Masanobu Fukuoka. Foto tratta da http://organic.com.au/.
Un post un pò diverso dal solito, per ricordare un uomo autore di una piccola rivoluzione. E' infatti venuto a mancare a 95 anni nella sua casa di Iyo, nella prefettura di Ehime, in Giappone, Masanobu Fukuoka, microbiologo pioniere dell'agricoltura naturale.
Chi era quest'uomo? Un persona in grado di passare trent'anni a guardare crescere il proprio riso allo scopo di capire come fare per lasciar lavorare la natura nel miglior modo possibile. Detto così potrà sembrare una sciocchezza, eppure...
Eppure, l'idea di fondo è rivoluzionaria. Parte infatti dall'assunto che la natura è perfetta e che sa lavorare molto meglio di noi. L'agricoltura naturale mira infatti a far fare la maggior parte del lavoro proprio a lei, alla natura, e che l'uomo deve metterci del proprio il meno possibile. Niente sarchiarura, niente aratura, niente (soprattutto!!) pesticidi, concimi chimici e diserbanti. il trifoglio bianco produrrà l'azoto necessario alle nostre verdure; il tarassaco potrà servire ottimamente, se tagliato, per concimare i campi. Le sementi vengono mischiate con argilla, compost e a volte concime, e poi con questa mistura si formano palline che proteggeranno le future generazioni di vegetali e le nutriranno nel miglior modo possibile. La pacciamatura è ottenuta naturalmente, utilizzando la paglia.
Insomma, non solo una forma di agricoltura: una vera e propria filosofia di vita. Filosofia che egli ha trasmesso a noi attraverso i suoi scritti, tra cui il più famoso è "La rivoluzione del filo di paglia".
Lo vorrei salutare con parole non mie, ma di Gesù Cristo, parole che lui ha saputo render vere più di tanti altri:
"Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre." (Matteo, 6,25-26).
Buon viaggio.
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"Purtroppo oggi si spacciano, con molta disinvoltura, soggetti che nulla hanno della vera razza – sono dei pessimi Crevecour o dei mal riusciti padovani e più spesso degli olandesi di scarto: tanto nell’uno che nell’altro caso, non si tratta che di animali di poco stimabili anche per la pentola. [...] L’importante si è che siano dati dei veri Polverara e non degli animali senza valore, che con essi nulla hanno di comune."
"[...] all’ingiro per la provincia, era una scorribanda di filibustieri che racimolavano tutto ciò che di «Polverara» potesse avere il più lontano segno."
Da Pollicoltura Padovana - 1934 - di Italo Mazzon.
Questi brani del Cav. Mazzon, scritti nel 1934, mi sono tornati prepotentemente in mente stamattina, quando mi sono recato alla tradizionale fiera del bestiame di San Rocco, a Dolo (VE). Aggirarsi tra le bancarelle e le gabbie dei venditori, oggi, è stato davvero... un pò triste. Molti gli animali in vendita, molti davvero belli, alcuni ben tenuti, altri un pò meno. Ma la Polverara... scarseggiava. Un peccato, per una delle razze più antiche del nostro Paese. La maggior parte degli esemplari presenti erano di taglia troppo piccola, oppure troppo giovani per poter essere adeguatamente valutati. Tantissimi poi gli esemplari con ciuffo "sparpagliato", alla Padovana. Comunque sia, arrivo ad una gabbia che contiene un marasma di polli, tra cui un paio di Padovani Gran Ciuffo giovani, dei Polverara, e poco altro. Vedo un animale che mi interessa, un galletto giovane che potrebbe essere utile per un progetto che ho in mente, e chiedo gentilmente alla padrona dell'animale di che cosa si tratti, intendendo chiedere con questo da quale incrocio fosse saltato fuori.
La risposta mi raggela.
"E' un Polverara".
Secca, diretta, semplice. Devo aver fatto una faccia parecchio strana, perchè lei si affretta a ripetere, più sicura di prima: "E' un Polverara".
Un Polverara? devo essere rimasto indietro con la definizione di gallina di Polverara. La mia è abbastanza semplice: zampe ardesia, pelle ed orecchioni bianchi, mantello bianco o nero, ciuffo ritto, cresta a cornetti... L'animale che ho di fronte ha mantello blu screziato di marrone, cresta semplice, assenza di ciuffo, zampe verdi (segno di pelle gialla), orecchioni rossi. Alla fine chiedo direttamente: "No, voglio sapere con cosa avete incrociato la Polverara per ottenere questo gallo!". Risposta, disarmante ma sincera: "Con una gallina comune".
Nella gabbia ci sono esemplari con ciuffi quasi assenti, altri con cresta inesistente, altri con zampe verdi o coda dal portamento davvero troppo basso. Tutti venduti come Polverara.
Me ne vado con un profondo senso di amarezza.
Non ci sono molti dubbi sul perchè la razza stia faticando così tanto a farsi strada e ad entrare nelle case dei contadini e degli amatori! Fino a che si continueranno a vendere, senza serietà alcuna, incroci di prima generazione come razza pura, che genere di animali potrà trovarsi davanti chi muove i primi passi nel mondo dell'avicoltura? Che tipo di credibilità potrà avere la razza, se chi li vende non rispetta minimamente la persona che andrà ad acquistarli? E' un po' il discorso che si faceva riguardo la famosa "Italiana Comune Locale". Certo, anch'io ho nel mio allevamento ibridi ed esemplari che non sono conformi allo standard; ma se mai li cedessi chiarirei da subito ed in maniera inequivocabile quali sono le loro caratteristiche e le loro ascendenze.
L'allevatore dovrebbe avere una forte etica, tanto nell'allevamento quanto nella vendita dei propri esemplari. Fino a quando non verrà coltivata questa dote, al fianco della competenza tecnica e della passione, le tante, meravigliose razze avicole del nostro Paese non potranno mai davvero diffondersi nella maniera che meritano.
Ciuffi assenti, colori improbabili... tutti Polverara? Per i venditori, sì!
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L'affollatissima Fiera del Bestiame.Come ogni anno, da troppo tempo a questa parte per poterlo ricordare, la tradizionale Fiera del Bestiame di San Rocco a Dolo (VE) è tornata a far affollare le strade della cittadina.

