Giacinto. Foto di Andrea Mangoni.
Giacinto. Foto di Andrea Mangoni.
Pratolina (Bellis perennis). Foto di Andrea Mangoni.
Viola (Viola canina). Foto di Andrea Mangoni.
Germoglio di rosa "Alberic Barbier". Foto di Andrea Mangoni.
Coccinella addormentata tra i muscari. Foto di Andrea Mangoni.

Pomodori nell'orto. Foto di Andrea Mangoni.
Pomodori nell'orto la scorsa stagione. Quest'anno arrivano nuove varietà!
Sì, lo so, non aggiorno (colpevolmente) il blog da un sacco di tempo. Vorrei raccontarvi di imprese mirabolanti che rappresentino ottime scuse, ma le uniche ragioni che posso accampare sono un'ingarbugliamento degli orari lavorativi (la "crisi" tocca anche me), un bimbo meraviglioso ma che richiede la nostra presenza 48 ore al giorno, e una serie di altri impegni/imprevisti che non esulano tanto dalla quotidianità ma che la riempiono così completamente da non lasciarmi molto tempo. Per dirne una: non riesco a rispondere alle e-mail da due settimane. 
Comunque sia.
Comunque sia, esistono progetti, speranze e ambizioni anche per il prossimo arrivo della bella stagione. E oggi voglio condividerli con voi.

Nell'orto, quest'anno seminerò e pianterò parecchie varietà molto interessanti. Cominciando dai pomodori, dove grazie ad Angelo Passalacqua della compagnia de Gli Amici dell'Orto potrò finalmente provare a coltivare il pomodoro Re Umberto, una vera chicca d'altri tempi. In attesa di potergli affiancare il vero pomodoro Nasone del Cavallino, ho pensato bene di procurarmi i semi di due varietà americane molto interessanti. Il Cherokee purple è un pomodoro quasi marrone scuro, carnoso, resistente alla siccità e alle malattie, che pare fosse coltivato già dagli indiani Cherokee; l'Hillbilly Potato Leaf è invece una varietà dalle foglie simili a quella della patata, giallo con polpa rossa, di ottimo sapore. Speriamo che, in terra d'Italia, non tradiscano le loro nomee! 
Peperone papaccella di Silvana
Tra le zucche pianterà la vera zucca marina di Chioggia, grazie a dei semi provenienti dall'orto di un anziano chioggiotto, mentre tra i peperoni seminerò a breve la papaccella di Silvana ed un peperone dolce calabrese di cui mi sono stati inviati i semi ma che non ho mai visto. 
Per rimanere tra le solanacee, veniamo alle patate. seminerò infatti a breve due varietà, una patata a buccia rossa proveniente dal Cadore ed un'altra a polpa viola, una Vitelotte francese, forse non molto produttiva ma che dovrebbe dare tuberi di un colore spettacolare. Tra le ombrellifere, il levistico che una mia allieva del corso di botanica mi ha portato dalla Romania la farà da padrone, mentre per quanto riguarda cavoli & co. continua la mia personale ricerca dei semi del broccolo bastardo di Salboro

Pere dall'albero centenario di Bruno.
Per gli alberi da frutta, sono almeno 5 le differenti varietà più o meno antiche di prugne che sto riproducendo da talea, mentre attendo di poter verificare l'attecchimento degli innesti di pesco lorenzino su prugnolo e di azzeruolo su biancospino. Infine cercherò di moltiplicare per innesto tre belle varietà di pero, tutte piuttosto antiche. In più vedrò cosa ne sarà della bella pianta di vite moscata bianca che stando al signore che me l'ha regalata viene da un'antica vigna che non necessitava di trattamenti antiparassitari...

E a proposito di antichità, in giardino sarà tempo di mettere a dimora le talee radicate di rose antiche e di attendere con ansia la fioritura della rosa Omar Kayyam, così come cercherò di trapiantare qualche bella rosa canina.
Garofanini dei poeti
Seminerò anche l'altea o malvone, sia rosa che nera; e sempre nere saranno anche le aquilegie di cui mi sono fatto inviare i semi dalla Francia. Quest'anno prenderanno la via del terreno anche i semi di garofanino che aspettano da un paio d'anni il loro momento - speriamo siano ancora buoni! Mentre nel giardino dietro casa dei miei arriverà un nuovo albero, una meraviugliosa farnia di alcuni anni di vita che trapianterò dalla riva. E non sarà l'unica quercia ad arrivare: ci saranno anche due minuscole pianticelle, una di cerro e una di sughera, pronte a trovare il loro posto. 

Per ora basta così. Di carne al fuoco ce n'è tanta, ma non è certo finita qui. Infatti la prossima volta vi racconterò invece dei progetti legati agli animali...
A presto!
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Le rose canine di Camponogara

Maschio di Chalcosoma atlas. Foto di Andrea Mangoni.




Se potessimo immaginare un maschio di Chalcosoma (…), con la sua lustra armatura brunita, e le sue ampie e complesse corna, ingrandito fino alla taglia di un cavallo, o anche di un cane, esso sarebbe uno dei più imponenti animali del mondo.


Charles Darwin


202 anni fa nasceva Charles Darwin. Ed è in suo onore che - ancora una volta - apro il secondo appuntamento del Carnevale della Biodiversità proprio con una sua citazione.

