Questa sera, nel Municipio di Camponogara, sarà organizzata una serata dedicata alla biodiversità locale. In particolar modo, vi saranno due interventi principali. Gianni Pizzi, insegnante, presenterà il suo libro sulla biodiversità del nostro territorio, e parlerà delle forme di vita e degli ambienti in pericolo del nostro comune; io invece parlerò di biodiversità avicola del padovano-veneziano, della storia delle razze di polli delle nostre terre e di quanto rimane ancora di esse. Se qualcuno di voi volesse partecipare, l'appuntamento è alle nove-nove e mezza in Municipio, sala consigliare! A presto!

Ed eccoci qui, anche quest'anno, a salutare l'arrivo dei primi pulcini della stagione!! Si tratta di 3 Black Jersey Giant blu, e di 3 Polverara di ceppo Rossetto bianchi. Potete vedere i video dei genitori di questi pulcini nel mio canale YouTube. Per una migliore risoluzione del video, schiacciate il pulsantino HQ!

Cari amici, vi voglio segnalare che ha preso il via la mostra fotografico-naturalistica: "L'Ambiente che abbiamo in Comune". La mostra, che espone anche 28 miei scatti 30x40, integra informazioni ed immagini per far scoprire agli abitanti di Camponogara la biodiversità che si nasconde nel territorio del loro stesso paese. Farfalle, anfibi, fiori spontanei e ragni, immortalati negli scatti miei, di Gianni Pizzi e di Salvatore Termo, raccontano al pubblico la storia naturale del nostro comune, cercando di far conoscere un ambiente delicato che rischia ogni giorno di scomparire.

La mostra fotografica, realizzata con il patrocinio del Comune di Camponogara ed il personale impegno dell'Assessore alle Politiche ambientali e Protezione Civile Denis Compagno, vede anche la collaborazione di Legambiente - Circolo Riviera del Brenta e del mio sito, Oryctes.com.

La mostra ha sede nelle sale del Municipio di Camponogara, ed è visitabile fino al 10 giugno negli orari di apertura dello stesso, questo per favorire il più possibile il contatto della gente comune con la realtà ambientali del proprio territorio.

A presto!

Ecco Gigia, la ritornante Polverara nera!

In pollaio, da qualche giorno, c'è una nuova arrivata. O meglio, nuova e vecchia al tempo stesso. Sì, perchè, per motivi complessi da spiegare, ho riportato a casa Gigia, una dei 4 Polverara nati a settembre dello scorso anno.

Volete vedere com'era? eccola qui, in questo post. Vedete la prima testolina nera a sinistra nella foto in alto? E' la Gigia. Ora è cresciuta, è diventata una bella gallinella che deve ancora iniziare a far uovo... Ed è ritornata a casa. Certo, come Polverara ha tanti difetti: il ciuffo troppo grande, che la persona cui l'avevo ceduta ha provveduto a tagliare (sigh!); la testa un pò lunga; la cresta a cornetti assai poco sviluppata.

Gli orecchioni bianchi della Gigia.

Però, in compenso, ha i più scintillanti orecchioni bianchi che io abbia mai visto in questa razza, eccezion fatta per suo nonno Ganimede, pace all'anima sua. Questo da solo mi basta per decidere di inserirla nel piano di riproduzione annuale.

Nel frattempo, l'incubatrice sta portando avanti la prima covata dell'anno - la settimana prossima dovrebbero nascere i primi nuovi virgulti. Le Polverara nel frattempo continuano a godersi il loro nuovo recinto-pollaio privato, in basso una foto dell'ultima abbuffata. A presto con nuovi aggiornamenti!!

