Semenzaio con pomodori e digitale. Foto di Andrea Mangoni.

Aprile chiede, reclama e pretende VITA. Scorre caldo, soffice e leggero come il pappo di un tarassaco trascinato dal vento della primavera, e richiama a se una sola parola, ripetuta mille volte: nascere, nascere, nascere.

Nel semenzaio stanno iniziando a nascere le verdure ed i fiori per la prossima estate: così, accanto alle minuscole foglioline delle digitali svettano pianticelle di pomodoro e peperone, mentre i semi di zucca marina di Chioggia appena ricevuti da un anziano contadino della città marittima attendono di essere seminati, alla stregua di quelli del garofanino dei poeti.

In campagna stanno fiorendo, tra mari di graminacee, ranuncoli e caglio, due magnifiche, piccole piante di Orchis tridentata, meravigliosa orchidea spontanea tutta da ammirare a distanza e fotografare... ma di lei parleremo con più comodo in un'altra occasione.

Orchis tridentata. Foto di Andrea Mangoni. Ranuncoli. Foto di Andrea Mangoni.

In pollaio le parole d'ordine sembrano essere "chioccia" e "pulcini": tre galline hanno portato a termine le loro covate, una tacchina ed un'anatra muta stanno facendo altrettanto, un'altra anatra ed un'altra gallina stanno per diventare chioccia, ed i pulcini più vecchi crescono mettendo su peso e penne in ugual misura.

Chioccia con pulcini. Foto di Andrea Mangoni Chioccia con pulcini. Foto di Andrea Mangoni. Pulcino di Polverara. Foto di Andrea Mangoni. Pulcini cresciutelli. Foto di Andrea Mangoni.

Infine anche i bruchi di Saturnia pavoniella sono finalmente nati: una ventina sono stati tenuti e allevati su un alberello di pero acquistato per l'occasione (una Butirra Hardy, antica varietà francese), mentre le restanti centinaia sono state affidate a biancospini, prugnoli e salici delle mie rive, ed ai rovi di un'area abbandonata. Speriamo solo che qualcuno di loro possa cavarsela contro il mare di predatori pronto a farne un boccone, per tornare a volare la prossima primavera... ma anche questa è Vita. Alla prossima!

I bruchi neonati di Saturnia pavoniella in libertà sul biancospino. Foto di Andrea Mangoni.
Ajuga reptans. Foto di Andrea Mangoni.

Fino all'anno scorso non ne avevo mai visto una nella mia campagna. Poi, pochi giorni fa, ecco una macchia azzurro-violetta sulla riva del fossato. E un'altra piantina lungo la carreggiata. E ancora un'altro gruppo di esemplari, stavolta molto bassi, in giardino.

La marcia della bugola (Ajuga reptans) nel farsi strada tra i miei pensieri sembra esssere inarrestabile... anche alla luce del fatto che sotto la palma davanti alla mia terrazza ne sta nascendo un'altra. Ma in verità è un tipo di "invasione" che mi piace molto, così la assecondo e mi faccio contagiare: una vanga, due passi in campagna, e due belle piantine fiorite finiscono in terrazza nel vaso dell'erba luigia, a far compagnia a lei ed ai ciclamini. E' un po' una mia fissa, qulla di ricreare nei vasi grandi i principi base del cottage garden, dove accanto a piante di una qualche utilità... culinaria, crescono anche piante spontanee e coltivate da fiore. Ed il fiore della bugola è a mio avviso uno dei più belli e delicati che offre il mese d'aprile.

Bugola (Ajuga reptans) in vaso, con erba luigia e ciclamini. Foto di Andrea Mangoni.

La bugola appartiene alla vasta famiglia delle Lamiaceae, e deve il proprio nome specifico (reptans) alla facilità con cui forma stoloni e, da questi, nuove piante. Tale caratteristica la rende una perfetta tappezzante per i giardini, specie quelli in posizione di mezz'ombra, in cui le piantine in questione si naturalizzano velocemente formando ampie macchie colorate. Gli steli fioriti, alti 10-15 cm, illuminano di azzurro-violetto anche gli angoli più smorti, vista anche la capacità di questa specie di adattarsi alle più svariate condizioni del terreno, anche se sembra comunque apprezzare terreni ricchi ed una certa umidità, per cui in natura la si vedrà spesso lungo le rive dei fossati o in prati solitamente umidi. La sua capacità di formare rapidamente macchie fitte ed estese le permette anche in una qualche misura di mantenere essa stessa il suo umido e fresco.