Un banchetto di zoccoli in legno.Anch'io ne sono diventato un affezionato, negli ultimi tre anni, a causa della mia passione per l'avicoltura; così alle otto e mezza mi muovo per farvi una rapida capatina, prima di andare a lavorare.

Già a quest'ora, e con un tempo incertissimo, la Fiera brulica di gente. Tanti i curiosi, tanti i contadini, tantissime le famiglie che portano i bambini a fare la conoscenza di un mondo che non conoscono e che forse non toccheranno mai più vicino di così.

Tra le bancarelle, non possono mancare i prodotti tipici: dal miele agli zoccoli in legno, dagli attrezzi antichi ai vini pregiati, dai salumi alle tegole decorate... E' una festa per gli occhi e - perchè no? - anche per il naso!

Fiori, alberelli, succulente e piante carnivore fanno capolino da banchetti approntati al meglio; gli stand delle associazioni dei coltivatori diretti mostrano orgogliosamente i propri prodotti e le proprie attività. Ma sono altri i veri protagonisti della Fiera: gli animali.

Il cavallino col suo calesse.Lungo la strada si trovano solo uccelli da gabbia e voliera, variopinti e colorati come pagliacci, mentre in quello che negli altri giorni è un parcheggio sosta serafico un cavallino legato ad un calesse. Quasi di fronte a lui, un ragazzo mostra a passanti divisi tra la curiosità e qualche brivido lungo la schiena un piccolo pitone reale e qualche altro rettile.

Ci sono anche animali meno...tradizionali!Ma è sotto gli alberi del piccolo parco che si trovano i veri beniamini del folto pubblico, specie di quello più piccolo. Una fila di belle e placide mucche attende i giudizi dei compratori accanto ad asinelli dagli occhi languidi e scuri, mentre magnifici cavalli e piccoli pony nitriscono all'ombra delle foglie scure.

Coniglietti candidi corrono sopra le gabbie in rete metallica, e a coppie i polli mangiucchiano e cantano, mostrando il loro piumaggio più bello. I bambini guardano, si avvicinano e spesso allungano una mano per accarezzare il mantello pezzato di un pony o morbido e sericeo di un coniglio, incontrando finalmente (alcuni per la prima volta) un mondo di cui spesso anche i loro genitori conoscono poco.

I polli nelle loro gabbie allineate.

E' un mondo contadino, fatto di riti antichi e di antiche tradizioni. Un mondo che ha letteralmente fanno e nutrito l'Italia per generazioni, prima di venire lentamente, ma insesorabilmente, ingoiato dalle logiche di mercato e dal "progresso". Ma era un mondo particolarmente... vero, un mondo dove la parola di un uomo aveva un valore più alto di quanto non lo avesse la carta stampata.

Avete mai assistito al rito dell'acquisto del bestiame? Io ne ho avuto la chance, due anni fa. Venditori e compratori si fronteggiano, con la mano nascosta dietro la schiena; il mediatore sta tra loro, cercando di convincere gli uni a portarsi sulle posizioni degli altri. Quando propone un prezzo, cerca di prendere la mano di entrambi e di unirla in una stretta; ma se il prezzo non è di... gradimento per uno dei due, la mano viene prontamente ritratta dietro la schiena, fino a quando la proposta economica non sarà accettata da tutti. Allora, la stretta di mano sugellerà finalmente l'affare: niente firme, niente contratti, solo la propria parola ed una stretta di mano.

Serafiche mucche in attesa.E non mancano le storie e le storielle legate a questa Fiera: come quella di quel contadino, forse poco timorato di Dio, che continuava a bestemmiare un unico Santo: San Rocco. E tutti gli anni provava ad andare alla Fiera, che rappresentava un avvenimento imperdibile per il mondo agricolo della zona. Ma tutti gli anni, puntualmente, San Rocco aveva la sua... "vendetta": il contadino veniva immancabilmente preso, lungo la strada per dolo, da potentissimi attacchi di... dissenteria. E addio alla fiera. Solo quando smise di bestemmiare il santo, pare, riuscì finalmente a visitare la sua Fiera. A guardarle bene, le mucche sembrano ancora sorriderne, tutte in fila.