Le mie Polverara all'ora di pranzo!
Gruppo di Galline Modenesi. Foto di Giuliano Serafini.
Nelle terre attorno a Modena esisteva - ed esiste tutt'ora, un ceppo locale della razza Italiana comune o autoctona. Il ceppo, che4 alcuni dicevano derivante dalla Padovana comune e dalla Livorno, fu anche immortalata dal pittore Gaetano Chierici nel XIX secolo; rimase tuttavia sempre una popolazione avicola che non fece molto parlare di sè. Il colore fulvo sembrava esserne una caratteristica peculiare. Si può a mio avviso, in questo come in altri casi, parlare più di ceppo che non di razza: si trattava quindi dell'espressione della variabilità genetica di quel pollo dai caratteri mediterranei diffuso in tutta Italia.
Galli di ceppo Modenese. Foto di Giuliano Serafini.
Comunque sia, anche questo glorioso ceppo sembrava destinato a scomparire, come tanti, in quanto non in grado di reggere il confronto con gli incroci di tipo commerciale che andavano anno dopo anno ad affollare il mercato avicolo. La Gallina Modenese o Fulva di Modena aveva i caratteri tipici del pollo mediterraneo: tarsi e zampe gialli, orecchioni bianchi, così come le uova, e colorazione principale dorata frumento. I maschi si aggiravano sui tre chilogrammi di peso, le femmine sui due.
Ma, per fortuna della Fulva di Modena, la famiglia Serafini di Nonantola era riuscita a conservare in purezza un gruppo di questi animali. E' stato Giulio Serafini, aiutato dal dott. Alessio Zanon, ad iniziare finalmente a valorizzare questi polli e ad intrecciare il dialogo con le istituzioni, dialogo che alla fine ha portato alla nascita dell'A.T.G.M., l'Associazione per la Tutela della Gallina Modenese. Oggi come oggi, sebbene gli animali non siano stati oggetto di selezione riguardante la colorazione, le livree più comuni sono la dorata frumento, la dorata frumento blu e la bianca. Con la collaborazione dell'Università di Parma è stato avviato un percorso di studio di questa popolazione avicola, ed il conseguente affidamento di gruppi di pulcini ad allevatori custodi che hanno deciso di impegnarsi per preservare questo pezzetto di biodiversità modenese, che sa ancora affascinare noi come faceva con Chierici un secolo e mezzo fa.
Per maggiori informazioni sulla Fulva di Modena, potete contattare direttamente Giuliano Serafini tramite questa pagina web.
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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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La Fulva di Modena immortalata da Chierici. Foto di Alessio Zanon.

Trasformare il proprio giardino in un luogo ospitale per piante ed animali selvatici non è un'utopia, ma la semplice conseguenza di una serie di piccole azioni, molte delle quali non eccessivamente impegnative, che la maggior parte di noi può mettere in pratica senza particolari difficoltà. Ecco quindi un breve elenco di alcuni punti chiave da cui poter partire nel trasformare il proprio giardino in un angolo di natura sotto casaa. Pronti? Via!

  1. La Natura è il modello. Cercate attorno alla vostra città o al vostro paese uno scampolo di natura ancora incontaminata. Può essere la riva di un canale, la siepe lungo la ferrovia abbandonata o qualunque angolo in cui le piante autoctone della vostra zona abbiano ancora presa sicura sul territorio. Anche le vecchie case rurali spesso possono riservare sorprese. Tutti questi luoghi potranno diventare non solo un modello da seguire ma anche una "banca genetica" da cui attingere in parte materiale, sotto forma di semi e talee.

  2. Leggere, leggere e ancora leggere! Internet ed i libri sono fonti preziose di informazioni. Formatevi una buona cultura sulla flora autoctona della vostra zona; spesso le istituzioni rilasciano gratuitamente opuscoli e pubblicazioni su argomenti di stampo naturalistico, che possono essere dei validi aiuti.

  3. Il vostro giardino è già un bosco, solo che ancora non lo sa! Se avete dei dubbi su dove piantare delle nuove essenze, immaginate che il vostro giardino sia già un bosco pieno di alberi ed arbusti; in questo modo quello che vi resta da fare è via via "togliere" con la mente lo spazio da dedicare al prato. Vi sarà più facile progettare un equilibrio nel giardino, così.

  4. Se non potete permettervi alberi, piantate una siepe. Molti persone proprietarie di piccoli giardini non possono permettersi di piantare alberi di alto fusto, anche a causa della necessità di rispettare le distanze dai confinei previste per legge. Non rinunciate però alla presenza di queste specie nel vostro giardino: molti alberi e arbusti, infatti, se educati tramite adeguate potature si prestano bene a formare fitte siepi caduche. Si possono educare a siepe faggio, quercia, acero, nocciolo, prugnolo, biancospino, e tantissime altre specie.

