Oedemera flavipes


Vicino a un vecchio abbeveratoio, in giardino, ho piantato della menta selvatica (Mentha suaveolens) raccolta lungo una delle strade di campagna del mio paese. Da brava menta si è moltiplicata, ha prodotto stoloni, e ora lotta per conquistare piccole porzioni di Prato con gli steli odorosi. E in questa stagione vale la pena di osservarli, questi steli, perché mostrano lunghe spighe di fiorellini bianchi che attirano dozzine di insetti, risultando così una delle piante più preziose del giardino per tanti piccoli impollinatori. E oggi, tra i tanti, ho visto un piccolo coleottero che amo sempre incontrare, nella bella stagione: un maschio di Oedemera, col suo lustro completo metallizzato, stava pasteggiando sui fiorellini candidi. L'animaletto era, palesemente, un maschio: lo tradivano infatti i femori delle zampe posteriori, notevolmente ingrossati. Le antenne, lunghe e sottili, vibravano nervose nella brezza. In Italia la famiglia Oedemeridae è rappresentata da poco meno di una ventina di specie, ma il colore metallico del corpo e le zampette anteriori arancio-rossastre svelavano chiaramente la sua identità: Oedemera flavipes, una specie che raggiunge gli 11 mm di lunghezza. 


Oedemera flavipes

Questi piccoli insetti si nutrono allo stadio adulto di polline e nettare, e grazie ai granuli pollinici che restano incastrati nella fine peluria del corpo possono fungere da impollinatori. Come ho già detto, il coleottero era un maschio. I rappresentanti del genere Oedemera hanno infatti un forte dimorfismo sessuale: le femmine hanno zampe posteriori normali, mentre nei maschi i femori di queste ultime sono ingrossati, e assieme in questo caso alla livrea metallizzata danno all'animale l'aspetto di un dandy elegante che indossi degli assurdi pantaloncini alla zuava gonfi come palloni. Ma ciò che mi affascina sempre di più, in questi insetti, è come appaiono se visti da vicino: l'esoscheletro chitinoso, infatti, è di un verde bottiglia metallico con sfumature bronzee, e sembra lavorato a sbalzo da un sapiente artigiano dotato di infinita pazienza. Un altro dei piccoli, meravigliosi gioielli che la nostra natura ci regala, a solo saperla osservare da vicino.

Oedemera flavipes



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maschio di anatra muta


Le anatre mute che ho portato a casa settimane fa si sono adattate bene alla loro nuova dimora. Sono animali molto tranquilli e tra i più semplici - e silenziosi! - avicoli da allevare. Solo quando agitati, ad esempio se mi avvicino troppo, sollevano i ciuffi di penne sul capo e il maschio inizia a soffiare, col collo che avanza e arretra ritmi valente come uno strambo stantuffo. Amo la loro livrea, elegante e semplice, e soprattutto amo i loro grandi occhi scuri, che sembrano piccoli laghi neri. Sono sempre vivaci e attenti, e sembrano scrutarmi con benevolo interesse - ma anche con un po' di diffidenza - quando vado a cambiare e pulire loro l'acqua. Proprio l'approvvigionamento idrico andrà migliorato fortemente quest'anno. Voglio fare arrivare l'acqua corrente in tutti i recinti, in modo da garantire ai miei animali sempre la disponibilità costante di acqua. Per le anatre si tradurrà anche nella possibilità, per me, di pulire più efficacemente la vasca che funge loro anche come bagno privato e alcova. Si, perché queste anatre si accoppiano volentieri in acqua o - come ora, in cui la vasca è troppo piccola per ospitarle entrambe - nelle sue vicinanze. Così non è raro vedere maschio e femmina, congiunti, mentre bevono o si bagnano collo e testa. 

uova di anatra muta


 Da alcuni giorni poi la femmina ha scelto uno dei rifugi che ho predisposto per lei per deporvi le uova. Sono uova grosse, dal guscio verdastro e liscio, che sembra quasi alabastro. Non lascerò tutte le uova nel nido: ogni giorno ne lascio un paio, in modo che la femmina continui a deporre, e porto via le più vecchie. Le sto raccogliendo per destinarle all'incubatrice, conscio che richiederanno qualche sforzo in più rispetto alle uova di gallina per ottenere una buona schiusa. Una volta raccolta una dozzina di uova, lascerò le successive alla femmina, in modo che possa covarle ed espletare così il suo istinto materno. Sono ottime chiocce, di solito, le anatre mute, e madri premurose. Per quest'anno non cederò nuova o anatroccoli, e voglio invece puntare a tenere soggetti con caruncole sempre più nere come si vedevano nei quadri del XVII secolo, dove le anatre mute, da poco giunte in Europa ma già ampiamente allevate e selezionate, sfoggiavano le loro eleganti livree sulla tela per il piacere di pochi signori. Oggi ho il piacere di allevare questi animali diversi dai ceppo commerciali, pesanti e dotati di caruncole rosse; eleganti e leggeri, i miei soggetti sembrano invece usciti appunto da una tela seicentesca. Non vedo l'ora di poterne ammirare la nuova, soffice e zampettante generazione.

