Fioritura di Hottonia palustris. Foto di Andrea Mangoni.

A volte è un caso, quello che ti fa allungare lo sguardo al di là del vetro dell'autobus di linea che utilizzi tutti i giorni, e che ti permette di vedere per la prima volta uno scorcio, una pianta o un fiore che in 15 anni non avevi mai visto. Ed è stato proprio così che un paio di anni fa, tornando dall'università, mi sono accorto per la prima volta (grazie alla sua esuberante fioritura) di una fantastica popolazione di violetta d'acqua (Hottonia palustris), anche nota come erba scopina.

In verità, l'Hottonia poco ha a che fare con le viole: infatti appartiene alla famiglia delle Primulaceae, di cui è l'unico rappresentante completamente acquatico in Italia. E' una pianta a distribuzione eurosiberiana, ma si tratta purtroppo di una specie davvero in forte rarefazione.

Le foglie finemente laciniate di Hottonia palustris servono da riparo a innumerevoli creature acquatiche. Foto di Andrea Mangoni.Infatti queste piantine delicate, dalle foglie finemente laciniate, che servono da riparo ad innumerevoli creature acquatiche (tanto che un altro nome che talvolta le viene affibbiato è millefoglio d'acqua), vivono in fossi e canali puliti e ombrosi, dalle acque calme e spesso povere, e risentono in maniera incredibile dell'inquinamento cui i nostri corsi d'acqua interni sono sottoposti. Oramai estinta in molte regioni (ad esempio il Trentino Alto Adige) e rarissima lungo la costa tirrenica, la violetta d'acqua corre il concreto rischio (assieme a tante altre piante acquatiche) di diventare un ricordo in buona parte del proprio areale.

Potrete dunque immaginare la gioia di ritrovarne una popolazione in piena fioritura! Mi presi una mattina intera per potermi gustare lo spettacolo e fare qualche foto, sebbene la distanza dalla riva e la asprezza di quest'ultima mi fossero d'ostacolo. A fine aprile la pianta, che per tutto l'anno cresce sommersa, produce scapi fiorali emersi alti fino a 40 cm che portano fiori ermafroditi riuniti in verticilli sovrapposti, di colore bianco sfumato al rosa o al violetto, e dal centro giallo. Mal sopporta le alte temperature, ed è proprio per questo che si può trovare in acque profonde e ombrose. Gli steli possono esser lunghi anche 80 cm, e producono con monotona regolarità radici che li ancorano al fango del fondale.

Purtroppo, è notizia di un paio di giorni fa, la colonia che vedete fotografata qui non esiste più. In soli due anni l'intera popolazione è stata distrutta dal degrado del fossato in cui viveva, e alla mia recentissima visita non esisteva nel canale nemmeno una pianticella.

Potrebbe essere un ben misero finale, però... Però l'anno scorso, avendo capito che la colonia stava rapidamente risentendo dell'inquinamento, avevo preso adeguate precauzioni: avevo prelevato infatti, assieme a un rappresentante del locale circolo di Legambiente, dal gruppo più folto di piante 4 steli, che, trapiantati in un altro fossato, profondo e isolato, hanno dato ben presto vita ad altre 4 colonie! Per cui, almeno per questa volta, queste pianticelle non correranno pericolo... ma per quanto??

Una colonia di Hottonia palustris sfiora la superficie dello stagno. Foto di Andrea Mangoni.

Da oggi provo ad imbarcarmi in una nuova, piccola avventura: nasce infatti su YouTube Oryctes.com Channel, un canale video dedicato agli argomenti di cui usualmente mi occupo in questo blog e nel mio sito, Oryctes.com. So di non essere un mago con le riprese, e non ho neppure attrezzature adeguate (per adesso mi limiterò a rubacchiare la macchina fotografica della moglie... sshhhtt!!), ma cercherò di rendere le cose perlomeno... guardabili.

I primi due video sono dedicati alle mie Polverara ed alle Black Jersey Giant, in seguito vedremo cosa riuscirò a fare. Mi piacerebbe parlarvi di avicoltura, giardino naturale, natura... Spero abbiate la pazienza di seguirmi anche qui. A presto!

La delicata bellezza di Viola Tricolor. Foto di Andrea  Mangoni.

Tutti gli anni, con l'arrivo di febbraio, la campagna si trasforma in un arazzo azzurro e porpora: il lamio e la veronica esplodono infatti in un tripudio di fiori delicati che fanno diventare l'erba un enorme quadro astratto. Ma tra i fiori della primavera, quelli che mi piacevano forse di più non crescevano ovunque: bisognava andarli a cercare lungo il ciglio dei fossi, riparati dall'ombra dei salici. In quell'ombra, le viole mostravano tutto il loro splendore, anche se solo avvicinandosi a carponi si poteva apprezzarne il delicato e sottile profumo. Le viole che prosperavano sotto gli alberi erano di colore pallido, delicato, vagamente anemico; erano una vera delizia di primavera, tanto che alla fine qualche anno fa le ho portate a casa e trapiantate in giardino, in una piccola aiuola dove i miei cani ne hanno - haimè! - fatto scempio.

Avevo pensato di portarle anche qui, nel giardino della palazzina in cui abito ora; ma ho scoperto, con enorme piacere, che anche qui le viole selvatiche crescono in gran numero. Sono di un colore intenso, con petali che sembrano velluto scuro e foglie cuoriformi opulente e ricche. Vederle sbocciare in questo rettangolino di terra mi ha dato un'immansa gioia, è stato come ritrovare un amico d'infanzia.