Giovane galletto di Black Jersey Giant, colorazione blu laced. Foto di Andrea Mangoni
Giovane galletto (2 mesi e mezzo) di Black Jersey Giant, colorazione blu laced. Foto di Andrea Mangoni
Come ho già raccontato, qualche tempo fa Francesco Murru mi ha inviato alcune preziose uova dalla bella Sardegna. Esse altro non erano che uova di una pregiata razza avicola, la Black Jersey Giant. Questa razza, selezionata verso il 1870 dai fratelli Black, negli USA, rappresenta tutt'oggi la più grande razza selezionata in quel Paese. Per sua costituzione furono utilizzate Brahma, Orpington, Langshan e Java; gli animali così ottenuti avevano pelle gialla, cresta semplice, orecchioni rossi, tarsi verde oliva o neri, grande mole, mancavano di calzatura ai tarsi ed erano caratterizzati da uno sviluppo piuttosto lento. Per prima venne selezionata la varietà nera; quindi, agli inizi del '900 nacquero in diversi allevamenti degli esemplari bianchi. Tale colore, in questa razza, risulta essere recessivo. Per quel che concerne il blu... non è chiaro come si sia esattamente originato questo colore, se per mutazione spontanea o se per immissione di geni dall'esterno; fatto sta che esso parve comparire in più di un allevamento. Il ceppo di blu più famoso è quello della sig.ra Miller. Pare che un giorno nacque nel suo allevamento un esemplare bianco con penne grige sul dorso; lei lo cedette al sig. Prokop, che a sua volta lo accoppiò con un esemplare nero. Nacquero, pare, esemplari di vari colori, tra cui degli splash da cui fu possibile, in seguito, selezionare i blu. Pare però che esemplari blu fossero già da anni allevati dalla sig.ra McGuire, che ne tramandò, nella forma blue laced, il ceppo alla nipote, che ancor oggi li alleva.
Giovane gallinella (2 mesi e mezzo) di Black jersey Giant, colorazione blu laced. Foto di Andrea MangoniCome ho già detto, questa razza raggiunge tardi il pieno sviluppo. Per sei mesi i piccoli (!) continuano a crescere ingrandendo soprattutto la propria struttura ossea; in seguito, essi iniziano anche ad accumulare massa. I galli adulti possono anche raggiungere i 6 kg di peso (si dice che alcuni esemplari siano riusciti persino a mettere in fuga dei coyote!) mentre le femmine arrivano a 4 kg e mezzo. Queste ultime diventano facilmente chiocce, ma purtroppo a causa della mole spesso finiscono col rompere le uova a loro affidate.
I piccoli che nascono... sono meravigliosi! sono così grossi che spesso impiegano fino a 24 e passa ore per riuscire a mettersi in piedi, tanto che a vederli accovacciati a riposare per così tanto tempo l'allevatore inesperto può preoccuparsi (inutilmente!). La loro crescita è splendida, e a due mesi è già possibile riconoscere i sessi: i maschietti presentano cresta e bargigli rossi e maggiormente sviluppati, mentre le femmine (che rimangono anche più piccole) hanno cresta e bargigli molto meno sviluppati e di colore grigio scuro.
Che dire? Dalle uova di Francesco sono nati due maschietti ed una femminuccia di meravigliosi Jersey blu. Spero, l'anno prossimo, di poter raccontare di come il piccolo nucleo di questi colossi abbia avuto modo di allargarsi. Nel frattempo, vi lascio con due filmati, uno dei miei capi ed uno dei riproduttori di Francesco. Se desideraste conoscere meglio questa bellissima razza o se voleste allevarne degli esemplari, rivolgetevi con fiducia a lui tramite il suo sito: http://luckychecco.googlepages.com/.
AGGIORNAMENTO 12/2009: per motivi di spazio, sono costretto a cedere i miei riproduttori di questa razza. Chi fosse interessato può contattarmi a info@oryctes.com.

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Locandina della mostra.

Dal 25 aprile al 25 Maggio di quest'anno si è svolta, a Monticelli d'Ongina (PC), presso il castello Pallavicino - Casali, la mostra "Alla scoperta dell'Entomologia - Farfalle ed altri insetti". La mostra era incentrata su di un triplice piano: da un lato, l'esposizione di teche di animali preparati, che mostrassero la varietà e la grande bellezza di questi animali; dall'altro, una serie di grandi poster illustrativi, che trattavano svariati aspetti della biologia degli Insetti e dei loro rapporti con l'uomo, dall'apicoltura all'entomologia forense, dalla medicina alla produzione della seta; infine, ampio spazio è stato dato alla macrofotografia, con l'esposizione di splendide stampe ritraenti insetti nei loro ambienti naturali. Inoltre, grazie a Francesco Tomasinelli è stato possibile aggiungere al già abbondante materiale la mostra "Aracnida", con grandi pannelli fotografici dedicati a ragni ed altri invertebrati.

Attraverso il mio sito, Oryctes.com, ho potuto anch'io partecipare attivamente (per quanto poco) alla mostra, preparando alcuni grandi poster dedicati ai Coleotteri, al loro ciclo vitale e a dimorfismo sessuale ed allometria. Una grande soddisfazione, soprattutto alla luce dei dati relativi all'affluenza della mostra: si stima infatti che essa sia stata visitata da non meno di 7000 persone!! Insomma, si è trattato davvero di una riuscitissima occasione per far conoscere ad un pubblico ampio un mondo per lo più ignorato e bistrattato. Per aver avuto l'ooportunità di partecipare a questa iniziativa, non posso che ringraziare gli amici di Entoforum, in particolar modo Livio e Franco. GRAZIE!!