femmina di anatra muta


Cesto tradizionale in salice


Pochi alberi sono stati più diffusi, nelle campagne venete, dello stropàro, il salice da vimini (Salix viminalis). Piantato lungo i fossi o in testa ai filari di viti, lo stropàro rappresentava per i nostri contadini un vero e proprio tesoro. Da esso infatti si ricavavano le stròpe, rami di un anno che si usavano per legare le viti ai sostegni, o gli "stropèi", rametti più piccoli con cui invece si fissavano i tralci ai fili durante la potatura. Si iniziava a febbraio, a raccoglierne i rami sottili e flessuosi e a riunirli in fascine, che spesso venivano lasciate direttamente a terra, vicino ai filari delle vigne. Dalle fascine i contadini tagliavano gli stropèi, i rami sottili, e con gesti rapidi e sicuri legavano rami e tronchi. Erano estremamente solidi, gli stropèi: le legature fatte con essi duravano un anno o due senza problemi, e quando si rompevano bastava lasciarli sul prato, dove si sarebbero decomposti senza creare danno alcuno.



Del resto gli stròpari avevano più di una funzione, e non solo per l'uomo. Capitozzati e ceduati ogni anno, ben presto formavano tronchi contorti e bitorzoluti, ricchi di cavità e anfratti che offrivano riparo a mille specie diverse di animali: cinciallegra e passera mattugia vi facevano il nido, in primavera, mentre l'assiolo preferiva le cavità dei più grandi tronchi dei selgàri, i salici bianchi (Salix alba), piantati per ricavarne palerie. Nella rosura all'interno del tronco si stabilivano formiche, cetonie, persino il raro Osmoderma eremita. E poi ancora ramarri che si arrampicavano sul tronco, merli che intrecciavano i nidi alla base dei rami, dove questi crescevano più fitti, cerambici odorosi che ne minavano il legno e che i nostri nonni usavano per profumare il tabacco. Un microcosmo intero racchiuso in un solo albero.
Ma ovviamente coi salici non si facevano solo legacci. Le stròpe raccolte, lasciate seccare e poi riammorbidite lasciandole nell'acqua dei fossi venivano usate per produrre cesti e contenitori di varie dimensioni, che servivano per la raccolta dell'uva così come in cucina, o ancora per fare caponàre e gabbie per gli animali da cortile. Un tesoro di albero, dicevo, che - con lo scomparire del mondo rurale - si è certamente rarefatto ma che ancora resiste, lungo fossati e siepi, memore dei secoli passati. Perché - ricordiamolo, questi salici erano riprodotti per talea, coi figli e i nipoti che prendevano un ramo dello stropàro piantato da nonni e papà per farne un nuovo esemplare, e continuare la tradizione. E così, secolo dopo secolo, abbiamo realizzato cloni, copie dei salici da vimini che già gli antichi Veneti ai tempi dei Romani coltivavano allo stesso modo. Esseri viventi che vivono da centinaia di anni, passando di generazione in generazione, di mano in mano, di contadino in contadino, fino ad arrivare a noi, alle nostre campagne, ultima rappresentazione - e forse la più concreta - del concetto di immortalità.



Marzo è arrivato troppo presto. O forse è solo che febbraio è sembrato volare, avvolto (o meglio, travolto) da una dose di lavoro esorbitante e ottundente? Il tempo che mi è rimasto per la campagna è stato pochissimo, e quel poco l'ho dovuto forzatamente dedicare al frutteto che in questa stagione reclama le giuste attenzioni. Le prime fioriture stanno arrivando, e prima che le gemme turgide esplodano in boccioli rosei e candidi gli alberi vano potati, gli innesti fatti, i trapianti effettuati. Dalla potatura di quest'anno dipende, in pratica, il raccolto del prossimo anno: è ora infatti che influenzeremo la fioritura degli alberi della primavera dell'anno venturo. Al momento ho provveduto a potare peri, peschi, gelsi e albicocchi; per questi ultimi ho fatto appena in tempo, perché i loro fiori stanno già sbocciando, carnosi e bellissimi trasformando in nuvole rosee le chiome degli alberi.

Inoltre, anche quest'anno cercherò di portare nuove varietà nel frutteto, tramite innesti mirati. Da un anziano agricoltore ho avuto in dono marze di due varietà di pero antico, oltre che dei tralci di vite Corbinea o Corbinella; ho già provveduto a innestare i primi a spacco e a corona, sia su pero che su cotogno; la Corbinea la userò sia per rinnovare un vecchio filare sia per provare a innestare delle viti riparie nate lungo il fossato dai vecchi portainnesti di un vitigno ormai scomparso. Ho poi provveduto a invasare delle piante di ciliegio nate spontaneamente per poi innestarle con marze provenienti da una pianta che avevo a sua volta innestata a partire da un albero secolare trovato in una casa abbandonata d contadini. L'innesto a spacco è in questo caso uno dei più semplici: si prendono le marze, porzioni di rami dell'anno, e si affilano a cuneo nella parte inferiore. Si taglia il portainnesto, nel mio caso un franco, si effettua uno spacco diametrale abbastanza profondo e vi si infila la marza, facendo in modo che da un lato la corteccia di nesto e portainnesto (o meglio ancora, lo strato del cambio) coincidano. Si lega strettamente, si copre la ferita con mastice da innesti e si aspetta, speranzosi, di veder esplodere le gemme dando seguito all'eredità di queste antiche regine dei campi.