Il colore intenso e vellutato di una viola. Foto di Andrea Mangoni.

Le viole annoverano decine di specie, ma tra quelle selvatiche la viola canina (Viola canina) e la viola mammola (Viola odorata) sono tra le perenni più diffuse in campagna. La seconda, in particolar modo, è probabilmente la viola selvatica più profumata del nostro Paese. Sebbene possano essere riprodotte da seme, si moltiplicano vegetativamente benissimo tramite stoloni, che portano alla propria estremità le nuove pianticelle. Basterebbe semplicemente ripicchettarli sul terreno per esser certi di ingrandire, anno dopo anno, il proprio gruppo di violette selvatiche. Preferiscono i terreni ricchi ed in ombra, ma si adattano anche a zone marginali ghiaiose, dove formano gruppi isolati piuttosto folti. Nei prati ombrosi, invece, possono tappezzare piccole aree con un meraviglioso "effetto patchwork" di colore all'epoca della fioritura primaverile.

La viola del pensiero selvatica (Viola tricolor), annuale, è anch'essa diffusissima un pò ovunque, con mille colori e forme, e la sua leggiadria fa impallidire, ai miei occhi, qualunque fascino possa esser associato ai suoi opulenti e selezionatissimi discendenti che si possono trovare in commercio. Rispetto ad altre viole, fiorisce per tutta la bella stagione. Si possono raccogliere tranquillamente a fine fioritura le capsule contenenti i semi, facendo attenzione che non ci... esplodano fra le dita! Infatti tendono ad aprirsi violentemente alla minima pressione, se mature, e a lanciare i semi in esse contenuti ad una certa distanza. Seminateli su un terriccio ben drenato, senza sotterarli, ma limitandovi a pressarli leggermente sulla superficie del terreno. Vedrete che non dovrete aspetatre molto, per avere delle splendide pianticelle fiorite.

Un'isoletta di viole è cresciuta sul margine di un sentiero di ghiaia. Foto di Andrea Mangoni.
Il fossato al tramonto. Foto di Andrea Mangoni.

Il sole caldo delle prime giornate primaverili è un invito irresistibile, per me, a vagabondare per la campagna a godere del contatto con la natura; inoltre è un'ottima occasione per pianificare i nuovi lavori da operare lungo le mie rive ed i miei fossati, lavori che hanno subito un drastico arresto. Nello scorso inverno, infatti, complici il trasloco, le malattie ed il maltempo, ho colpevolmente abbandonato la mia campagna, limitandomi a gestire il pollaio nelle visite a casa dei miei genitori.

E' così che un paio di giorni fa mi sono preso la briga di andare a fare il punto della situazione riguardo allo stato della vegetazione ripariale del fossato e della siepe che sto (ri)costruendo, allo scopo di ricreare un rifugio per tutta una serie di animali e vegetali sempre più minacciati.

I fossati sono pieni d'acqua. In questa stagione, dovrei poter vedere le ovature di Rana latastei e sentire, forse, i primi gracidii delle raganelle. Ma da parecchi anni, purtroppo, entrambe le specie non si riproducono più nelle acque di questo fossato, sebbene saltuariamente sulle sue rive se ne possano reperire alcuni esemplari adulti. E' pur sempre vero che parte dell'alveo del fossato è invaso da piante secche di iris palustre (Iris pseudacorus), e questo tendenzialmente rende tali parti del fossato assai difficili da colonizzare per tutta una serie di animali, poichè favorisce, in estate, una più rapida evaporazione delle acque con conseguente prosciugamento del letto del fossato stesso.

Giovani piante di farnia. Foto di Andrea Mangoni.

Le piante messe a dimora negli scorsi anni stanno in compenso benone. Il pioppo cipressino (Populus nigra var. italica) è cresciuto tantissimo, ora supera di certo i tre metri e mezzo, così come gli aceri (Acer campestre) piantati in due diversi momenti negli ultimi 5 anni. Biancospino, prugnolo e frangola stanno iniziando a germogliare, così come il salice cenerino (Salix cinerea), che sta fiorendo, offrendo così un precoce pasto ai primi insetti pronubi che sfidano i freddi di questa stagione. Sul terreno alla base della vecchia farnia è tutto un brulicare di piantine nate dalle ghiande d'autunno.

I germogli del pallon di maggio (Viburnum opulus). Foto di Andrea Mangoni.

Poichè, nell'appartamento in cui mi sono trasferito, non posso purtroppo permettermi di ospitare troppe piante in vaso, in particolare di specie voluminose, mi sono risoluto a trapiantare alcune essenze lungo la siepe, con il duplice vantaggio di diminuire da un lato il numero di piante necessarie di mie cure, e di arricchire dall'altro la siepe con due piante estremamente utili e preziose. Le essenze scelte sono alcune pianticelle di olmo (Ulmus minor), pianta un tempo diffusa ma lentamente rarefattasi anche a causa della diffusione di una malattia, la grafidiosi, ed una piantina di pallon di maggio (Viburnum opulus), raccolta l'anno scorso lungo un fossato distante qualche chilometro, ed ora in procinto di germogliare. Così, vanga in spalla e carriola piena, mi sono avviato lungo la carreggiata per finire il lavoro prima che la luce del tramonto mi abbandonasse.