Già, l'aspetto di un Chalcosoma atlas maschio è davvero impressionante, con quelle sue straordinarie escrescenze toraciche e cefaliche a forma di corna. Ma quali spinte selettive hanno portato questi giganteschi coleotteri dinastini ad evolvere un simile, ingombrantissimo armamentario? Una delle prime cose da dirsi, a questo proposito, è che le corna e le appendici dei dinastini sono state a lungo studiate. In svariati animali in cui i caratteri sessuali secondari maschili prevedono simili organi ipertrofici, questi ultimi possono essere frutto di selezione sessuale, le femmine cioè potrebbero cioè essere maggiormente attratte dai maschi dalle ornamentazioni più grandi, che così risulterebbero favoriti al momento dell’accoppiamento. In realtà, difficilmente ciò si può applicare al caso di questi coleotteri, in quanto molte femmine non hanno modo di scegliere il proprio partner, e a volte possono addirittura essere costrette coattivamente alla copula. Più probabile è l’effettivo vantaggio ottenuto dai maschi durante i combattimenti per il possesso delle risorse alimentari, del territorio e del diritto ad accoppiarsi: i maschi con corna più lunghe possono controllare già a distanza l’avversario, evitando così scontri a distanza ravvicinata che potrebbero essere forieri di maggiori danni. D'altronde, studi su un altro dinastino, Podischnus agenor (i cui maschi presentano un corno toracico lievemente biforcuto diretto in avanti ed un sottile corno cefalico rivolto all’indietro) hanno fatto notare come gli esemplari adulti di sesso maschile combattano tra loro utilizzando movimenti stereotipati simili a quelli adoperati dagli stessi coleotteri per perforare le canne da zucchero di cui si nutrono e in cui si nascondono durante il giorno. Forse queste ornamentazioni quindi, almeno per certe specie di Dinastini, si sono evolute proprio come ausilio ad attività di scavo e ricerca del cibo, ed in seguito hanno elargito ai loro possessori un ulteriore vantaggio al momento delle dispute legate alla riproduzione o alla conquista del territorio e delle risorse alimentari. Ma ovviamente mille sono le vie percorse da animali e piante nella corsa ad accaparrarsi cibo da mettere sotto i denti ed un luogo dove vivere; un bellissimo articolo sulla ricca comunità di organismi che ha deciso di vivere e trarre sostentamento dal... nostro corpo lo potete leggere nel post che Continuo proceso de cambio ha scritto per la precedente edizione del Carnevale. In ogni caso, gli Insetti sono da sempre maestri incontrastati a tal riguardo.

Se gli straordinari adattamenti morfologici di questi artropodi hanno permesso loro di conquistare virtualmente tutti gli ambienti disponibili, eccezion fatta per il mare aperto e i ghiacci più impenetrabili, non meno eccezionali sono state anche le strade percorse nell'adattare il loro plasticissimo piano strutturale utilizzandolo per sopravvivere nell'ambiente e procacciarsi il cibo nei modi più vari. Alcuni esempi molto gustosi, come il nuoto, il volo e le spiritrombe sono stati ben disquisiti tempo fa da Biosproject: Earth; ma tra tutte le soluzioni sperimentate dall'evoluzione su questi organismi, impossibili da citare esaustivamente senza scrivere un'opera pari per dimensioni all'Enciclopedia Britannica, vorrei guardare con un po' d'attenzione in più con voi quelle riscontrabili in un ordine molto particolare: quello dei Mantodea, che comprende gli insetti noti comunemente come mantidi religiose.

In passato ho già avuto modo di parlare di Mantis religiosa, una specie quasi cosmpolita che è molto comune anche in Italia. Nelle regioni calde del globo, però, le mantidi hanno trasformato le proprie fattezze fino a renderle quali irriconoscibili. Nelle continua lotta per conquistarsi uno spazio vitale, sfuggire i predatori e cacciare le proprie prede, infatti, questi insetti hanno abbracciato con entusiasmo le strade del mimetismo criptico, divenendo tutt'uno con l'ambiente che le circonda. Così ecco mantidi che hanno l'esatta forma di un roseo fiore di orchidea (come la celeberrima Hymenopus coronatus), altre che invece sembrano foglie secche mezze arrotolate, altre ancora che somigliano ad ammassi di sterpi o a legnetti spezzati. Le somiglianze a volte sono così incredibili che anche a distanza ravvicinata può essere difficile scorgere uno di questi animali se completamente immobile. Abbiamo detto che questa forma di mimetismo può essere estremamente utile sia a sfuggire ai predatori, che a cacciare le proprie prede: infatti gli insetti ed i piccoli animali di cui le mantidi si nutrono di norma non si accorgono della presenza di questi predatori fino a che non è troppo tardi. E se le prede scarseggiano? Se l'ambiente è così povero da non garantire la sussistenza di una mantide che vada ad adottare la tecnica della caccia d'attesa? L'evoluzione ha ovviato, in alcuni generi, anche a questo problema: le Eremiaphila africane, ad esempio, pur essendo straordinariamente simili ai sassolini dei deserti in cui vivono, sono dotate di due paia di zampe cursorie efficacissime che le rendono delle eccezionali centometriste nella caccia attiva alle proprie prede.


Mantidi a forma di orhidea, di foglie secche, di ammassi di rametti o di infiorescenze: tanti eccezionali esempi del mimetismo criptico adottato da questi insetti per sfuggire i predatori e cacciare le proprie prede. Foto di Andrea Mangoni.
Ovviamente però non è solo il mimetismo a sancire il successo di questi predatori: la loro arma fondamentale infatti è un'altra, uno stratagemma evolutivo che ha permesso ad insetti strutturalmente simili a grosse e placide blatte di trasformarsi in killer efficientissimi. Stiamo parlando della trasformazione che ha portato il primo paio di arti di questi animali a divenire zampe raptatorie. Le coxe, lunghe e relativamente sottili, portano infatti femori possenti dotati di un duplice ordine di spine appuntite nella faccia inferiore, e a questi fanno a loro volta il contrappunto tibie corte e robuste dotate anch'esse di spine, in un insieme che ricorda piuttosto da vicino la struttura di un coltello a serramanico. In posizione di riposo le zampe raptatorie sono tenute di fronte o sotto al torace, ripiegate come nel gesto di una persona che prega; ma quando una preda si avvicina a portata di tiro, esse vengono estroflesse a grande velocità (circa un venticinquesimo di secondo!) ed intrappolano in una morsa letale lo sventurato animale. L'insieme di questo complesso armamentario naturale è talmente efficiente da permettere alle specie più grandi di catturare non solo insetti ma anche piccoli vertebrati: le foto di una mantide americana, una Tenodera aridifolia che catturava un piccolo colibrì fecero, anni fa, il giro del web.
In effetti, le appendici raptatorie risultano essere talmente efficaci che grazie alla spinta della selezione naturale si possono riscontrare in taxa molto differenti, chiaro segno di convergenza evolutiva. Persino tra i crostacei sono presenti simili appendici, basti pensare alla canocchia (Squilla mantis) i cui chelipedi sono trasformati in appendici raptatorie. Restando invece tra gli insetti, negli emitteri (cimici & Co.) gli arti raptatori sono presenti in diverse  famiglie che comprendono generi predatori, come ad esempio il reduvide Ploiaria domestica o gli esponenti della famiglia dei nepidi, i cosiddetti scorpioni d'acqua, emitteri specializzati nella caccia all'agguato nelle acque interne dalla corrente blanda o nulla.