E così, ovunque ci si giri, ora, nella campagna dietro casa, ci si imbatte in rami tagliati. La potatura, come abbiamo detto, è importantissima. In generale cerco di rispettare la forma degli alberi, svuotando il centro della chioma, contenendone le dimensioni accorciando i rami con tagli di ritorno, eliminando i succhioni dritti l cielo come campanili. Cosa fare con gli scarti? Il legno migliore verrà destinato alla stufa, mentre parte dei rami più danneggiati sarà portata in campagna, nei cumuli accanto ai fossati, dove cerco di lasciare agli insetti xilofagi dei siti di deposizione invitanti, cosa di cui a ben vedere il picchio verde che continua a visitare la catasta di legna come fosse un fast food dovrebbe essermi grato. Alcuni dei rami più dritti e sottili mi potranno servire per qualche lavoretto, o nell'orto; altri invece diventeranno cenere da spargere sui campi, come concime. Nulla, in ogni caso, andrà sprecato. Ma marzo è arrivato, le gemme sono sempre più frettolose, e io devo sbrigarmi a finire questi lavori nel frutteto: mi attendono infatti le prime schiuse dell'anno, nuovi lavori in pollaio, e qualcosa da fare anche nella campagna. Via allora, bando alle ciance e continuiamo.




Mi ha sempre leggermente infastidito che la gente si riferisse, parlando con malinconia di qualcosa che stia finendo, come di qualcosa al tramonto. Sarà perché, nella mia campagna, amo la luce del tramonto, specie in inverno, quando già alle tre del pomeriggio a volte il sole è basso e illumina da dietro le erbe e gli animali, donando loro un'aureola incredibile, fatta di penne e foglie e steli intrisi di luce. Sarà perché la luce di quel sole che si appresta a scendere sembra diventare ancora più calda, ancora più accogliente, ancora più totalizzante del solito. Sarà anche perché al tramonto segue la notte, punteggiata di stelle, o luminosa di lune tonde e pallide, o buia e misteriosa come poche cose. Insomma, non trovo malinconia i questo momento della giornata, anche se lo devo accostare a qualcosa che sta finendo, perché quella fine diverrà l'inizio d'altro. Mentre cercavo una foto per un articolo ho scorso il mio archivio e tra tante immagini me ne è saltata agli occhi una (questa), scattata 14 anni fa, quando appena avevo iniziato a muovere i miei primi passi nel mondo dell'avicoltura. In essa, il primo gallo di Polverara da me acquistato sorvegliava le nostre storiche, vecchie galline mentre pascolavano serene, tra i vecchi filari di viti. E rivederla mi ha fatto uno strano effetto.

Ecco, io ancora non lo sapevo, ma dietro quella foto c'era un tramonto metaforico oltre a quello reale. Di li a pochi anni le viti sarebbero state sostituite da alberi da frutta, il vecchio ricovero distrutto e ricostruito, il pollaio completamente rifatto. Sarebbe cambiato il mio rapporto con quella terra, con quella campagna, e la passione per quella razza sarebbe stata la molla capace di far scattare tutto un mondo di cambiamenti. Scorrendo l'archivio fotografico compaiono le foto di centinaia di animali, alcuni dei quali completamente rimossi dalla mia memoria, ma al solo vederli riaffiorano ricordi ed emozioni di schiuse, nascite, accoppiamenti, morti. Tornano le foto degli amici, dei maestri, dei compagni di avicoltura, e penso al tramonto di certe conoscenze perse con le persone che non ci sono più. E in ogni foto vedo un tassello, una maglia di quella lunga catena che mi ha portato a questa foto, che rappresenta l'attuale indirizzo della mia campagna, della mia passione, della mia vita. E anche questa è una foto fatta al tramonto e parla di un tramonto, perché più che mai quest'anno sento che si stanno preparando grandi cambiamenti e che vedrò il tramonto di quella che è la mia attuale quotidianità.



Ma questo tramonto non può spaventarmi, mi trova in attesa di quella luce calda che aprirà la strada a nuovi capitoli di questa storia. Perché l'unico altro momento in cui si trova una luce così calda, radente e accogliente è l'alba. Ricordo un anno in cui tutti i miei animali, che dormivano fuori, sugli alberi, anche nei mesi più freddi, si radunavano insieme all'alba tutti diretti verso il sole nascente, pronti a scaldarsi dei suoi raggi. Ed è questo che cerco nella vita: che la luce calda del tramonto di qualcosa si trasformi nell'altrettanto calda e avvolgente luce di un alba, nell'inizio di nuove avventure, nell'immersione vivifica nel cambiamento non fine a sé stesso ma indirizzato e motivato, spinto dalla passione e dall'ostinazione. E allora, ancora una volta, ci saranno nuovi tramonti e nuove albe. Grazie a Dio.