Ajuga reptans è una perenne che può essere riprodotta molto facilmente, semplicemente mettendo a radicare gli stoloni che essa produce; volendo si può provare anche la moltiplicazione tramite semi, ponendoli direttamente a dimora e ricoprendoli con un leggero strato di terriccio.

In commercio si trovano anche diverse cultivar di questa bella piantina: particolarmente interessante sembra la varietà atropurpurea, caratterizzata da foglie quasi porpora e da fiori con sfumature bronzate, o la burgundy glow, a foglie viola-rosate. Tra i vivai che ospitano in catalogo una certa selezione di cultivar di questa specie (così come di altri rappresentanti del genere Ajuga), vale la pena ricordare il vivaio Priola, da sempre specializzato in erbacee perenni.

Ajuga reptans. Foto di Andrea Mangoni.
Pietro Mangoni. Foto di Andrea Mangoni. Pietro Mangoni. Foto di Andrea Mangoni. Pietro Mangoni. Foto di Andrea Mangoni.
www.semenostrum.it

In un commento sul bellissimo blog di Zia Artemisia, BaiLing ha segnalato qualche tempo fa un sito che mi ha incuriosito, e che sono subito corso a vedere.

Il sito in questione, semplicissimo nella veste grafica ma ricchissimo per le prospettive che offre, è quello di

http://www.semenostrum.it

SemeNostrum è un'azienda agricola nata come "spin off" dell'Università di Udine, e si occupa di coltivare un'ampio ventaglio di specie vegetali tutte però accumunate da un fattore fondamentale: si tratta sempre di essenze autoctone.

Fiordalisi, campanule, achillee, margherite: tutte le piante prodotte e commercializzate sono originarie delle nostre regioni, e per di più sono realmente "locali": non vengono cioè da altri Paesi, ma preservano il patrimonio genetico delle NOSTRE campagne, in particolar modo proponendo quelle essenze che formavano il cosiddetto prato stabile, oltre ad altre spontanee tipiche di altri ambienti. I semi vengono venduti o in purezza o in miscugli appositamente selezionati e controllati.

E' un'iniziativa eccezionale, che permette davvero di poter avere sotto mano materiale di base di ottima qualità per iniziare, o continuare, il nostro giardino naturale. Visitate il loro sito!

Coppia di Saturnia Pavoniella (Saturnia pavoniella pair). Foto di Andrea Mangoni.

L'anno scorso ho parlato di una specie di lepidotteri davvero bellissima, la pavonia minore italiana (Saturnia pavoniella). Vi avevo raccontato di come, tra l'altro, l'amico Marco Uliana mi avesse fornito una decina di bozzoli di questa specie. Questi ultimi, protetti da una gabbietta di rete metallica, hanno trascorso l'invenro in terrazzo, godendo dei cambiamenti climatici in maniera naturale ma nel contempo protetti dai predatori.

Particolare dell'ala di una femmina di Saturnia Pavoniella. Foto di Andrea Mangoni.Ebbene, nei giorni scorsi i primi bozzoli si sono finalmente schiusi! Le prime a vedere la luce sono state due belle femmine, dalla delicata livrea grigia, marrone e rosea, decorata da grandi occelli vistosi. I due animali sono stati sistemati in una gabbietta e quindi lasciati tra i rami degli ulivi di fronte a casa. Il perchè è presto detto: la speranza era quella che le due femmine potessero richiamare, grazie ai loro feromoni, eventuali maschi selvatici presenti nei dintorni. La gabbietta metallica da un lato permette agli insetti di emanare i propri effluvi amorosi e persino di accoppiarsi, e dall'altro li protegge dalle poco invidiabili "attenzioni" dei numerosi merli del vicinato.

