L'antico albero di nespole si erge lungo il fossato, avvinto dall'edera.
Ottobre è arrivato, gentile come il profumo degli ultimi fiori di buddleja. Le giornate si accorciano drasticamente, torna a farsi vivo quel sapore, nell'aria, che preannuncia il desiderio di rintanarsi accanto alla stufa o al camino. I polli sono tutti impietosamente in muta, di uova non se ne vedono più, solo la tacchina sembra più inquieta del solito, e a volte sparisce...
Finalmente, dopo settimane, trovo il tempo per tornare alla MIA campagna. I cani mi seguono, per loro ogni uscita è una gita memorabile; magari sognano di trovare le belle cagnette di Elio, uno dei miei "vicini di campo". Mi avventuro lungo il fossato, e constato con enorme soddisfazione che le piante hanno retto bene all'estate, e che anche gli ultimi trapianti di settembre hanno bene attechito. Ma il fossato di un altro contadino mi colpisce, da lontano, per il suo mutamento: sembra non avere più, infatti, la belle siepe che lo cingeva. Mi avvicino attraverso le zolle invase dai rimasugli del mais raccolto, e scopro che gli alberi sono stati tutti drasticamente potati. Cerco con lo sguardo un vecchio amico, un albero imperioso che certo resiste da decenni, sperando che non abbia subito la stessa sorte, e con grande sollievo, lo ritrovo.
I frutti del nespolo sono ricchissimi in tannini.E' un enorme nespolo (Mespilus germanica) dal tronco nodoso quasi completamente soffocato dall'edera. i rami non salgono al cielo, ma si dipanano a raggiera intorno a lui, protendendosi verso il basso come tentacoli di una piovra, privi di foglie ma ricoperti di frutti bulbosi che ricordano i cinorrodi delle rose. E' - credo - uno dei più antichi alberi da frutto nel raggio di chilometri; piantato chissà quanti anni fa da un contadino speranzoso lungo la riva del fossato, continua imperterrito a produrre i suoi frutti anche ora che nessuno li raccoglie più, e che rimangono silenziosi sui rami per tutto l'inverno.
Negli anni scorsi ho tentato più volte di riprodurre questo decano per talea, senza riuscirci. E ogni anno il timore è quello di non ritrovarlo più vinto dalla motosega o dall'edera. Quest'anno ho deciso di provare due strade diverse, e così, prima di andarmene, stacco un paio di rametti carichi di frutti e me li porto a casa.
Il nespolo è una pianta di origine caucasica ma coltivata da tempo immemorabile e diffusa dai Romani in tutta Europa. Appartiene alla famiglia delle Rosaceae, può raggiungere i 5 metri di altezza e in maggio si ricopre di fiori bianchi a 5 petali che, in autunno, danno origine a drupe marrone chiaro che contengono 5 semi grossi e legnosi. Le nespole vanno raccolte in tardo autunno, ma risultano troppo dure e cariche di tannini per poter essere consumate immediatamente. Occorre perciò farle ammezzire, cioè lasciarle maturare tra la paglia fino alla fine dell'inverno, in modo che in esse avvenga la fermentazione che ne porterà la buccia ad essere di color marrone scuro e la polpa a divenire tenera e dolciastra. E' questa dunque l'origine del famoso detto: "col tempo e la paglia, maturano le nespole". Possono essere consumati come dessert, o trasformati in marmellata, unendo una pari quantità di frutti maturi (sbucciati e privati dei semi) e zucchero e fatti cuocere fino a raggiungere la giusta densità.
I miei primi, timidi tentativi di innestare l'antica nespola sul Biancospino.La sua riproduzione è... un pò più complessa. Per poterla moltiplicare da seme, infatti, occorrerebbe utilizzare semi ottenuti da frutti rimasti per tutto l'inverno sull'albero, e inoltre le pianticelle nate in questo modo impiegherebbero un tempo molto consistente (6 - 7 anni!) prima di fruttificare. Più sicuro è il metodo dell'innesto, usando come portainnesto biancospino, pero, melo cotogno ed altre Rosacee. così ho deciso di adottare una duplice strategia, per provare a preservare il patrimonio genetico di questa pianta antica: da un lato metterò i frutti a maturare sotto la paglia, e ne userò in seguito i semi; dall'altro, ho tentato di fare io stesso un innesto a scudetto utilizzando come portainnesto un biancospino (Crataegus monogyna). L'innesto a scudetto a gemma dormiente va fatto in questo modo: con uno strumento adeguato si prepara il portainnesto asportando i rami laterali ed accorciando il ramo principale; quindi, con una roncola si fa un taglio a T che interessi la corteccia, quindi con estrema attenzione si separano i due lembi della corteccia tagliata. L'innesto (o marza) prelevato dalla pianta è una gemma, che viene ottenuta tagliando la corteccia che la ospita assieme a parte del legno sottostante. La marza viene quindi infilata tra i due lembi di corteccia del portainnesto, che le vengono chiusi sopra lasciando esposta solo la gemma. In seguito, con della rafia si procede a fasciare l'intera zona vicina alla marza, fissando i bordi della corteccia del portainnesto e limitando l'evaporazione, oppure si può parimente proteggere l'innesto con un apposito mastice. Io al posto del mastice ho utilizzato un pò di stucco per modellisti, che per ora sembra reggere bene. Solo in primavera vedremo se le gemme avranno o meno attecchito. Nel frattempo, lasceremo che tempo e paglia facciano il proprio lunghissimo lavoro, come da sempre avviene nelle campagne.
Dimenticavo: in commercio si trovano spesso i frutti dorati del nespolo giapponese (Eriobotrya japonica): si tratta di tutt'altro genere di pianta, seppur anch'essa appartenente alle Rosacee.
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Io amo moltissimo l'avicoltura tradizionale, e preferisco, per quanto mi sia dato, utilizzare metodi di allevamento il più possibile vicini all'etologia degli animali in questione. E' per questo che nei miei allevamenti prediligo (qualora si dimostri realizzabile) la cova naturale, sia tramite chioccia che tramite balie alternative (ad esempio, una tacchina che covi uova di gallina). Purtroppo però questo non è sempre realizzabile. A volte una gallina cambia idea, una tacchina è troppo debole per portare avanti una covata o - come recentemente accadutomi - una chioccia muore nel bel mezzo della cova per colpa dei parassiti o della spossatezza. Oppure abbiamo necessità di avere dei pulcini e alleviamo una razza che non ha istinto alla cova. In questi casi, la tecnologia ci viene in aiuto, con tutta una serie di incubatrici più o meno professionali e più o meno economiche.
Visto che i problemi di spazio sono per me abbastanza difficili da superare, e che quindi posso allevare un numero piuttosto limitato di pulcini ogni anno, ho deciso di acquistare una piccola incubatrice manuale della ditta NOVITAL, la Covatutto 16.
Innanzitutto, che vuol dire "manuale"? Semplice: le uova necessitano, per un corretto sviluppo, di essere più volte rigirate durante l'incubazione. In una incubatrice automatica è la macchina stessa a farsene carico, mentre nelle incubatrici manuali dovremo essere noi a svolgere quel compito che in natura sarebbe mamma chioccia a fare.
Bene, dopo diversi tentativi abbastanza infruttuosi con questa macchina, ho seguito i consigli elargiti nel forum di Cocincina da Nando Logorelli di Reggio Calabria, ed ho finalmente ottenuto i risultati sperati. Si tratta di una serie di piccoli accorgimenti che aumenteranno in maniera esponenziale il numero di uova in grado di giungere alla schiusa, con grande soddisfazione vostra e dei pulcini.

