Il Carnevale della biodiversità - 4 - Alieni fra noi

Primo piano di un gallo di Boffa. Foto di Andrea Mangoni.
Gallo di Boffa o Barbuta padovana. Foto di Andrea Mangoni.
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Questo post partecipa al quarto appuntamento del Carnevale della Biodiversità, ospitato da Erba Volant
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Nella nostra cultura la parola alieno evoca immediatamente la figura di un omino grigio verdastro con grandi e liquidi occhi scuri, sbucato da un'astronave. Se poi ci dice "ET Telefono casa" meglio, ma non è così importante. Piuttosto, speriamo che arrivi Scully a trarci d'impaccio...
Ma nella nostra lingua la parola alieno significa in primo luogo semplicemente "di altri, straniero". E questa parola ricopre un ruolo di notevole importanza per tutti coloro che si occupano di biodiversità, da tutti i punti di vista, anche se con accezioni profondamente differenti. 
Quando parliamo di biodiversità in natura, parlare di alieni fa spesso venire la pelle d'oca. Qui l'alieno si ammanta di un altro nome, più subdolo e meno facilmente identificabile dal profano: alloctono. Immaginiamo per un momento un ambiente naturale in perfetto equilibrio, dove tutti gli organismi si sono pazientemente evoluti in milioni di anni. Immaginiamo che in questo ambiente arrivi con le proprie appendici - o vi venga portato - un organismo che gli è completamente estraneo. E qui ricordiamoci che per biodiversità si intende di norma la ricchezza data dalla diversità genetica degli organismi che si integrano in un ecosistema; in questo senso, l'arrivo di un organismo nuovo non potrebbe rappresentare un'arricchimento della biodiversità? Sì e no - più no che sì, in verità - e vediamo subito il perché. Se l'ambiente non ha subito la meglio,
eliminandolo completamente, l'alloctono ha due strade: si integra, più o meno bene, e vivacchia senza far troppi danni; o agisce come azzeratore della biodiversità, in quanto di norma è privo di fattori biologici limitanti (es. predatori) e perciò tende a proliferare a dismisura, modificando così l'ambiente naturale in cui si viene a trovare e fungendo da vero e proprio azzeratore della biodiversità. Se da un lato è vero che i movimenti degli organismi tra habitat e continenti differenti esistono da sempre, è altrettanto vero che l'incremento massiccio della presenza di animali, microorganismi e vegetali alloctoni è cresciuto a dismisura negli ultimi secoli (ed in particolare negli ultimi decenni)  a causa delle attività umane. 
Molti di questi clandestini sono con noi da così tanto tempo che non li consideriamo neppure tali: pensiamo al fagiano, importato dai romani ma oramai naturalizzato, o alla tortora dal collare, giunta nel XX secolo e oramai integratasi nei nostri ecosistemi (anche se in effetti tende maggiormente a restare legata agli ambienti antropizzati). Ma se questi animali hanno avuto un impatto piuttosto blando sulla biodiversità locale, altrettanto non si può di dire in centinaia di altri casi, come dimostra anche la lista stilata dallo IUCN dei 100 organismi alloctoni più pericolosi. vale sempre la pena di ricordare che anche organismi per noi ovviamente autoctoni si possono rivelare dannatamente pericolosi in ambienti differenti da quelli in cui siamo abituati a vederli. Così, se da un lato nel mare Adriatico avanzano stuoli di vongole filippine (Tapes philippinarum) soppiantando la specie autoctona, il capparozzolo (Tapes decussatus), dall'altro la nostra cozza (Mytilus galloprovincialis) si è rivelata specie altamente dannosa quando è giunta in ambienti che non le erano familiari.

Procambarus clarkii. Foto da Wikimedia Commons.
Per capire l'effettiva pericolosità degli alloctoni basterebbe guardare alle acque dolci italiane. E' più facile al giorno d'oggi vedervi un'autoctona sanguinerola, o un'alloctona pseudorasbora? O osservare un luccio, o un pesce siluro dell'Est Europa? E non contiamo, vi prego, l'orrido Procambarus clarkii, il gambero rosso della Luoisiana, giustamente noto come gambero killer. Il suo arrivo segna la scomparsa di un numero consistente di organismi. Un esempio concreto: nel territorio dei comuni adiacenti alla Riviera del Brenta, l'arrivo di questo devastatore ha comportato nel giro di pochissimi anni (quattro o cinque) la fortissima rarefazione di quattro specie di anfibi anuri, due di urodeli, la presso che totale scomparsa di quattro specie di ditiscidi, di sette specie di odonati, di quattro specie di eterotteri acquatici, di crostacei, di anellidi, di molluschi, oltre che di numerose specie di piante acquatiche, tra cui la bellissima Hottonia palustris. E spostandoci invece tra i boschi alpini, che dire dell'avanzata dello scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis) a scapito dell'autoctono scoiattolo rosso (Sciurus vulgaris)? E che dire di conigli, capre, maiali, ratti? Questi animali, più o meno domestici, liberati da incauti colonizzatori europei hanno devastato interi ecosistemi in Africa, Asia, Oceania.

Robinia pseudacacia (Wikimedia Commons).
Tra i vegetali, fece scalpore anni fa l'inizio di invasione del Mar Mediterraneo da parte di Caulerpa prolifera, ma quanti sono consci della pericolosità di Robinia pseudacacia, che tanti considerano di casa ma che autoctona non è? E' fortemente invasiva, tende a formare pollonando boschetti monospecifici e, modificando le caratteristiche del terreno in cui si insedia, rende l'ambiente inaffrontabile per molte delle essenze autoctone. E che dire dell'ailanto, che colonizza rapacemente ogni angolo disponibile? O della fitolacca?