In collaborazione con:
Circolo Entomologico Bresciano
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Collaborano inoltre:
Aracnofilia.org
Associazione Produttori Apistici Bresciani (A.P.A.B.)
Entoforum.it
Oryctes.com
Museo di Lovere
Dott. Marco taglietti – Servizio di Immunologia Clinica, Spedali Civili di Brescia
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Con il Patrocinio di:
Regione Emilia Romagna
Provincia di Piacenza
I Musei del Piacentino
Comune di Monticelli d’Ongina
Società Entomologica Italiana (S.E.I.)
Associazione Romana di Entomologia (A.R.d.E.)
Maschio telodonte maggiore di Lucanus cervus. Foto di Andrea Mangoni.
D'estate, nei querceti, nelle faggete o nei castagneti, è ancora possibile incontrare, al tramonto, un grosso coleottero scuro che vola pesantemente in posizione quasi verticale, dotato di grandi ed impressionanti "corna": il cervo volante (Lucanus cervus). I maschi di questo coleottero appartente alla famiglia dei Lucanidi, tra i più grandi insetti della fauna italiana, possono raggiungere e superare gli 85 mm di lunghezza; le femmine, al contrario, si attestano sui 4 cm.
Si tratta di insetti legati strettamente agli ambienti alberati, in quanto le loro larve vivono nutrendosi di legname in stato di decomposizione. E necessitano di ambienti stabili, perchè lo sviluppo larvale dura - udite udite! - dai tre agli otto anni! Capirete quindi bene come mai l'abbattimento degli alberi morti nei boschi e la scomparsa di questi ultimi da buona parte del territorio un tempo da loro occupato si sia rivelata una vera disgrazia per questo pacifico gigante. Pacifico, sì, perchè nonostante le apparenze, le grandi mandibole dei maschi sono usate solo nei combattimenti tra cospecifici, risultando quindi presso che innocue per l'uomo. In passato, nell'antica Roma, collane fatte con le grandi mandibole di cervo volante venivano messe al collo dei bambini perchè si credeva che potessero proteggerli dalle malattie respiratorie. Nella germania del '700, invece, era ancora diffusa la credenza che il cervo volante fosse un servo del demonio, e che nottetempo portasse con le mandibole delle braci ardenti sul tetto di paglia delle case, all'unico scopo di incendiarle. Le femmine, invece, con le loro mandibole piccole ma robuste, possono mordere molto dolorosamente. Le essenze arboree preferite per l'accrescimento della prole sono soprattutto quercia, faggio e castagno, ma vengono accettati anche salice, pioppo e tiglio. Le larve, bianche ed incurvate a "C", si nutrono del legno in decomposizione, soprattutto nella parte bassa degli alberi, mentre gli adulti lambiscono la linfa che cola dalle ferite degli alberi, oltre alla frutta matura. Femmina di Lucanus cervus. Foto di Andrea Mangoni.
Oltre al notevole dimorfismo sessuale che li caratterizza, questi insetti mostrano un'altra peculiarità notevole: l'allometria. In pratica, cioè, all'interno della popolazione maschile della specie, si trovano tanto esemplari lunghi tre centimetri e mezzo quanto esemplari lunghi otto centimetri. Non solo: gli esemplari più piccoli non sono delle semplici "riduzioni fotografiche" degli esemplari più grandi, non ne conservano cioè le esatte proporzioni, ma mostrano proporzioni e forme differenti, specie per quel che riguarda la forma del capo e della mandibole, che si presentano più sviluppate e ramificate mano a mano che la taglia del loro portatore aumenta. A cosa è legato questo fenomeno? Non è ben chiaro. pare che gli esemplari che passano il maggior numero di anni allo stadio larvale divengano in seguito i coleotteri di taglia maggiore (i cosiddetti maschi telodonti), mentre quelli che permangono meno tempo allo stadio larvale rimangono più piccoli (maschi meso- e priodonti). Allo stesso tempo pare che le larve che si siano nutrite a spese di faggio e quercia diano animali adulti di taglia maggiore.
A causa del loro legame a doppia mandata con boschi e siepi maturi, come dicevamo, questi insetti sono diventati sempre più rari negli ultimi anni, e sebbene in alcune zone siano ancora localmente abbondanti essi sono scomparsi in molti luoghi. Proprio per questo motivo tali coleotteri sono stati inseriti nell'allegato II (specie d’interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione) della Direttiva Habitat, oltre a godere di particolare riguardo nella legislazione di alcune regioni italiane, come la Toscana.
Larva melolontoide di cervo volante. Foto di Andrea Mangoni.Un tempo questi insetti erano diffusi anche qui, a Camponogara, nel veneziano; legati per lo sviluppo alle annose ceppaie delle rive, con la semplificazione o l'eliminazione di queste ultime sono venuti a mancare a questi coleotteri importanti habitat riproduttivi. Esiste ancora, credo, la possibilità di restituire parte del proprio areale veneziano a questa specie, e di reintrodurla nuovamente in natura. Questo richiederà certamente lavoro e pazienza, vista anche la lungehzza del ciclo vitale di tali insetti, nonchè l'aiuto di quanti vorranno darlo. In particolar modo, sarebbe molto importante per il progetto che ho in mente la segnalazione di aree del padovano (saccisica) e del veneziano in cui questi magnifici coleottero siano ancora presenti. Ogni forma di collaborazione in tal senso sarà graditissima. Potrete inviare eventuali segnalazioni all'indirizzo di posta elettronica presente nella colonna a destra. Grazie!

Maggiori informazioni su Lucanidi e Scarabeidi:


