martedì 23 luglio 2013

Biodiversità in Cucina - Come coltivare l'alchechengi (Physalys alkekengi), le lanterne cinesi.

L'involucro aperto rivela la bacca dell'alchechengi (Physalis alkekengi). Foto Andrea Mangoni.

La prima volta che lo si vede in natura fa una strana impressione, quasi come qualcosa di poco naturale, di "fuori posto". Eppure le allegre "lanternine" rosse, tipiche di questa pianta, rendono l'alchechengi un'essenza immediatamente riconoscibile da chiunque. 

L'alchechengi (Physalis alkekengi) è una pianta perenne rizomatosa a vita breve appartenente alla famiglia delle Solanacee. E' originaria di alcune regioni dell'Europa e dell'Asia, ma oramai è naturalizzata in Italia da secoli ed è possibile trovarla in boschi come Bosco della Fontana a Mantova. 
La caratteristica tipica di molti rappresentanti del genere Physalis è costituita dal calice del fiore che dopo la fecondazione si trasforma in un involucro di consistenza cartacea a forma di lanterna cinese (da qui il nome comune) che protegge la bacca, peraltro commestibile. 

Due calici di alchechengi a differenti stadi di maturazione (Physalis alkekengi). Foto Andrea Mangoni.

Gli steli dell'alchechengi, lungi e piuttosto angolosi, si innalzano a circa 60 cm dal suolo. Le foglie verde chiaro, grandi, hanno forma ovale alla base e si fanno più
irregolari man mano che ci si avvicina alla cima. I fiori, dai petali bianchi, nascono all'ascella delle foglie.

L'alchechengi è una pianta estremamente semplice da coltivare. Si può moltiplicare per via vegetativa in primavera, prendendo delle porzioni di rizoma da interrare a pochi cm di profondità, oppure da seme, seminandolo sempre in primavera direttamente a dimora. Non si tratta di una pianta molto esigente per quanto riguarda il suolo, e si adatta anche a terreni piuttosto poveri, purché ben drenati. Sembra essere sensibile alla carenza di potassio, per questo si può usare del macerato di ortica o di consolida per ammendare il terreno. Preferisce però le posizioni in ombra luminosa, mal sopportando l'esposizione diretta e prolungata al sole. Può essere coltivata sia in piena terra che in vaso; nella prima ipotesi occorre prestare attenzione che non divenga invasiva. Può vivere per diversi anni, e sopporta abbastanza bene anche le gelate. la parte aerea della pianta si secca in autunno, salvo poi rispuntare nuovamente in primavera. 

I frutti sono delle bacche arancioni o rosse, che maturano tra luglio e settembre protette dal calice che si sviluppa a formare una sorta di lanterna. Questa passa sviluppandosi da una tonalità verde a un bell'arancione vivo, molto decorativo. Volendo si possono recidere gli steli quando le "lanterne" hanno cambiato colore, eliminando le foglie e appendendoli a testa in giù a seccare, per poi unirli in composizioni di fiori secchi. 

Quasi tutta la pianta risulta velenosa: foglie, rizomi, steli e "lanterne" non vanno quindi MAI mangiati. L'unica parte edule è la bacca stessa, peraltro variamente utilizzata sia cruda che cotta. Una peculiarità dell'alchechengi è quella di produrre bacche di diverso sapore: a volte sono aspre, a volte dolci, a volte amare. In generale i frutti sono ricchi di vitamina C e pectina, e possono essere trasformati in marmellata. Erano un tempo usati come febbrifughi, antireumatici e astringenti. possono essere anche consumati crudi in insalata; il gusto non risulta piacevole a tutti. Si usa anche ricoprirli di cioccolato e mangiarli a mo' di dessert.  

I calici verdi dell'alchechengi in via di maturazione. Foto Andrea Mangoni.

Al genere Physalis appartengono diverse specie, tra cui P. peruviana, dalle lanternine color marrone chiaro e frutti più grandi, e P. edulis. I frutti di entrambe le specie sono quelli di solito reperibili come alimento nei supermercati. Al contrario di P. alkekengi, si tratta di specie annuali che vanno quindi riseminate ogni anno. 

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2 commenti:

Hilda ha detto...

Ce l'ho!! è infestante un pochetto se messo a terra... Mia mamma lo fa sempre seccare. Le bacche private della lanterna si intingono nella fonduta di cioccolato anche!

Andrea Mangoni ha detto...

ciao Hilda, sì, è uno degli usi in cucina... personalmente uno di quelli che trovo più interessanti! Non mi dispiacerebbe provare anche la marmellata, ma al momento ho solo una pianta. dovrò aspettare!