COME IMPIANTARE UNA SIEPE

Molto è stato scritto sull'impianto di una siepe, e di sicuro troverete parecchio materiale in merito. Comunque sia, aggiungo qualche nota anch'io, nella speranza che possa risultare utile. In generale io tendo a programmare una siepe mista, composta da alberi e cespugli, in maniera da diversificare i microhabitat che si vengono a formare e favorire così l'insediamento di una maggior quantità di piante ed animali selvatici, a lavori ultimati.

In particolar modo, di solito lascio tre metri di distanza tra un albero ed un altro; all'interno di questo spazio, a metà strada tra le due essenze maggiori, pianto poi un cespuglio o due nel secondo caso distanzio i cespugli tra loro di 50-60 cm). In verità sarebbero consigliabili 5-7 metri tra un albero d'alto fusto ed un alto, ma in questo caso, poichè quasi certamente buona parte delle piante sarà educata a capitozza, tale distanza più ridotta può andare bene. Nel mio Comune esiste poi un regolamento che indica come distanza minima di impianto dal ciglio del fossato 60 cm; è una buona cosa, perchè permette di poter lavorare nell'alveo dei corsi d'acqua con minori problemi e, nel contempo, aiuta a non sovraccaricare il fossato con materiale organico proveniente dalle piante stesse. Se ne avete la possibilità, create una siepe su due file distanti tra loro almeno un metro, alternando alberi ed arbusti im maniera da formare un percorso sinuoso e non una linea retta.

Usate per quanto possibile piante in vaso o con panetto di terra: hanno l'enorme vantaggio di poter essere messe a dimora in qualunque periodo dell'anno senza subire particolari traumi. In caso aveste invece a che fare con piante a radice nuda, niente paura: avete fino a tutto marzo per piantarle senze particolari problemi.

Lo scavo dovrebbe essere abbastanza profondo da poter permettere di allorggiarvi con comodo la piantina prescelta. Sul fondo disponete uno strato di ghiaia o altro materiale drenante, quindi un piccolo strato di stallatico o compost, quindi il panetto di terra con la piantina. Basterà poi riempire gli spazi vuoti rimasti con la terra di scavo, ed il gioco è fatto. Abbiate soprattutto cura di vedere che il colletto della pianta, cioè la delicata zona di transizione tra tronco e radici, non sia coperta di terra: la piantina potrebbe morire per asfissia. In caso invece di piante a radice nuda, le cose vanno diversamente. Le radici vanno leggermente potate con una forbice ben affilata, quindi immerse in una poltiglia di terriccio e letame in acqua, ed infine disposte con cura nella buca, che andrà riempia con la terra di scavo finemente sbriciolata. In entrambi i casi, al termine delle operazioni potrebbe essere una ottima idea l'impianto di un palo che funga da tutore temporaneo per la pianta, che vi verrà assicurata con legacci di gomma morbida; inoltre una delicata innaffiatura favorirà l'assestamento del terreno. Le innaffiature si riveleranno poi indispensabili, nei primi tempi, per favorire l'attecchimento di piante a radice nuda.

Alla prossima!

Suggerimenti bibliografici

Cogo, L., Giubilato, A., Marchioro, D., Pellizzon, A. (1989). Le Rive - frammenti di foresta da salvare. Ed. Multigraf.

Ferrari, V., e Ghezzi, D. (1999). Le siepi in campagna. Edagricole.

Titta

Come ho già spiegato in questo precedente post, c'era ancora un esemplare puro di Polverara di ceppo Rossetto che gironzolava nelle campagne del padovano. E' stato per me giocoforza cercarlo, e grazie alla generosità ed all'aiuto del sig. Daniele Roberto ho potuto portare a casa proprio questa gallina svanita nel nulla, gallina che ho peraltro ribattezzato (prontamente e senza motivo) Titta.

Titta incarna bene una serie di problematiche che il ceppo delle Polverara di Bruno Rossetto mostra suo malgrado. Le principali? Il fatto che, per alcuni caratteri, il ceppo è stato mantenuto in stato di eterozigosi, con conseguente, periodico riaffiorare di elementi poco desiderabili secondo gli standard moderni della razza.

Il primo di questi caratteri è l'assenza di barba. Nei polli, il gene che provoca la presenza di barba e favoriti (vistosi ciuffi di piume presenti sotto becco e ai lati della testa) viene chiamato Mb ed è autosomico incompletamente dominante. Ciò significa che accoppiando un esemplare dotato di barba e favoriti con uno che ne sia sprovvisto si ottengono animali eterozigoti che presentano questi caratteri in misura alquanto differente: alcuni avranno barba e favoriti quasi normali, altri invece assai poco sviluppati. In questo senso, Titta potrebbe essere proprio un eterozigote: in effetti presenta barba pressoché nulla, ma i favoriti sono più vistosi che in una gallina comune.

In secondo luogo, Titta ha becco e tarsi quasi interamente gialli. Ora, tarsi gialli indicano, senza troppe possibilità di errore, epidermide gialla e derma incolore o viceversa. Per le Polverara sono richiesti tarsi verde oliva o ardesia, che si ottengono da animali a epidermide incolore e derma nero. Insomma, un bel miscuglio! Anche in questo caso, come per il precedente, occorrerà seguire la trasmissione dei caratteri con l'accoppiamento ed il successivo testare la prole unendola con animali omozigoti recessivi per questi tratti.