Come curare i pulcini


In Avicoltura ogni volta che inizia la stagione riproduttiva l'ansia è tutta per pochi, salienti momenti: quelli delle schiuse. I pulcini sono le vere superstar: attendiamo trepidanti di vederli nascere, aspettiamo che emergano dalle uova, ci preoccupiamo del fatto che c'è la facciano o meno. E subito dopo la schiusa li guardiamo, li ammiriamo, cerchiamo di capire se saranno latori di buone caratteristiche e se potremo tenerli con noi a lungo, magari chiedendoci se diventeranno i nuovi riproduttori. Ma è dopo la schiusa che arriva la vera sfida: far crescere al meglio i pulcini. Ecco quindi alcune note su come provvedere ai loro bisogni nelle prime settimane.

Appena nati andranno spostati in una gabbia o allevatrice dotata di una fonte di calore. Può trattarsi di una lampada riscaldante o di una chioccia artificiale, l'importante è che permetta ai piccoli di vivere alla giusta temperatura.
Nei primissimi giorni la fonte di calore dovrà creare nell''allevatrice una zona a 37°C circa, zona in cui i piccoli si raduneranno per gioire del tepore. Questa temperatura andrà via via diminuendo coi giorni, fino ad arrivare a 20°C verso i 20 giorni di vita. In questo senso, la lampada riscaldante risulterà molto comoda permettendo di sollevarla a varie altezze, appesa a un cavalletto, in modo da variare la temperatura percepita al suolo. C'è in modo semplice di capire se la quantità di calore erogata è corretta: osservare i pulcini. Se scorrazzano tranquilli, la temperatura è ok. Se sono tutti ammassati sotto lampada, hanno freddo; se invece si allontanano e restano costantemente ai bordi della gabbia, hanno troppo caldo.
Io uso un mangime primo periodo per i primi due mesi, senza coccidioststico, che sostituisco dai due ai quattro mesi con un secondo periodo integrato con erbe e verdure finemente triturate. Mano a mano che i piccoli crescono vengono spostate in gabbie più grandi, che servono principalmente per difenderlo dai moltissimi predatori che li potrebbero divorare. Verso i due mesi e mezzo i pulcini sono gradatamente abituati a vivere fuori, e ad uscire dalla gabbia: basterà lasciare la porta a porta e dar loro modo piano piano di esplorare il mondo circostante. La gabbia resterà a loro disposizione, luogo sicuro in cui rifugiarsi in caso di bisogno.
È importante che, all'inizio, il pascolo non sia a diretto contatto con quello degli adulti. In questo modo potranno rafforzare le difese immunitarie prima di entrare in contatto inevitabilmente coi parassiti che accompagnano i loro genitori.

Come curare i pulcini


Un tempo la cura e la gestione dei pulcini era legata a tradizioni antiche. Qui in Veneto ad esempio ai pulcini, nati sotto la chioccia, veniva offerto come primo cibo un pastoncino di farina di mais cui veniva mescolato un po' di vino o di aceto, a poco a poco, in modo da ottenere una consistenza grossolana. Questo cibo, integrato quando possibile con un uovo sodo sbriciolato, rappresentava la base dell'alimentazione dei piccoli e della loro balia. In seguito venivano posti al pascolo, sotto una caponàra, ovvero una gabbia con maglie abbastanza grande da trattenere la chioccia ma abbastanza piccole da lasciar girovagare i pulcini, che potevano così esplorare i dintorni e spiluccare steli e insetti pronti a rintanarsi sotto le ali della mamma al primo chiocciare di richiamo. Le famiglie che allevavano i cavalieri, ovvero i bachi da seta, potevano integrare la dieta dei pulcini anche con le crisalidi che venivano sacrificate per ottenere i bozzoli sericei. Verso il mese di vita gli animali venivano lasciati seguire la gallina, ma il loro pastoncino veniva comunque servito dentro la caponàra, per evitare che gli altri polli mangiassero il cibo destinato ai pulcini. E quei pulcini diventavano poi, assieme alle uova, il motore di quella economia familiare gestita dalle paròne de casa, le contadine, che dovevano fare quadrare i conti aiutandosi proprio, anche, coi pulcini.
Oggi quei tempi sono finiti, ma anche noi, come le contadine di un tempo, ci fermiamo a studiare gli occhi scintillanti di un pulcino neonato come se da essi dipendesse il futuro del mondo.

Come curare i pulcini


Cinorrodi di rosa


Con la fine dell'estate i cespugli di rose si ammantano di gioielli rossi e arancio, allungati, ovali o tondeggianti. Sono i cinorrodi, i falsi frutti delle rose, che contengono i loro semi. Forma, colore e dimensione cambiano a seconda della varietà, e rimpiazzano i fiori quando essi vengono meno dando colore e brio ai cespugli proprio quando la bella stagione cede il passo ai primi grigiori autunnali. Le specie botaniche sono senz'altro le regine in quanto ad abbondanza di cinorrodi, e in alcuni casi esse forniscono così cibo a uomini e animali. Si, perché non solo diverse specie di uccelli ad esempio gradiscono questi falsi frutti scarlatti, ma in qualche caso essi vengono utilizzati anche nella cucina tradizionale.

