La piantata e la vigna maritata: il dolce matrimonio tra vite e acero campestre

Un campo di viti maritate: una vera rarità, al giorno d'oggi.


I nostri vèci ne diseva sempre che l'uppio xé el marìo dea vigna!

Anziano agricoltore camponogarese

La primavera mi fa sempre strani scherzi. Ad esempio, mi instilla nel cuore il desiderio di cercare vecchie varietà frutticole da provare a innestare e moltiplicare nella mia campagna. E così, dopo aver scoperto che dalle nostre parti si beveva il vino di un vitigno chiamato curbinea, ho cercato qualche agricoltore che ne avesse ancora qualche pianta. E quando ne ho trovato uno, ho scoperto che nei suoi campi si celava ancora qualcosa di veramente prezioso: un perfetto esempio di piantata, con viti maritate agli aceri campestri.

A ogni alberello d'oppio (Acer campestre) sono maritate due viti.


Fino a non molti decenni fa lo spettacolo della vite maritata, ovverosia non sostenuta da un palo ma da un albero vivo, era abbastanza comune da vedere. Ogni alberello sosteneva una o due piante di vite; l'essenza usate come sostegno era principalmente l'acero campestre od oppio (Acer campestre). L'oppio restava la
specie preferita a causa soprattuto delle sue radici fittonanti che poco influivano sulla coltura della vite. Quest'ultima cresceva lungo il tronco dell'albero, avviluppandolo e venendo poi fatta sviluppare lungo una fune o un filo metallico teso fra i tronchi dei tutori. Venivano però usate anche le piante di olmo (Ulmus minor), pioppo (Populus sp.), salice da vimini (Salix viminalis), a seconda delle disponibilità. Il salice da vimini risultava in questo caso doppiamente utile, visto che dalla sua capitozzatura si ottenevano strope e stropei, ovverosia rami sottili ed elastici con cui si legavano i tralci delle viti e si realizzavano cesti, caponàre e altri attrezzi. 

A volte l'acero non veniva capitozzato a palo, ma a spalliera.

Spesso, le piante-tutrici che venivano poste in testata di un filare erano alberi da frutta: ciliegi, anche, ma più comunemente peri o anche azzeruoli, visto che le dimensioni dei loro tronchi (e delle loro radici) risultavano più contenute.

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La coltivazione a vite maritata prendeva il nome di alberata, quando la vite veniva fatta crescere addossata ad un singolo albero isolato; era detta invece piantata quando i vari alberi erano collegati a filare da un cavo o una fune su cui veniva fatta crescere la vite. Piantate e alberate non erano diffuse solo in Veneto, ma hanno segnato il paesaggio agrario di molte regioni, tra cui Emilia Romagna, Toscana, Campania; tanto gli Etruschi quanto i Celti della Pianura Padana utilizzavano questo sistema di coltivazione, che ai Romani era noto appunto come arbustum gallicum.

Metodo tradizionale di coltura della vite nel veneziano.

L'acero assolveva a numerose funzioni, oltre a quella di mero tutore della vite. Nella campagna, infatti, vi era sempre un gran bisogno di pali e l'oppio garantiva appunto una buona fornitura di eccellente paleria. inoltre, utilizzando tutori vivi soprattutto lungo i margini esterni del campo, si proteggeva il vigneto dalla furia del vento, mentre rami e foglie dell'albero proteggevano le viti in parte anche dalle grandinate. Il tutore vivo resisteva per decenni, mentre un palo non più di qualche lustro. Inoltre, studi degli anni '70 del '900 avevano dimostrato che sulle foglie dell'acero si sviluppavano popolazioni di acari fitoseidi, che migrando sulle viti potevano predare altri acari fitofagi dannosi. Insomma, il marito della vite si dimostrava un ottimo partito!

Coltivazione di uva corbinea in modo tradizionale con piantata d'oppio.

Abbiamo detto che altri alberi erano usati al posto dell'oppio, e ognuno aveva caratteristiche tali da renderlo un "partito" interessante agli occhi dell'agricoltore. Ad esempio, le foglie dell'olmo e del frassino erano un buon alimento per il bestiame; i rami dell'olmo garantivano eccellente paleria, così come quelli del salice e del pioppo.