Resta sempre il fatto che, per adesso, di accoppiamenti non se ne parla: Polluce, l'unico gallo rimastomi, è ancora troppo piccolo. Comunque sia, l'arrivo di Titta permetterà di programmare gli accoppiamenti per cercare di sbrogliare l'intricata matassa dei caratteri in eterozigosi in questo particolare ceppo della gallina di Polverara.

Titta in tutto il suo splendore

...ancora una volta, ritorno su queste pagine giustificando un lungo silenzio. No, che nessuno si preoccupi: nulla di grave. E' solo che negli ultimi tre mesi ho affrontato il primo vero trasloco della mia vita, che mi ha portato ad abitare in un appartamentino nel centro del mio paese, lasciando in periferia la mia campagna ed i miei animali. Chiaramente questo spostamento ha reclamato per sè tutto il mio tempo, e ne sono felice, perchè ho potuto assaporare questo cambiamento completamente.

Detto qusto, del pollaio e della campagna vi racconterò strada facendo. La primavera galoppa, e ci sarà di che discorrere. Per ora vi lascio con un grosso saluto a tutti!

Una neanide di Ramulus thaii. Foto di Andrea Mangoni.

Ieri sera stavo facendo il solito giro, prima di andarmene a letto, per fare da bravo "papà" ai miei "protetti": un'occhio a Chicco, un pappagallino calopsitta trovato lungo la strada dopo un temporale; l'ultima girata alle uova di gallina in incubatrice (sì, lo so che avevo detto che quella di settembre sarebbe stata l'ultima covata dell'anno... ma mi sono state regalate una dozzina di uova provenienti da un ceppo un po' strano, e così...); la solita inconcludente occhiata alle uova di fasmide, per vedere se si sono schiuse... No, frena: stavolta non è inconcludente! Sulla pellicola trasparente che funge da coperchio alla vaschetta-incubatrice, infatti, ci sono la bellezza di tre piccoli insetti stecco, appena schiusi!

Gli insetti stecco appartengono all'ordine dei Phasmatodea o fasmidi, e sono insetti emimetaboli dallo spiccato mimetismo criptico: moltissime specie infatti somigliano incredibilmente a ramoscelli, bastoncini o foglie. Inoltre, tra parecchie specie è diffusa la riproduzione per partenogenesi, che permette alle femmine di questi animali di riprodursi anche in assenza del maschio. Se si aggiunge che molti di questi animali vengono allevati fin dal XIX secolo e che si riproducono a meraviglia in cattività, non c'è da stupirsi del fatto che siano così diffusi tra gli appassionati di animali da terrario.

Ho allevato ininterrottamente insetti stecco dal 1994, fino a quest'estate, qando son morte le ultime femmine di Medauroidea extradentata, purtroppo prima di poter deporre le uova. Non mi era mai capitato prima, in 14 anni di allevamento, di non avere neanche un fasmide, nemmeno qualche ovetto... Ma gli scorsi 12 mesi, tra laurea, matrimonio e l'attuale trasloco sono stati così densi di avvenimenti da farmi abbandonare lentamente quasi tutti gli insetti allevati. Mi restavano le tre suddette femminucce di insetto stecco, appartenenti proprio al ceppo ricevuto 14 anni fa... e purtroppo morte prima di dar vita ad una discendenza. Così, era stato con piacere che avevo accettato l'offerrta di alcune uova, un emse e mezzo fa, da parte di una amica di mia moglie, che si era ritrovata con una notevole eccedenza. La specie in questione è Ramulus thaii, una specie di insetto stecco originaria del parco naturale di Khao Yai in Thailandia ma allevata e riprodotta in cattività da decine di generazioni. Si tratta di un fasmide di dimensioni medio-grandi: le femmine, a zampe distese, possono raggiungere e superare i 20 cm, mentre i maschi, molto più esili delle corpulente compagne, rimangono sensibilmente più piccoli. In questa specie, che si nutre delle foglie di rovo (Rubus sp.) e di rosa (Rosa sp.), oltre che di altre essenze, la riproduzione può essere sia partenogenetica che sessuata. Le uova, schiacciate, a forma di scheggia di legno, deposte a centinaia da ciascuna femmina, schiudono dopo un paio di mesi dando alla luce i piccoli, gracilissimi e lunghi appena un centimetro e mezzo. Allevati a temperature comprese tra i 20°C ed i 25°C, in capo a circa 5-6 mesi essi accrescono le proprie dimensioni attraverso 6 o 7 mute.

I miei nuovi piccoli ora stanno in una vasca adeguata alle loro esigenze, con un bel ramo di rovo fresco da sgranocchiare. Se vorrete saperne di più sui fasmidi, sulla loro riproduzione e sul loro allevamento potrete consultare la pagina del mio sito, Oryctes.com, dedicata all'allevamento di questi insetti:

http://www.oryctes.com/fasmidi.htm

Vi lascio con un primo piano di uno dei piccini nati ieri sera. Non ha degli occhioni adorabili?