Dopo un giorno di nulla assoluto, il primo maschio giunge all'orizzonte nel pomeriggio dell'altro ieri!! E' stato davvero emozionante veder arrivare un esemplare selvatico, dal volo simile a quello di una grande Vanessa, perchè francamente non speravo ne esistessero ancora da queste parti. E' vero che possono però essere attirati dagli effluvi femminili anche da diversi chilometri di distanza, se il vento è favorevole! Comunque sia, mi ero premunito liberando in giardino anche un maschio, fratello delle femmine e schiuso la mattina stessa.

Il risultato? Un disastro!! Il maschio di allevamento sparito in pochi minuti, veleggiato via verso altri lidi. Ogni tanto tornava alla carica, cercando di individuare le femmine ma senza riuscirci... e qui mi viene un'osservazione. Qualcuno ha detto, parlando di alcune falene, che da giovani sono degli apparati digerenti con le gambe (i bruchi) e da adulti sono degli apparati riproduttori con le ali. E a mio avviso aveva perfettamente ragione: se l'evoluzione avesse lasciato ai maschi qualche senso ben funzionante in più, oltre all'odorato (che so... la vista?), magari non sarebbero arrivati a dieci centimetri dalle femmine per poi girarsi ed andar via.

Coppia di Saturnia pavoniella (Saturnia pavoniella pair). Foto di Andrea Mangoni.

Il maschio selvatico invece è arrivato abbastanza vicino alle femmine da riuscire quasi ad accoppiavicisi... Quasi, appunto. Era vecchio, allo stremo delle forze, ed i suoi tentativi di copula sono stati vanificati dalle femmine che si lasciavano cadere al minimo contatto. Lui ha provato, provato e riprovato.... nulla. Alla fine è morto di stanchezza, stremato dagli sforzi amorosi.

Per fortuna ieri, dai bozzoli, è emerso un altro maschietto. Stavolta non ho voluto rischiare troppo: Tenuto con una delle femmine in una gabbietta, dopo qualche inseguimento è riuscito a "placcarla" a terra con una mossa degna di wrtestler americano e ad accoppiarsi con essa. Il buon esito dell'accoppiamento è stato sugellato la sera stessa: la donzella ha iniziato a deporre decine di uova. Il maschio nel frattempo è stato liberato, in maniera che possa eventualmente cercare di fecondare altre femmine. Stamattina, infine, ha visto la luce un'altra coppia di insetti. Questi saranno lasciati senza problemi in gabbia, fino a copula avvenuta; quindi anche stavolta il maschio sarà liberato, e la femmina trattenuta quel tanto che basta per ottenere una deposizione in sicurezza.

Gli altri adulti che avessero a nascere, così come le uova in eccesso, saranno liberati in natura: in parte lungo la siepe della mia campagna, in parte invece in un'ara abbandonata infestata di rovi, una delle piante nutrici di questa bellissima specie. Un piccolo gruppo di uova, invece, verrà fatto schiudere in cattività ed i bruchi liberati su di un albero da frutto, protetto da una coltre di tulle fine, per avere la certezza che almeno qualcuno di loro possa arrivare allo stadio di pupa: questi animali hanno infatti numerosi predatori, dalle formiche agli imenotteri parassiti, per non parlare di molti piccoli vertebrati. Continuerà quindi così il piccolo progetto di costituire una nuova colonia di questi bellissimi insetti nelle mie terre, per renderle ancora più ricche di vita e per proteggere, con un gesto piccolissimo ma molto concreto, la biodiversità di quest'angolo di pianura veneta.