Ad esempio i cinorrodi allungati della Rosa canina sono tradizionalmente usati per ricavarne una confettura, preziosa per l'elevato apporto di vitamina C: per realizzarla occorre aprire i cinorrodi, privarli della peluria interna - un lavoraccio! - e dei semi, e poi dopo averli bolliti assieme a qualche mela e allo zucchero di canna (una mela e un cucchiaio di zucchero ogni 300 grammi di cinorrodi) si frullano e si invasano. Un tempo in dialetto si chiamavano "stropacùi", i "chiudi-culi", per via delle proprietà astringenti e irritanti dati dalla peluria interna. Col tempo che passa i cinorrodi si arricchiscono di crepe scure, ondulazioni sulla superficie che li fanno sembra strane perle di ceramica, lucidate e lavorate dalla brina dell'inverno piuttosto che da mano umana. Ma essi racchiudono ovviamente anche un'altra bellezza nascosta: la possibilità di dar vita a nuove rose.



Già, perché quando vediamo una rosa in giardino o nel negozio sotto casa, raramente ci ricordiamo che quelle rose sono tutte riprodotte da talea o da innesto, per creare cloni di singoli esemplari. Ma come nasce una NUOVA varietà di rosa? il segreto è nei cinorrodi, appunto: i semi in essi contenuti sono frutto dell'unione dei gameti di due individui diversi, e presentano così al giardiniere infinite possibilità nascoste di combinazioni. Ma ci vuole pazienza: i semi hanno bisogno di vernalizzare, ovverosia di esser macerati dal freddo pungente dell'inverno. Potete raccogliere i cinorrodi delle rose che vi piacciono di più, lasciarli in una vaschetta ricolma di sabbia umida, protetti da una pellicola trasparente, e lasciarli in un angolino a nord fino a febbraio; altrimenti potete sistemarli nel ripiano più freddo del frigo per qualche settimana. Lasciateli poi un paio di giorni a temperature più miti, sui 10°C, e quindi estraetene i semi. Mescolate in un vaso terriccio da fiori e torba, seminate le future rose ricoprendo i semi con pochi millimetri di substrato e dopo aver annaffiato ricoprite con una pellicola trasparente e lasciate tutto in una posizione di ombra luminosa: in capo a due mesi dovrebbero iniziare a spuntare le prime foglie. Curate le nuove piantine con amore, lasciandole in vaso almeno un anno, e vedrete che vi ricompenseranno con una fioritura speciale, unica proprio perché non esisteranno altri soggetti come loro. Anni fa ho provato a incrociare due rose antiche, ottenendo dai cinorrodi tondi di una "Gloire de Rosomanes" una piccola rosellina che produce fiori meravigliosi, di color rosso velluto, quasi nero. Provateci anche voi, e resterete stupiti dalla bellezza delle VOSTRE rose.





Stavo cercando tutt'altro. Come spesso accade, le cose che ci fanno più pensare ci arrivano per caso, mentre siamo in tutt'altre faccende affaccendati. Cercavo delle determinate foto, che ovviamente non ho trovato, in un vecchio hard disc, quando in una cartella di file ho trovato un piccolo tesoro: le scansioni di alcune vecchie foto della famiglia di mia madre. Alcune le conoscevo, le avevo già viste più volte; altre invece non le ricordavo affatto. E così mi trovo a pensare alle radici mie e della mia terra. Dalle foto i miei zii e mia madre, giovanissimi e belli, mi guardano sorridenti. Mia nonna è luminosa nel sole, mentre lo stesso sole scolpisce i volti di mio nonno e dei miei bisnonni, che sembrano usciti da una tavola di Mike Mignola. Attorno a loro la campagna, inondata di luce, i filari di salici in lontananza. La stessa campagna che fa loro da cornice in quasi tutte le foto, così come era nella realtà il palcoscenico di tutte le loro storie, piccole e grandi, vive e intense.

Quella campagna rappresentava la vita per i miei nonni, Pietro ed Elvira, così come lo era stata per i miei bisnonni. Lavoravano in campagna, indefessamente, spesso tornando a casa la sera in tempo per apparecchiare la cena e tornando poi nei campi, dopo aver messo a letto i figli, per finire i lavori più urgenti alla luce della luna.



Era una campagna certamente non facile da gestire, ma che portava in sé decine di generazioni di vite di contadini. I fossi, le siepi, le carreggiate esistevano invariate da secoli. Già apparivano uguali, così come i loro confini, nelle mappe del XVII secolo. Ma della storia antica i miei nonni non sapevano nulla: conoscevano invece tradizioni, pratiche, tecniche e usi tramandati dai loro avi. E parte di quel bagaglio lo avrebbero trasferito a loro volta ai propri figli.
Già, i loro figli, che avrebbero poi intrapreso strade diverse che li avrebbero portati lontani, in un modo o nell'altro, da quel mondo in cui le vigne e i covoni caratterizzavano il panorama quanto i filari di salici e i fossati. In queste foto ritrovo le mie radici, la mia famiglia, la campagna che amo. Un lascito, un'eredità cui mi sento legato come a poche altre cose. Ritrovo anche mia mamma, un batuffolo biondo perso tra le margherite, sotto le viti; e proprio oggi, che festeggio il mio compleanno, rivedere lei e i miei familiari in quelle vecchie foto mi scalda il cuore, e mi ricorda chi sono, da dove vengo e il legame con la mia terra. Un regalo prezioso, in un giorno come questo.
A tutti voi buon anno, amici.