Primo piano di una neanide di Ramulus thaii. Foto di Andrea Mangoni.
Primo piano della povera beccaccia (Scolopax rusticola). Foto di Andrea Mangoni.
Quando l'ho vista, povero corpicino spezzato nell'erba, non ho potuto fare a meno di sentire un tuffo al cuore. Era ancora viva, lievemente palpitante, ma già destinata a fine certa. La piccola beccaccia (Scolopax rusticola), col suo piumaggio perfettamente mimetico, sarebbe sembrata un mucchietto di foglie morte al suolo. E invece a morire era lei: una fucilata aveva fermato per sempre il suo volo.
Particolare del piumaggio della beccaccia. Foto di Andrea Mangoni.
Certo, la beccaccia è specie cacciabile... E potrà pure essere - non lo metto in dubbio - che rappresenti un piatto prelibato. In questo caso sarà così: conosco il cacciatore che l'ha abbattuta, un contadino di vecchio stampo, che era abituato - e lo è ancor oggi - a non cacciare per il gusto di portare a casa un trofeo, ma per il gusto tout-court. E' uno di quei cacciatori per cui la battuta di caccia rappresenta il gusto di girare in campagna coi segugi, la contentezza di vedere i propri cani comportarsi con maestria, e se si riesce a portare a casa una lepre o un fagiano per la pignatta, tanto meglio, altrimenti niente crucci e andrà meglio la prossima volta. Insomma, una persona cresciuta quando la fame era tanta, e da bambini bisognava ingegnarsi per racimolare un pò di proteine da mettere nel piatto... e allora, via con le trappolette costruite in casa per mangiare nelle gelide giornate d'inverno un pò di carne, poco importa che fosse di passero o storno, merlo o tordo.
Particolare del piumaggio della beccaccia. Foto di Andrea Mangoni.
Ho conosciuto cacciatori di vari tipi, e accanto a dei perfetti imbecilli ho incontrato per fortuna persone che sanno amare la propria terra e rispettare la natura che li circonda in una maniera complessa ma certamente più vera della passione che muove molti ipocriti. Però questa bestiola uccisa mentre cercava cibo nella lettiera di foglie, che viveva ben distante dall'uomo e che stava attraversando il mio lembo di campagna, mi fa comunque una gran pena. Mi rendo conto che potrà sembrare strano, in fondo io allevo polli, e di certo non sono vegetariano. Ma non riesco a non vedere una sorta di... mutuo scambio, tra me e i miei animali: io cerco di garantire loro la possibilità di vivere una vita degna, rispettosa della loro etologia, in campagna, sotto le vigne... Liberi di azzuffarsi e combattersi, di cercarsi e formare amicizie e legami. Li nutro, assisto alla loro nascita, li curo dalle malattie e li proteggo dai predatori, e loro, tramite le loro uova e più raramente tramite loro stessi, nutrono me. Ma questa bestiola nata e vissuta sempre libera, che non aveva bisogno dell'aiuto di alcuno per badare a se stessa, che sarebbe ripartita in capo forse a pochi minuti e che invece non volerà più, mi fa una enorme pena. E' per questo che, comunque, nonostante abbia trovato più rispetto per l'ambiente in alcuni cacciatori che non in altre persone, innamorate più dell'idea degli animali e dell'ambiente che degli animali e dell'ambiente stessi, io continuerò ad essere contrario alla caccia. Ho scattato qualche foto all'uccellino (non ne avevo mai visto uno e avevo la macchina fotografica con me, perciò...), ma non posterò le immagini della sua agonia. Ve ne lascio solo un ritratto non troppo crudo, ed un paio dei dettagli di quell'arabesco meravigliosamente autunnale che era il suo piumaggio. Spero solo di poter rivedere un suo simile, in futuro, razzolare lungo la mia riva, e spero altresì che non vi siano canne di fucile puntate su di esso.
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Negli ultimi 50 anni abbiamo perduto oltre il 50% della biodiversità dei Polli. Immagine di Andrea Mangoni.
Abbiamo più volte parlato della biodiversità avicola italiana. Un tempo, sul territorio del nostro Paese, sono esistite fino a 53 razze di polli diverse. Oggi ne contiamo meno di una ventina, escludendo dal questo novero alcune delle più recenti e dubbie operazioni di ricostituzione. E' un fenomeno, quello della perdita di biodiversità in questa specie, che purtroppo non è limitato solo all'Italia. Laddove non più di pochi anni fa praticamente ogni zona o regione del mondo poteva dire di avere la propria razza di galline, oggi non è più così. Secondo William M. Muir ed il suo team, della facoltà di Scienze Animali della Purdue University (USA), che hanno analizzato oltre 2500 campioni di DNA di polli provenienti da tutto il mondo, oltre il 50% della biodiversità di questi uccelli si è perduta, forse per sempre.
Il fenomeno è divenuto particolarmente evidente dagli anni '50 del secolo scorso, quando dall'incrocio di pochi linee parentali si è partiti verso la selezione di pochi ceppi di polli le cui caratteristiche produttive superavano, e di molto, quella della media dei polli che vivevano nelle nostre aie da secoli. Solo per citare quanto accadde ad alcune razze venete, al comparire dei ceppi selezionati di Leghorn scomparirono lentamente ma inesorabilmente dalle aie padovane la Polverara, la Boffa, la Cuccola, la Cappellona, la Pesante Padovana. E l'ecatombe è continuata, nel corso dei decenni, quasi senza sosta. Oramai poche multinazionali producono la maggior parte degli esemplari destinati all'allevamento di tipo commerciale, e questi animali possono esser fatti risalire a pochissimi ceppi genetici. Allo stesso modo anche gli ibridi a duplice attitudine venduti nei mercati di tutto il mondo per soddisfare le esigenze degli allevamenti di tipo familiare provengono tutti da poche, selezionatissime linee parentali. Se da un lato questo ha significato un incredibile aumento delle capacità produttive di questa specie, dall'altro però la riduzione del suo pool genetico potrebbe tradursi sulla lunga distanza in una vera catastrofe.
Il pericolo infatti è che uniformando sempre più il patrimonio genetico di questi animali essi divengano molto più vulnerabili ad eventuali patogeni. La biodiversità accumulatasi in millenni di selezione in tutto il mondo, infatti, ha portato all'esistenza di razze con resistenze marcatamente diverse alle condizioni ambientali ed alle malattie. E' per questo che, ad esempio, in alcune zone d'Africa, quando si cerca di costruire pollai che possano aiutare la popolazione si evita in genere di utilizzare, per il loro popolamento, degli ibridi commerciali, ma si ricorre alla selezione del pollame locale, più tollerante alle alte temperature e molto più resistente a parassiti e malattie endemiche. Ed è per questo che lo stesso Muir consiglia l'incrocio a livello induzstriale dei ceppi commerciali con razze locali, in maniera tale da investire fin d'ora sulla risoluzione di quei problemi che in futuro si potranno presentare.
Se in generale si sarebbe perso il 50% della biodiversità dei polli, in Italia siamo decisamente messi peggio: ne abbiamo perso infatti due terzi. Sempre più importante diventa quindi, in quest'ottica, lo sforzo compiuto dai singoli appassionati. Cercate di propagandare e propagare, per quanto possibile, le razze tipiche della vostra regione, cercate esemplari della vera Italiana comune nei pollai della vostra zona, e tornate ad allevarla, magari seguendo per la sua selezione lo standard della razza Livorno, prototipo, da oltre un secolo, del pollo italiano. Chiunque può contribuire attivamente a salvaguardare la biodiversità avicola del nostro Paese!
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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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Un gruppo di polli allevati con metodo biologico. Foto: Andrea Mangoni.
Un gruppo di polli allevati con metodo biologico. In queste condizioni gli animali possono godere certamente di una migliore qualità della vita e sfoggiare una completa panoplia di comportamenti assolutamente naturali, ma sono altresì più facilmente soggetti all'attacco di parassiti. Foto di Andrea Mangoni.
Più di ogni altro so quanto possa essere grande la frustazione di allevare per mesi dei meravigliosi esemplari, curarli con amore fino all'età adulta, e poi magari vederli soccombere di fronte ad un virus o ad una malattia. Anche i polli più curati possono infatti diventare ricettacolo di parassiti od ammalarsi per infezioni batteriche.
Nella prospettiva di un allevamento veramente biologico, si potrebbe pensare di usufruire di prodotti naturali per cercare di contrastare alcuni dei problemi più frequenti o di più semplice risoluzione. Alcuni di questi suggerimenti vengono dalla tradizione contadina veneta, altri li ho trovati invece nel forum di Ultimate Fowl e nel blog di Ysengrin. Chiaramente queste poche righe vogliono essere solo uno spunto di riflessione, non volendo nè potendo sostituirsi ad alcuna indicazione veterinaria di sorta.
@ Aceto di mele (Malus domestica): per aceto di mele si intende non tanto quello raffinato, ma quello dotato ancora della cosiddetta "madre dell'aceto". L'aceto ha dato prova di bloccare la crescita di organismi come Candida e Pseudomonas. Esso aiuta a mantenere un ambiente naturalmente acido nel tratto digerente, sfavorendo così lo sviluppo di batteri e funghi. Sembra che possa vere benefici influssi anche nella lotta alle coccidiosi. L'aceto di mele è inoltre ricco di potassio, zolfo ed altri elementi importanti per lo sviluppo degli animali. L'aggiunta di un cucchiaio ogni litro d'acqua può aiutare a mantenerne sotto controllo la carica batterica, oltre a contribuire al generale stato di salute dell'animale.
@ Aglio (Allium sativum): uno dei più noti antielmintici. Potete aggiungerlo, dopo averlo ben tritato, ad un pastone a base di crusca o pane, o a qualunque altro tipo di pastone utilizziate nell'alimentazione dei vostri avicoli. In alternativa, si potrebbe utilizzare un decotto di spicchi d'aglio tagliati a metà, somminitrandolo nell'acqua dell'abbeveratoio. Il trattamento può essere ripetuto ogni due o tre mesi. Considerato da tempo immemorabile uno dei più efficaci medicamenti naturali, veniva usato nel veneziano anche come rimedio per la corizza, al comparire dei primi sintomi. In questo caso ne veniva utilizzato uno spicchio intero, tagliato a metà e sbucciato, che veniva infilato a forza nella gola dell'animale malato, in modo che esso non potesse rigettarlo.
@ Cenere di legna: una cassettina o una buca piene di cenere di legna all'interno del pollaio rappresentano per i polli un'attrazione irresistibile. Infatti questi uccelli amano fare degli autentici "bagni a secco", con i quali eliminano parassiti esterni come i mallofagi (pidocchi pollini).
@ Cipolla (Allium cepa): come l'aglio, anche la cipolla viene considerata un valido vermifugo nella tradizione veneta. Anch'essa viene tagliata finemente ed aggiunta al pastone dei polli.
@ Conchiglie: i gusci dei molluschi, siano essi ostriche o cozze, vongole o chiocciole, sono costituiti da carbonato di calcio, sostanza indispensabili anche ai polli. Il guscio dell'uovo, infatti, è composto proprio di calcio, e per questo le galline in deposizione necessitano di integrare la loro dieta con questa sostanza. Potete acquistare gusci d'ostrica sbriciolati e già pronti in molti consorzi agrari, o in alternativa potete frantumare voi stessi in un mortaio le conchiglie dei molluschi acquistati per scopi alimentari. Anche l'osso di seppia e la penna di calamaro vanno bene.