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Kochia scoparia. Foto di Andrea Mangoni
Un piccolo cespuglio di Kochia scoparia. Foto di Andrea Mangoni
Qualche tempo fa, andando a trovare un vicino di casa, ottantenne e contadino da sempre, mi sono trovato di fronte ad una pianta che francamente non avevo mai visto. Avete presente il piccolo, caro cugino It della famiglia Addams? Ecco, davanti a me avevo una sua strampalata versione vegetale. Priva di occhiali da sole, ovvio. Si trattava di una pianta davvero molto bella, dal fogliame fine ed elegante, che somigliava ad uno strano elfo cresciuto tra i sassi e le gombine dell'orto. dava l'impressione che solo ad accarezzarla potesse iniziare a fare le fusa. Una rapida foto, e la richiesta di qualche informazione in più al contadino. Mi venne spiegato che da sempre nella sua famiglia si utilizzava quella pianta per produrre scope rustiche. Per anni non ne aveva più avuta, poi, ad un tratto, da una gombina un bel giorno ne era saltato fuori un esemplare.
La pianta in questione, ho scoperto, è la Kochia scoparia, della famiglia delle Amaranthaceae. Si tratta di una pianta annuale di origine eurasiatica, da tempo utilizzata proprio per la produzione di scope (come dimostra lo stesso nome scientifico attribuitole). Di uno splendido verde chiaro in estate, con l'arrivo dell'autunno diventa di un bellissimo rosso scuro, a partire dai rami e finendo con le foglie. Da il meglio di sè stessa coltivata al sole ed in piena terra, ma si adatta anche a vasi piuttosto piccoli, pur sacrificando però la grandezza raggiunta. Le piante coltivate a terra possono diventare alte infatti fino a circa un metro, perdendo, con l'età, la caratteristica forma che ha valso loro i nomi di "cipressino" e "cipresso d'estate". In inverno la pianta muore, e una volta essiccata viene adoperata per produrre scope, ottime per l'utilizzo all'aperto, in campagna.
Questa pianta mi era totalmente sconosciuta, nonostante i piei antenati fossero provetti contadini, per un motivo abbastanza semplice: la famiglia di questo mio vicino di casa era l'unica ad utilizzarla, in paese, per produrre simili manufatti, e la custodiva gelosamente. Qui a Camponogara, invece (così come nei paesi vicini), veniva utilizzata allo stesso scopo un'altra pianta, quest'ultima selvatica e facile da reperire lungo i fossati di divisione: la sanguinella, (Cornus sanguinea), localmente nota col nome di sàndane.
Le sàndane sono belle piante dalle voglie ovoidali di color verde piuttosto scuro e dai rami giovano di un intenso rosso cupo, cosicchè in inverno, spogli, sembrano un intricato groviglio di vene scarlatte protese verso il cielo. Possono raggiungere un'altezza di 4 metri se lasciate incolte, ma in genere i contadini sono soliti ai giorni nostri tagliarle tutti gli anni raso terra, per evitare che grazie alla loro crescita prodigiosa finiscano con l'invadere le rive dei fossati. La ricrescita di questi vegetali ha del pèrodigioso, e già dopo pochi mesi le piante tagliate sono spesso alte un metro e più. In primavera la sanguinella produce piccoli fiori bianchi, raggruppati in ombrelle dalla forma graziosa, che attirano irresistibilmente numerosi ditteri ed alcuni coleotteri floricoli, mentre sono quasi completamente snobbate dalla maggior parte delle farfalle. E' una pianta che, per la varietà di colori e la straripante vitalità, ben si presta a formare siepi miste di essenze autoctone. Si adatta anche a vivere in vaso, anche se richiede parecchia acqua, e preferisce comunque un terreno ricco ed umido. In autunno le foglie si tingono di rosso e viola, e le piccole bacche nere, apprezzate anche dagli uccelli, venivano un tempo usate per ottenervi olio per lampade. Fu il mio bisnonno a piantarla per la prima volta lungo i miei fossati. Per ricavarvi le scope, alcune piante venivano lasciate libere di crescere in altezza; quindi, una volta raggiunta la giusta dimensione, venivano tagliate ed il tronco principale sfrondato di tutti i ramoscelli e rametti laterali, fino a lasciare solo un ciuffo di rami sottili in cima. Questi venivano quindi legati e, con l'aggiunta di altri rami sottili ricavati da altre sàndane, finivano col formare la "testa" della scopa.


Fioritura tardiva di sanguinella (Cornus sanguinea). Foto di Andrea Mangoni
Fioritura tardiva di sanguinella (Cornus sanguinea). Foto di Andrea Mangoni

Le sàndane, nella mia riva, ci sono già, ma non ho mai provato a farne scope. Della kochia, invece, il mio vicino mi ha promesso i semi, in autunno. Chissà che l'anno prossimo non possa provare di persona quale delle due "correnti di pensiero contadine" sulla miglior pianta da scope fosse maggiormente nel giusto!
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LETTURE CONSIGLIATE

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Ceppo Rossetto - Polverara pure
Leonida Irene Circe
Medessa Tea La decana del sig. Rossetto
Ceppo Rossetto - Incroci
Nerina Briareo Rose

Ereditare... una parola che mi fa sempre un pò specie. Ereditare non è, per me, solo un mero accettare; significa anche trovarsi a diventare i continuatori morali dell'opera che ci è stata donata. Nel mio caso, si tratta di un'eredità davvero preziosa e... insolita: ho infatti "ereditato" un ceppo avicolo: quello delle Polverara di Bruno Rossetto, il più antico - alle attuali conoscenze - di questa razza ed il più strettamente correlato all'antica S-ciàta. Il sig. Rossetto ha avuto i suoi primi esemplari - una coppia nera - nel lontano 1954, dalla sig.ra Ruzza di San Gregorio, specializzata nella vendita di polli . Il ceppo non è mai stato molto folto, e ogni anni solo una manciata di adulti puri e qualche ibrido venivano allevati da questo signore pieno di passione per l'avicoltura. Nella selezione di questi animali, selezione durata per oltre cinquant'anni, sono stati introdotti sangue di Sumatra, di Siciliana e di Cornish. Da questo ceppo partirono pure gli esemplari che fondarono il nucleo iniziale del gruppo di riproduttori dell'Istituto San Benedetto da Norcia di Padova, e da questo ceppo fu attinto pare anche per la riselezione della razza Polverara ad opera del rag. Antonio Fernando Trivellato, riselezione che permise a questi polli di tornare a contare su quantità di esemplari numericamente significative. Dal ceppo Trivellato gli esemplari del ceppo Rossetto si distinguono però per una serie di caratteristiche genotipiche e fenotipiche ben precise, differenze che sto cercando per quanto possibile di studiare. Un paio di settimane fa, ho ricevuto dal sig. Rossetto altri tre esemplari di questo ceppo, che si vanno ad unire agli altri da lui cedutimi negli scorsi mesi. Sono in tutto 8, 5 puri e 3 incroci. Sono gli esemplari che potete vedere nelle foto qui sopra, assieme alla gallina "decana" del sig. Bruno (ventun'anni di vita! Partecipò ad un concorso nel 1988), unica pura ad essere rimasta nel suo allevamento. Stando alle mie attuali conoscenze, oltre a questi 9 esemplari esisterebbero solo altre due galline ascrivibili a questo ceppo, un'incrocio simile alla mia Nerina ed una gallina bianca pura. Se qualcuno fosse a conoscenza di altri esemplari del medesimo ceppo, lo pregherei di contattarmi alla mia email; la trovate più volte nella colonna a destra. Bene, come un amico mi ha gentilmente suggerito, ora dovrò proprio "ingravàrme £e manèghe" (tirarmi su le maniche) e lavorar sodo. Mi aspetta infatti un lungo periodo di selezione (almeno quattro anni) per riuscire ad uniformare il ceppo, in quanto gli animali sono e rimangono piuttosto "lontani" dagli attuali standard della razza (alcuni con pelle gialla, altri producono uova color marrone chiaro, ecc...); ma nonostante il loro valore economico scarso, rimane l'importante patrimonio genetico che essi veicolano e che potrà far luce sull'antica S-ciàta. Senza contare il grande valore affettivo che essi hanno per me. I primi nati nel mio allevamento stanno già dimostrando che dovrò effettuare una selezione rigorosissima... ma a questo sono già preparato. Spero solo di poter rendere onore al lavoro intrapreso per tanti anni e con tanta passione dal sig. Rossetto.