Sopra, Nepa cinerea, un emittero dulciacquicolo, mentre preda una larva; sotto, Mantis religiosa. La convergenza evolutiva ha portato entrambi questi insetti predatori a sviluppare arti anteriori raptatori. Foto di Andrea Mangoni. 
L'ambiente che gli organismi eleggono come loro domicilio influenza in maniera spesso diretta anche  la disponibilità di risorse alimentari per gli organismi, portando a nuove sorprendenti soluzioni anche in quegli animali e piante che difficilmente avremmo pensato capaci di tanto. E' il caso di un piccolo gasteropode terrestre, la graziosa Oxychilus draparnaudi, un mollusco che ha scelto come habitat d'elezione le grotte. A vederla non la si direbbe certo differente da tante altre chiocciole, se non forse per il colore del corpo, di un tenue blu turchese. Ma sono le abitudini alimentari che la rendono speciale: le chiocciole che siamo abituati a vedere si nutrono infatti principalmente di vegetali, ma nelle grotte questi decisamente non abbondano. E allora? Cha strada poteva scegliere la povera Oxychilus? L'unica apparentemente possibile: diventare un'efficiente predatrice. La sua radula, quella sorta di lingua dentata che caratterizza l'apparato boccale dei gasteropodi, non viene azionata per sgranocchiare verdura, ma è utilizzata invece per rompere tegumenti chitinosi di insetti, come ad esempio quelli di una falena che abbia deciso di svernare in una grotta. Così la placida chiocciolina-cappuccetto rosso si riveste della pelle del lupo e divora il povero insettuccio addormentato. Una strategia certo vincente in un ambiente, come quello ipogeo, che non è certo noto per la sua abbondanza di cibo!

La chiocciola carvernicola Oxychilus preda una falena addormentata. Foto per gentile concessione di Francesco Tomasinelli di Isopoda.net.
E dalle grotte passiamo ad un altro ambiente molto particolare: le torbiere. Qui i problemi alimentari non li hanno gli animali, quanto... le piante. Già, in questi straordinari luoghi le piante faticano non poco a trovare nel terreno sufficienti sostanze nutrienti, specie quelle provenienti dal metabolismo azotato. Che fare, allora? Niente di meglio, in questo caso, che procurarsi attivamente il proprio "concime" partendo dalle origini, ovverosia catturando piccoli animali che decomponendosi possano fornire alla pianta i nutrienti di cui abbisogna. Il mondo vegetale in questo caso si è proprio sbizzarrito: foglie essudanti una sorta di colla che intrappola piccoli insetti, foglie coperte da foreste di peli terminanti con una gocciolina vischiosa che si ripiegano per digerire con comodo il malcapitato animaletto finito troppo vicino, trappole vegetali a scatto come quella della dionea, in cui la pressione contemporanea di almeno due dei tre peli posti nella parte centrale delle foglie ne causa la chiusura, o ancora le trappole ad imbuto delle sarracenie in cui si riesce ad entrare ma non ad uscire, condannati ad affogare e decomporsi nel pozzo costituito da quella foglia modificata che è l'ascidio. E le prede, in questo caso, non sono solo insetti o invertebrati: anche piccoli mammiferi e rettili possono in certi casi fare una fine assai poco piacevole! Se poi volete scoprire in che modo un'apparentemente innocua pianta di patate possa trasformarsi anch'essa in killer, non perdetevi questo bel post di Evolve or Die. Insomma, un vero campionario di efficientissimi predatori vegetali che per una volta sovverte l'ordine con cui siamo abituati a pensare alla catena alimentare.
Ma anche in questo caso l'armata degli invertebrati ha in qualche caso trovato una contromossa: in Malaysia infatti alcune specie di insetti ed aracnidi hanno evoluto la capacità di vivere da bravi commensali a spese di alcune piante del genere Nepenthes. Ragni che tessono la tela nell'ascidio, ditteri le cui larve si sviluppano filtrando il liquido contenuto nella pianta, invertebrati predatori e insetti saprofagi: un piccolo esercito di specie che ha fatto proprio la vecchia ma apparenentemente sempre vincente filosofia del "se non puoi batterli, unisciti a loro".

Differenti tipologie di piante carnivore: Drosera, Dionaea, Sarracenia, Pinguicola. Tanti modi differenti per catturare piccoli animali. Foto di Andrea Mangoni.

BIBLIOGRAFIA

Arrow, G.J. (1951). Horned beetles. Dr. W, Junk, The Hague.
Beaver, R.A. (1979). "Fauna and food webs of pitcher plants" in west Malaysia, in Malayan Nature Journal, 33:1-10.
Eberhard, W.G. (1979). "The function of horns in Podischnus agenor", in Blum, m & Blum, N. (eds.) Sexual selection and Reproductive Competition in Insects. Academic Press, New York (231-258).
Mangoni, A. (2006). Coleotteri. Guida all'allevamento di scarabeidi e Lucanidi. Edizioni WILD, Milano.
Mogi, M. & yong, H.S. (1992). "Aquatic arthropod communities in Nepenthes pitchers: the role of niche differentiation, aggregation, predation and competition in community organization", in Oecologia 90 (2): 172-184.
Pietropaolo, J. & Pietropaolo, P. (1993). Carnivorous Plants of the World. Timber Press inc., Portland.