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@ Olio di fegato di merluzzo (Gadus morhua): oltre ad esser stato l'incubo di generazioni di bambini, questa sostanza è ricchissima di vitamina A, vitamina D (che aiuta a fissare il calcio nelle ossa) e di acidi grassi omega 3. Ottimo tonificante, può essere somministrato una o due volte al mese ai polli durante la muta o in inverno, mescolandone un cucchiaio per chilo di pastone alimentare.
@ Ortica (Urtica dioica): quest'erbaccia comunissima è ricca di potassio, manganese, ferro, vitamine; le foglie si possono somministrare fresche, tagliate finemente e aggiunte alla frutta e alla verdura, ed in questo caso sono ottime come integratore per la dieta di pulcini e tacchini in via di sviluppo. Altrimenti possono essere raccolte e fatte essiccare all'ombra; una volta polverizzate verranno mescolate al pastone invernale di crusca ed acqua calda, per aiutare la ripresa della deposizione nelle nostre ovaiole.
@ Santolina (Santolina chamaecyparissus): nota in alcune zone del Veneto come vermolina, la santolina è un efficace antielmintico. Si può somministrare fresca, tritata e mescolata al pastone alimentare, oppure si possono raccogliere gli steli fiorali, farli essicare all'ombra ed utilizzarli in seguito per farne un decotto, da aggiungere all'acqua dei polli nella dose di un cucchiaio per litro d'acqua.
@ Timo (Thymus sp.): buon antisettico e antibatterico, avrebbe dimostrato di essere efficace nel contenimento di molti comuni patogeni dei polli. Servito sotto forma di tisana ogni due o tre mesi, facilita le funzioni digestive, così come aiuta a combattere le malattie infettive ed alcuni parassiti. Somministrato in dose elevate pare possa favorire un rallentamento della crescita.
@ Zucca (Cucurbita sp.): ancora una volta, un antielmintico. Di per sè, la polpa di zucca è in genere graditissima ai polli; ma sarebbero i suoi semi a fungere egregiamente da antiparassitario, in particolar modo nei confronti di nematodi e cestodi.
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E' USCITO "IL POLLAIO PER TUTTI", IL NUOVO LIBRO DI ANDREA MANGONI!