Foto di gruppo per alcune Polverara del ceppo Rossetto. Dall'alto in basso, Circe, Medessa, Irene e due piccoli di quest'anno. Foto di Andrea Mangoni

Un podalirio (Iphiclides podalirius) si sfama sui fiori della Buddleja. Foto di Andrea Mangoni.

Qualcuno di voi ricorda i vecchi cataloghi della Stassen? La gloriosa vecchia ditta olandese che inviava a domicilio i propri volumi straripanti di piante, fiori e bulbi pronti ad essere spediti nelle nostre fredde lande nei periodi più strani dell'anno? Ecco, la buddleja che ora come ora abbellisce il mio giardino proviene proprio da uno di quei cataloghi. Avevo visto la foto di questo famiferato "albero delle farfalle" con tanto di foto esplicativa delle infiorescenze ricoperte di farfalle morte e spillate (sigh!), e avevo convinto mia mamma a comperarmelo. Facevo le elementari, e ricordo che in quella fredda giornata d'inverno in cui arrivò il pacco quasi mi aspettavo di veder saltar fuori da qualche parte una farfalla ansiosa di mettersi a lambirne i fiori, tanto avevo fantasticato su di essa. Naturalmente, oltre che a non esserci farfalle in gennaio disposte a convalidare i miei sogni, dovetti ridimensionarmi parecchio anche sulla pianta. Non era un albero, ma un arbusto. anche un pò spelacchiato, a prima vista. Venne piantato, quasi con ignominia e un pò di sospetto, nella parte anteriore del giardino, e lì dimenticato fin alla primavera successiva. A Luglio, con sommo piacere, apparvero i primi fiori. Che meraviglia! Lunghe pannocchie conoidali di fiori di un delicato lilla, dal profumo intensissimo, iniziarono ad abbellire la pianta richiamando, nel contempo, torme di insetti. La vanessa Io (Inachis io) è un'altrta delle ospiti fisse dell'albero delle farfalle. Foto di Andrea Mangoni. Eh sì, questo arbusto infatti mantiene davvero fede al suo nome comune! Proveniente dalla Cina, ma oramai naturalizzata in varie parti d'Europa e d'Italia, la Buddleja davidii appartiene alla famiglia delle Scrophulariaceae. Si tratta di una pianta con portamento cespuglioso, che a volte emette forti stoloni... ma ammetto che in tanti anni di coltivazione la mia non l'ha mai fatto! In compenso, oltre alla riproduzione tramite semi questa pianta può essere moltiplicata e propagata pure tramite talee erbacee, da prelevarsi nella bella stagione. E' una pianta che ama il sole e che richiede spazio. Può infatti crescere fino a 4 metri e più, e tende ad allargarsi parecchio. Anche per questo richiede una potatura invernale energica, tale da accorciarne i rami a meno di un terzo di lunghezza; in questo modo si favorirà l'emissione di nuovi e vigorosi getti. Miriam Louisa Rothschild, coautrice del libro "Il giardino delle farfalle", consigliava invece di piantarla accanto ad una parete della casa non esposta a sud, cosi che nella sua ricerca di luce la pianta si portasse a crescere verso l'alto e finisse col fiorire copiosamente proprio vicino alle finestre dell'abitazione. Estremamente romantico, ma credo assai poco attuabile, nella maggior parte dei casi. A chi, come me, deve spesso piegarsi alle dure leggi dello spazio tiranno, ricordo che della B. davidii sono state ottenute numerose cultivar, alcune anche di piccole dimensioni, come la famosa nanho blu. Inoltre la selezione ha portato ad ottenere, oltre a varianti di diverse dimensioni, anche differenti colori, che vanno dal rosa pallido al lilla bluastro, dal viola intenso al blu-nero, fino ad arrivare al bianco candido; agli insetti, pare però che piaccia un pò di più la "classica" Buddleja rosa. Glià, gli insetti: quali sono i principali "fruitori" diu questo bell'arbusto? Innanzitutto le farfalle da cui trae il nome: cavolaie, podaliri, vanesse e macaoni, tutte sembrano estasiarsi sui suoi fiori. E poi ancora ditteri, imenotteri e qualche coleottero floricolo, come i cetonini dai bei riflessi metallici. Insomma, un autentico ristorante di gran lusso per tutta una marea di piccoli animali, che torneranno più e più volte a visitare il vostro giardino. Un piccolo trucco per prolungare la fioritura estiva? Non appena una pannocchia di fiori si secca, tagliatela alla base: dalle geme ad essa precedenti ne nasceranno altre due. In questa maniera semplicissima potrete godere dei colori e dell'intenso profumo di questa magnifica pianta fino ad ottobre inoltrato.