Dicembre per il frutteto sembra un periodo vuoto e triste. Ma a portare uno sprazzo di colore nel grigiore invernale ci sono i cachi (Diospyros kaki), che col loro arancio vivo trasformano i propri rami spogli in alberi di Natale, pronti per la festa. In verità, in questa stagione, di frutti sui rami ne sono rimasti ben pochi. Gli uccelli infatti li hanno depredati, beccandoli, forandone la buccia e svuotandoli. Eppure, anche quando cadono, mantengono la propria bellezza: traslucidi e solcati da venature brune, sembrano dolci glassati di fresco che, aperti, rivelino al proprio interno una sorgente di braci rosse. Gli uccelli, dicevo. Si, gli uccelli apprezzano forse più di chiunque altro i cachi maturi. Non appena la polpa diventa appena più tenera si alternano appesi ai rami per rubacchiarla attraverso gli squarci che i loro becchi causano sulla buccia. Nel mio frutteto sono soprattutto merli, cinciallegre e codibugnoli a goderne, tanto che raramente qualche frutto resta ancora sui rami a fine dicembre.
In effetti, quando sono andato per scattare qualche foto, solo un frutto resisteva ancora integro sui rami, in alto, nascosto da una selva di ramoscelli sottili, quasi che l'albero volesse proteggere con mani grinzose l'ultimo dei suoi gioielli dall'ingordigia dei pennuti. Proveniente dall'oriente, coltivato da più di 2000 anni, era notissimo per le molte virtù.



Per i permacoltori esso è una vera miniera d'oro: richiede pochissime cure, si adatta anche a climi moderatamente rigidi, produce frutti in una delle stagioni più avare e non ha bisogno di trattamenti contro parassiti o altro: può essere invece utile una periodica fertilizzazione aggiuntiva, specie negli anni in cui frutti sono numerosi, per evitarne la cascola estiva. L'albero di cachi ha un altro grande vantaggio: le grosse foglie carnose, cadute al suolo, si trasformano in humus arricchendo il terreno sottostante la pianta e rendendolo adatto anche a coltivare alla sua ombra frutti di bosco come more e lamponi. Ma anche in pollaio la sua utilità si fa sentire.
Nel recinto dei polli, infatti, l'albero di cachi svolge sia il ruolo di riparo che di... "mangiatoia". In estate produce una bella ombra fitta che rinfresca gli animali, mentre d'inverno i polli che dormono tra i suoi rami hanno modo di becchettare i frutti maturi. In effetti, ora che gli animali sono chiusi in recinto, cerco sempre di fornire loro alcuni cachi: ricchi di vitamine B e C, betacarotene, potassio, proteine, con un minimo apporto calorico, questi frutti son delle vere e proprie bombe nutrizionali in questa stagione in cui anche il pascolo è poco generoso. E ovviamente questi scrigni di bontà non sono buoni solo per i polli: raccolti ancora sodi e fatti maturare in casa, magari tra le mele, quando diventano morbidi possono essere tagliati in due e svuotati con un cucchiaino, magari dopo averne cosparso la polpa con un po' di cacao in polvere. E così i cachi vi daranno ancor più motivi per spingevi a coltivarli nel vostro frutteto, portando in un grigio inverno una ghirlanda arancione.


Gruppo di galline Boffa, anno 2009


In questi giorni ho ricevuto diverse domande sia sul perché io abbia voluto riprendere un gruppo di gallina Boffa dopo tanti anni, sia sul modo in cui si studiano e si ricercano le antiche razze avicole. Ho deciso di prendere due piccioni con una fava e di rispondere a entrambi i quesiti, visto che essi sono profondamente intrecciati. Ho ripreso la Boffa perché sono molto legato a questa razza. L'ho cercata con caparbietà per anni, convinto che qualcosa dell'antica stirpe potesse essere rimasto, e alla fine il tempo mi ha dato ragione. Nel 2009 infatti ho riportato in Veneto, dopo un esilio umbro durato oltre 50 anni, il gruppo di riproduttori che si vede in questa foto. Ma come ero arrivato a questo? 

Ovviamente con impegno e anche con un pizzico di fortuna: dopo aver visto delle foto molto interessanti apparse su un forum ho contattato un avicoltore perugino che allevava un gruppo di questi animali da oltre 50 anni, eredità di una zia scomparsa. Ma era possibile avere una ragionevole certezza che si potesse trattare proprio della Boffa? Qui entra in gioco la ricerca storica in campo avicolo e alcune nozioni di genetica dei polli. Vediamo come. Per conoscere le razze tipiche di un territorio, normalmente, possiamo utilizzare almeno due canali: libri e riviste di Avicoltura, che fanno spesso luce su come certe razze erano nate, si erano diffuse e su quali fossero le loro caratteristiche, e le testimonianze storiche dei contadini anziani, che possono raccontare dettagli preziosi non presenti in letteratura. 