ALTRE LETTURE INTERESSANTI

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I bellissimi frutti dell'albero di cachi. Foto di Andrea Mangoni.
Passeggiando lungo le strade di tante zone rurali della nostra provincia, tra ottobre e novembre, si può restare letteralmente incantati ad osservare gli alberi di cachi, ricchi e quasi opulenti di tondeggianti frutti arancioni. Sembrano dei monumentali alberi di Natale, iniziati ad addobbare con troppe settimane d'anticipo ed improvvisamenti abbandonati a sè stessi a metà dell'opera. Spesso questi monumenti all'abbondanza sono accompagnati da un coro vivace di uccelli estremamente lieti: merli, tordi e storni infatti vanno pazzi per questi grandi frutti, quando sono maturi, e spesso li svuotano letteralmente della polpa, a volte lasciando attaccato al picciolo solo uno scampolo arancio di buccia.
I cachi (Diospyros kaki) sono un frutto proveniente dalla Cina, e appartenente alla famiglia delle Ebenacee; giunto in Europa verso la metà dell'ottocento, era comunque già stata diffusa in Giappone, dove godeva di grande popolarità, tanto da farlo diventare elemento di favole e racconti popolari come la storia della guerra tra il granchio e la scimmia. Presenta numerose cultivar, che si distinguono per le qualità dei frutti al momento della raccolta. La coltivazione è semplice su qualunque terreno, e la pianta non necessita di alcun intervento antiparassitario, sebbene al momento dell'impianto risulti sensibile alla presenza di nematodi nel terreno. Le varie cultivar si propagano per innesto a corona o a spacco. I frutti acerbi sono terribilmente astringenti e se mangiati danno la sensazione di avere "la bocca legata"; per accellerare la loro maturazione si possono porre vicino a delle mele, che rilasciando etilene ne accelerano il processo di ammezzimento. I frutti, divenuti eduli per supermaturazione, sono una vera miniera: sono infatti ricchi di vitamina C, betacarotene, potassio, zuccheri; a questo stadio sono lassativi, non più astringenti. Sono alberi che dovrebbero trovar posto in qualunque frutteto annesso ad allevamenti biologici di avicoli, in quanto forniscono eccellente ombra in estate ed ottimi frutti in inverno per i nostri amici volatili; allo stesso modo possono essere impiegati agevolmente nel birdgardening come punto d'attrazione per i piccoli uccelli nella cattiva stagione. In entrambi i casi potete provare a piantare, vicino all'albero di cachi, qualche cespuglio di ribes rosso, che offrirà la propria frutta in estate.
Un albero di cachi. Foto di Andrea Mangoni.
I cachi mi hanno sempre dato l'idea di una pianta "povera", propria delle famiglie di contadini... Per questo forse fatico a riconoscerli quando, corredati di prezzi elevati, li vedo nei negozi di frutta e verdura. Ricordo sempre i racconti dei miei zii su questi frutti e di come rappresentassero per loro - ragazzi nell'immediato dopo gerra - un autentico tesoro stagionale. Quando i frutti iniziavano ad ingiallire il nonno li raccoglieva, prima che gli uccelli ne facessero scempio, e li distribuiva a loro in parti uguali: certo non erano tutti allo stesso stadio di maturazione, per cui ognuno ne riceveva (in maniera più o meno uguale) tanto di maturi quanto di ancora acerbi. Ognuno li nascondeva in un luogo segreto, dove poterli conservare e farli maturare con calma... Ma c'era sempre un fratello più scaltro che seguiva l'altro per scoprire dove fosse il suo "tesoro", e giocargli così un tiro mancino. Infatti, scoperta l'ubicazione dei cachi, sostituiva i frutti maturi del fratello con i propri ancora acerbi; ed ecco che lo sfortunato si ritrovava a lamentarsi:"Mi pare impossibile che i miei cachi non maturino mai!". Ma la punizione era in agguato: infatti l'altro, troppo impaziente per aspettare che i frutti fossero completamente maturi, e li mangiava quando ancora erano in parte acerbi... Potete immaginare il mal di pancia? E così, alla fine, l'ingordigia che aveva aguzzato l'ingegno diventava causa di mali peggiori!
Io, lo devo ammettere, non impazzisco per i cachi freschi. E' probabilmente la consistenza della loro polpa, ad impedire che rientrino nel novero dei miei frutti preferiti. E' per questo, quindi, che voglio piantare, il prossimo anno, un alberello di cachi mela, o pomi cachi, come vengono chiamati da noi: si tratta di una varietà che ha una polpa dalla consistenza e croccantezza simili a quella della mela ma col gusto appunto del cachi, non astringenti alla raccolta, e con cui per di più si possono preparare deliziose torte proprio come si farebbe con le mele vere. Insomma una pianta dalle mille risorse, non ultima la grande bellezza che la rende un faro di colore in una stagione come questa che ne avrebbe davvero sempre bisogno.
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Foto di Andrea Mangoni