Ieri, con mia grande gioia, sono nati i primi due pulcini dell'anno! Si tratta di due meravigliosi esemplari di razza Boffa. Temevo il peggio, perché durante gli ultimi giorni di incubazione un guasto aveva privato l'incubatrice della corrente elettrica per oltre mezza giornata... Ma per fortuna almeno due uova su 4 fertili sono riuscite a schiudersi! I piccoli sono belli, e mostrano nel piumino della testa una caratteristica particolare: possiedono cioè una maculatura che ci aiuta a ricondurre la colorazione degli adulti alla livrea "lionata" così come l'aveva definita negli anni '30 del secolo scorso il Taibell. Si tratta di un ulteriore tassello che ci aiuta a capire il patrimonio genetico di questi animali. Intanto, ecco a voi i primi nati dell'anno!

Oggi volevo rispondere ad una domanda che molti che iniziano l'avventura dell'avicoltura mi hanno posto, ovverosia: è possibile  capire se un uovo è stato fecondato o meno? Ecco un breve video che affronta questo argomento, entrando più nel dettaglio di una particolare tecnica detta speratura.




Ovviamente, non è possibile dal solo esame esterno di un uovo capire se sia stato fecondato o meno. Possiamo ragionevolmente prevedere che sia stato fecondato se la gallina che l'ha deposto era in un periodo fertile e nel contempo era presente un gallo nel pollaio, anch'esso in pieno periodo riproduttivo (quindi al di fuori dal periodo della muta). L'unico modo che abbiamo per averne la certezza è però quello di incubarlo e di procedere poi con un'operazione che si chiama speratura.

La speratura consiste  nel far passare un fascio di luce dal polo ottuso di un uovo, per illuminarne l'interno ed evidenziare la presenze eventuale dell'embrione. Esistono anche appositi strumenti chiamati sperauova, ma per un principiante una lampadina tascabile ed una stanza buia sono il metodo più pratico e semplice per approcciarsi alla speratura. Gli anziani contadini e gli allevatori esperti sono in grado anche di sperare le uova semplicemente posizionandole contro luce al sole e schermandole parzialmente con la mano, ma occorre effettivamente un po' di pratica per riuscirvi con altrettanto successo.

La speratura può esser resa più o meno difficile dal tipo di incubatrice che utilizziamo per le nostre uova. In quelle a cestello, le uova mantengono una posizione quasi verticale, che se da un lato si traduce in genere in una maggiore percentuale di schiusa dall'altro rende la speratura più complicata, in quanto a differenza delle incubatrici tradizionali (in cui l'uovo è posizionato orizzontalmente, e la forza di gravità fa posizionare l'embrione quasi sempre vicino al guscio rendendolo così più visibile) in quelle a cestello l'embrione si può posizionare semplicemente sotto la camera d'aria, anche distante dal guscio, su cui si possono notare al massimo poche venuzze. Per avere la certezza quindi dell'avvenuta fecondazione dovremo attendere in questo caso almeno 6-8 giorni prima di procedere con successo alla speratura.

All'atto pratico, un uovo non fecondato alla luce della lampada appare completamente chiaro e trasparente; si fatica anche a distinguere la camera d'aria, in alto sul polo ottuso. Un uovo fecondato di circa 6-7 giorni mostra nel polo ottuso ben chiara la camera d'aria, e sotto si possono notare un'intrico di vene con evidente una macchia più scura, l'embrione, che tende a muoversi assecondando le oscillazioni dell'uovo se lo facciamo ondeggiare. Dopo invece due settimane l'uovo fecondato si presenta completamente scuro perchè l'embrione lo ha oramai occupato del tutto, crescendo; si può solo vedere la camera d'aria, molto chiaramente, che tenderà ad aumentare le proprie dimensioni dal 18° giorno in poi.

Nelle uova a guscio bianco la speratura si può effettuare già al 4° giorno con un certo successo; in quelle a guscio rosato o marrone, a partire invece dal 6°-8° giorno. E' buona norma poi ripeterla verso il 16°-18° giorno, per controllare lo sviluppo dell'embrione ed eliminare quelle uova in cui l'embrione è nel frattempo morto.
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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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Cercando qulache notizia interessante in fatto di pollicultura, mi sono imbattuto in un sito che mi è piaciuto davvero molto, per il particolare approccio che ha verso i polli. Si tratta di Fowl Faces di Marit de Haan.

Il sito è in inglese, con delle sezioni anche in Francese e Olandese, incentrato tutto sull'esperienza dell'autrice e della sua famiglia con i polli. Un sito in cui foto e video fanno da cornice a testi sospesi a metà tra la più scarna informazione scientifica e le osservazioni personalissime ed emozionali sui propri animali.

Insomma, un bel sito che merita di essere visitato anche perchè Marit ha deciso di lasciare ai propri lettori la possibilità di scaricare gratuitamente il proprio libro, Fowl faces, edito ed acquistabile grazie alla piattaforma di LuLu ma disponibile per il libero download nel suo sito. Il libro segue le stesse linee guida del sito, incorniciandole con magnifiche foto dei polli dell'autrice. Lo potete scaricare gratis a


ma attenzione, perchè è pesante e ci vorrà del tempo - ma assicuro che ne vale la pena! Se invece desideraste acquistarne la copia cartacea, potrete farlo contattando direttamente Marit all'indirizzo e-mail: fowlfaces@live.co.uk.
Mille auguri quindi a Marit, che possa continuare sempre così!

La nuova videocameraSamsung HMX H200


Qualche tempo fa avevo fatto appello ai lettori perchè mi aiutassero a regalare una nuova videocamera al blog per avere la chance di fare dei filmati di buona qualità da proporvi. Ebbene, a distanza di alcune settimane, l'obiettivo è stato raggiunto! Grazie alla generosità di alcuni di voi, soprattutto di Michele e Ida, il blog ha ora dei nuovi occhi con cui guardare il mondo!