Procedendo in questo senso, si cerca di ampliare la propria visione sempre di più, e sempre attraverso fonti meno "convenzionali", come ad esempio libri antichi di geografia, economia, letteratura, poesia; foto storiche prese da vecchi album di famiglia, in cui magari si scorge la sagoma di qualche volatile, dietro gli sguardi e le pose austere dei nonni in posa; e poi ancora quadri, nature morte, incisioni, bassorilievi e statue, conservati in pinacoteche, collezioni private, chiese e oratori, che possono riservare incredibili sorprese. Tutti questi dati vengono presi, analizzati, ponderati e vagliati attraverso il crivello delle nozioni che abbiamo sulla genetica del pollo, che ci permettono di intendere se ciò che abbiamo di fronte possa comprovare l'esistenza di una razza antica e per capire soprattutto se i soggetti eventualmente ritrovati possano essere compatibili con i dati raccolti in precedenza. 

Nel caso della Boffa, gli animali che mi trovai di fronte nel 2009 non solo rispecchiavano l'identikit che mi avevano lasciato alcuni contadini ottuagenari padovani, ma sembravano usciti dalle foto che avevo ritrovato in alcune riviste degli anni '30 del secolo scorso, come quella in bianco e nero di questo post. Infine, tramite un'altra lettura avevo potuto confermare che la zona da cui provenivano gli zii che avevano dato a quel contadino i primi capi era proprio una di quelle in cui la Boffa era stata diffusa dal Pollaio Provinciale di Padova. 

Boffa, anni '30 del secolo scorso

Ma la ricerca ovviamente non finiva qui. Infatti restavano tanti altri punti da chiarire: quali livree esistevano? Che aspetto avevano i primi soggetti di questa razza, e soprattutto, da quanto tempo si aggiravano nelle campagne padovane? Ovviamente anche a queste domande si poteva trovare risposta: in una vecchia foto scattata in un cortile a Roncajette emerse la prova della presenza della Boffa nera; e dagli scritti del compianto Italo Mazzon, ecco uscire un'incisione ottocentesca che raffigurava una testa di Boffa e che faceva maggior luce sull'origine di questa razza, frutto dell'incrocio tra polli ciuffati e barbuti (Polverara, Padovana) con poli mediterranei locali. Ma le sorprese non erano finite: continuando le ricerche, ecco che in un libro di ornitologia pubblicato nel XVIII secolo compare una bella Boffa, ancora con caratteristiche di transizione, chiamata col nome di gallina patavina barbuta. L'immagine, che vedete in foto, rappresenta la più antica testimonianza della razza? Probabilmente no: in un quadro antecedente di un pittore fiammingo operante in Veneto ecco comparire infatti una gallina simile in tutto e per tutto alle moderne Boffe. 

Insomma, la ricerca storica diventa appassionante, coinvolgente, intrigante come la ricerca del Graal da parte di Indiana Jones. Ma il premio, a volte, è quello di diventare custodi di un frammento di storia. Ed è per questo che ho deciso di riprendere la Boffa: per tornare a contribuire a selezionare e a traghettare nel 21° secolo l'eredità dei nostri avi.

La Boffa in un'incisione del '700


Gallinelle nane


Nel corso del tempo non mi sono dedicato solo alle razze autoctone, ma ho lentamente lavorato anche a qualcosa di mio, delle gallinelle particolari. Nel mio allevamento sono presenti da tantissimo tempo, dal 2008 per la precisione. Sono le nanette, frutto di incroci, spesso ottime per la cova. Hanno un retaggio complesso, non c'è che dire: già quando le presi nelle loro vene scorreva sangue di Olandese nana, Combattente inglese nano, Bantam, Sebright. Nel mio allevamento si aggiunse il sangue della Polverara, e quei primi soggetti nati da me portarono l consapevolezza di voler lavorare a una "razza" mia. Ma quali erano le caratteristiche che volevo? Innanzitutto, volevo animali con la cresta a cornetti. Era una caratteristica che amavo. Inoltre desideravo che avessero il ciuffo, almeno in parte. Infine, visto che erano nati dei magnifici galletti a piumaggio femminilizzato, pensai sarebbe stato interessante provare a fissare tale carattere nelle generazioni a venire. 


Gallinelle nane


In effetti, non avevo spazi e tempo per lavorare con troppa cura a questo progetto: selezionai perciò, anno dopo anno, i soggetti che per forma e caratteristiche più si avvicinavano alla mia idea, lasciandoli liberi di riprodursi liberamente nel frutteto. Ma la situazione non poteva durare a lungo, ovviamente. Infatti mi ritrovai a tenere gli animali in recinto e in gabbia, intensificando gli sforzi sulle livree nera e sparviero. Quest'anno ero arrivato ad avere le prime coppie di esemplari con cresta a cornetti perfettamente fissata, oltre a soggetti con tale carattere in eterozigosi; ma la sfortuna ha fatto sì che dopo l'attacco di un predatore sia rimasto solo un galletto con questa tipologia di cresta e piumaggio femminilizzato. L'ho accompagnato a tre femminucce con cresta a cornetti in eterozigosi, una delle quali dotata di ciuffo. Non mi resta che attendere la prossima generazione di queste piccole, per compiere un nuovo passo nella selezione di questi polli che considero davvero miei.


