
Più di qualcuno di voi mi ha chiesto, privatamente o pubblicamente, di poter avere la foto del bruco di Saturnia pavoniella in maggiore risoluzione. Metto quindi qui la possibilità di scaricare una versione della stessa immagine di dimensioni 2000x1500 pixel e di circa 1,37 mega di peso.
L'immagine è di libero scambio e fruizione a patto di non essere modificata in alcun modo. Alla prossima!
Arrivò nel giardino dei miei tanti anni fa, come germoglio di una pianta a sua volta nata da una talea rubacchiata in un parco da un'anziana signora. Lo si mise lì, in un angolino, sotto la siepe di lauroceraso, e finì con lo scomparire quasi, subissato dall'esuberanza di un fior di pesco.
Ma, in silenzio, resisteva. A tutto.
Veniva potato ogni anni a raso terra: ricresceva. Si cercava di sradicarlo: aveva già fatto polloni nascosti che lo riportavano in vita. E così per oltre vent'anni, forse anche trenta, fino a quando cioè io non mi interessai della sua sorte. Ne avevo visto una pianta molto simile, ma con foglie variegate di bianco, a casa di Bruno Rossetto; me l'aveva mostrata, indicandomi alcune sue caratteristiche. E avevo deciso quindi di provare a trarne anch'io qualcosa di buono, ma senza mai agire... fino a che l'anno scorso mio padre non si ripromise di estirpare ogni pollone della pianta in questione. E allora via, prendi una paletta, scava una zolla con un pollone abbastanza grandicello, e per finire portalo in terrazza nel nuovo appartamento...
L'eroe della storia di oggi è un piccolo arbusto, il Clerodendrum bungei, una verbenacea molto interessante per il butterfly gardener. Appartenente ad un genere che ospita tra le sue fila dei veri e propri alberi, il C. bungei si caratterizza per una struttura esile, che può superare il metro d'altezza, per le foglie grandi e quasi cuoriformi, e per le infiorescenze arrotondate formate da miriadi di fiorellinei roseo-rossi, profumatissimi, che attraggono e sfamano numerose farfalle e falene. Questi sbocciano solo dopo l'inizio dell'estate, coadiuvando così tutte le altre piante - come la buddleja - che condividono col clerodendro questa caratteristica. In primavera i giovani germogli sono poi davvero bellissimi: di un verde scuro e lucente orlato di viola rossiccio.
Ma perchè l'appellativo "fetido" del titolo? E' presto detto: le foglie. Provate solo a sfiorarle, toccarle oppure - orrore! - romperle, e vi sembrerà di aver macinato con le mani nude una mezza dozzina di cimici. Irritante, non è vero? Eppure è un difetto - forse davvero l'unico - che la pianta si fa perdonare grazie alla propria bellezza ed all'utilità dei fiori come richiamo per le farfalle.
Torniamo alla pianticella che avevo portato a casa. In vaso, impiegò settimane ad attecchire, nonostante la grande zolla di terra presa. Pur annaffiandola tutti i giorni, ogni pomeriggio le sue foglie si lasciavano cadere come le braccia di una donzella ottocentesca svenuta, e non si rialzavano se non la sera. Era, come avrei capito in seguito, un problema di esposizione. Infatti quando decisi di piantarlo lungo il famoso corridoietto di terra sabbiosa e ghiaiosa esposto a nord est, iniziò a produrre foglie molto più grandi di quanto non avesse mai fatto, lunghe anche 20 cm e larghe 15. Inoltre non si fece ripetere due volte l'invito ed iniziò a produrre polloni, prima uno, poi due, e per la fine dell'estate era arrivato a sei. Fui costretto mio malgrado a toglierne qualcuno che avrebbe altrimenti minacciato la sopravvivenza di altre piante di mio interesse. Il clerodendro, pur se originario dell'Asia substropicale, preferisce infatti una sistemazione abbastanza fresca, con suolo ben drenato e umido ma non fradicio; se poi, come nel mio caso, riceve il primo sole del mattino, è letteralmente a posto.
Come moltiplicarlo? Appunto, tramite i famigerati polloni, che tendono ad invadere un po' tutto; si prelevano a fine estate o all'inizio della primavera, con un'abbondante zolla di terra. Non provate nemmeno a toglierli a radice nuda: morirebbero quasi di certo. In alternativa si può provare a moltiplicarli per margotta o talea semilegnosa in tarda primavera, o ancora tramite seme, quando alla fine dell'autunno i fiori hanno oramai da tempo lasciato il posto alle bacche. Coltivatelo in piena terra, dove la sua esuberanza non sarà mortificata dai limiti di un vaso, e vi ripagherà con meravigliose fioriture e con una vitalità sorprendenti. Ma attenti alle foglie!