Ieri infatti la Befana in anticipo (o Babbo Natale in ritardo, come vi piace meglio) ha portato a Oryctes.com una nuova videocamera: la Samsung HMX H200

Perchè questa scelta? Si tratta di una videocamera HD entry level che registra su schedina SD in formato MP4, il che rende molto comodo riversare tutto in computer. La H200 ha un sensore Cmos 1/4,1" da 3,32 Mpx, funzione timelapse con scatto di un fotogramma ogni 1, 3, o 5 secondi, filtro 34 mm, zoom ottico 20X... Insomma, sembra avere tutte le caratteristiche per essere un'ottima compagana di viaggio del nostro blog. Alcuni utenti ne hanno segnalato un leggero brusio se si zoomma in condizioni di silenzio, che dire? Per gli scopi per cui verrà utilizzata dal blog, non credo che questo ne incrinerà l'ottimo rapporto qualità/prezzo. Già, il prezzo: a quanto ammonta? nei negozi di elettronica di questa zona oscillava tra i 260 ed i 330 €; se l'H200 stesse stuzzicando la vostra voglia di prendere una nuova videocamera HD entry level, a fine post troverete i link allo store di Amazon, che ne offre alcune ad un prezzo competitivo. 

In attesa di poter mettere on line i primi video girati con essa, vi lascio una serie di video test trovati su YouTube. Credo possano tornarvi utili. Ecco poi anche il link ad una discussione dedicata alla H200 sul forum di AV Magazine. A me è decisamente servito per orientarmi verso questo acquisto. 

Grazie ancora a voi!


 
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Samsung HMX H200
Libri, libri, libri!

Buon anno a tutti! Che il 2011 possa portarvi un mare di cose buone! Al nostro blog, per ora, l'anno nuovo ha portato un altrettanto nuovo servizio: la Libreria di Oryctes.com!

Ho già scritto altrove che non mi piace granchè l'idea di mettere ads testuali generati automaticamente nel sito.  Non mi piace pensare che in questo blog possa accadere ciò che ho visto succedere in altri, ovverosia che sotto ad un articolo che parla - che so - di giardinaggio biologico, mi appaia la pubblicità di un erbicida che meno biologico non potrebbe essere, o peggio quella del motel "Giardino felice" di Montechiappe di Sopra.

E' stato quindi con enorme piacere che ho scoperto il servizio di Affiliazione ad Amazon, che mi permette non tanto di inserire una semplice pubblicità ma di offrire un vero e proprio servizio agli utenti del blog. Un vero e proprio servizio perchè mi da la chance di aggiungere valore ai post, facilitando la vita a quei lettori che magari risultano incuriositi da un particolare argomento e vorrebbero saperne di più. Infatti, con questo servizio di Amazon posso darvi modo di trovare con un semplice click del mouse i libri più adatti senza nemmeno farvi lasciare il sito per fare una ricerca su google! 

Questo servizio assume per me ulteriore importanza perchè mi da maniera di farvi conoscere un'altra mia grande passione, ovverosia quella per i libri! Infatti sono da sempre un fan sfegatato della carta stampata. La mia biblioteca è sempre in bilico - entrerà in quella pila il nuovo volume che ho comprato, oppure no? Questa è una passione che voglio condividere con voi, ma non voglio farlo genericamente: ho già iniziato tempo fa a fare alcune piccole recensioni di volumi che reputo veramente validi e belli, e sotto questo punto di vista il servizio offerto da Amazon è favoloso! Mi permette infatti di scegliere volume per volume i testi che reputo di valido aiuto in qualche modo ai lettori del blog, e solo quelli! Così, se ho trovato molto valido un bellissimo testo - che so - sugli insetti del Sud Africa, posso rendere più facile la vita ai lettori che vogliono procurarselo dando loro modo di farselo arrivare a casa con pochi click del mouse. 

Inoltre, i volumi segnalati saranno sempre libri che io stesso ho letto ed apprezzato o che mi sono stati caldamente consigliati da amici che condividono la mia stessa passione. Oltre ai singoli suggerimenti che troverete nei singoli post, avrete pure a disposizione una vera e propria libreria virtuale, una pagina cioè in cui saranno raccolti diversi volumi, anche non ancora da me recensiti ma comunque validi e interessanti. Vorreste saperne di più su un determinato volume ma non ne ho ancora parlato sul blog? Nessun problema. Inviatemi una mail e scrivetemi: "Andrea, ho visto il volume XYZ nella libreria. Com'è? Di che parla? Che livello di preparazione richiede?", ed io vi risponderò quanto prima con i consigli del caso. Ovviamente, ad esempio, se siete allevatori esperti vi sconsiglierò - che so - "Galline felici", mentre vi indirizzerò piuttosto su testi più specialistici. Cosa ci guadagna il blog? Per ogni volume che acquisterete in questo modo, il blog riceverà una piccola percentuale sul prezzo di copertina - peraltro spesso più basso di quello che trovereste tramite altri canali di vendita on line di libri.  

Questo servizio, poi, si affiancherà a quello della Biblioteca, senza però soppiantarlo ma integrandolo. In altre parole, continuerò a cercare di offrire agli utenti del blog documentazione e volumi d'epoca da scaricare gratuitamente, in maniera da salvaguardare antichi saperi e documenti dall'oblio. Sto già preparando altri volumi da offrirvi, vedrete che non mancheranno le sorprese. 

Ecco, questo è quanto! Volete cominciare a vedere quali sono le prime letture consigliate? Cliccate il link qui sotto! E ancora una volta a tutti voi, BUON ANNO!!



Stalattiti di ghiaccio sul tetto del vicino.

Qualche giorno fa, sul tetto di fronte a casa mia, c'erano splendide stalattiti di ghiaccio come da tempo non ne vedevo. Ricordo che da bambino le chiamavamo "i piro£i", e li staccavamo per poterli smangiucchiare (quando puliti!). 

Mi sarebbe piaciuto che in queste feste, se non proprio la neve, ci fosse un po' più di freddo e un po' meno umidità. Ma niente: pioggia e scirocco, e con loro l'acqua alta. Per la maggior parte dell'Italia l'acqua alta è un problema relativo, per me che sono qui a Venezia a lavorare, invece, un po' meno. 