Maschio di Saturnia Pavoniella (Saturnia pavoniella male). Foto di Andrea Mangoni

Tarassaco (Taraxacum officinale). Foto di Andrea Mangoni.
In questa stagione i campi primaverili si tingono di giallo: il giallo, profondo e allegrissimo, dei fiori di tarassaco (Taraxacum officinale).
Boccioli di tarassaco (taraxacum officinale). Andrea Mangoni.
Questa pianta, conosciuta da sempre con vari nomi, tra cui quello veneto di pissacàn, è nota per le sue proprietà antireumatiche e diuretiche; il tarassaco si può utilizzare in cucina in moltissimi modi. I fiori possono essere passati in pastella e quindi fritti; le foglie possono essere saltate in padella con l'aglio, o aggiunte crude a deliziose insalate che arriscono col loro sapore amarognolo; o ancora, pare che dalle radici pulite e tostate si possa ottenere una sorta di caffè. Ma anche i boccioli trovano la loro collocazione, in cucina: con essi si possono infatti preparare degli eccellenti sostituti dei capperi. Ed è proprio di questo che vi vorrei parlare con questo breve articolo.
Capperi di tarassaco. Foto di Andrea Mangoni.
Prima di tutto una raccomandazione: raccogliete solo piante di specie che conoscete BENE, e raccoglietele solo se siete certi che non possano essere state esposte ad agenti chimici tossici (inquinamento, pesticidi, ecc...). Cosa molto importante, raccogliete i boccioli quando sono ancora abbastanza vicini al terreno e chiusi, quando cioè il fiore non è ancora del tutto formato ed aprendoli non trovate i petali gialli; in caso contario i capperi saranno troppo stopposi per essere mangiabili! Togliete il gambo ed eliminate le brattee del calice, lavateli delicatamente con acqua e bicarbonato, risciacquateli ed asciugateli con uno strofinaccio, con molta attenzione. Mettete uno strato di sale marino grosso sul fondo di un barattolo, posate uno strato di capperi, alternate con un altro strato di sale, e così via fino a riempire tutto il barattolo. Se dopo alcuni giorni il sale si è impregnato di liquido, andrà sostituito. Una ricetta alternativa vuole che i capperi di tarassaco debbano essere preparati semplicemente sott'olio. Possono essere consumati in insalata o sulla pizza, con le cipolline ed i pomodori o come avreste consumato i normali capperi.
E se li consumate in inverno, chiudete gli occhi e immaginate i piccoli soli delle corolle del tarassaco illuminare la campagna.

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Il capolino pieno di semi di un tarassaco (Taraxacum officinale). Foto di Andrea Mangoni.
Viola odorata. Foto di Andrea Mangoni.

Ancora un post sulle viole. Le foto che trovate rappresentano Viola canina, Viola odorata, e la famosa Viola d'Udine... ma visto il colore mi verrebbe più da pensare alla Viola di Parma! Qualcuno sa sciogliere l'enigma?? In attesa di tornare a parlare di altri fiori, stavolta solo selvatici e bellissimi (le orchidee spontanee, soggetto di un futuro articolo), vi lascio con queste immagini. ciao!

PS Dimenticavo!! Vista l'abbondanza di fiori, ho seguito i consigli della Zia Artemisia e li ho usati per aromatizzare lo zucchero. Come? Cliccate qui e leggete la sua ricetta!!

Viola e muscari. Foto di Andrea Mangoni. Viola odorata. Foto di Andrea Mangoni. Viola canina. Foto di Andrea Mangoni. Viola d'Udine. Foto di Andrea Mangoni. Viola canina. Foto di Andrea Mangoni.