Così ora ho il mio mini-boschetto di clerodenro in giardino, che si sta già allargando - nuove piante si aprono una via verso la conquista totale. E a casa dei miei? Estirpato del tutto, se non fosse che nascosto a tutti, dietro ad un fior di pesco, un pollone è riuscito ancora una volta a scampare al suo destino...
Crescono. I bruchi di Saturnia pavoniella crescono, con incrollabile determinazione, spogliando dalle foglie il pero giorno dopo giorno. Ora sono verdi, bellissimi, irti di peluzzi neri e di tubercoli gialli. All'aria e al sole, placidi dietro la tendina di fine tulle nero che li protegge dai predatori. Ho già trovato più di una vespa che, rabbiosa, cercava di trovare una via d'entrata per quello che le doveva sembrare un lauto banchetto a base di morbidi bruchi. Ma per ora dovranno rinunciare: le giovani saturnie devono ancora crescere parecchio, per costruire poi i loro robusti bozzoli di seta.
E fioriscono. Le mie rose hanno iniziato la fioritura come da programma, con la Veilchenblau che ha mostrato di gradire moltissimo il trapianto in piena terra, producendo tanti piccoli fiori di un magnifico viola intenso screziato di bianco. L'ho piazzata accanto al pozzo, confidando che nel giro di qualche anno riesca a crescere abbastanza da arrivare a fare compagnia alla rambler rossa che già avvolge coi suoi rami l'arco in ferro battuto sopra di esso. Male sono andate invece le talee: l'arrivo di Pietro ha fatto sì che le mie attenzioni per molte piante venissero meno, e tra queste le talee,autunnali, all'ombra del terrazzo dei miei, hanno finito per seccarsi. Ho potuto salvare un'Alberic Barbier, un paio di Gloire des Rosomanes e diverse Bourbon Queen; purtroppo proprio una delle rose cui tenevo di più, la Variegata di Bologna, ha avuto la peggio. Ne è rimasta solo una talea piccola piccola, lunga una decina di centimetri, che sta timidamente emettendo un minuscolo germoglio... riusacirà a cavarsela? L'anno prossimo potrò godere della bellezza dei suoi fiori bianchi screziati di rosso e profumatissimi? L'ho cambiata di vaso, con un terriccio migliore e l'ho infilata in un capiente sacchetto di plastica trasparente, prima di metterla in posizione di ombra luminosa; spero così di stimolarne un po' la crescita e la ripresa. Nel frattempo continuerò a godere della bellezza delle rose che già ora fioriscono.


...E continuano le nascite e gli arrivi nel mio allevamento!
Pochi giorni fa sono nati, a distanza di poche ore, 17 pulcini (un misto di Boffa, Polverara ed incroci) e ben 10 anatroccoli di Muta di Barberia. I pulcini sono, come al solito, sempre meravigliosi... ma stavolta il massimo dell'attenzione va alle anatre! Sono bellissime, con un mantello perfettamente in linea con quello che ci si sarebbe aspettato da loro. Sono nate dopo quasi 40 giorni di cova, e su 12 uova solo due non sono schiuse. i piccini hanno da subito seguito la mamma, ed ora la famigliola è protetta in un'apposita struttura. Uno dei piccoli non ce l'ha fatta - era rimasto incastrato in un uovo - ma gli altri stanno benissimo e sono molto vitali.
Ma con le anatre non è finita qui: infatti la seconda femmina ha appena terminato la deposizione ed è entrata in cova, mentre due chiocce stanno covando da alcune settimane le uova "in più"! Vedremo cosa ci riserverà la tarda primavera. In più Gigia, una delle mie care Polverara nere, sta covando alcune uova di Boffa e di Polverara... anche qui vedremo cosa nascerà! I pulcini nati nei giorni scorsi invece sono stati affidati ad una bravissima gallina-balia, che finora si è presa cura di ben tre covate!!
Punto dolente: i tacchini. Non solo la femmina che covava non ha fatto schiudere nemmeno un uovo, ma per di più si è azzoppata senza motivo apparente e, nel giro di tre giorni, è morta senza che riuscissi a fare nulla per salvarla. Unica nota positiva, è stato l'arrivo nel mio allevamento di una nuova tacchinella azzurra di ceppo Rossetto. Quella di cui vi avevo mostrato le foto era morta per un'infezione all'occhio questo scorso inverno... ed ero abbastanza disperato, lo ammetto. Ma il signore che me l'aveva data ha avuto, dalle schiuse di quest'anno, un altro capo della stessa colorazione, ed è stato disponibile a cedermelo. Così la nuova tacchinella azzurra è arrivata, piccola e carinissima, a rimpiazzare le altre nel pollaio - speriamo con migliori fortune!!