L'incubatrice Covatutto 16. Termometro; in rosso il livello cui deve arrivare la temperatura.
Allora, la nostra incubatrice si presenta come la vedete nella foto 1: essa è formata da una base, da una camera di incubazione e da un coperchio dotato di termostato, lampadina e termometro. Innanzitutto, occorre trovare un buon posto dove sistemarla. Il posto in questione dovrà essere abbastanza caldo, almeno sui 18-20°C, per non sovraffaticare l'incubatrice; inoltre dovrà essere lontano dagli... occhi. Sì, perchè la covatutto permette di mantenere una temperatura costante tramite l'accensione di una semplice lampadina ad incandescenza da 40W, ma per farlo il termostato ne regola una continua alternanza di accensione e spegnimento. Assai frustrante e fastidioso, se perennemente in vista, assai meno se si tiene l'incubatrice in una stanza che normalmente non viene visitata troppo spesso, come ad esempio uno sgabuzzino; ci si può pure ingegnare con simpatici paraventi di cartone e altre simili amenità. Comunque sia... Dicevamo, appunto, la temperatura. Fattore importantissimo! Le uova dovrebbero essere sempre mantenute a 37,5°C. A questo scopo, nel termometro dell'incubatrice (2), viene segnalata la tacca dei 100°F, che corrisponderebbero alla temperatura ideale per le uova. Ma, alla prova pratica, poichè pare che la temperatura rilevata dal termometro risulti di poco più bassa di quella che registrano le uova, si è rivelato più opportuno cercare di alzare leggermente la temperatura stessa a 101°F-102°F, come indicato dalla riga rossa che si vede nella fotografia. Come regolare la temperatura? Sul coperchio dell'incubatrice c'è un piccolo foro, vicino al termometro, sul lato, da cui si può (con un cacciavite piccolo) raggiungere una vite azzurra che, ruotata a destra o a sinistra, regolerà la temperatura del termostato. Si procederà, insomma, un pò per tentativi, fino a che non avremo ottenuto la temperatura desiderata.
Il fondo della Covatutto ha due serbatoi per l'acqua. occorre segnare da un lato dell'uovo la data, il numero 1...
Un giorno prima di mettere ad incubare le uova, puliremo e metteremo in funzione l'incubatrice. Innanzitutto solleveremo la camera di incubazione ed andremo a sistemare il fondo (3), riempiendo di acqua il serbatoio centrale (3 A). In seguito, nel corso dell'incubazione, dovremo periodicamente controllare che sia sempre pieno. Il fondo andrà posizionato nel luogo destinato all'incubatrice, magari frapponendo tra esso ed il piano d'appoggio un foglio di polistirolo. Riposizioneremo quindi la camera di incubazione sopra il fondo, metteremo il coperchio sopra di essa (dopo aver messo la lampadina ed il termometro, ovvio!), e per finire attaccheremo la spina. La lampadinà si accenderà e rimarrà così per circa 30-45 minuti, fino a che, cioè, non avrà portato la temperatura della camera di incubazione a quella cui è impostato il termostato. Quindi inizierà a lampeggiare continuamente. A questo punto controllate la temperatura sul termometro e, se necessario, regolatela come detto sopra. Lasciate ora lavorare l'incubatrice "a vuoto" per circa un giorno, prima di inserire le uova.