una cetonia della specie Potosia cuprea approfitta anch'essa dei fiori della Buddleja. Foto di Andrea Mangoni.
La mia mamma, bambina, circondata dalle margherite sotto il vigneto di famiglia.
Questa foto mi commuove sempre un pò. È stata scattata verso la fine degli anni '40: mia madre era solo una frugoletta con un vestitino chiaro, seduta sotto le vigne dietro casa, circondata da fiori più grandi di lei. E i fiori che la circondano altro non erano che... margherite! Mamma ricorda ancora con tenerezza quando, un pò più grandicella, tornava sotto le stesse vigne per raccogliere mazzolini di fiori che, come dice, "adesso non ci sono più": fiori che lei non vede da tanti anni, fiori come le orchidee spontanee o i fiordalisi, che crescevano tra il vigneto ed i campi di grano. E anch'io ricordo con nostalgia quando, bambino, trovavo le grandi margherite subito giù dalla carreggiata della campagna, ultime superstiti della flora fiorita che abbelliva la base delle vigne, e già allora relegate ad un esile bordura. Scomparvero, molto semplicemente, nel nulla, nella nostra indifferenza generale, come qualcosa che si da per scontato e che alla fine proprio per questo ci viene tolto senza clamore. Quando, parlando di questi fiori, chiesi ai miei se secondo loro ce ne fossero ancora in campagna, risposero senza pensarci troppo che sì, quel fiore umile e bellissimo era sempre nelle nostre campagne. Ma quando chiesi loro quando avessero visto l'ultima margherita nei nostri campi, non seppero più rispondere. Io invece so bene, purtroppo, quando ho visto l'ultima volta quei fiori nelle nostre campagne. Più di vent'anni fa. Facevo le elementari. So che magari state pensando che io la stia facendo troppo lunga, per un fiore così comune come la margherita dei campi. Sono assolutamente certo che ci sono strade e campagne in cui esse abbondano ancora, per fortuna, così come abbondano i ranuncoli ed il tarassaco che ne hanno preso il posto sotto le vigne. Ma la loro mancanza era una nota stonata. Era la bellezza di una campagna coltivata che aveva spazio per la bellezza semplice di queste piante. Insomma, sarò certo il solito sentimentale, ma ne sentivo la mancanza. E parecchio! Ma non volevo limitarmi ad acquistarne qualche pianta e metterla in campagna... avrei voluto cercare di trovare qualche esemplare dal patrimonio genetico che si avvicinasse, il più possibile, ai fiori della mia infanzia e a quella di mia madre. Così mi guardai attorno, più e più volte, nella speranza di vedere, lungo le strade del mio paese, Camponogara, qualche esemplare. Il nulla più assoluto. La margherita sembrava completamente scomparsa dalle vigne e dai campi di grano, dai margini delle strade e dalle carreggiate.
Alcune piante di margherite crescono lungo l'argine di un fossato. Foto di Andrea Mangoni.
Poi un bel giorno, mentre facevo un giro in auto, vidi con la coda dell'occhio una macchia gialla e bianca sulla scarpata di un fossato, in un paese vicino al mio. Mi fermai appena possibile e tornai indietro a controllare: non avrei certo voluto essermi confuso con delle semplici pratoline, magari un pò cresciute. E invece no, era proprio lei, sebbene un pò stentata: la margherita dei campi, il Leucanthemum vulgare. Questo fiore appartiene alla numerosa famiglia delle Asteracee, e dovrebbe essere ben diffuso e comune in Europa, dal livello del mare fino ai 200 metri d'altitudine. Le foglie, lanceolate e dentellate, hanno corti piccioli (ma solo quelle vicine alla base della pianta); le radici formano un rizoma che può all'occorrenza essere diviso per moltiplicare la pianta. I fiori composti avrebbero, secondo la medicina tradizionale, proprietà antispasmodiche. Ne sono state selezionate pure parecchie cultivar, dai grandi capolini che raggiungono anche gli 8-10 cm di diametro. Ma io rimango ancora affascinato da questi fiori semplici e selvaggi, alti fino a 40-50 cm, con capolini fioriti non più larghi di 4 cm.
Lo so, non è stagione adatta a trapianti un pò bruschi... ma non potevo rischiare di non ritrovare più la pianta, in autunno. E così, dal ciuffo che cresceva lungo il fossato, due pianticelle hanno preso la strada di casa mia. Ora sono coltivate in vaso e monitorate attentamente, per cercare di far sì che attecchiscano nel miglior modo possibile; se i fiori riusciranno ad arrivare a maturazione, ne serberò fin da quest'anno i semi, nella speranza di poter lasciare agli eventuali bimbi che un domani giocheranno sotto le vigne il piacere di cogliere un mazzolino di margherite.
AGGIORNAMENTO (GIUGNO 2009)
Le piantine trapiantate l'anno scorso hanno preso, ma non si sono sviluppate molto bene, e soprattutto non hanno voluto fiorire. In compenso, però, tra aprile e maggio, cercando orchidee selvatiche da fotografare, ho trovato un altro sito (proprio qui a Camponogara, stavolta) in cui crescono le margherite di campo.
Così ho agito in due differenti modi. Da un lato ho preso alcune piante in fioritura, recidendone gli steli e piantando in un vasetto le radici con le rosette basali; dall'altro, ho prelevato una zolla di terra con delle piante fiorite, che sono poi finite in un vaso molto capiente assieme ad un'altra zolla mista di caglio zolfino e trifoglio rosso.
Giovani piante nate dal trapianto di vecchi individui. Foto di Andrea Mangoni.A distanza di poco più di un mese, le prime pianticelle trapiantate, quelle cui avevo tagliato i fiori, hanno dato vita ad una florida esplosione di nuovi virgulti (FOTO 1), che stanno crescendo benissimo e di cui uno ha già addirittura fiorito! Certo, il fiore è piccolo e lo stelo corto, ma è un ottimo inizio! Questo gruppo di piante lo porterò in campagna, alla fine della carreggiata, dove c'è un angolino che sembra fatto apposta per loro. Ci sono anche delle piantine di caglio zolfino, insieme, ottenute da suddivisione dei rizomi... formeranno una bellissima macchia di colore, l'estate prossima!!
Una seminiera che in due settimane ha dato decine di nuove piantine. Foto di Andrea Mangoni.Per quel che riguarda invece il vaso più grande, ho atteso che le piante sfiorissero, e che maturassero i semi. In pratica, quando i petali bianchi iniziano a seccare, il "bottone" centrale giallo inizia a gonfiarsi e a scurirsi leggermente. A questo punto scoprirete che esso è formato da tanti semini oblunghi con attaccata una sottile lamina gialla. basterà raccoglierli e seminarli in un vaso con terriccio mantenuto leggermente umido, senza ricorprirli di terra, e lasciarli in una postazione luminosa ma non sotto la luce diretta del sole. In capo a due settimane inizieranno a nascere le nuove piantine (FOTO 2), e non appena le foglioline inizieranno a farsi seghettate potrete con attenzione trapiantarle a dimora nel prato in giardino. Io le porterò in campagna, lungo il fossato, certo, ma soprattutto sotto le vigne...
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Per saperne di più:
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Una distesa di margherite è cresciuta lungo i bordi della strada. Fogto di Andrea Mangoni.
Il piccolissimo Tacchino bronzato! Foto di Andrea Mangoni

