuate alla Biblioteca Universitaria di Padova e alla Biblioteca del Museo Civico di Padova fino ad ora non hanno dato alcuna indicazione in merito alla leggenda sul Dondi. Specificatamente Andrea Gloria in “Monumenti della Università di Padova (1318-1405) Vol. 1 alle pagg. 371-372 nomina Jacopo Dondi Orologio senza mai dire che costui abbia avuto qualche contatto con la Polonia e alle pagine 381-386, mon.728, cita Giovanni Dondi Orologio di Chioggia. Anche di lui mai fornisce alcun collegamento polacco. Alla Biblioteca Civica di Padova si conserva il manoscritto (M.S.) di Capellari Vivaro CM3-Vol. 176 Foglio ( pagina ) 80 v (verso) dove è così scritto: “Famiglia Dondi dall’Orologio” 1670 : Francesco Dondi dall’Orologio partecipò giovinetto alla guerra di Fiandra e alla pagina 81 r (retro) dove ritrovassi all’assedio di Breda, e in molte altre occasioni; indi ritornato alla patria fu impegnato in diverse cariche, e nel 1670 fu la seconda volta vicario di Conselve ( Salomonio, Agri…pag.358). Il Gloria scrive che divenne vicario la prima volta a Conselve nell’anno 1669 nel “Il Territorio padovano illustrato” Vol 3 pag.230, Padova 1862. Alla Biblioteca Universitaria di Padova in via San Biagio, nell’Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana VOL. II, Milano 1929, di Vittorio Spreti e Collaboratori alla voce Dondi così è scritto: “Illustrarono questa famiglia uomini celebri nelle scienze, nelle armi e nello stato ecclesiastico. Giovanni III, re di Polonia ( Sobieski ) , con diploma 03.03.1676 concesse a Francesco Dondi Orologio il titolo di Marchese, che gli venne confermato dalla Repubblica Veneta il 25.05.1734”. Nel LIBRO D’ORO della NOBILTA’ ITALIANA edizione XV, Volume XVI 1969-1972, pagina 533, Roma Collegio Araldico, in possesso anche del professor Carlo Lodovico Fracanzani, viene confermata la notizia del conferimento del marchesato a Francesco Dondi dall’Orologio. Questi, uomo d’armi, andò al servizio del re di Polonia nella guerra delle Fiandre e partecipò all’assedio di Breda e per questo fu dichiarato nobile. Questi i fatti riportati dai documenti. Pertanto si deduce che, fino a prova contraria, Francesco Dondi fu l’unico della famiglia ad aver avuto una qualche relazione con la Polonia e della Gallina dal Gran Ciuffo non c’è traccia in nessuno dei documenti riguardanti la famiglia Dondi. Allo stato delle cose non è tuttavia da escludere che Giovanni Dondi sia andato comunque in Polonia o che sia venuto a contatto con le Galline Padovane dal Gran Ciuffo, ma fino ad oggi di questi viaggi nessuno mai ne ha parlato in maniera certa. E’ possibile che il Dondi abbia conosciuto i pennuti a Padova perché portati dagli studenti polacchi che si servivano delle uova per il loro sostentamento durante i lunghi viaggi.