  5. Anche se potete permettervi un albero, piantate lo stesso una siepe! Infatti la valenza ecologica di una siepe è enorme, soprattutto nel caso di una siepe mista, in cui più essenze contribuiscono a formarne la struttura. Nelle campagne molti animali utilizzano le vecchie siepi agricole come dei veri e propri boschi in miniatura, ricavandone cibo e riparo; nei giardini urbani la loro utilità risulta ancora maggiore.

  6. Fornite cibo e riparo, ed il vostro giardino non sarà più vuoto. Specie nella cattiva stagione, aiutate uccelli e piccoli mammiferi a trovare cibo, installando una o più mangiatoie, e nel contempo arricchite il giardino con qualche nido artificiale; molte specie finiranno col "fidelizzarsi" al vostro giardino e vi permarranno tutto l'anno. Con la bella stagione riponete le mangiatoie, perchè risulterebbero più dannose che utili agli animali selvatici.

  7. Utilizzate piante che forniscano cibo agli uccelli. Come ho detto sopra, nella bella stagione le mangiatoie vanno riposte, per lasciar spazio a quelle piante che producono semi o bacche che attirano e sfamano gli uccelli. Oltre a piante selvatiche come evonimo, sambuco e biancospino, non dimenticate di inserire piante che danno frutti commestibili anche per noi, come ciliegio, melo, pero, nocciolo, caki, ecc...

  8. Non dimenticare gli insetti. Questi animali, a dispetto della loro fama generale, sono alla base delle catene alimentari e quindi tra gli elementi più importanti ed utili per un giardino naturale, ove ricoprono numerosissimi ruoli, che vanno da quello di impollinatore a quello di... cibo per altri animali. Per dirne una, la maggior parte degli uccelli utilizza gli insetti come cibo per la prole. Richiamate le specie amanti dei fiori con piante come il ligustro, la lavanda o la buddleja; fate crescere in un angolo soleggiato l'ortica, pianta nutrice dei bruchi di tante farfalle; dedicate un angolo del prato ai fiori selvatici, come centaurea e tarassaco.

  9. Mettete in giardino il tronchetto della felicità. No, non parlo della famosa pianta d'appartamento, ma di un semplice stratagemma per aumentare la biodiversità del vostro giardino. Procuratevi qualche ceppo d'albero (15-30 cm di diametro, 20-40 cm di lunghezza) appartenente ad essenze tipiche della vostra zona (fuorchè piante come robinia e platano), e ammucchiateli in un angolo ombreggiato del giardino: decomponendosi ospiteranno un numero notevole di piccoli invertebrati, che a loro volta attireranno piccoli vertebrati.

  10. Costruite uno stagno. L'acqua è vita, e tanto più lo è in un giardino naturale. Sarebbe meglio non usare uno stagno prefabbricato, ma costruirlo con un telo plastico adeguato. La costruzione di uno stagno fornirà agli uccelli un abbeveratoio e materiale da costruzione per i loro nidi, sotto forma di fango; inoltre, se eviterete di metterci dentro pesci rossi, si potrà popolarsi di tanti animali legati alle acque dolci, come insetti, crostacei e anfibi. Tra i tanti ospiti possibili, le libellule cattureranno la vostra attenzione con i loro voli acrobatici.

Ecco, per oggi è tutto. Questi erano ovviamente solo brevi suggerimenti; di alcuni di essi mi occuperò in maniera più approfondità più avanti. Voi ne avete altri che vorreste vedere aggiunti a questa lista?

Qualche giorno fa, il dott. Alessio Zanon, di Agraria.org, mi ha segnalato alcuni video di una razza avicola davvero molto particolare: la Drenica o Kosova Long Crower. Così, spinto da questa sua... imbeccata, vi voglio parlare proprio di questi polli. Si tratta di una razza molto particolare, per due motivi.

  • Primo, la sua somiglianza con l'italianissima Polverara;
  • Secondo, il canto "smisurato" dei suoi galli: fino a 58 secondi!!