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Già, e le uova? Anche le uova richiedono qualche preparazione. Prima di tutto, la nostra incubatrice può contenere circa 16 uova medie di gallina. Sarebbe però il caso di non riempirla all'inverosimile, questo ci permetterà di operare meglio in seguito. Le uova che dovranno essere incubate devono essere di buona forma, di dimensioni medie per la razza di appartenenza e pulite. In attesa di essere incubate andrebbero tenute a temperature di 10-13°C e in posizione verticale, col polo acuto all'ingiù. Se si incubano insieme uova raccolte in giorni differenti e/o inserite in incubatrice a distanza di qualche giorno tra loro, andrebbe sempre scritta la data di raccolta e/o quella di inizio incubazione, in matita (4). Andremo poi a contrassegnare due lati opposti dell'uovo con i numeri 1 e 2 (foto 4 e 5).
...ed il numero due dall'altro. L'uovo finalmente in incubatrice!
Posizionate le uova nella camera di incubazione (6) con il numero 1 ben visibile e rivolto verso l'alto. Chiudete il coperchio e lasciate il vostro ovetto riposare. Due volte al giorno le uova vanno girate di 180°, in maniera che il numero che si trovava in alto finisca in basso e viceversa. E' stato più volte suggerito di girare le uova più spesso, perché questo aumenterebbe la percentuale di schiusa. Tutto vero, ma dobbiamo considerare la nostra piccola incubatrice, che ci obbliga ad aprire il coperchio ogni qualvolta occorra girare le uova. Questo conduce ad abbassamenti periodici della temperatura alla lunga deleteri per gli embrioni. Così, nel nostro caso, risulterà più produttivo girare le uova solo due volte al giorno, esponendole ad un minor numero di sbalzi di temperatura, piuttosto che girarle più spesso ma raffreddandole di più.

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Passato un certo periodo (3-4 giorni per le uova a guscio bianco o molto chiaro, 6 per quelle a guscio bruno) andrà effettuata l'operazione della speratura. In pratica, cioè, con l'aiuto di una fonte di luce andremo a vedere se l'uovo è stato fecondato o meno, e se l'embrione al suo interno sta continuando il proprio sviluppo. In una stanza buia metteremo l'uovo in verticale, col polo ottuso verso l'alto, e lo illumineremo da sopra con una lampadina tascabile potente. L'uovo fecondato si riconoscerà perchè, a questo stadio, vedremo in controluce una sorta di "ragnetto" formato dal corpo del pulcino e dalle vene degli annessi embrionali. Più avanti andrà l'incubazione, più il contenuto dell'uovo fecondato diventerà scuro, lasciando vedere in alto solo una cupoletta chiara posizionata abbastanza rigidamente (la camera d'aria). Le uova non fecondate appariranno uniformemente chiare, o con una massa opaca rotondeggiante, o a forma di anello. Potrete toglierle verso il 7°-8° giorno.
Il pulcino inizia a rompere il guscio... ...e dopo qualche ora sarà pronto per vedere la luce!
Cureremo in questo modo le nostre uova per 17 giorni; poi, al 18° giorno opereremo due cambiamenti. Per prima cosa, aggiungeremo acqua anche nel secondo serbatoio del fondo (3 B); in secondo luogo, smetteremo di girare le uova. Attorno al 19°-20° giorno sperando le uova osserveremo un'aumento nelle dimensioni della camera d'aria, e probabilmente inizieremo a sentire pigolare il pulcino. Tra il 20° ed il 21° giorno, invece, l'uccellino forerà col becco il guscio dell'uovo (7). Non fatevi vincere dalla tentazione di aiutarlo aprendo il guscio: lo uccidereste quasi di certo. Dovrete aspettate: potranno passare anche 20-24 ore prima che l'uccellino si decida a rompere il guscio ed uscire. Solo se dopo 24 ore l'animaletto non sarà ancora emerso dal guscio potrete con delicatezza provare a dargli una mano. La ricompensa? Una nidiata di piccoli fagottini piumosi (8), pronta in un futuro prossimo a scorrazzare in pollaio. I pulcini dovranno rimanere 24 ore in incubatrice, prima di esser lasciati alle cure di una balia o allevati artificialmente, ma potranno esserne allontanati anche prima qualora disturbassero eccessivamente le uova non ancora schiuse, avendo cura di tenerli in una gabbia riparata e con una buona fonte di calore. Una volta terminato di usarla, l'incubatrice andrà lavata e pulita prima di esser riposta in attesa della prossima nidiata. E adesso buon lavoro, ed un in bocca al lupo gigante per tutte le vostre schiuse!


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Un pulcino a poche ore di vita, col piumino completamente asciugato.
I quattro piccoli Polverara dell'ultima covata dell'anno. Giusto due giorni prima che io mi sposassi, una nidiata di piccoli pulcini è venuta alla luce.

Avevo scelto di far riprodurre almeno una volta nell'anno Leonida, oramai l'unico gallo Polverara cui tenessi, per preservarne il prezioso patrimonio genetico: non volevo infatti che succedesse quanto accaduto con suo padre Ganimede, andatosene senza lasciare un solo discendente nel mio pollaio.