Insomma, la primavera si riconferma come una delle stagioni più propize alle nascite. Non rimane che vedere se l'estate ci permetterà di gioire della crescita di queste meravigliose creature. Alla prossima!!
Una nuova avventura. Già, questa si può considerare proprio così.
Chi mi segue già sa che il mio impegno e la mia passione sono rivolti verso la salvaguardia della biodiversità, sia in campo naturalistico che zootecnico. Questo mi ha portato, più e più volte, a fare ricerche e a documentarmi sulla ricchezza delle razze avicole che un tempo popolavano il nostro Paese, ed in particolare a quelle della mia regione, il Veneto. Proprio seguendo questa passione mi sono trovato qualche anno fa ad inseguire le tracce di una razza avicola che trovavo molto affascinante e di cui deprecavo la scomparsa: l'antica razza Boffa. Questi animali, frutto dell'incrocio tra i polli ciuffati (Polverara, Padovana Gran Ciuffo) e quelli più grossi e produttivi del contado padovano, era nota già dalla seconda metà del XIX secolo. La sua più peculiare caratteristica erano i folti ciuffi di piumaggio che le coronavano il becco, a guisa di barba e favoriti. Lentamente scomparsa dalle aie rurali, finì con lo svanire del tutto nella seconda metà del secolo scorso.
Ma dopo lunghe ricerche infruttuose sul territorio padovano, per capire se vi fossero ancora dei nuclei sopravvissuti di questi animali, un anno fa ho trovato su un forum di avicoltura delle foto che mostravano dei polli molto simili alle antiche Boffe. Grazie all'amico Marco Bindocci, che si è fatto carico di una ricerca sul campo, è stato possibile appurare che un ceppo di questa razza, per quanto non selezionato e geneticamente parzialmente inquinato, era sopravvissuto presso un anziano allevatore del centro Italia, che per oltre 5o anni ha allevato questi avicoli dono di una zia andata in sposa ad un emigrante veneto, che dalla propria terra aveva portato questi animali da cortile.
Così, a dicembre dello scorso anno, un minuscolo gruppo di riproduttori è arrivato nel mio pollaio, e a febbraio i primi pulcini hanno iniziato a nascere. Questa meravigliosa razza torna così a razzolare in quelle campagne del Veneto che l'hanno vista nascere.
Con questo post vi voglio segnalare il mio nuovo progetto, il sito:
Si tratta di alcune pagine dedicate completamente a questi animali. In esso posterò articoli, approfondimenti, news e progetti collegati alla razza Boffa. Oltre ad esso, e ad esso collegato a doppia mandata, ho messo on line anche un blog che servirà come "distributore di news" del progetto:
Presto arriveranno anche un libro ed altre novità. Intanto i pulcini nascono e crescono, e saranno loro più di ogni altra cosa a segnare il futuro di questa razza. Spero di cuore vogliate seguirmi un po' anche in questa avventura. A presto!
Aprile chiede, reclama e pretende VITA. Scorre caldo, soffice e leggero come il pappo di un tarassaco trascinato dal vento della primavera, e richiama a se una sola parola, ripetuta mille volte: nascere, nascere, nascere.
Nel semenzaio stanno iniziando a nascere le verdure ed i fiori per la prossima estate: così, accanto alle minuscole foglioline delle digitali svettano pianticelle di pomodoro e peperone, mentre i semi di zucca marina di Chioggia appena ricevuti da un anziano contadino della città marittima attendono di essere seminati, alla stregua di quelli del garofanino dei poeti.
In campagna stanno fiorendo, tra mari di graminacee, ranuncoli e caglio, due magnifiche, piccole piante di Orchis tridentata, meravigliosa orchidea spontanea tutta da ammirare a distanza e fotografare... ma di lei parleremo con più comodo in un'altra occasione.
In pollaio le parole d'ordine sembrano essere "chioccia" e "pulcini": tre galline hanno portato a termine le loro covate, una tacchina ed un'anatra muta stanno facendo altrettanto, un'altra anatra ed un'altra gallina stanno per diventare chioccia, ed i pulcini più vecchi crescono mettendo su peso e penne in ugual misura.