L'aspetto fisico è quello di un pollo di media taglia, dal mantello nero, con un ciuffo ad elmo sul capo (proprio come la Polverara). Privi di barba e favoriti, questi polli mostrano dei bei bargigli penduli rosso acceso (come del resto gli orecchioni). I tarsi sono verdi, il becco giallo, gli occhi rossi o molto scuri. I maschi raggiungerebbero pesi compresi tra i 2 ed i 3 Kg, mentre le femmine si attesterebbero su valori inferiori ai 2 Kg (fonte: Feathersite).

Come ho potuto apprendere dal sito di Longtailfowl.com e dalla testimonianza del sig. Salih Morina, la Drenica è una razza proveniente dall'omonima regione del Kosovo, in particolar modo da villaggi come Polac, Terstenik e Drenas. Queste zone rurali, però, hanno visto buona parte della propria popolazione emigrare verso le città in cerca di lavoro; e chi è rimasto in campagna ha spesso via via abbandonato l'allevamento della Drenica, a causa della sua scarsa fecondità (tra le 50 e le 100 uova all'anno), scegliendo polli maggiormente produttivi. L'effetto congiunto di queste cause ha provocato la quasi completa scomparsa di questi polli, che si sarebbero totalmente estinti se non fosse stato per un manipolo di allevatori che hanno recuperato alcuni capi continuando a riprodurli con passione. Tra questi, il sig. Ali, di Mitrovica, è ora probabilmente il maggior conoscitore della razza.

Ma vediamo al canto, così straordinario, di questi animali: inizia come un normale "chicchirichì", ma si trasforma dopo pochi secondi in un suono paragonabile forse ad una via di mezzo tra un gracchiare ed un cigolare sordo, che dura fino quasi a 60 secondi nei migliori esemplari (nonostante la media si attesti sui 30 secondi).

Ma da dove ptrebbe provenire questa razza? Potrebbe avere davvero qualche relazione con la gallina di Polverara? Ebbene sì, le due razze potrebbero essere effettivamente imparentate tra loro. Infatti il Kosovo confina a sud ovest con l'Albania... Ebbene, nel libro del 1941 di Ferdinando Milone, "L'Albania economica", si può leggere il seguente passo: "Frequente vi è una gallina che somiglia stranamente a quella di Polverara, nel Padovano, e che il Manetti dice potrebbe essere stata qui importata dai Veneziani". Inoltre in questa regione vantava polli dal canto lungo (longcrowers), come ad esempio il Berat dell'Albania, con tarsi verdi ed orecchioni rossi; è evidentemente possibile che la Drenica derivi dall'incrocio della Polverara con animali autoctoni longcrowers, da cui potrebbe aver mutuato oltre al canto anche gli orecchioni rossi. Insomma, queste due razze (Drenica e Polverara), oltre ad aver subito un destino simile, potrebbero avere avuto anche radici comuni.

Ed ecco, per l'incredulità di molte orecchie, il canto di uno di questi galli. Nel video gli animali sono allevati in gabbia: fa decisamente male al cuore vederlo, però questo ha rappresentato ( e rappresenta ancora) l'unico modo con cui alcuni allevatori hanno potuto continuare a selezionare questa razza anche abitando in città, ed evitandone così l'estinzione.

Tutto finito? Non ho nient'altro da dire? Ah, sì, dimenticavo:

BUONA PASQUA!!

Auguri vivissimi a tutti voi, per una felice Pasqua di Resurrezione e Vita!

Fioritura di Hottonia palustris. Foto di Andrea Mangoni.

A volte è un caso, quello che ti fa allungare lo sguardo al di là del vetro dell'autobus di linea che utilizzi tutti i giorni, e che ti permette di vedere per la prima volta uno scorcio, una pianta o un fiore che in 15 anni non avevi mai visto. Ed è stato proprio così che un paio di anni fa, tornando dall'università, mi sono accorto per la prima volta (grazie alla sua esuberante fioritura) di una fantastica popolazione di violetta d'acqua (Hottonia palustris), anche nota come erba scopina.