Americanina. Foto di Andrea Mangoni.
Sono tra noi. In tutta Italia, dispersi nei pollai di ciascuna regione, esistono polli di piccola o piccolissima taglia che vengono allevati da decenni pur senza che si sappia quale sia la loro origine. Americanine, Titine, Francesine, Chichine, Pugliesine; sono solo alcuni dei tanti nomi che questi animali si vedono affibbiare su e giù per lo stivale.
E non c'è certo una grande uniformità nelle loro caratteristiche: cresta semplice, o a rosa, o a noce, o a pisello; orecchioni bianchi, bianchi striati di rosso, rossi; tarsi gialli, o neri, o verdi, o bianchi, calzati o meno; ciuffo presente o meno; colorazioni infinite. In genere, solo due cose le accomunano: la piccola o piccolissima taglia (in genere da 500 a 1000 gr) e l'eccezionale propensione delle femmine a covare.
Americanina. Foto di Andrea Mangoni.
Qualunque anziano sarà disposto a giurarvi di averle sempre viste nei pollai, ma curiosamente non se ne trova menzione in nessun testo storico degli scorsi due secoli; non si sa chi siano i loro antenati, da quali razze possano essere derivate, nulla. I vari nomi a loro attribuiti non hanno di solito alcuna attinenza con una reale provenienza geografica: di norma vogliono solo significare che sono animali giunti da lontano, che non facevano parte dei polli locali. Eppure questi polli nani continuano a prosperare, proprio per la loro straordinaria vitalità e per la capacità di dar vita ad una prole sana e forte senza alcun aiuto da parte dell'allevatore, anzi: spesso capita che una di queste gallinelle sparisca e si rifaccia viva poi, dopo 3 settimane, con un codazzo di minuscoli pulcini dietro. Così, accoppiandosi a casaccio con le varie tipologie di pollo localmente disponibili, di generazione in generazione gli animali cambiano continuamente il proprio aspetto, mantenendo però inalterate taglia e istinto alla cova. Queste gallinelle fanno uova piccole, è vero, ma munite di un tuorlo in proporzione più grosso di quello presente nelle uova di dimensioni maggiori. Hanno anche il grande vantaggio di mangiare poco e di essere fondamentalmente autonome, specie se hanno a propria disposizione un pascolo adeguato.
Solo pochi ceppi in Italia sono stati selezionati tanto da poter parlare, riferendosi ad essi, di razze. Anzi, in verità ne è riconosciuto solamente uno: la razza Mericanel della Brianza, di cui spero avremo modo di parlare in futuro. Altri ceppi locali somaticamente molto uniformi devono però essere ancora selezionati a dovere. E' il caso ad esempio del Mugellese o Mugginese. Vanno poi menzionati tanti giovani alevatori che proprio in questi anni stanno selezionando i propri ceppi di Americanine con la stessa passione che dedicano a razze riconosciute e "blasonate", ottenendo risultati davvero molto interessanti. Anche di alcuni di questi spero di poter parlare meglio più avanti.
E nel mio pollaio? Beh, recentemente anch'io ho dovuto capitolare: di fronte all'esigenza di avere chiocce e balie per i miei Polverara, ho portato a casa tre Chichine (nome locale dei polletti nani). Sono gli animali che vedete in foto. Le prime due pesano circa 1 Kg, quella qui sotto - minuscola!! - non arriva ai 400 gr. Hanno già iniziato a deporre... non ci resta che vedere se saranno in grado di mantener alta la propria fama di incubatrici naturali e madri premurose.


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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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Americanina. Foto di Andrea Mangoni.
La nuova covata!! Foto di Andrea mangoni.

Questo è stato davvero un gran week-end!! Tra domenica e lunedì, infatti, c'è stata la schiusa della terza covata dell'anno! La seconda era avvenuta una settimana fa, ma le uova non le avevo seguite io: erano state affidate alla chioccia di un amico. Ma torniamo a questa schiusa. Delle 16 uova affidate alla mia Covatutto 16, 5 si erano rivelate infertili alla prima speratura. Le restanti 11 si sono schiuse tutte! Solo un pulcino ha avuto dei problemi, tutti gli altri se la sono cavati alla grande. Sono 2 Polverara Rossetto pure, due incorci di Polverara, e 7 di... un'altra piccola meraviglia.

Questo è uno dei due Polverara puri di ceppo Rossetto, figlio di Pippo. Promette bene, con la cresta a cornetti già visibile!

Pulcino di Polverara. Foto di Andrea Mangoni.

Questo invece è un pulcino di un'altra razza... della famosa "razza misteriosa" che sto seguendo. Di che si tratta? Beh, per dare un paio di indizi potremmo dire che in origine non aveva cresta a rosa, come questo pulcino, ma cresta semplice... e soprattutto che è considerata ufficialmente estinta... Curiosi? Tra qualche mese ne saprete molto di più!! Intanto vi lascio con questo primo piano...

Primo piano di... una razza misteriosa! Foto di Andrea Mangoni.
Viola mammola. Foto di Andrea Mangoni.