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Il gelso garantiva invece alimento per il bruco del baco da seta, rendendo possibile integrare anche in questo modo il reddito familiare; e gli alberi da frutto garantivano preziose integrazioni alla dieta dei contadini. Tra un filare e l'altro di viti maritate, poi, si era soliti coltivare (a seconda delle zone) piccole parcelle di cereali, mais o frumento. 

Un acero fa da tutore a due pianticelle di vite.

Il lato negativo era per contro rappresentato dai lunghi tempi di impianto: potevano occorrere fino a 6-7 anni per ottenere una crescita sufficiente dei tutori viventi. Inoltre andavano regolarmente sfoltiti per evitare che ombreggiassero eccessivamente le viti, e anche gli spazi tra un filare e l'altro dovevano essere più larghi. Col tempo, purtroppo, la modernizzazione della viticoltura ha imposto la perdita di questi sistemi di coltivazione, scomparsi senza appello dalle campagne.

Altro acero usato come tutore in testata del filare.

E così, oggi, di viti maritate non se ne vedono più. Non ne rimangono che pochi campi o esemplari isolati, relegati in piccoli poderi coltivati in maniera tradizionale, o ancora come alberate relitte tra monocolture estensive. Eppure, passeggiando tra queste piantate, che ho avuto la fortuna di poter fotografare, non posso non pensare a quanto fascino dovesse avere il matrimonio tra vite e oppio, e mi riprometto di tornare in estate, e visitarle, quando i lunghi tralci ricchi di grappoli avvolgeranno in un abbraccio soave le scure foglie e i rossi semi dell'acero campestre.

Non solo gli umani amano questo paesaggio rurale tradizionale...

BIBLIOGRAFIA

6 commenti:

bldyman ha detto...

Bellissimo articolo. Grazie

Andrea Mangoni ha detto...

Grazie infinite a te!

Antonio Di Giorgio ha detto...

Ciao! Grazie mille per l'interessantissimo post!

Essendo molto interessato all'argomento volevo sapere se per caso avevi scattato qualche foto durante la stagione vegetativa.

Andrea Mangoni ha detto...

ciao Antonio,
no, purtroppo non ne ho avuto modo. Però intanto ho recuperato alcune pianticelle di acero campestre... voglio provare anch'io...

Antonio Di Giorgio ha detto...

Grandioso.. Vorrei approfondire ulteriormente la questione.. Non nascondo che credo molto in questo vecchio modello di viticoltura. Sarebbe fantastico diffonderlo nuovamente.. Sono uno studente di Agraria e se trovassi qualche professore interessato potrei lavorarci su per una bella tesi.
Molto interessante la questione degli acari fitoseidi, hai per caso già avuto modo di controllare se esiste qualche ricerca scientifica a riguardo? Potresti dirmi anche le coordinate esatte del campo e il nome del proprietario? Sono di Perugia ma una gita me la faccio volentieri per andare a vedere fisicamente una reliquia del genere :)

Grazie per l'aiuto intanto; se si evolvesse il progetto comunque potresti essere interessato a partecipare?
Antonio

Andrea Mangoni ha detto...

ciao Antonio, perdonami se non ti ho potuto rispondere prima.
Non ho controllato se ci siano pubblicazioni a riguardo dei fitoseidi, e non posso darti le coordinate o il nome del proprietario per questioni legate alla privacy. Ho accennato proprio ieri alla persona in questione del tuo interesse, gli chiederò se potrà lasciarti visitare il vigneto assieme a me.
Ti confermo che oltre agli aceri venivano usati come sostegni, soprattutto come testata del filare, alberi da frutto e "stropari" (Salix viminalis);questi ultimi poi erano usati anche per ottenerne le "strope", i legacci per i tralci di vite.
Certo, se dovesse nascere qualche progetto a riguardo io sarò di certo interessato; ho in verità già iniziato la raccolta di giovani piante di acero...