In verità, l'Hottonia poco ha a che fare con le viole: infatti appartiene alla famiglia delle Primulaceae, di cui è l'unico rappresentante completamente acquatico in Italia. E' una pianta a distribuzione eurosiberiana, ma si tratta purtroppo di una specie davvero in forte rarefazione.

Le foglie finemente laciniate di Hottonia palustris servono da riparo a innumerevoli creature acquatiche. Foto di Andrea Mangoni.Infatti queste piantine delicate, dalle foglie finemente laciniate, che servono da riparo ad innumerevoli creature acquatiche (tanto che un altro nome che talvolta le viene affibbiato è millefoglio d'acqua), vivono in fossi e canali puliti e ombrosi, dalle acque calme e spesso povere, e risentono in maniera incredibile dell'inquinamento cui i nostri corsi d'acqua interni sono sottoposti. Oramai estinta in molte regioni (ad esempio il Trentino Alto Adige) e rarissima lungo la costa tirrenica, la violetta d'acqua corre il concreto rischio (assieme a tante altre piante acquatiche) di diventare un ricordo in buona parte del proprio areale.

Potrete dunque immaginare la gioia di ritrovarne una popolazione in piena fioritura! Mi presi una mattina intera per potermi gustare lo spettacolo e fare qualche foto, sebbene la distanza dalla riva e la asprezza di quest'ultima mi fossero d'ostacolo. A fine aprile la pianta, che per tutto l'anno cresce sommersa, produce scapi fiorali emersi alti fino a 40 cm che portano fiori ermafroditi riuniti in verticilli sovrapposti, di colore bianco sfumato al rosa o al violetto, e dal centro giallo. Mal sopporta le alte temperature, ed è proprio per questo che si può trovare in acque profonde e ombrose. Gli steli possono esser lunghi anche 80 cm, e producono con monotona regolarità radici che li ancorano al fango del fondale.

Purtroppo, è notizia di un paio di giorni fa, la colonia che vedete fotografata qui non esiste più. In soli due anni l'intera popolazione è stata distrutta dal degrado del fossato in cui viveva, e alla mia recentissima visita non esisteva nel canale nemmeno una pianticella.

Potrebbe essere un ben misero finale, però... Però l'anno scorso, avendo capito che la colonia stava rapidamente risentendo dell'inquinamento, avevo preso adeguate precauzioni: avevo prelevato infatti, assieme a un rappresentante del locale circolo di Legambiente, dal gruppo più folto di piante 4 steli, che, trapiantati in un altro fossato, profondo e isolato, hanno dato ben presto vita ad altre 4 colonie! Per cui, almeno per questa volta, queste pianticelle non correranno pericolo... ma per quanto??

Una colonia di Hottonia palustris sfiora la superficie dello stagno. Foto di Andrea Mangoni.

Da oggi provo ad imbarcarmi in una nuova, piccola avventura: nasce infatti su YouTube Oryctes.com Channel, un canale video dedicato agli argomenti di cui usualmente mi occupo in questo blog e nel mio sito, Oryctes.com. So di non essere un mago con le riprese, e non ho neppure attrezzature adeguate (per adesso mi limiterò a rubacchiare la macchina fotografica della moglie... sshhhtt!!), ma cercherò di rendere le cose perlomeno... guardabili.

I primi due video sono dedicati alle mie Polverara ed alle Black Jersey Giant, in seguito vedremo cosa riuscirò a fare. Mi piacerebbe parlarvi di avicoltura, giardino naturale, natura... Spero abbiate la pazienza di seguirmi anche qui. A presto!

La delicata bellezza di Viola Tricolor. Foto di Andrea  Mangoni.

Tutti gli anni, con l'arrivo di febbraio, la campagna si trasforma in un arazzo azzurro e porpora: il lamio e la veronica esplodono infatti in un tripudio di fiori delicati che fanno diventare l'erba un enorme quadro astratto. Ma tra i fiori della primavera, quelli che mi piacevano forse di più non crescevano ovunque: bisognava andarli a cercare lungo il ciglio dei fossi, riparati dall'ombra dei salici. In quell'ombra, le viole mostravano tutto il loro splendore, anche se solo avvicinandosi a carponi si poteva apprezzarne il delicato e sottile profumo. Le viole che prosperavano sotto gli alberi erano di colore pallido, delicato, vagamente anemico; erano una vera delizia di primavera, tanto che alla fine qualche anno fa le ho portate a casa e trapiantate in giardino, in una piccola aiuola dove i miei cani ne hanno - haimè! - fatto scempio.