La primavera ha portato i suoi frutti. O meglio, i suoi fiori. Buona parte delle piantine di violetta da me ripicchettate ed amorevolmente accudite nel corso dell'estate scorsa ora è in piena fioritura. La bordura a nord inizia ad essere un tappetino viola e verde costellato di pratoline, fragole selvatiche, muscari, nepeta e menta piperita. Le tanto agognate Viola d'Udine e Viola Conte di Brazzà si stanno facendo attendere... la loro fioritura è un po' in ritardo. La Coeur d'Alsace poi, dopo un inverno terribile (per lei) in cui è quasi morta, ha fatto un solo, misero fiorellino. Nel giardino invece è spuntata una piantina di una viola mammola più chiara e tendente al ciclamino... chissà? Comunque sia, mi è giusto capitato sotto gli occhi in questi giorni un testo in inglese del 1868, dove si spiega la coltivazione della violetta così come era effettuata nel 1868; giust'appunto in una bordura a nord, come la mia. La mia traduzione dall'old English è forse un po' approssimativa... ma spero me la passerete. Alla prossima!

La viola mammola più pallida. Foto di Andrea Mangoni.

[Quando nella primavera scorsa ho visitato il signor Dore, dei Juniper Hall Gardens, sono stato molto colpito dalle sue eccellenti Violette; erano nella migliore salute possibile, e abbondantemente in fiore, i fiori come splendidi esempi individuali di coltivazione delle Violette. Il signor Dore mi ha gentilmente fatto conoscere il suo metodo di coltivazione, e la sua semplicità combinata con i risultati che ho visto, mi induce a renderlo noto prima ai lettori del Florist e Pomologist. - Wm Greenshields.]

In aprile, diciamo verso la metà del mese, scelgo un pezzo di terra sulla bordura a nord, e se non è già in buone condizioni deve essere portato ad esserlo con una generosa aggiunta di letame ben decomposto e humus di foglie, che può il più delle volte essere ottenuto dai vecchi appezzamenti coltivati a melone, e simili. Io incorporo questo (fertilizzante, n.d.t.) con il terreno della bordura, per la profondità di trenta o quaranta centimetri. Vado quindi a selezionare alcuni dei migliori stoloni radicati ottenuti dalle piante dell'anno scorso - questi saranno ben radicati come accuratamente previsto, e mantenuti puliti mentre le piante madri erano in fiore. Essi dovrebbero essere piantati in filari, larghi dai 30 ai 45 cm, il che permetterà che il terreno sia mantenuto aperto e pulito - un punto di grande importanza.

Gli stoloni di cui parlavo sono selezionati in luglio o in agosto, circa quattro o cinque per ciascuna pianta, sono adagiati nel suolo, e quando le piante sono trapiantate, ai primi di ottobre, sono ben radicati. Io quindi prelevo le piante con una buona zolla di terra, e le sistemo, con i giovani stoloni radicati, in un vecchio cassone per meloni (credo di aver capito si trattasse di una sorta di cassone di legno con coperchio a vetri, n.d.t.), il più vicino possibile al vetro. Se c'è rimasto un po' di calore nel letto della fossa, radicheranno e si stabiliranno nei loro quartieri invernali molto velocemente; ma non apprezzano un calore eccessivo. Essi sono piantati piuttosto fittamente nella fossa, lasciando appena tra le piante lo spazio sufficiente affinchè possano svilupparsi nuovi stoloni – essendo questi stoloni le piante giovani per l'anno successivo. Si deliziano nel terriccio di foglie ben decomposte, che uso in buona parte per farle fiorire.

Anche se non temono il gelo, trovo che tenendole così fioriscono più abbondantemente e danno fiori migliori. Io, quindi, fornisco un riparo extra in caso di maltempo, e sembra sempre, senza alcuna difficoltà, di raccogliere in abbondanza fiori da novembre fino a che non le impianto in aprile.

Hogg, R. (1868). The Florist and pomologist. Journal of Horticulture Office.