Ma in questa giornata di vigilia non sono solo, qui, sulla mia isola: un gheppio (Falco tinnunculus) si è messo a cacciare davanti alla mia finestra, agile e bellissimo, e ogni tanto piomba sulle siepi di bosso del giardino all'italiana per predare qualche insetto o qualche lucertola che abbia incautamente osato metter furoi il muso nonostante la pioggia. tra parentesi, le lucertole dell'isola di San Giorgio sono un po' sfortunate: in autunno TUTTE, inesorabilmente, si ammalano di una strana forma di papilloma cutaneo. Vabbè, al gheppio non importa. 

Lungo il muro, poi, c'era un minuscolo scorpione (Euscorpius italicus) intirizzito. Non appena l'ho preso in mano si è rianimato ed ha sollevato minaccioso la sua coda: un minuscolo carroarmato a otto zampe sporco di gesso. L'ho lasciato vicino ad un anfratto del muretto, perchè possa tornare a svernare in pace. 

Comunque. Quest'anno è stato bello, importante e ricco più che mai. A parte l'arrivo di mio figlio Pietro, gioia della mia vita (e di quella di mia moglie Roberta), ci sono stati il cambio di lavoro, l'inizio del progetto di recupero delle Boffe, il corso di Botanica, il Carnevale della Biodiversità... e poi ancora la collaborazione con Mario Venturi per il progetto "Gigante Padovana" ed un nuovissimo impegno, sempre in campo avicolo, col "Progetto Emiliane", al cui blog per ora vi rimando per maggiori informazioni (ma l'anno prossimo ne riparleremo anche qui). 

Insomma, un anno pieno di VITA e bellezza. E proprio per questo auguro a tutti voi, di cuore, un Natale ricco di altrettanta VITA ed uno spettacolare inizio d'anno.

BUON NATALE E AUGURI DI BUONE FESTE A VOI E A TUTTI I VOSTRI CARI!


Il giovane esemplare di Euscorpius italicus trovato oggi al lavoro. . Foto di Michele Ballarin.
Epipactis atrorubens. Foto di Andrea Mangoni.
Epipactis atrorubens. Foto di Andrea Mangoni.
C'è qualcosa di grandioso in questa idea della vita, con le sue infinite potenzialità, originariamente infuse dal Creatore in pochissime o in una sola forma; e, mentre questo pianeta ha continuato a roteare seguendo le immutabili leggi di gravità, da un inizio così semplice infinite forme, sempre più belle e meravigliose, si sono evolute e tuttora si evolvono.
Charles Darwin
E' con questa frase di Charles Darwin che si conclude il volume "L'origine delle specie"; è con questa stessa frase che si apre il Carnevale della Biodiversità, con cui dodici blogger italiani cercheranno di farvi appassionare sempre più a questo argomento, facendovi conoscere la bellezza e la grandezza insita in questa "banca" della vita.
“Infinite forme bellissime"... un magnifico argomento per inaugurare il nostro Carnevale. Sì, ma nel nostro caso, di cosa potrei parlarvi? Potrei parlarvi dell'impossibilità applicativa ed esistenziale di quell'aggettivo, “infinito”, o cercare di inquadrare i concetti di “bellezza” o “biodiversità”... Invece, per ora mi limiterò molto più semplicemente a parlarvi di alcuni organismi che sembrano in qualche modo racchiudere pur con debite limitazioni tutte e tre le parole del titolo. Oggi riesumerò infatti un argomento che aspettavo di trattare in primavera, ma visto il grigiore di questo periodo sarà perfetto per ravvivare le nostre piovose giornate invernali. Vi parlerò infatti di alcune magnifiche piante, le orchidee.
Una magnifica orchidea tropicale. Foto di Andrea Mangoni.
Vi sembra scontato parlare di orchidee? Oh, vi assicuro che non lo è. Si può scrivere e descrivere un mondo intero attorno alle orchidee senza che venga meno la curiosità verso questi organismi spettacolari. Essi rappresentano uno degli esempi migliori per parlare di biodiversità, bellezza, e varietà.
Infinite forme bellissime. Sì, le orchidee rappresentano nel mondo reale una buona approssimazione di questi concetti che a volte sembrano appannaggio di un mondo astratto. In più, sono legate al nome di Darwin, che le studiò a più riprese.

Epipactis helleborine. Foto di Andrea Mangoni


Cominciamo col dire che, se ovviamente le specie di orchidee non sono infinite, sono davvero tante. La famiglia Orchidaceae, dell'ordine delle Asparagales, conta infatti oltre 20.000 specie, e ne vengono scoperte ogni anno di nuove. Di queste, moltissime sono specie tropicali o subtropicali, ma non manca tra di loro chi non disdegna i gelidi territori dell'Artide e chi arriva quasi a lambire l'Antartide, virtualmente unico continente privo di orchidee. Le dimensioni? Variabilissime. La più piccola specie nota, scoperta di recente, appartiene al genere Platystele, ed è una minuscola epifita scoperta in Ecuador nel 2009 (tra l'altro, viveva sulle radici di un'altra orchidea!) che conta fiori di appena 2 mm di diametro; tra le orchidee più grandi invece le coloratissime orchidee tigre (Grammatophyllum speciosum Blume, 1825), chiamate anche orchidee canna da zucchero, che possono raggiungere e superare la tonnellata di peso, i cui grandi fiori di oltre 10 cm di diametro sono raggruppati in racemi alti fino a tre metri. I colori dei fiori? Un arcobaleno, come chiunque abbia avuto modo di vedere una sfilza di ibridi di Phalaenopsis davanti a sé in un vivaio. Le orchidee rivestono importantissimi ruoli nelle economie di certi Paesi: a parte infatti il commercio di esemplari destinati al mercato florovivaistico, non bisogna dimenticare che anche la profumatissima vaniglia viene prodotta a partire dai frutti di un'orchidea rampicante, la Vanilla parviflora, originaria del Messico ma esportata nelle regioni tropico-equatoriali di mezzo mondo per fini produttivi.