E mai - purtroppo - decisione si rivelò più saggia: un predatore ha infatti messo fine due settimane fa alla breve vita di Leo, morto a poco più di un anno di età. Delle 13 uova messe in incubarice, 8 si sono rivelate fertili, 2 non si sono mai schiuse e le restanti 6 hanno dato alla luce piccoli e meravigliosi pulcini. Di questi, due sono venuti a mancare nei giorni successivi, a causa di un problema agli arti. I rimanenti hanno oramai una ventina di giorni, e si apprestano a diventare bei pulcinotti. La mia speranza, ovviamente, è che vi sia almeno un maschio tra di loro - cosa probabile ma non certa. In caso contrario proverò a vedere se tra i nati estivi di Bruno Rossetto non vi sia per caso un galletto di Polverara figlio di Leo e "concepito" prima che Rossetto lo donasse a me.

La più bella delle figlie di Nerina.Nel frattempo, i piccoli della seconda covata sono cresciuti, e tra di loro pare esserci almeno una bella gallinella pronta a raccogliere l'eredità di mamma Nerina, venuta a mancare i primi giorni di settembre a causa della corizza.

Adesso, non mi resta che continuare a far crescere questi piccoli batufoli di penne e piume, sperando il prossimo anno di sentir nuovamente cantare un bel gallo.

Gallo o gallinella? Mistero! Foto di Andrea Mangoni.

Carissimi, eccomi di ritorno dall'avventura del matrimonio e da quella del viaggio di nozze! I lidi soleggiati e profumati della bella Corfù, con i loro spettacolari colori, sono un ricordo vicino ma passato, ed ora si torna alla via di tutti i giorni, intensa ed avvolgente come il profumo dei gelsomini corfioti. Intensa lo sarà di sicuro, anche perchè dovrò lavorare molto sodo per sistemare a dovere il pollaio, reduce infatti da un'autentica... tragedia greca.

Cosa è successo? E' semplicissimo: la legge di Murphy ha colpito alla grande. La settimana prima del mio matrimonio, infatti, come potrete immaginare ero assolutamente rapito da tutte le cose ancora da fare per preparare la festa. Quale momento migliore per ritrovarsi quindi il pollaio assediato da ogni genere di magagne? Così, mentre io caracollavo alla strenua ricerca della prossima cosa da fare per instradare le nozze sulla giusta via, nel mio pollaio giungevano improvvise e ferocissime due autentiche piaghe: un'invasione di acari ematofagi e un violento attacco di corizza. Morale della favola, molti animali morti, tra cui il mio vecchissimo gallo Polverara, la Sebright, la Nerina, diversi suoi figli e la chioccia (nemmeno mia) che avrebbe dovuto allevare i pulcini che in quei giorni stavano per venire alla luce. Due giorni prima delle nozze, poi, sono nati 6 pulcini, dei quali due sono morti dopo pochi giorni per problemi congeniti alle zampe. Infine, mentre io vagavo tra paesaggi corfioti ricoperti d'ulivi, un predatore sconosciuto (forse un grosso ratto) uccideva Leonida ed una gallina (non Polverara) cui tenevo molto.

Che dire? Non mi resta che rimboccarmi le maniche, sperando che tra i 4 pulcini, figli del defunto Leo, ci sia almeno un galletto che ne continui l'eredità. Nel frattempo gli acari sembrano esser stati ridotti ai minimi termini e la corizza fermata e svanita come era arrivata.

A presto, con il racconto della meravigliosa Corfù immortalata nei libri di Gerald Durrell!

Carissimi,

dagli inizi di settembre non ho praticamente avuto più modo di scrivere e non ne avrò probabilmente per tutto il prossimo mese. Il motivo è presto detto: mi sposo! La prossima settimana, infatti, convolerò a giustissime nozze con la mia fidanzata, Roberta. Eviterò frasi di circostanza o melensaggini: vi dico solo che sono estremamente felice di questo passo e di questa nuova vita che mi si preannuncia davanti.

In attesa di tornare a incontrarvi su queste pagine, auguro a tutti voi un buonissimo settembre, ricco magari del profumo delle viti e dell'uva. Ci si sente al mio rientro. Un abbraccio a tutti!

Una gallina ha scelto di deporre in una vecchia cassetta della frutta. Foto di Andrea Mangoni.

Fin da prima di iniziare ad appassionarmi di avicoltura ho sempre avuto a che fare col mondo contadino. E di detti e proverbi, oltre che di tradizioni orali, ne ho registrati diversi. La cultura orale era una cultura vecchia di secoli, destinata a sparire con l'alfabetizzazione e con l'allontanamento dai campi. Questo post racchiude alcune conoscenze tradizionali sull'avicoltura, ricavate dai racconti dei miei nonni e di mia madre (Camponogara, Venezia) e del sig. Bruno Rossetto di Mortise (PD). Mi piacerebbe che, attraverso un mezzo così tecnologico, potessero ancora far riflettere e pensare. Certo molte cose sembrano frutto di pura superstizione... ma quante volte, anche oggi, ci affidiamo all'ultimo preparato della chimica con fede religiosa, senza mostrare il minimo senso critico? Forse alcune cose non saranno mai avallate dai testi di Biologia, ma di certo rappresentano l'espressione di un mondo che si è confrontato con la natura in un modo che ora come ora ci sognamo davvero.