Altra novità! Lunedì scorso è nato il mio primo Tacchino Bronzato dei Monti Lessini! Certo, non si tratta di una schiusa numericamente eccezionale... solo un nato su undici uova! Il mio timore principale è che questi tacchini di piccola mole fatichino a covare un numero elevato di uova; forse, essersi presa cura anche di 4 uova di Polverara oltre alle proprie è stato troppo.... o forse è stato dovuto alla mancanza di esperienza della tacchina, alla sua seconda covata.

Comunque sia, ora non rimane che cercare di allevare questo pulcino nel modo migliore. E' già stato affidato all'ovaiola che si sta prendendo cura dei due Polverara nati la settimana scorsa, e sembra che sia stato accettato molto bene dalla nuova famigliola adottiva. La sua mamma naturale invece continua a covare; temo che non schiuderà più nulla, oramai, ma non si può mai sapere...

AGGIORNAMENTO

Dopo appena una settimana, il piccolo è morto. Purtroppo, quest'anno, niente tacchini...

La mia nuova gallinella di razza Sebright argentata! Foto di Andrea Mangoni
Novità! In questi ultimi giorni ci sono state delle piccole, grandi novità per il mio allevamento. Innanzitutto, come vedete sopra, c'è stato l'arrivo di questa graziosissima signorina: una gallinella di razza Sebright, varietà argentata. E' bellissima! Mi sono fatto tentare mercoledì, quando ho comprato per conto di un amico un galletto di questa razza... erano così belli che non ho resistito all'acquisto e così lei è tornata a casa con me! Certo la sua sistemazione è stata un pò problematica... infatti, nel pollaio generale rischiava di fare una brutta fine: la più piccola delle altre galline è grossa il doppio di lei! Così, alla fine, ho deciso di tenerla provvisriamente con i pulcinotti della seconda covata di Nerina...
La seconda covata della Nerina! Foto di Andrea Mangoni.
Già, che fine hanno fatti quei pulcinotti? sono diventati una masnada di bei pollastrini!
I Jersey Giant crescono che è una bellezza, così come i Polverara. In molti di questi ultimi, purtroppo, si ripresenta la scomoda eredità materna: il sangue, cioè, di una gallinella comune. Questo comporta esemplari con ciuffi assenti o quasi, e creste formate da grappoli di punte, non dai classici cornetti. Ma perlomeno alcuni esemplari sembrerebbero promettere assai bene, con un bel ciuffo e creste adeguate. Non ci resterà che aspettare e vedere!
Ma nel frattempo, mai fermarsi! Ed ecco che da alcune uova di Irene, una Polverara bianca di ceppo Rossetto, accoppiatasi con Briareo, il gallo figlio di un Polverara nero e di una Padovana dorata, sono nati nei giorni scorsi due minuscoli e bellissimi pulcini!
Ora come ora i piccoli vivono sotto l'occhio vigile della loro mamma adottiva, una corpulenta e gigantesca (rispetto a loro!) gallina ovaiola ibrida; e promettono bene, con le loro crestine a cornetti già ben distinguibili, e la (perlomeno attuale) mancanza di tracce di doratura... Spero solo di poter avere qualche altra covata prima della fine dell'estate!!


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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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I due piccoli polverara nati nei giorni scorsi, con la loro mamma adottiva. Foto di Andrea Mangoni
Una piccola Araniella cucurbitina ha trovato asilo trai petali di una Rosa canina. Foto: Andrea Mangoni.

Una piccola Araniella cucurbitina ha trovato asilo trai petali di una Rosa canina. Foto di Andrea Mangoni

La rosa selvatica (Rosa canina) è uno di quei cespugli che non passano inosservati, o perlomeno non in due momenti dell'anno. Tra la primavera e l'estate, i tralci verdi si coprono di bei fiori semplici, dai 5 petali, di colore variabile dal bianco al rosa intenso; d'inverno ed in autunno i cinorrodi rossi sembrano piccole gemme brillanti. Miriam Louisa Rothschild la definì come "il più bell'arbusto del mondo", meravigliosamente disordinata come solo una donna convinta della propria inconfutabile bellezza potrebbe essere.

In giardino offre protezione a innumerevoli animali; fatela crescere accanto al biancospino, in una siepe mista, e l'intrico dei rami spinosi servirà da rifugio ad uccelli e piccoli mammiferi, che in inverno faranno man bassa dei cinorrodi; in estate saranno invece coleotteri cetonini ed api solitarie a farne uso. La moltiplicazione, per talea in autunno o primavera, e per trapianto dei polloni basali, non è complicata. E' una pianta meravigliosa, ma come una Cenerentola del giardino, le si preferiscono quasi sempre le sue più delicate discendenti. E' un peccato: poche piante in fiore, infatti, offono la stessa incredibile immagine di leggerezza e poesia.