Avevo pensato di portarle anche qui, nel giardino della palazzina in cui abito ora; ma ho scoperto, con enorme piacere, che anche qui le viole selvatiche crescono in gran numero. Sono di un colore intenso, con petali che sembrano velluto scuro e foglie cuoriformi opulente e ricche. Vederle sbocciare in questo rettangolino di terra mi ha dato un'immansa gioia, è stato come ritrovare un amico d'infanzia.

Il colore intenso e vellutato di una viola. Foto di Andrea Mangoni.

Le viole annoverano decine di specie, ma tra quelle selvatiche la viola canina (Viola canina) e la viola mammola (Viola odorata) sono tra le perenni più diffuse in campagna. La seconda, in particolar modo, è probabilmente la viola selvatica più profumata del nostro Paese. Sebbene possano essere riprodotte da seme, si moltiplicano vegetativamente benissimo tramite stoloni, che portano alla propria estremità le nuove pianticelle. Basterebbe semplicemente ripicchettarli sul terreno per esser certi di ingrandire, anno dopo anno, il proprio gruppo di violette selvatiche. Preferiscono i terreni ricchi ed in ombra, ma si adattano anche a zone marginali ghiaiose, dove formano gruppi isolati piuttosto folti. Nei prati ombrosi, invece, possono tappezzare piccole aree con un meraviglioso "effetto patchwork" di colore all'epoca della fioritura primaverile.

La viola del pensiero selvatica (Viola tricolor), annuale, è anch'essa diffusissima un pò ovunque, con mille colori e forme, e la sua leggiadria fa impallidire, ai miei occhi, qualunque fascino possa esser associato ai suoi opulenti e selezionatissimi discendenti che si possono trovare in commercio. Rispetto ad altre viole, fiorisce per tutta la bella stagione. Si possono raccogliere tranquillamente a fine fioritura le capsule contenenti i semi, facendo attenzione che non ci... esplodano fra le dita! Infatti tendono ad aprirsi violentemente alla minima pressione, se mature, e a lanciare i semi in esse contenuti ad una certa distanza. Seminateli su un terriccio ben drenato, senza sotterarli, ma limitandovi a pressarli leggermente sulla superficie del terreno. Vedrete che non dovrete aspetatre molto, per avere delle splendide pianticelle fiorite.

Un'isoletta di viole è cresciuta sul margine di un sentiero di ghiaia. Foto di Andrea Mangoni.
Il fossato al tramonto. Foto di Andrea Mangoni.

Il sole caldo delle prime giornate primaverili è un invito irresistibile, per me, a vagabondare per la campagna a godere del contatto con la natura; inoltre è un'ottima occasione per pianificare i nuovi lavori da operare lungo le mie rive ed i miei fossati, lavori che hanno subito un drastico arresto. Nello scorso inverno, infatti, complici il trasloco, le malattie ed il maltempo, ho colpevolmente abbandonato la mia campagna, limitandomi a gestire il pollaio nelle visite a casa dei miei genitori.

E' così che un paio di giorni fa mi sono preso la briga di andare a fare il punto della situazione riguardo allo stato della vegetazione ripariale del fossato e della siepe che sto (ri)costruendo, allo scopo di ricreare un rifugio per tutta una serie di animali e vegetali sempre più minacciati.

I fossati sono pieni d'acqua. In questa stagione, dovrei poter vedere le ovature di Rana latastei e sentire, forse, i primi gracidii delle raganelle. Ma da parecchi anni, purtroppo, entrambe le specie non si riproducono più nelle acque di questo fossato, sebbene saltuariamente sulle sue rive se ne possano reperire alcuni esemplari adulti. E' pur sempre vero che parte dell'alveo del fossato è invaso da piante secche di iris palustre (Iris pseudacorus), e questo tendenzialmente rende tali parti del fossato assai difficili da colonizzare per tutta una serie di animali, poichè favorisce, in estate, una più rapida evaporazione delle acque con conseguente prosciugamento del letto del fossato stesso.

