martedì 18 agosto 2015

Allevatore o selezionatore? Un quesito lecito in Avicoltura

Giovane galletto di Polverara, molto promettente. Foto Andrea Mangoni.

A volte ci penso.
Magari quando, dopo aver lavorato in campagna, mi fermo a riposare mentre i miei animali razzolano sotto il frutteto, al pascolo, neri come bachelite o candidi come la neve, stagliandosi contro l'erba verde. Allora guardo quell'esemplare, e mi fermo a rimirarne il ciuffo, la forma del corpo, la dimensione della cresta. E poi penso a cosa c'è da migliorare, il verde oliva dei tarsi da raggiungere, la cresta a cornetti che deve diventare bella e perfetta. Oppure vedo un altro capo e mi mangerei le mani a pensare che sarebbe potuto essere uno straordinario riproduttore, se non fosse nato col becco a forbice. O quell'altro, che ha poco ciuffo, brutta cresta, ma - ragazzi! - che portamento, che spalle, che torace ampio, che groppone solido! Questo va tenuto assolutamente.  Poi penso che ho detto la stessa cosa per altri tre galli della stessa famiglia, e che per forza di cose potrò mantenerne solo uno... e cominciano le paranoie.

Gallo di Polverara bianca, uno dei miei riproduttori. Foto Andrea Mangoni.

Si, a volte ci penso. Più che un allevatore, sono un selezionatore. Faccio una scelta critica, ragionata, ponderata, cerco di trovare il miglior riproduttore per garantire al mio allevamento le maggiori possibilità di
mantenersi vitale nel tempo, migliorando nel contempo le caratteristiche produttive ed estetiche dei miei animali. Voglio vedere la loro discendenza, osservarla crescere forte, osservarla diventare sempre più bella. Per questo, oltre che per altri motivi, limito il numero di razze nel mio allevamento a due o poco più. Della sola Gallina Polverara seguo ora 4 differenti linee di sangue; come potrei avere il tempo e gli spazi per dedicare la stessa attenzione a 6, 8 o 10 razze diverse? Per questo rimango sempre molto dubbioso quando vedo allevatori vendere uova, pulcini o adulti di un numero apparentemente esagitato di razze: non mi sembra ragionevole riuscire a mantenere un elevato standard qualitativo unito a un patrimonio genetico sano senza poter allevare diverse coppie non consanguinee per ciascuna delle razze in allevamento. Ma forse il mio ragionamento è minato dal fatto che mentre io voglio accuratamente evitare di introdurre nuovo sangue dall'esterno, per la maggior parte delle razze il problema non sussiste: un allevatore va ad una buona mostra, in Italia o all'estero, e può tornare a casa con un buon riproduttore che garantisce un rinnovo del proprio allevamento. Io non posso farlo, almeno per ora.

Una bella pollastra di Polverara bianca. Un esemplare del genere verrà tenuto a prescindere, viste le sue indubbie qualità sia dal versante estetico che da quello produttivo. Foto Andrea Mangoni.

Ma resta la sensazione comunque che ci sia un habitus mentale di fondo differente.
Un allevatore acquista dei capi di alcune razze, li tiene nel miglior modo possibile, li fa riprodurre, magari li porta anche alle mostre, ne cede alcuni...
E il selezionatore? Fa la stessa cosa, ma con una differenza: effettua una scelta ben precisa, molto più ponderata, al momento di decidere quali riproduttori usare. Un selezionatore non porterebbe mai a giudizio animali non nati nel suo allevamento e su cui non abbia potuto effettuare una prima importante cernita. Un selezionatore non prenderebbe mai un animale a caso per farlo riprodurre, né si limiterebbe ad una scorsa veloce per scegliere i capi più belli alla prima occhiata.
L'allevatore ha spazio per innumerevoli razze. Il selezionatore, alla fine, si ritrova spesso a tenerne solo una o due.


Un gruppo di Polverara correttamente allevato ma non sottoposto ad un'attenta selezione in fase riproduttiva. 

Allevatore e selezionatore sono due facce della stessa medaglia che si rincorrono da secoli. Erano allevatrici le massaie che nella prima metà del secolo scorso portavano al mercato le pollastre più belle, per guadagnare di più, tenendo come ovaiole gli esemplari... di scarto. Erano selezionatrici le massaie che nello stesso contesto sceglievano con attenzione la gallina da far riprodurre, prendendola dal novero di quelle che deponevano di più in autunno, o da quelle che iniziavano la muta più tardi.
Un selezionatore impiega mesi per scegliere un buon riproduttore, ovverosia tutti quelli che intercorrono dalla nascita dei suoi polli alla maturità sessuale. Certo, effettuerà già nelle prime settimane delle selezioni mirate a eliminare i difetti più grossolani, ma resterà lì, sulla corda, chiedendosi quale sia il riproduttore migliore da usare almeno fino alla prima riproduzione... e dopo di questa, valutando la prole nata, deciderà se confermare la propria impressione o se cambiare idea.

Un galletto nero di Polverara. In questo caso si è scelto di sorvolare sui difetti dell'esemplare concentrandosi invece sui pregi e sul suo patrimonio genetico, ed è stato tenuto come futuro riproduttore.

L'allevatore vede il difetto e scarta il soggetto che lo porta. Il selezionatore vede il soggetto e valuta se i suoi difetti non siano superati dai pregi, e valuterà poi se tenerlo o meno in allevamento. Tanto è consapevole che prima o poi il difetto verrà eliminato, come nel caso dell'allevatore. Ma sa che è meno importante il tempo in cui lo si toglie, piuttosto che il modo con cui lo si fa. Il selezionatore lavora di cesello, a volte lasciando correre momentaneamente su un difetto pur di far avanzare un pregio che quella linea di sangue porta. Alla, fine, quando dopo un tempo maggiore avrà eliminato il problema che era sorto, si troverà ad aver più selezionato pregi che tolto difetti. Forse è tutto qui: cercare il meglio a prescindere dal peggio che possa apparire, senza guardare il calendario, senza poter contare su altro che i propri animali.
Tempo, cuore e occhio.
Forse è tutto qui.

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Sull'argomento può essere interessante leggere questo documento dell'ALBC:


Potete anche rivedere un vecchio articolo del nostro blog:

Avicoltura - di Australorp e di cosa sia selezionare e amare una razza.

 


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