La bordura delle viole. Foto di Andrea Mangoni.
Gallo di Italiana a Collo Nudo. Allevatore Loris Traverso, foto Andrea Mangoni.
Nei cortili delle famiglie che allevano ancora galline si vedono quasi sempre i classici ibridi commerciali rossicci, mescolati a volte ad altrettanto rossicci esemplari dotati di una peculiare caratteristica: il collo totalmente glabro, che conferisce loro l'aspetto di sgraziati avvoltoi. In realtà, oltre ai soliti ibridi, esistono razze diverse dotate di questo particolare anatomico così buffo. In particolar modo in Italia si può ancora trovare in alcuni allevamenti la vecchia razza Italiana a Collo Nudo, caratterizzata da orecchioni bianco giallastri e taglia inferiore ai ceppi commerciali, buona ovaiola, che talvolta conserva ancora l'istinto alla cova.
Da dove ci proveniva? Forse dalla Romania, ove ancor oggi esiste la razza Collo Nudo di Transilvania. Negli anni '30, così parlava della Collo Nudo in Italia il cav. Italo Mazzon:
"Per finire, accenno alla «collo nudo» - qualcuno mi tirerà la croce addosso; ma io la ricordo da oltre cinquanta anni, per quanto i manuali la dicano di Transilvania. E’ sempre quella, come quando era la prima volta. E’ gallina robustissima, rustica e di facile allevamento – produce uova molto grosse e molte. Si può dire che di galline «collo nudo» ce ne siano in quasi tutti i pollai – sono invece rarissimi i galli di tale razza; ciò malgrado la «collo nudo» si riproduce fedelmente con le sue speciali caratteristiche dimostrando, con questo, quanta vitalità e resistenza, all’immissione di altri sangui, siano in questo animale così tipico. Non è molto apprezzata come gallina da carne fine, ma la credo facilmente suscettibile di miglioramento in questo senso, malgrado la resistenza a mantenersi pura; però non è a dire che il consumatore la ripudi; anzi quando constata la ricchezza di carne al petto e alle coscie, la preferisce per la sua tavola. Insomma, locale o meno, la «collo nudo» è una razza che nella padovana è abbastanza diffusa e che merita di essere più curata, tanto più da quando l’orecchione bianco è venuto a sostituire il rosso.
Galline di Italiana a Collo Nudo. Allevatore Loris Traverso, foto Andrea Mangoni.
[...] Molti scrittori che hanno descritta questa razza non si accordano intorno alla sua origine – c’è chi la dice originaria dai Carpazi, altri le danno per patria Sumatra, l’Isola di S. Maurizio ecc. Da noi s’è divulgata da tanto tempo che, nessuno saprebbe dire, quando sia arrivata. Molto diffusa prima della guerra lo è meno ora, anche perché se, nei cortili di campagna, si trovano facilmente delle buone galline a collo nudo, il gallo è raro assai. Forse fra noi ha subito l’ambientamento e quindi ha qualche differenza con i «collonudo» che vengono dal di fuori e che si dicono di Transilvania. E’ indubbiamente una razza robustissima e d’una rusticità eccezionale; è precoce e molto redditiva. Produce uova numerose e grosse e carne assai buona – petto e coscie ne sono forniti molto abbondantemente. La caratteristica del collo denudato, ornato nella parte anteriore di una folta cravatta di piuma, ne fa un animale originalissimo. Cresta semplice, non molto sviluppata, dentellata irregolarmente, eretta sulla fronte d’onde parte una calotta di penne che scendono alla nuca e la ricoprono. E la caratteristica del collo nudo ha certo del dominante, tanto che si riproduce anche sotto l’influenza dell’incrocio e questo spiega come, nelle nostre fattorie, si riproduca anche senza il proprio gallo, acquisindo però altri caratteri, come quello delle penne alle gambe, colore del mantello, sviluppo scheletrico e l’orecchione bianco. Solo, per l’orecchione rosso, non la possiamo registrare fra le razze nostrali originarie, ciò nulla meno la vediamo con simpatia nei nostri cortili e non sarebbe male, fosse chiamata a sostituire parte del bastardume che s’annida in certi pollai di campagna dove, si nega asilo alle nostre buone razze, per tenere animali strani che molto consumano e nulla, o quasi, rendono. Il collo così nettamente denudato è in forte contrasto con la ricchezza della coda – non è certo un animale piacente ma, qualora si voglia considerare il suo reddito in carne ed uova, anche l’occhio può posarsi, con una certa simpatia, sulla gallina così strana ed originale e così redditizia. Non ho mai sentito dire che al «collo nudo» si geli la cresta – non nell’invernata 1889-90, non nella ultima del 1929-30 che, ci regalò, più d’una notte, ben 22 gradi sotto zero."
Questa la testimonianza di Mazzon. Per dire di più, vale certamente la pena di spiegare che Mazzon aveva ragione: il carattere del collo privo di penne è dovuto al gene Na, incompletamente dominante. Pare cioè che in condizioni di eterozigosi la presenza di un solo allele Na produza un collo nudo che mostra però sul davanti una folta cravatta di penne, mentre la presenza di due copie di questo gene produce un collo totalmente glabro.
Personalmente ho avuto modo di osservare dei collo nudo palesemente ascivibili a ceppi autoctoni solo presso un allevatore vicentino, il sig. Loris Traverso, che possiede da anni un ceppo di Collo Nudo a orecchioni bianchi recuperato nei territori compresi tra Padova e Vicenza. Gli animali in questione, selezionati per la taglia e la forma ma non per la colorazione, presentavano peso attorno ai 3 Kg per i galli ed ai 2,5 Kg per le galline, con cresta semplice leggermente ripiegata di lato, orecchioni bianchi con poche striature rossastre, mantelli variabilissimi e soprattutto ogni esemplare mostrava il famoso cravattino. Ora, il non aver visto nessun animale a collo totalmente nudo mi lascia ovviamente perplesso, in quanto se il ceppo mostrasse omozigoti cravattati come gli animali descritti dal Mazzon ci si troverebbe davanti ad un'eccezione delle regole di trasmissione di Na... o forse addirittura ad un suo allele? Alla prima occasione cercherò di far luce su questo aspetto curioso della storia dei suoi polli... Nel frattempo vi lascio con qualche scatto dei suoi esemplari. Alla prossima!
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Esemplari di Loris Traverso. Foto Andrea Mangoni.
Bibliografia: Mazzon, I. (1934). Pollicoltura Padovana - Storia monografia delle razze padovane. Tip. Antoniana, Padova.