Infine anche i bruchi di Saturnia pavoniella sono finalmente nati: una ventina sono stati tenuti e allevati su un alberello di pero acquistato per l'occasione (una Butirra Hardy, antica varietà francese), mentre le restanti centinaia sono state affidate a biancospini, prugnoli e salici delle mie rive, ed ai rovi di un'area abbandonata. Speriamo solo che qualcuno di loro possa cavarsela contro il mare di predatori pronto a farne un boccone, per tornare a volare la prossima primavera... ma anche questa è Vita. Alla prossima!
Fino all'anno scorso non ne avevo mai visto una nella mia campagna. Poi, pochi giorni fa, ecco una macchia azzurro-violetta sulla riva del fossato. E un'altra piantina lungo la carreggiata. E ancora un'altro gruppo di esemplari, stavolta molto bassi, in giardino.
La marcia della bugola (Ajuga reptans) nel farsi strada tra i miei pensieri sembra esssere inarrestabile... anche alla luce del fatto che sotto la palma davanti alla mia terrazza ne sta nascendo un'altra. Ma in verità è un tipo di "invasione" che mi piace molto, così la assecondo e mi faccio contagiare: una vanga, due passi in campagna, e due belle piantine fiorite finiscono in terrazza nel vaso dell'erba luigia, a far compagnia a lei ed ai ciclamini. E' un po' una mia fissa, qulla di ricreare nei vasi grandi i principi base del cottage garden, dove accanto a piante di una qualche utilità... culinaria, crescono anche piante spontanee e coltivate da fiore. Ed il fiore della bugola è a mio avviso uno dei più belli e delicati che offre il mese d'aprile.
La bugola appartiene alla vasta famiglia delle Lamiaceae, e deve il proprio nome specifico (reptans) alla facilità con cui forma stoloni e, da questi, nuove piante. Tale caratteristica la rende una perfetta tappezzante per i giardini, specie quelli in posizione di mezz'ombra, in cui le piantine in questione si naturalizzano velocemente formando ampie macchie colorate. Gli steli fioriti, alti 10-15 cm, illuminano di azzurro-violetto anche gli angoli più smorti, vista anche la capacità di questa specie di adattarsi alle più svariate condizioni del terreno, anche se sembra comunque apprezzare terreni ricchi ed una certa umidità, per cui in natura la si vedrà spesso lungo le rive dei fossati o in prati solitamente umidi. La sua capacità di formare rapidamente macchie fitte ed estese le permette anche in una qualche misura di mantenere essa stessa il suo umido e fresco.
Ajuga reptans è una perenne che può essere riprodotta molto facilmente, semplicemente mettendo a radicare gli stoloni che essa produce; volendo si può provare anche la moltiplicazione tramite semi, ponendoli direttamente a dimora e ricoprendoli con un leggero strato di terriccio.
In commercio si trovano anche diverse cultivar di questa bella piantina: particolarmente interessante sembra la varietà atropurpurea, caratterizzata da foglie quasi porpora e da fiori con sfumature bronzate, o la burgundy glow, a foglie viola-rosate. Tra i vivai che ospitano in catalogo una certa selezione di cultivar di questa specie (così come di altri rappresentanti del genere Ajuga), vale la pena ricordare il vivaio Priola, da sempre specializzato in erbacee perenni.
In un commento sul bellissimo blog di Zia Artemisia, BaiLing ha segnalato qualche tempo fa un sito che mi ha incuriosito, e che sono subito corso a vedere.
Il sito in questione, semplicissimo nella veste grafica ma ricchissimo per le prospettive che offre, è quello di
SemeNostrum è un'azienda agricola nata come "spin off" dell'Università di Udine, e si occupa di coltivare un'ampio ventaglio di specie vegetali tutte però accumunate da un fattore fondamentale: si tratta sempre di essenze autoctone.
Fiordalisi, campanule, achillee, margherite: tutte le piante prodotte e commercializzate sono originarie delle nostre regioni, e per di più sono realmente "locali": non vengono cioè da altri Paesi, ma preservano il patrimonio genetico delle NOSTRE campagne, in particolar modo proponendo quelle essenze che formavano il cosiddetto prato stabile, oltre ad altre spontanee tipiche di altri ambienti. I semi vengono venduti o in purezza o in miscugli appositamente selezionati e controllati.
E' un'iniziativa eccezionale, che permette davvero di poter avere sotto mano materiale di base di ottima qualità per iniziare, o continuare, il nostro giardino naturale. Visitate il loro sito!