Giovani piante di farnia. Foto di Andrea Mangoni.

Le piante messe a dimora negli scorsi anni stanno in compenso benone. Il pioppo cipressino (Populus nigra var. italica) è cresciuto tantissimo, ora supera di certo i tre metri e mezzo, così come gli aceri (Acer campestre) piantati in due diversi momenti negli ultimi 5 anni. Biancospino, prugnolo e frangola stanno iniziando a germogliare, così come il salice cenerino (Salix cinerea), che sta fiorendo, offrendo così un precoce pasto ai primi insetti pronubi che sfidano i freddi di questa stagione. Sul terreno alla base della vecchia farnia è tutto un brulicare di piantine nate dalle ghiande d'autunno.

I germogli del pallon di maggio (Viburnum opulus). Foto di Andrea Mangoni.

Poichè, nell'appartamento in cui mi sono trasferito, non posso purtroppo permettermi di ospitare troppe piante in vaso, in particolare di specie voluminose, mi sono risoluto a trapiantare alcune essenze lungo la siepe, con il duplice vantaggio di diminuire da un lato il numero di piante necessarie di mie cure, e di arricchire dall'altro la siepe con due piante estremamente utili e preziose. Le essenze scelte sono alcune pianticelle di olmo (Ulmus minor), pianta un tempo diffusa ma lentamente rarefattasi anche a causa della diffusione di una malattia, la grafidiosi, ed una piantina di pallon di maggio (Viburnum opulus), raccolta l'anno scorso lungo un fossato distante qualche chilometro, ed ora in procinto di germogliare. Così, vanga in spalla e carriola piena, mi sono avviato lungo la carreggiata per finire il lavoro prima che la luce del tramonto mi abbandonasse.

COME IMPIANTARE UNA SIEPE

Molto è stato scritto sull'impianto di una siepe, e di sicuro troverete parecchio materiale in merito. Comunque sia, aggiungo qualche nota anch'io, nella speranza che possa risultare utile. In generale io tendo a programmare una siepe mista, composta da alberi e cespugli, in maniera da diversificare i microhabitat che si vengono a formare e favorire così l'insediamento di una maggior quantità di piante ed animali selvatici, a lavori ultimati.

In particolar modo, di solito lascio tre metri di distanza tra un albero ed un altro; all'interno di questo spazio, a metà strada tra le due essenze maggiori, pianto poi un cespuglio o due nel secondo caso distanzio i cespugli tra loro di 50-60 cm). In verità sarebbero consigliabili 5-7 metri tra un albero d'alto fusto ed un alto, ma in questo caso, poichè quasi certamente buona parte delle piante sarà educata a capitozza, tale distanza più ridotta può andare bene. Nel mio Comune esiste poi un regolamento che indica come distanza minima di impianto dal ciglio del fossato 60 cm; è una buona cosa, perchè permette di poter lavorare nell'alveo dei corsi d'acqua con minori problemi e, nel contempo, aiuta a non sovraccaricare il fossato con materiale organico proveniente dalle piante stesse. Se ne avete la possibilità, create una siepe su due file distanti tra loro almeno un metro, alternando alberi ed arbusti im maniera da formare un percorso sinuoso e non una linea retta.

Usate per quanto possibile piante in vaso o con panetto di terra: hanno l'enorme vantaggio di poter essere messe a dimora in qualunque periodo dell'anno senza subire particolari traumi. In caso aveste invece a che fare con piante a radice nuda, niente paura: avete fino a tutto marzo per piantarle senze particolari problemi.