  • Agostarò£i: pulcini nati da uova messe a incubare nel mese di agosto. Secondo la tradizione gli agostarò£i sono particolarmente precoci, ed in particolar modo le galline iniziano a deporre a 5 mesi di vita (Mortise, PD).
  • Brasègo£e: i bargigli del gallo e della gallina (Mortise, PD).
  • Caponàra: gabbia fatto intrecciando rami di vimini o salice bianco. Era bassa, a base rotonda e di forma più o meno cilindrica, con un foro nella parte superiore e mancante di fondo. veniva usata per far pascolare nel prato le chiocce coi pulcini: la chioccia veniva messa nella gabbia, ed i pulcini potevano uscire ed entrare a loro piacimento attraverso le sbarre laterali. Questo evitava che la chioccia camminando in lungo ed in largo finisse con lo stancare i piccoli. In seguito, munita di apposito fondo, poteva essere utilizzata per portare a vendere i pulcinotti cresciutelli al mercato (Venezia, Padova).
  • Cassette della frutta: da decenni il più utilizzato contenitore dove far deporre le galline (Camponogara, VE).
  • Chèba: gabbia. I pulcini e le chiocce venivano spesso isolati in gabbie in rete metallica, non tanto per evitare di perderli, quanto per scongiurare l'attacco dei predatori.
  • Cova indotta: se c'era necessità (ed accadeva spesso) di avere a disposizione dei pulcini, era necessario poter contare su di una buona chioccia. Se una gallina non sembrava troppo propensa ad impegnarsi in tal senso, le massaie di un tempo non andavano tanto per il sottile: la ritrosa bestiola veniva nutrita (anche forzatamente) con pane inzuppato di vino, per farla ubriacare, quindi per completare l'opera la si afferrava per le gambe e la si faceva roteare in aria, quindi la si metteva nel nido sopra le uova. Una simile pratica, che non sempre funzionava e che comunque è oggi assolutamente improponibile, aveva la sua ragione d'essere nel fatto che i pulcini erano una delle poche entrate in denaro su cui poteva contare una donna. Dalla loro vendita al mercato infatti essa poteva ricavare quanto necessario per tirare avanti (Camponogara, VE).
  • Ga£ìna coi speroni: era credenza comune che le galline che sviluppavano gli speroni dessero poi solo figli maschi (Mortise, PD).
  • Ga£inèta pépo£a: razza oramai estinta di polli, caratterizzata dall'avere tarsi estremamente corti, così che gli animali somigliavano più a delle strane papere che a delle galline. Un tempo utilizzate come incubatrici naturali, per la loro innata predisposizione alla cova, questo non le esimeva a volte di essere sottoposte ai trattamenti per la cova indotta (vedi voce). Buone ovaiole, atnto che nel padovano si tramandava il seguente detto: "la ga£inèta pèpo£a la fà tre vovi al dì - se non la fusse pèpo£a la gh'en farìa de pì "(La gallinetta pèpola fa tre uova al dì - se non fosse pèpola ne farebbe di più) (Camponogara, VE; Padova).
  • Luna: l'astro più importante in assoluto. Le uova vanno messe infatti ad incubare in maniera che i pulcini nascano con la luna crescente: in questo modo diventeranno forti e robusti in breve tempo. Neanche a dirlo, se i pulcini nascono in luna calante saranno sempre un pò malatini e cresceranno di meno (Camponogara, VE; Mortise, PD).
  • Onàro: l'ontano (Alnus sp.), pianta arborea e arbustiva diffusa presso le siepi delle rive. Le foglie venivano pare utilizzate per allontanare gli ectoparassiti dai pollai (Mortise, PD).
  • Venerdì: giorno infausto per gli avicoltori! Non bisogna mai mettere a incubare le uova di venerdì, altrimenti i pulcini che nasceranno saranno deboli e soprattutto si beccheranno i piedi (Camponogara, VE; Mortise, PD).

NB: la "£" che compare in tante parole è una "L" veneta che si pronuncia in vari modi a seconda delle parole, ma che corrisponde il più delle volte ad una "E" strascicata.

Post rapido rapido, per mostrarvi qualcuno dei miei pollastrelli. In questo primo video si vede la classica adunata per il pranzo... quando arrivo, tutti addosso e che Dio ci salvi! Il povero avicoltore rischia di essere subissato dai pennuti vogliosi. Si vedono molti incroci, i giovani Jersey Giant blu, i miei Polverara di ceppo Rossetto e tra essi in particolar modo spicca l'assolo di Leonida, il mio gallo dominante. Insomma, un modo differente di farvi entrare nel mio allevamento! Nelle prossime settimane proverò ad inserire altri contributi video. A presto!

Un bombo si nutre tra i fiori di lavanda. Foto di Andrea Mangoni

Un bombo si nutre tra i fiori di una lavanda. Foto di Andrea Mangoni.

Estate, tempo di assaporare profumi e fragranze intense e penetranti. Una delle piante più generose in tal senso è la lavanda (Lavandula sp.), che in natura è diffusa nel bacino del mediterraneo e che conta oltre 20 specie. La lavanda marittima (Lavandula stoechas), diffusa in natura anche in Italia, è stata spesso usata per produrre ibridi commerciali per l'abbellimento del giardino, ibridi che sono noti generalmente come "lavanda farfalla". Tra le piante più diffuse in coltivazione vi sono però le lavandine o lavande ibride, la più famosa delle quali (Lavandula hybrida) fu trovata spontanea in natura e deriva dall'incrocio di Lavandula angustifolia e L. spica, che, a differenza della lavanda marina, gradiscono suoli calcarei. Essendo un ibrido sterile, viene tutt'ora riprodotta per talea. Il suo interesse in ambito commerciale infatti è maggiore di quello delle specie botaniche, in quanto permette rese maggiori ed un prodotto migliore. Inoltre, data la moltiplicazione per via vegetativa garantisce coltivazioni di piante dalla resa molto uniforme.

