giovedì 6 novembre 2014

Tradizioni - Come realizzare una scopa di sàndane (Cornus sanguinea)

Le sàndane (Cornus sanguinea) e le scope che se ne ricavano.


Già in passato in questo blog abbiamo parlato di piante usate per la realizzazione di scope tradizionali e rustiche. In quella occasione avevo accennato a una particolare scopa realizzata con le sàndane, un arbusto locale; l'occasione per tornare a parlare di questo argomento mi viene data dall'incontro, durante,  una manifestazione rievocativa del mondo contadino del veneziano, con Dino Mancin, di Camponogara (VE), esperto realizzatore di scope vegetali con metodi tradizionali. 

Dino Mancin, di Camponogara (VE).

In seguito ho scoperto anche di essere imparentato col sig. Mancin, in quanto mia nonna Elvira era sua cugina. Un ulteriore legame, questo, col mondo contadino di cui tante volte vi ho già parlato. Ma andiamo a vedere nel dettaglio il vero soggetto di questo articolo. 


Scopa di sàndane (in basso) e di saggina (in alto).

Ecco due differenti scope. Mentre quella più in alto a destra, più ordinata e regolare, è fatta di saggina, quella più lunga e grezza è fatta di sàndane. Ma che cosa sono le sàndane?

Col nome di sàndane si intende nel dialetto locale la pianta del sanguinello (Cornus sanguinea), un arbusto flessibile e resistente che cresce - o meglio, cresceva -  regolarmente lungo le rive dei fossati. Si tratta di una
pianta decorativa, specie in inverno quando i rami giovani sfoggiano una bella corteccia rosso brillante. Un tempo le sue bacche erano usate per ricavarne olio da lampade, mentre i rami erano appunto usati per ottenerne scope; per questo i contadini la piantavano regolarmente lungo i fossati, anche se alla lunga, moltiplicandosi tramite polloni, poteva divenire infestante. Oggi, con la perdita e la semplificazione di molti tratti di riva, anche il sanguinello è stato relegato purtroppo ad aree incolte e marginali. 

Pianta di sanguinello in differenti periodi dell'anno.


Ma come si ottenevano le scope di sandàne? Innanzitutto, le piante venivano capitozzate e quindi i rami lasciati crescere indisturbati fino a raggiungere la lunghezza desiderata, equivalente a quella della scopa completa di manico. I lunghi rami sottili venivano quindi recisi alla base e privati di tutti i ramoscelli inferiori, lasciandone solo alcuni in cima per formare la "spazzola" della scopa. Quindi venivano riuniti a mazzi di 8-10 ramoscelli, in modo da formare la scopa. Perché questo potesse avvenire però il manico doveva venir formato (e fermato) dal contadino tramite una complessa legatura, come si può vedere in questo particolare: 


Vediamo dunque come venivano effettuate le legature. Innanzitutto, si utilizzava per ottimizzare i tempi e le modalità di lavoro il cavalletto da scope illustrato qui sotto:


Il cavalletto era composto da una seduta collegata a un piano di lavoro dotato di un cilindro in legno per l'ammorbidimento delle stròpe assieme ad una morsa azionata dai piedi dell'artigiano tramite un poggiapiedi (vedi in basso, liea rossa).


L'artigiano poteva cioè chiudere o aprire la morsa e fare presa sulle stròpe o sul manico della scopa, per raddrizzarlo, semplicemente spingendo o ritraendo i piedi e facendo così pressione o meno.


L'artigiano si sedeva, e controllava ramo per ramo e se necessario grazie la morsa cercava di raddrizzarlo il più possibile. poi iniziava la legatura. 


Lungo il manico dovevano essere effettuate dalle tre alle quattro legature, utilizzando delle stròpe. Questi erano dei ramoscelli di salice, a volte salice bianco o selgàro (Salix alba), più spesso salice da vimini o stropàro (Salix viminalis). Si prendeva un ramo flessibile e sottile, lungo circa un metro o un metro e venti. 


Con l'aiuto di una roncola, l'artigiano iniziava a tagliare in due per il senso della lunghezza la stròpa...


...E procedeva fino a ottenere due meta della stròpa da usare per legaccio.


A volte, quando a fare il lavoro erano contadini anziani, dalle mani callose e nodose, riuscivano ad aprire in due la stròpa solo usando il pollice e la sua unghia.


Terminato il lavoro, entrambe le estremità della stròpa venivano affilate con la roncola.


Si infilava quindi una delle estremità appuntite tra i rami del manico, e lo si faceva uscire per circa venti centimenti.


Quindi, facendo attenzione a mantenere ben fuori la lunguetta affilata, si iniziava ad arrotolare la mezza stròpa.


Si arrotolava quindi la mezza stròpa attorno al cilindro superiore, facendola scorrere per ammorbidirla e renderla il più possibile malleabile.


Si effettuava quindi un nodo all'estremità, sfruttando il cilindro.


Il nodo veniva quindi fatto scivolare verso l'alto e usato come fermo nella fase successiva.


Usando la morsa, si tendeva la stròpa e si iniziava nel contempo ad arrotolarla attorno al manico.


Si continuava fino ad arrotolare tutta la mezza stròpa


La linguetta appuntita che era stata fatta penetrare nel manico non veniva lasciata libera, ma veniva fatta passare alternativamente sotto e sopra la mezza stròpa mentre questa veniva arrotolata.


Una volta fatti tre o quattro giri, con una punta in legno si faceva spazio al di sotto della legatura per accogliere l'altra estremità della mezza stròpa.


Si scioglieva il nodo all'estremità ancora libera e tenendola ferma con una mano la si faceva passare sotto i giri effettuati in precedenza.


Veniva quindi tirata con forza...


...E riportata verso l'alto, per ripetere l'operazione più volte.


Il segreto della legatura sta appunto nello stringere con efficacia ogni giro della stròpa.


Alla fine, dopo aver fatto tre o quattro giri, viene accorciata la mezza stròpa e vengono anche uniformate le lunghezze dei rami che formano il manico.


Ed ecco un particolare del nodo in questione, finito e completo.


Il risultato alla fine è una scopa rustica adattissima per la puliza dell'aia o del pollaio. Per le pulizie interne, come quelle dei camini, si usava un'altro tipo di scope vegetali... di cui magari parleremo un'altra volta. Alla prossima!

LETTURE CONSIGLIATE


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2 commenti:

forestelli ha detto...

Eccellente documentazione, grazie!

Andrea Mangoni ha detto...

grazie a te per essere passato di qui!