Lo scavo dovrebbe essere abbastanza profondo da poter permettere di allorggiarvi con comodo la piantina prescelta. Sul fondo disponete uno strato di ghiaia o altro materiale drenante, quindi un piccolo strato di stallatico o compost, quindi il panetto di terra con la piantina. Basterà poi riempire gli spazi vuoti rimasti con la terra di scavo, ed il gioco è fatto. Abbiate soprattutto cura di vedere che il colletto della pianta, cioè la delicata zona di transizione tra tronco e radici, non sia coperta di terra: la piantina potrebbe morire per asfissia. In caso invece di piante a radice nuda, le cose vanno diversamente. Le radici vanno leggermente potate con una forbice ben affilata, quindi immerse in una poltiglia di terriccio e letame in acqua, ed infine disposte con cura nella buca, che andrà riempia con la terra di scavo finemente sbriciolata. In entrambi i casi, al termine delle operazioni potrebbe essere una ottima idea l'impianto di un palo che funga da tutore temporaneo per la pianta, che vi verrà assicurata con legacci di gomma morbida; inoltre una delicata innaffiatura favorirà l'assestamento del terreno. Le innaffiature si riveleranno poi indispensabili, nei primi tempi, per favorire l'attecchimento di piante a radice nuda.

Alla prossima!

Suggerimenti bibliografici

Cogo, L., Giubilato, A., Marchioro, D., Pellizzon, A. (1989). Le Rive - frammenti di foresta da salvare. Ed. Multigraf.

Ferrari, V., e Ghezzi, D. (1999). Le siepi in campagna. Edagricole.

Titta

Come ho già spiegato in questo precedente post, c'era ancora un esemplare puro di Polverara di ceppo Rossetto che gironzolava nelle campagne del padovano. E' stato per me giocoforza cercarlo, e grazie alla generosità ed all'aiuto del sig. Daniele Roberto ho potuto portare a casa proprio questa gallina svanita nel nulla, gallina che ho peraltro ribattezzato (prontamente e senza motivo) Titta.

Titta incarna bene una serie di problematiche che il ceppo delle Polverara di Bruno Rossetto mostra suo malgrado. Le principali? Il fatto che, per alcuni caratteri, il ceppo è stato mantenuto in stato di eterozigosi, con conseguente, periodico riaffiorare di elementi poco desiderabili secondo gli standard moderni della razza.

Il primo di questi caratteri è l'assenza di barba. Nei polli, il gene che provoca la presenza di barba e favoriti (vistosi ciuffi di piume presenti sotto becco e ai lati della testa) viene chiamato Mb ed è autosomico incompletamente dominante. Ciò significa che accoppiando un esemplare dotato di barba e favoriti con uno che ne sia sprovvisto si ottengono animali eterozigoti che presentano questi caratteri in misura alquanto differente: alcuni avranno barba e favoriti quasi normali, altri invece assai poco sviluppati. In questo senso, Titta potrebbe essere proprio un eterozigote: in effetti presenta barba pressoché nulla, ma i favoriti sono più vistosi che in una gallina comune.

In secondo luogo, Titta ha becco e tarsi quasi interamente gialli. Ora, tarsi gialli indicano, senza troppe possibilità di errore, epidermide gialla e derma incolore o viceversa. Per le Polverara sono richiesti tarsi verde oliva o ardesia, che si ottengono da animali a epidermide incolore e derma nero. Insomma, un bel miscuglio! Anche in questo caso, come per il precedente, occorrerà seguire la trasmissione dei caratteri con l'accoppiamento ed il successivo testare la prole unendola con animali omozigoti recessivi per questi tratti.

Resta sempre il fatto che, per adesso, di accoppiamenti non se ne parla: Polluce, l'unico gallo rimastomi, è ancora troppo piccolo. Comunque sia, l'arrivo di Titta permetterà di programmare gli accoppiamenti per cercare di sbrogliare l'intricata matassa dei caratteri in eterozigosi in questo particolare ceppo della gallina di Polverara.

Titta in tutto il suo splendore

...ancora una volta, ritorno su queste pagine giustificando un lungo silenzio. No, che nessuno si preoccupi: nulla di grave. E' solo che negli ultimi tre mesi ho affrontato il primo vero trasloco della mia vita, che mi ha portato ad abitare in un appartamentino nel centro del mio paese, lasciando in periferia la mia campagna ed i miei animali. Chiaramente questo spostamento ha reclamato per sè tutto il mio tempo, e ne sono felice, perchè ho potuto assaporare questo cambiamento completamente.

Detto qusto, del pollaio e della campagna vi racconterò strada facendo. La primavera galoppa, e ci sarà di che discorrere. Per ora vi lascio con un grosso saluto a tutti!