Ma, a meno che non abbiate intenzione di intraprendere una coltivazione di lavanda, essa potrà avere per voi un ruolo principalmente come pianta da giardino. E anche in questo ruolo, la nostra essenza se la cava egregiamente: infatti è una pianta estremamente generosa, che può dare prolungate fioriture, e riempire qualunque giardino del suo intenso aroma canforato.

Una lavanda coltivata in vaso, in tutto il suo generoso splendore. Foto di Andrea Mangoni.Come già detto, le lavande amano in genere i terreni calcarei e piuttosto aridi: ma non pensate nemmeno di lasciare a secco una lavanda nei primi giorni dopo l'impianto! Anche le piante acquistate in vaso, con panetto di terra, richiedono, dapprincipio, abbondanti annaffiature unite ad un terreno ben drenato, e come loro pure le piante di piccole dimensioni coltivate in vaso. Solo in un secondo momento, quando le radici avranno attecchito a dovere, la vostra pianta potrà essere virtualmente abbandonata a se stessa: allora prospererà e crescerà senza aiuti aggiuntivi. Di anno in anno i suoi rami legnosi si allungheranno, strisciando sul terreno e generando sempre nuovi tralci fioriti con l'approssimarsi della primavera. Diverrà quindi importante la potatura, per poterne contenere le dimensioni e non farle perdere la bella forma semisferica.

Spiga fiorita di lavanda farfalla. Foto di Andrea Mangoni.Io preferisco potare la lavanda a fine fioritura: in questo modo, posso raccogliere le spighe e farle seccare per utilizzarle in seguito, e la pianta rimane così più... in ordine, fino all'anno successivo. Quando potate la lavanda, ricordate sempre di lasciare per ogni ramo verde almeno due gemme: infatti, potandola troppo in basso, la pianta non produrrà più muova vegetazione e morirà. Occhio alle forbici, quindi! Potrete inoltre approfittare dell'occasione per fare delle talee semilegnose, di circa 15 cm di lunghezza, da piantumare in vaso fino a radicazione avvenuta (potrebbe essere utile aiutare la pianta con una polverer a base di ormoni vegetali).

Le spighe di lavanda vanno fatte essiccare all'ombra, quindi si possono utilizzare per fare piccoli profumatori per cassetti. Basta un fazzoletto di tela, un pò di nastro di raso - et voilà - una volta riempito di lavanda sarà pronto per profumare i vostri abiti e tener lontane un pò di più tarme & C.

Ma se i fiori secchi allontanano gli insetti sgraditi, quelli freschi invece... li attirano irresistibilmente! Il motivo infatti per cui amo inserire la lavanda tra le piante del giardino naturale è proprio il fatto che essa fornisce cibo a stuoli di impegnatissimi impollinatori: dai sirfidi alle api, dai bombi alla farfalle... Certo, tra queste ultime non tutte sanno apprezzare le delizie della lavanda: sono in particolar modo le cavolaie, alcune vanesse, certe piccole sfingi ed il podalirio che ne fanno man bassa. Non dimenticatevi poi un'altra cosa: le api stanno diminuendo fortemente di numero. Ogni aiuto dato a questi (e ad altri) impollinatori dev'essere assolutamente incoraggiato.

Un'ultima coriosità: Fido e Micina hanno preso alberi e arbusti per voi preziosi per altrettanto preziosissime... toilette? Qualche pianta ha tirato le cuoia dopo le ripetute "annaffiature" degli affettuosi quadrupedi? Provate a circondare le piantine più preziose con delle piccole lavande: pare infatti che il loro odore possa tener lontano anche il mammifero dai reni più efficenti.

Una spiga di lavanda. Foto di Andrea Mangoni.


Con questo post inauguro un trend già iniziato su Oryctes.com, e cioè quello di dare la disponibilità di usufruire, gratuitamente, di alcune fonti iconografiche o letterarie.
Bruno Rossetto, cui va la mia perenne gratitudine, mi ha recentemente prestato il libro Avicoltura Pratica, II ed., 1905, di Luigi Pochini. Luigi Pochini è stato un grande avicoltore italiano, amico di Maggi e di altre importanti personalità di questo settore nell'Italia che si avvicinava alla fine del XIX secolo. Contribuì a far conoscere molte razze avicole e fornì importante materiale iconografico. Essendo trascorsi oltre 70 anni dalla sua morte, viene a cadere il diritto d'autore e le sue opere tornano ad essere liberamente pubblicabili senza indicazioni contrarie. Ho quindi pensato di scansionare il volume e di renderlo disponibile gratuitamente per coloro che desiderassero conoscere ciò che era l'avicoltura italiana e le sue speranze all'inizio del '900. Il volume che il sig. Rossetto mi ha prestato era sfaldato dal tempo e dall'uso; è stato molto usato e, logicamente, molto amato. Con questo e-book spero che la passione che ha fatto "vivere" il volume cartaceo possa continuare a trasmettersi.
Il file, in formato PDF, è molto pesante: 220 pagine ed oltre 56 Mega. Per renderlo disponibile a tutti mi sono appoggiato alla piattaforma di Lulù


Come ho detto, il download è totalmente gratuito, e logicamente non è posto limite alla sua libera fruizione, alla sua stampa e allo scambio PER FINI PERSONALI; a nessuno è permesso però di avvalersi del mio lavoro per lucrare sull'opera del sig. Pochini. L'unica condizione che chiedo di rispettare è quindi questa: che il file venga trasmesso e scambiato lasciandolo totalmente inalterato.