E l'uomo? ovviemente, l'uomo è L'ALIENO per antonomasia. In quanto organismo vivente va considerato allo stesso modo di piante e animali, e quando arriva in una nuova regione è un alieno che altera, modifica e/o distrugge gli ambienti naturali che gli stanno attorno per sopravvivere al meglio. Inoltre l'alieno uomo nei suoi spostamenti porta con sé numerosi alieni animali e piante, vuoi volontariamente, vuoi involontariamente (come abbiamo visto sopra), e la frittata si allarga. Basterebbe guardare una grande città per rendersene conto, ma per offrire al pubblico una visione più ampia basta ricordare una paio di esempi. 
Homo sapiens (Wikimedia Commons)
Metti l'America del Nord, con tutta la sua meravigliosa megafauna pleistocenica. Metti che circa 40.000 anni fa - probabilmente - arriva - sempre probabilmente, dall'Asia - uno scimmione nudo bipede coperto di pelli di animali. Oddio, già quest'ultimo particolare dovrebbe far capire come finirà la faccenda, no? Bravi, avete indovinato: estinzione di buona parte della megafauna nordamericana. Restano i bisonti, ma non bisogna temere: poche migliaia di anni e arriverà una nuova ondata di ominidi bipedi coperti stavolta di strambe stoffe a far strage di loro così come degli umani che li avevano preceduti.
Altro giro, altro regalo. Australia, circa 60.000 anni fa, regnano incontrastati marsupiali giganti, rettili giganti, uccelli giganti. Dall'Asia arriva il solito (piccolo) ominide bipede nudo. Che ha  purtroppo imparato fin troppo bene ad usare il fuoco. Il suo arrivo è come una vampata che arde una buona fetta degli ambienti naturali del continente tra le fiamme generate per far posto alle colture di vegetali e per difendersi dai predatori. La megafauna scompare rapidamente. Ancora una volta, arriverà una seconda ondata di ominidi nudi (più chiari) a finire l'opera introducendo nuove specie animali (qualcuno ha detto maiale, coniglio e dromedario?) e sterminando anche culturalmente i propri predecessori, nel frattempo integratisi con quel che restava del proprio ambiente.

Da ultimo però andrebbe analizzato a mio avviso un altro aspetto in cui l'alieno non è invece per forza di cose una disgrazia, ma un'opportunità: è quello della biodiversità agronomica e zootecnica. In questo caso, l'uomo ha agito in molte maniere, dapprima fungendo da vettore per nuove specie, varietà, razze, geni di piante ed animali e dall'altro come fattore di selezione, che all'interno della stessa specie alloctona od autoctona ha portato alla stabilizzazione di razze, forme ed ecotipi differenti a seconda della località e delle condizioni ambientali da affrontare.
Quando dall'Est Europeo i pellegrini e studenti universitari portarono in Veneto, nel '300, i primi polli ciuffati, essi avrebbero potuto essere considerati tout-court degli alieni, e di fatto lo erano; integrati da secoli di pazienti selezionatori contadini, i loro geni si unirono a quelli dei polli locali per formare la razza che per secoli fu gloria d'Italia: la Polverara. Così i polli nordafricani avrebbero dato origine alla bellissima razza Siciliana, e dall'unione dell'esotica Cocincina e della Polverara sarebbe nata la Padovana Gigante; dalla Polverara e Padovana Gran Ciuffo, unite ai polli comuni del contado padovano, prese origine invece la Boffa. E che dire del continuo scambio di geni tra Valdarno Nera e Bresse, intercorso alternativamente per secoli? O del chiaro legame tra Polverara e razze ciuffate del nord Europa?
Peperone papaccella (f. Andrea Mangoni).
E ancora, il pomodoro avrebbe mai visto un'esplosione di forme ed ecotipi differenti come quella raggiunta dal costante lavoro di selezione dell'uomo, se fosse rimasto una pianta selvatica come tante altre sue cugine solanacee? O ancora quante varietà di fagioli sarebbero state possibili, in natura? O di vite, di meloni, di cicorie? In questo caso l'uomo ha svolto lo straordinario compito di amplificatore nel far esplodere le potenzialità genetiche di questi organismi, aiutato dal fatto di averli introdotti in regioni in cui essi non esistevano selezionandone così anche le attitudini e la resistenza alle differenti condizioni ambientali. In tutti questi casi gli alieni rappresentavano una ricchezza, però, quando il lavoro dell'uomo ha stabilizzato il patrimonio genetico di queste specie, razze e varietà, fissandole e rendendole riproducibili.

Oggi invece assistiamo ad un'appiattimento della biodiversità agronomica e zootecnica dovuto allarrivo di altri alieni: prendono il nome di ibridi commerciali, di F1, ecc... Si tratta insomma di quegli incroci selezionati per motivi economici da poche aziende per poter essere estremamente produttivi da un lato e per non essere riproducibili dall'altro. Così le ovaiole da 360 uova l'anno, essendo incroci, non potranno dare prole con le loro medesime caratteristiche; e il pomodoro enorme e lustro che ammicca dallo scaffale darà una discendenza assai diversa da se stesso. E non entriamo nel campo degli OGM: qui non è una razza o varietà l'alieno, ma singoli spezzoni di DNA di una specie che entrano nel patrimonio genetico di altre. E' proprio questa l'ultima frontiera dell'invasione aliena. Speriamo che alla fine 'sta Scully arrivi davvero.
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Coquerelle, G. (2000). Les poules: diversité génétique visible. INRA Editions.
Di Domenico, M. (2008). Clandestini: animali e piante senza permesso di soggiorno. Bollati Boringhieri, Torino.

Gallo di Polverara, razza i cui antenati provenivano dall'Europa dell'Est. Foto di Andrea Mangoni.

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