Passeggiare tra le viuzzole dell'Orto Botanico di Padova, il più antico orto botanico universitario ancora esistente, è come fare un piccolo viaggio nello spazio e nel tempo. Essenze esotiche si affiancano a umili pianticelle autoctone, fiori sgargianti baluginano tra grovigli di spine, grappoli di bacche dai colori inverosimili si affiancano a statue antiche. Camminare nel nucleo centrale, passando dalle vecchie porte, e ritrovarsi tra aiuole fiorite e vasche dalla perfetta geometria è come tornare nel vecchio hortus conclusus di un monastero medievale. Gruppi di piante aromatiche, ninfee, piante da frutto, tutti disposti in rigide simmetrie, si rifugiano sotto l'egida del vecchio albero di gingko, che in autunno somiglia ad una cascata di ventagli dorati, o sotto quella dell'imponente palma di Goethe; la rotonda nascosta tra tassi e bambù sembra una piccola stanza verde, pronta a d accogliere una coppia di sposi, e nelle serre delicati ficus ed imponenti monstere costruiscono pareti enormi e palpitanti di vita. Metto qui qualche immagine scattata lo scorso mese tra i suoi viali; merita assolutamente una visita anche in stagioni, come l'autunno e l'inverno, che certo non brillano per l'abbondanza di fioriture e rigogliosità. Per ogni informazione, questo è il sito dell'Orto Botanico.

Foto di Andrea Mangoni Foto di Andrea Mangoni Foto di Andrea Mangoni Foto di Andrea Mangoni Foto di Andrea Mangoni Foto di Andrea Mangoni

Il mondo è piccolo. E' un dato di fatto, pare che in teoria dovremmo essere separati da ogni altro essere umano del pianeta da soli 5 gradi di conoscenza. E Internet è ancora più piccolo. Per cui, il ricordo di una persona e la vita di un'altra possono trovare strade inconsuete per tornare ad incrociarsi. Strade inconsuete come questo blog, che per una volta pubblica un messaggio non mio, ma di una mamma che ha molto per cui ringraziare, nella speranza di poter aiutare nel nostro piccolo le strade del destino a fondersi ancora.
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18 e 19 novembre. 9 anni. 9 anni dalla morte di un ragazzino di 16 anni, 9 anni dalla rinascita di mia figlia. Un misto, ogni anno, di dolore e gioia, di rabbia e felicità. Perchè Pamela oggi vive grazie all’estremo e ultimo atto d’amore di due genitori per il figlio, morto in un incidente stradale. E quest’anno vorrei fare una cosa, che non ho mai fatto direttamente. Vorrei ringraziarli.Vorrei dire loro grazie per la loro scelta, coraggiosa, di vita, fatta in un momento in cui tutto sembra non esistere più, la morte di un figlio. Li ringrazio personalmente, come mamma di Pamela, ma anche a nome di tutte quelle persone e quei bambini chevivono grazie a un gesto come il loro. E ringrazio tutti quelli che hanno avuto lo stesso pensiero. Vorrei che questo messaggio venisse pubblicato ovunque, sui blog e sui giornali, vorrei che tutti sapessero chedonare un organo è un atto di amore verso gli altri che niente potrà mai ripagare meglio del sorriso di chi, grazie a quella donazione, oggi può ringraziarvi, piangendo.
Sofia Riccaboni
ps: chiedo a tutti quelli che possono, che hanno un blog, un sito, una radio, un giornale, una tv di diffondere questo messaggio... non posso per legge contattare la famiglia del donatore... ma vorrei gli arrivasse questo segno… confido in voi...