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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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Masanobu Fukuoka. Foto tratta da http://organic.com.au/.
Un post un pò diverso dal solito, per ricordare un uomo autore di una piccola rivoluzione. E' infatti venuto a mancare a 95 anni nella sua casa di Iyo, nella prefettura di Ehime, in Giappone, Masanobu Fukuoka, microbiologo pioniere dell'agricoltura naturale.
Chi era quest'uomo? Un persona in grado di passare trent'anni a guardare crescere il proprio riso allo scopo di capire come fare per lasciar lavorare la natura nel miglior modo possibile. Detto così potrà sembrare una sciocchezza, eppure...
Eppure, l'idea di fondo è rivoluzionaria. Parte infatti dall'assunto che la natura è perfetta e che sa lavorare molto meglio di noi. L'agricoltura naturale mira infatti a far fare la maggior parte del lavoro proprio a lei, alla natura, e che l'uomo deve metterci del proprio il meno possibile. Niente sarchiarura, niente aratura, niente (soprattutto!!) pesticidi, concimi chimici e diserbanti. il trifoglio bianco produrrà l'azoto necessario alle nostre verdure; il tarassaco potrà servire ottimamente, se tagliato, per concimare i campi. Le sementi vengono mischiate con argilla, compost e a volte concime, e poi con questa mistura si formano palline che proteggeranno le future generazioni di vegetali e le nutriranno nel miglior modo possibile. La pacciamatura è ottenuta naturalmente, utilizzando la paglia.
Insomma, non solo una forma di agricoltura: una vera e propria filosofia di vita. Filosofia che egli ha trasmesso a noi attraverso i suoi scritti, tra cui il più famoso è "La rivoluzione del filo di paglia".
Lo vorrei salutare con parole non mie, ma di Gesù Cristo, parole che lui ha saputo render vere più di tanti altri:
"Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre." (Matteo, 6,25-26).
Buon viaggio.
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"Purtroppo oggi si spacciano, con molta disinvoltura, soggetti che nulla hanno della vera razza – sono dei pessimi Crevecour o dei mal riusciti padovani e più spesso degli olandesi di scarto: tanto nell’uno che nell’altro caso, non si tratta che di animali di poco stimabili anche per la pentola. [...] L’importante si è che siano dati dei veri Polverara e non degli animali senza valore, che con essi nulla hanno di comune."
"[...] all’ingiro per la provincia, era una scorribanda di filibustieri che racimolavano tutto ciò che di «Polverara» potesse avere il più lontano segno."
Da Pollicoltura Padovana - 1934 - di Italo Mazzon.
Questi brani del Cav. Mazzon, scritti nel 1934, mi sono tornati prepotentemente in mente stamattina, quando mi sono recato alla tradizionale fiera del bestiame di San Rocco, a Dolo (VE). Aggirarsi tra le bancarelle e le gabbie dei venditori, oggi, è stato davvero... un pò triste. Molti gli animali in vendita, molti davvero belli, alcuni ben tenuti, altri un pò meno. Ma la Polverara... scarseggiava. Un peccato, per una delle razze più antiche del nostro Paese. La maggior parte degli esemplari presenti erano di taglia troppo piccola, oppure troppo giovani per poter essere adeguatamente valutati. Tantissimi poi gli esemplari con ciuffo "sparpagliato", alla Padovana. Comunque sia, arrivo ad una gabbia che contiene un marasma di polli, tra cui un paio di Padovani Gran Ciuffo giovani, dei Polverara, e poco altro. Vedo un animale che mi interessa, un galletto giovane che potrebbe essere utile per un progetto che ho in mente, e chiedo gentilmente alla padrona dell'animale di che cosa si tratti, intendendo chiedere con questo da quale incrocio fosse saltato fuori.
La risposta mi raggela.
"E' un Polverara".
Secca, diretta, semplice. Devo aver fatto una faccia parecchio strana, perchè lei si affretta a ripetere, più sicura di prima: "E' un Polverara".
Un Polverara? devo essere rimasto indietro con la definizione di gallina di Polverara. La mia è abbastanza semplice: zampe ardesia, pelle ed orecchioni bianchi, mantello bianco o nero, ciuffo ritto, cresta a cornetti... L'animale che ho di fronte ha mantello blu screziato di marrone, cresta semplice, assenza di ciuffo, zampe verdi (segno di pelle gialla), orecchioni rossi. Alla fine chiedo direttamente: "No, voglio sapere con cosa avete incrociato la Polverara per ottenere questo gallo!". Risposta, disarmante ma sincera: "Con una gallina comune".
Nella gabbia ci sono esemplari con ciuffi quasi assenti, altri con cresta inesistente, altri con zampe verdi o coda dal portamento davvero troppo basso. Tutti venduti come Polverara.
Me ne vado con un profondo senso di amarezza.
Non ci sono molti dubbi sul perchè la razza stia faticando così tanto a farsi strada e ad entrare nelle case dei contadini e degli amatori! Fino a che si continueranno a vendere, senza serietà alcuna, incroci di prima generazione come razza pura, che genere di animali potrà trovarsi davanti chi muove i primi passi nel mondo dell'avicoltura? Che tipo di credibilità potrà avere la razza, se chi li vende non rispetta minimamente la persona che andrà ad acquistarli? E' un po' il discorso che si faceva riguardo la famosa "Italiana Comune Locale". Certo, anch'io ho nel mio allevamento ibridi ed esemplari che non sono conformi allo standard; ma se mai li cedessi chiarirei da subito ed in maniera inequivocabile quali sono le loro caratteristiche e le loro ascendenze.
L'allevatore dovrebbe avere una forte etica, tanto nell'allevamento quanto nella vendita dei propri esemplari. Fino a quando non verrà coltivata questa dote, al fianco della competenza tecnica e della passione, le tante, meravigliose razze avicole del nostro Paese non potranno mai davvero diffondersi nella maniera che meritano.
Ciuffi assenti, colori improbabili... tutti Polverara? Per i venditori, sì!
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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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L'affollatissima Fiera del Bestiame.Come ogni anno, da troppo tempo a questa parte per poterlo ricordare, la tradizionale Fiera del Bestiame di San Rocco a Dolo (VE) è tornata a far affollare le strade della cittadina.