Angraecum sesquipedale. Fonte: Wikipedia
Le forme assunte dai loro fiori sono le più disparate, eppure sempre affascinanti e – vien logico da dire – bellissime. La corolla del fiore delle orchidee è formata da tre sepali e tre petali, uno dei quali detto labello prende spesso forma diversissima da specie a specie; dotato sovente di uno sperone cavo alla propria base, ha assunto con l'evoluzione il ruolo di “attrattore” di pronubi, in alcuni casi assumendo forme e colori veramente eccezionali. Proprio uno sperone d'orchidea ci riporta al buon vecchio Charles, che ha gentilmente prestato la sua frase per il titolo di questo post. Nel 1862 infatti Darwin, studiando il fiore di una bellissima orchidea malgascia, l'angreco o stella di Betlemme (Angraecum sesquipedale) si rese conto di una cosa piuttosto notevole: aveva infatti uno sperone lungo la bellezza di 25 cm. Visto che come la maggior parte delle altre orchidee era impollinata da insetti... come facevano questi a raggiungere il fondo dello sperone, vista la sua conformazione eccezionalmente lunga? Si trovò così a formulare l'ipotesi che esistesse una falena con una spiritromba sufficientemente lunga da arrivare a compiere l'impollinazione stessa; peccato che quella falena non esistesse, o meglio peccato che non fosse all'epoca nota alla scienza. Questa falla nelle conoscenze entomologiche e botaniche venne finalmente meno quando nel 1903 gli entomologi Rotschild e Jordan scoprirono l'esistenza di una particolare sottospecie di falena sfingide africana che effettivamente svolgeva il ruolo di impollinatore per questa specie: la Xanthopan morgani ssp. praedicta, che dovette così il nome subspecifico ad un chiaro omaggio alla previsione effettuata da Darwin vent'anni prima.
Siamo però abituati a pensare alle orchidee come a specie bellissime ed appariscenti... ma tropicali. Non pensiamo - se non raramente - al fatto che esistono anche da noi piante di questa famiglia, e anche parecchie! A seconda delle bizzarrie e delle revisioni che subisce la tassonomia di queste piante, vengono contati fino a 29 generi e 189 tra specie e sottospecie; l'ultima segnalata sarebbe Ophris murgiana, salita al rango di specie solo nel 2009. E non parliamo poi degli ibridi spontanei!
Orchis morio. Foto di Andrea Mangoni.
Orchis morio. Foto di Andrea Mangoni.
Molte delle orchidee spontanee italiane sono accumunate dal fatto di essere geofite, di avere cioè organi ipogei che permettono loro di sopravvivere anno dopo anno e di moltiplicarsi. Per alcuni generi, tali organi assumono la forma di due rizotuberi, vagamente simili ad un paio di testicoli, e proprio da qui viene il nome di orchidea: orchis significa infatti in greco “testicolo”, ed Orchis è pure uno dei generi italiani più belli e rappresentativi. Le orchidee italiane hanno di norma infiorescenze dalle forme più svariate: allungate come bastoncini fioriti, spiraleggianti oppure coniche come una turritella, dense di fiori oppure lasse. Dipendono in genere dagli insetti per la loro impollinazione, ed in alcuni generi per favorire l'arrivo dei pronubi l'evoluzione ha portato il labello a modificarsi in maniera incredibile. Le appartenenti al genere Ophrys, infatti, sono fiori privi di nettare, che hanno raggiunto un gradi di specializzazione, o meglio di coevoluzione con i propri pronubi davvero notevole. Abbiamo detto che non hanno nettare... cosa offrono allora agli insetti per attirarli, se non il cibo? Beh, offrono l'altra “spinta vitale” principale: il sesso. Il labello di queste piante infatti è di norma scuro, peloso, dotato di zone traslucide (specchio) che richiamano alcune aree glabre del corpo di certi insetti: insomma, somigliano parecchio all'addome delle femmine di certi imenotteri (api solitarie, sfecidi, vespidi). Se non bastasse l'aspetto, per convincere l'esapode maschietto, questo viene preso letteralmente per il... naso: il fiore produce infatti sostanze simili ai feromoni prodotti dalle femmine nel periodo dell'accoppiamento. Così l'imenottero, definitivamente gabbato, si precipita ad accoppiarsi col fiore, ricoprendosi di polline. Resosi conto dell'errore, si allontana sdegnato ma finisce presto per commettere di nuovo lo stesso sbaglio... fecondando così un altro fiore. E per evitare... errori, ogni specie di Ophrys attira uno specifico pronubo.
Ophrys bertolonii. Foto di Andrea Mangoni.
Ophrys bertolonii. Foto di Andrea Mangoni.
Se questo aspetto della riproduzione delle orchidee vi sembra spettacolare, aspettate di sentire il resto. Le nostre specie autoctone hanno infatti sovente una caratteristica peculiare: producono tantissimi semi, ma minuscoli... Così piccoli che mancano di albume e che hanno un embrione appena abbozzato. Insomma, sono semi che dispersi nell'ambiente hanno un'unica possibilità di sopravvivere: formare una micorriza con un minuscolo fungo (solitamente del genere Rhizoctonia) che fa penetrare le proprie ife nel seme e che fornisce ad esso tutte le principali sostanze nutritive, fino a che non appaiono le prime foglioline. Il bello è che questo può accadere dopo molto tempo dall'inizio della simbiosi micorrizica: in alcuni casi, persino dopo dodici anni! Tra l'altro, non è chiaro fino a che punto la simbiosi sia mutualistica: se in molti casi il fungo trova poi da vivere nelle radici dell'orchidea, una volta che la pianta si è sviluppata, in altri invece pare che l'interazione tra fungo e orchidea finisca con la crescita di quest'ultima.
Il giusto approccio davanti ad un campo di orchidee: meraviglia, rispetto e macchina fotografica!