Gallinelle nane


Phragmites australis


Esiste un breve lasso di tempo, tra ottobre e novembre, in cui la muraglia di cannuccia di palude (Phragmites australis) che circonda uno dei fossati della mia proprietà vira dal verde acceso al giallo. Un giallo intenso, potente, che al tramonto assume una tinta calda e avvolgente, che pervade tutto esattamene come questa pianta riesce a pervadere e penetrare gli specchi d'acqua, creando vere muraglie viventi fittissime (da phragma, che in Greco indicava il muro o lo steccato, deriva il suo nome generico). Ma sono molte le dote nascoste di questa pianta apparentemente così umile, seppure invasiva. Infatti nelle barene della laguna di Venezia questa pianta era enormemente apprezzata. I fusti, lunghi fino a oltre 3 metri, venivano raccolti, privati delle foglie e utilizzati dalle popolazioni locali per la costruzione dei tetti dei casoni, le abitazioni tradizionali del veneziano, padovano e trevisano, di cui usufruivano contadini e pescatori. Raccolte in fasci, legate strettamente le une alle altre, lentamente impermeabilizzate dagli strati di fuliggine esalata dalla legna del focolare interno, le cannucce di palude formavano tetti caratteristici, scomparsi da buona parte del territorio ma di cui troviamo ancora rari esempi come in Saccisica, a Piove di Sacco, e nella laguna che circonda Caorle. 


Phragmites australis

Ma in molte località d'Europa la cannuccia palustre aveva trovato il medesimo impiego, basti pensare alle coperture dei molini a vento olandesi. Certo però queste piante possono offrire ancora impieghi inattesi. Del resto la Phragmites australis è una pianta eccezionalmente utile in acquacoltura, grazie alle grandi doti fitodepuranti: può infatti aiutare nell'eliminazione degli inquinanti di origine organica, il che la rende una fantastica alleata di chi voglia costruire un impianto di acquacoltura o una biopiscina all'aperto. I rizomi striscianti si propagano rapidamente, e la morte della parte aerea arricchisce di materiale organico prezioso il terreno. Anticamente poi era utilizzata per sedare la febbre e curare alcune malattie da raffreddamento. In America del Nord i nativi ne consumavano i germogli bolliti e ottenevano una farina dai semi. Infine, molte sono le specie di uccelli che possono ancorare e nascondere nel fitto del canneto i propri nidi, dal tarabuso al basettino. Ma per il momento, per me rimarrà soprattutto il bel muro giallo che mi ha accolto lungo il fossato, qualche giorno fa, in una giornata di novembre piena di sole.


Phragmites australis


Philaeus chrysops


I ragni ci accompagnano da sempre. Non c'è virtualmente una sola casa che non ne abbia ospitato almeno uno, eppure raramente la loro presenza viene apprezzata appieno. È un peccato, perché sono eccezionali predatori di un'infinità di piccoli invertebrati nocivi. E la varietà di tecniche di caccia evolute in centinaia di milioni di anni da questi aracnidi è veramente incredibile. Alcuni ragni, ad esempio, non tessono ragnatela ma cacciano all'agguato e inseguendo direttamente le prede, che poi catturano balzando loro addosso con salti prodigiosi. Si tratta dei salticidi, che si possono incontrare sui muri delle case nella bella stagione, come questo bell'esemplare di Philaeus chrysops, che con gli enormi occhi stava cacciando mosche sul terrazzo di casa mia. Alcuni ragni invece realizzano tele di grandi dimensioni, regolari, tese tra le piante e le rocce a intercettare ogni insetto che vi voli in mezzo. Il ragno, come in questo caso una femmina di Argiope bruennichi, si precipita sulla preda e la avvolge con fili di seta resistenti, avviluppandola strettamente prima di mettere in azione i cheliceri con cui inietterà il veleno e ne suggerà poi i liquidi vitali. 


Argiope bruennichi


Non sempre, poi, le tele sono regolari e ben visibili. Molti ragni tessono tele che somigliano superficialmente a un ammasso di fili poco coordinato, ma ovviamente non è che un'impressione: si tratta infatti di trappole letali per numerosi animali, non solo insetti ma anche, a volte, piccoli vertebrati. È il caso di questa Parasteatoda, che in un angolo dell'ingresso della mia palazzina ha catturato una piccola lucertola muraiola (Podarcis muralis), riuscendo a immobilizzarla e a nutrirsene senza particolari problemi. Se pensate che questi animali sono presenti sulla terra da 300 milioni di anni, capirete che senz'altro meritano più considerazione di quella che di solito riserviamo loro, tra un urlo spaventato e una ciabattata.


Parasteatoda