Un banchetto di zoccoli in legno.Anch'io ne sono diventato un affezionato, negli ultimi tre anni, a causa della mia passione per l'avicoltura; così alle otto e mezza mi muovo per farvi una rapida capatina, prima di andare a lavorare.

Già a quest'ora, e con un tempo incertissimo, la Fiera brulica di gente. Tanti i curiosi, tanti i contadini, tantissime le famiglie che portano i bambini a fare la conoscenza di un mondo che non conoscono e che forse non toccheranno mai più vicino di così.

Tra le bancarelle, non possono mancare i prodotti tipici: dal miele agli zoccoli in legno, dagli attrezzi antichi ai vini pregiati, dai salumi alle tegole decorate... E' una festa per gli occhi e - perchè no? - anche per il naso!

Fiori, alberelli, succulente e piante carnivore fanno capolino da banchetti approntati al meglio; gli stand delle associazioni dei coltivatori diretti mostrano orgogliosamente i propri prodotti e le proprie attività. Ma sono altri i veri protagonisti della Fiera: gli animali.

Il cavallino col suo calesse.Lungo la strada si trovano solo uccelli da gabbia e voliera, variopinti e colorati come pagliacci, mentre in quello che negli altri giorni è un parcheggio sosta serafico un cavallino legato ad un calesse. Quasi di fronte a lui, un ragazzo mostra a passanti divisi tra la curiosità e qualche brivido lungo la schiena un piccolo pitone reale e qualche altro rettile.

Ci sono anche animali meno...tradizionali!Ma è sotto gli alberi del piccolo parco che si trovano i veri beniamini del folto pubblico, specie di quello più piccolo. Una fila di belle e placide mucche attende i giudizi dei compratori accanto ad asinelli dagli occhi languidi e scuri, mentre magnifici cavalli e piccoli pony nitriscono all'ombra delle foglie scure.

Coniglietti candidi corrono sopra le gabbie in rete metallica, e a coppie i polli mangiucchiano e cantano, mostrando il loro piumaggio più bello. I bambini guardano, si avvicinano e spesso allungano una mano per accarezzare il mantello pezzato di un pony o morbido e sericeo di un coniglio, incontrando finalmente (alcuni per la prima volta) un mondo di cui spesso anche i loro genitori conoscono poco.

I polli nelle loro gabbie allineate.

E' un mondo contadino, fatto di riti antichi e di antiche tradizioni. Un mondo che ha letteralmente fanno e nutrito l'Italia per generazioni, prima di venire lentamente, ma insesorabilmente, ingoiato dalle logiche di mercato e dal "progresso". Ma era un mondo particolarmente... vero, un mondo dove la parola di un uomo aveva un valore più alto di quanto non lo avesse la carta stampata.

Avete mai assistito al rito dell'acquisto del bestiame? Io ne ho avuto la chance, due anni fa. Venditori e compratori si fronteggiano, con la mano nascosta dietro la schiena; il mediatore sta tra loro, cercando di convincere gli uni a portarsi sulle posizioni degli altri. Quando propone un prezzo, cerca di prendere la mano di entrambi e di unirla in una stretta; ma se il prezzo non è di... gradimento per uno dei due, la mano viene prontamente ritratta dietro la schiena, fino a quando la proposta economica non sarà accettata da tutti. Allora, la stretta di mano sugellerà finalmente l'affare: niente firme, niente contratti, solo la propria parola ed una stretta di mano.

Serafiche mucche in attesa.E non mancano le storie e le storielle legate a questa Fiera: come quella di quel contadino, forse poco timorato di Dio, che continuava a bestemmiare un unico Santo: San Rocco. E tutti gli anni provava ad andare alla Fiera, che rappresentava un avvenimento imperdibile per il mondo agricolo della zona. Ma tutti gli anni, puntualmente, San Rocco aveva la sua... "vendetta": il contadino veniva immancabilmente preso, lungo la strada per dolo, da potentissimi attacchi di... dissenteria. E addio alla fiera. Solo quando smise di bestemmiare il santo, pare, riuscì finalmente a visitare la sua Fiera. A guardarle bene, le mucche sembrano ancora sorriderne, tutte in fila.