In ogni caso, è' anche a causa di questo ciclo vitale dalle primissime fasi lunghe e complesse che le orchidee spontanee sono di norma ottimi indicatori biologici: possono di norma compiere il loro completo ciclo vitale solo in ambienti ecologicamente stabili e maturi. Le orchidee sono, giustamente, protette dalla Convenzione di Washington o CITES, che ne vieta detenzione, commercio e raccolta a meno che non si tratti di specie riprodotte in condizione controllate. Si tratta di un'opera meritoria che impedisce legalmente che qualcuno possa decidere di portarsi a casa qualcuno di questi gioielli per metterselo in giardino. Questa protezione però si applica in caso di commercio, mentre se viene distrutto un habitat in cui vivono delle orchidee... la cosa passa pressoché inosservata.
Esterno. Le rive di un canale a Codevigo (PD). Siepi di salici, pioppi e robinie, separano il canale da un argine ricoperto da un prato stabile ricchissimo di fiori spontanei.
L'habitat incontaminato. Foto di Andrea Mangoni.
Tra salvie, papaveri e brugole cresce una meravigliosa colonia di Neotinea tridentata. Decine e decine di esemplari, piccoli, medi e grandi, che sbucano rosei tra l'erba alta. Uno spettacolo magnifico. Mi aggiro tra i prati, scatto fotografie, resto un po' a godere il tramonto.
Neotinea tridentata. Foto di Andrea Mangoni.
Neotinea tridentata. Foto di Andrea Mangoni.
Ritorno l'anno dopo. La siepe di salici non c'è più. Tutto eliminato per ottenere pellet da stufe. Il terreno intorno scavato ed asportato per uno spessore di 30 e passa centimetri. Al posto del prato stabile, una selva di rovi e luppolo. Cerco le orchidee che mi avevano affascinato così tanto... nulla di nulla.
Lo stesso habitat delle foto sopra, totalmente distrutto. Foto di Marco Uliana.
Poi - per fortuna! - lo trovo: poco dopo lo scempio, dove ricomincia il prato stabile, ecco un ultimo magnifico esemplare di Neotinea. Non mi rimane che sperare che questo piccolo gigante possa piano piano ricolonizzare, con la sua discendenza, ciò che rimane di quello che era un habitat magnifico.
TROVERETE UN POST RIASSUNTIVO CON TUTTI GLI INTERVENTI DI QUESTO PRIMO APPUNTAMENTO COL CARNEVALE DELLA BIODIVERSITA' NEL SITO DE
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Bibliografia
Darwin C., I vari espedienti mediante i quali le orchidee vengono impollinate dagli insetti, Pisa, ETS, 2009.
Girelli, E., Le orchidee della Val d'Astico e della val Leogra nel vicentino. Vicenza, Neri Pozzi, 1987.
Lazzari, C., Le orchidee spontanee del Veneto. Sommacampagna, Cierre Edizioni, 2008.
Ledford H., The flower of seduction. Nature 445: 816-817, 2007.
Medagli, P., & Cillo, C., Ophrys murgiana Cillo, Medagli & Margherita, specie nuova delle Murge (Puglia, Italia meridionale). GIROS notizie 41: 23-25, 2009.
Neotinea tridentata. Foto di Andrea Mangoni.
L'ultimo splendido esemplare di Neotinea tridentata dell'habitat visto sopra. Foto di Andrea Mangoni.
Maschio di Tacchino Ermellinato di Rovigo. Foto di Andrea Mangoni, esemplare di Marco Bindocci.
Tra le tante razze di tacchini italiane, il Tacchino Ermellinato di Rovigo è una delle poche che sia ben conosciuta anche al di fuori della sua regione d'origine, il Veneto. Vuoi per la bella livrea, vuoi per le buone attitudini produttive e per l'istinto alla cova, questa razza si è diffusa abbastanza bene tra gli appassionati, pur restando comunque poco comune.
Fu il Prof. Raffaello Quilici, dell'Istituto Sperimentale di Pollicoltura di Rovigo, nel 1958, che partendo da tacchini comuni ed inserendo sangue di Narragansett (una delle più belle razze americane di tacchini) ottenne ad un certo punto della selezione tramite mutazione un piccolo gruppo di capi a livrea ermellinata, sulla quale continuare gli sforzi per uniformare le caratteristiche produttive e di taglia.
La razza è caratterizzata da tarsi color carne, pelle bianca, una livrea ermellinata che ricorda molto quella della razza tedesca Crollwitzer, e da una taglia media, con femmine che si attestano sui 5 Kg e maschi invece sugli 11 Kg. Si tratta di animali molto rustici e precoci, ad impennamento rapido, adatti anche all'allevamento in montagna. Le femmine sono ottime chiocce, perfette per portare a termine covate di numerosi avicoli, anche in virtù della loro taglia non eccessiva.
Purtroppo la scarsa uniformità somatica degli esemplari porta spesso a pensare di poter migliorare le caratteristiche della livrea tramite l'incrocio con altre razze. In verità, il semplice sforzo selettivo degli allevatori dovrebbe essere più che sufficiente per elevare l'uniformità della livrea di questa razza.
Gli animali in foto appartengono all'amico Marco Bindocci, e provengono dal ceppo dell'Università di Perugia; ho anche avuto il piacere di vedere un ceppo ugualmente bello e molto uniforme, ben caratterizzato, presso un allevatore di Casalserugo (PD), che era partito da un maschio Ermellinato avuto dall'allora Istituto San Benedetto da Norcia di Padova e da un gruppo di femmine bronzate di taglia adeguata. E' inutile dire che in questo caso, che dovrebbe essere preso da esempio, sono stati la caparbietà e l'assidua selezione operata da questo allevatore a permettere un simile risultato. Dovrebbe servire da spunto e da riferimento per ogni allevatore, specie in questi tempi in cui la parola "selezione" sembra spaventare gli appassionati più di tante altre.

Femmina in cova di Tacchino Ermellinato di Rovigo. Foto di Andrea Mangoni, esemplare di Marco Bindocci.

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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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