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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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Gallina di Italiana a Collo Nudo. Allevatore Loris Traverso, foto Andrea Mangoni.
Airone bianco - Casmerodius albus. Foto di Andrea Mangoni.

L'auto chiede di esser rallentata. No, non lo chiede: lo urla. Di fianco a lei il campo inondato di nebbia, con la sua terra rossa e gravida di umidità, fa da sfondo ad una danza meravigliosa.

E' un airone bianco (Casmerodius albus) , solitario, che avanza volando nella nebbia tono su tono, come un fantasma. Solca l'aria silenzioso come un ciuffo di semi di tarassaco trascinato dal vento, poi si ferma e rimane così, per un attimo, ad ali aperte, come un assetato d'aria in attesa di un refolo di vento. quando si ferma del tutto è una scultura d'arte moderna, le linee essenziali e minimaliste, i colori semplici e perfettamente fusi con ciò che lo attornia.

La macchina non può fermarsi per più di pochi minuti, ma questo mi basta. Le immagini sanno vivere ed imprimersi nel cuore anche quando vivono solo per pochi secondi.

Torno a scrivere dopo un periodo difficile e complicato, causa parenti in ospedale e soprattutto pargolo quasi agli sgoccioli. Torno però con fotografie di VITA!

Ecco, dopo un po' di patimenti, i primi tre nati dell'anno! Incroci di Polverara e... beh, diciamo che l'altra razza resterà un piccolo mistero per qualche mese ancora, fino a quando non ve ne parlerò fino alla nausea... ;-)!

Pulcini. Foto di Andrea Mangoni. Pulcini. Foto di Andrea Mangoni. Pulcini. Foto di Andrea Mangoni.