    Per contattare il dott. Holzer: franco.holzer@libero.it

    Ho ricevuto dal dott. Franco Holzer, giornalista padovano, due articoli riguardanti in diversi modi le origini dei polli ciuffati in Italia. Il primo riguarda il ritrovamento a Padova, in un affresco del XIV secolo, della rappresentazione di una gallina ciuffata coi suoi pulcini; il secondo invece rappresenta una ricerca storica sui membri della famiglia Dondi dell'Orologio, ricerca che sfata il mito dell'importazione dei primi polli ciuffati di Padova per opera di Giovanni Dondi dell'Orologio.
    *****
    Il seguente articolo è distribuito sotto licenza CC-BY-SA; si chiede solo di render noto il nome dell'Autore.
    LA GALLINA PADOVANA DAL GRAN CIUFFO ERA PRESENTE A PADOVA NEL XIV SECOLO. Di Franco Holzer.
    Sabato 26 aprile 2008 alle ore 15.00 partecipai ad una visita guidata all’oratorio di San Michele a cura di Monsignor Claudio Bellinati nel V centenario della nascita di Andrea Palladio. Si presume che il grande artista sia stato battezzato in quell’oratorio, ultimo residuo di un edificio di epoca Longobarda, ricostruito sui resti dell’antica chiesa dedicata a San Michele e ai Santi Arcangeli, che nel 1508 era la chiesa parrocchiale della famiglia del Palladio. La cappella fu eretta nel 1397 a seguito dell’incendio del 1390. La sua collocazione è a ridosso del Castelvecchio, la torre della Specola per i padovani, che fu teatro di scontri con i Visconti nel corso della riconquista di Padova, guidata da Francesco il Novello da Carrara. Gli affreschi che decorano la cappella furono realizzati nel 1397 da Jacopo da Verona e sono incentrati sul ciclo mariano. Una lapide conferma la paternità di Jacopo da Verona e testimonia che la cappella fu voluta da Piero, figlio di Bartolomeo de Bovi, cugino di Piero di Bonaventura, ufficiale della zecca dei Carraresi. I personaggi ritratti sono immersi in un’atmosfera più dimessa e domestica rispetto all’aristocratica pittura dell’ Altichiero, di Giusto de’ Menabuoi e del Guariento. Nella parete raffigurante l’Annunciazione si nota quell’interesse per il “quotidiano” e il “particolare”, che è una componente essenziale della pittura del tardo Trecento. Si vedono rappresentati un gattino acciambellato su una sedia, un altro su uno sgabello e una paesana che dà da mangiare a una gallina e ai suoi pulcini. E qui sta la scoperta. La gallina raffigurata è una Gallina Ciuffata con gli inconfondibili tarsi verde ardesia, senza cresta e bargigli. Dunque la rappresentazione pittorica è la prova certificata che il pennuto era presente a Padova nel XIV secolo. La tradizione che attribuisce a Giovanni Dondi dall’Orologio l’importazione dalla Polonia, deve ancora essere confermata da qualche documento, se mai ci sarà. Ora invece possiamo dire che l’epoca dell’affresco ci assicura che la Gallina Ciuffata era presente a Padova certamente nel 1300, e doveva essere la razza più comune e indicativa degli allevamenti del contado padovano di quel periodo storico, se fu scelta per essere immortalata nell’affresco.
    Per contattare il dott. Holzer: franco.holzer@libero.it
    *****
    NOTA DI ANDREA MANGONI: Ho avuto anch'io modo di visionare l'affresco, dopo la segnalazione del dott. Holzer, e sono dell'opinione che, nonostante il dipinto sia compromesso dal tempo, rappresenti davvero una gallina dal ciuffo. Specie considerando che negli altri animali presenti (come i cervi) le estremità colorate diversamente hanno ricevuto una adeguata resa cromatica (corna, zoccoli, ecc...), credo che si possa escludere che quelli raffigurati siano cresta e bargigli: hanno lo stesso colore del piumaggio, per cui immagino si possa dedurre sensatamente che si tratti piuttosto di ciuffo e barba. Inoltre, i tarsi sono effettivamente dipinti in verde. Non è invece possibile stabilire se l'animale sia una gallina di razza Padovana Gran Ciuffo, ma solo dire che si tratti di un pollo ciuffato. Personalmente ritengo si tratti più verosimilmente di un'antenata delle Galline di Polverara. Detto questo ritengo che valga la pena ringraziare il dott. Holzer per l'acume ed il colpo d'occhio nell'aver individuato una delle più antiche raffigurazioni (se non la più antica) riguardanti la presenza dei polli ciuffati in Italia.
    Ho appena trovato questo video che fa da corollario davvero delizioso al mio precedente post sulle chiocce. Ecco una gallina meravigliosa che ha deciso di... adottare dei gattini! Riuscirà a far imparare loro a becchettare il mangime? Chissà! Per ora, si limita a scaldarli. Cose che possono succedere, se si allevano gli animali in maniera naturale! A presto!
    *****
    AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

     .  . 
     .  . 
    *****