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Come dare l'ortica ai polli? Molti allevatori offrono questa pianta ai propri animali, ma non sempre gli avicoli la gradiscono. Oggi vedremo insieme appunto quali sono i modi migliori per somministrare l'ortica alle galline. 

L'ortica (Urtica dioica) è davvero la cenerentola degli orti: invasiva, detestata per i dolorosi incontri che regala a chi la sfiora, è una vera e propria bomba dal punto di vista nutrizionale: ricca di vitamine (B2, B3, A, K) e di sostanze utili (potassio, calcio, fosforo, magnesio).


In pollaio l'ortica è utilissima come integratore alimentare, specie d'inverno, visto che pare stimolare la ripresa della deposizione nelle galline. Come somministrarla? Abbiamo vari modi per farlo. Possiamo offrirne le foglie più tenere fresche e tagliuzzate finemente ai polli in gabbia di accrescimento o nei recinti, oppure possiamo lasciarla essiccare e sbriciolarla nel pastone. E ancora, possiamo sbollentarla e unirla sempre al pastone a base di pane o crusca, da fornire d'inverno agli animali. Troverete le indicazioni necessarie nel video che posto qui sotto. 



Tutto sta ad andare oltre al suo pungente abbraccio, dovuto alla presenza di sostanze urticanti nei tricomi, peli unicellulari che si rompono al contatto con un potenziale aggressore liberando le sostanze al loro interno. Ma nella lillipuziana foresta di peli velenosi e non che adombra fusto e foglie dell''ortica, una marea di insetti trova casa, dagli afidi agli imenotteri parassiti degli afidi stessi, fino ai bruchi di tante specie di farfalla.




LIBRI CONSIGLIATI

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Aster o settembrini
Tra gli ultimi sprazzi di sole autunnale, a fiorire copiosamente restano in giardino i settembrini (Aster naovae-angliae), che offrono agli impollinatori uno degli ultimi banchetti prima della cattiva stagione. Api, vespe e bombi (come questo Bombus pascuorum) si affollano sulle corolle, dove piccoli licenidi si accoppiano ancora al sole di mezzogiorno e cavolaie e Colias festeggiano prima di gettarsi in cerca delle ultime piante nutrici perni loro bruchi. Opilioni dalle lunghissime zampe si aggirano come tigri sui trampoli, pronti a catturare ogni piccolo invertebrati troppo poco cauto nei movimenti.

Ma oltre alla loro utilità per la fauna selvatica i settembrini erano fiori cari alle nostre nonne, piante che non mancavano mai nei loro orti e giardini. Ancora oggi lungo dalle strade di campagna si possono notare grossi cespugli dai fiori color ciclamino o violetti, magari lungo la sgangherata rete di un orto, vicino a cavoli e finocchi. In primavera, alla ripresa vegetativa, si potranno dividere le zolle con le radici delle piante per moltiplicarle e accrescere il numero di questi fiori bellissimi, che scaldano il cuore nelle giornate autunnali.

aster o settembrini


    Megachile su menta


    Si parla molto spesso del declino delle api in termini allarmistici, molto meno invece di quello di tanti altri impollinatori rei soltanto di non produrre miele. Eppure esistono centinaia di specie di insetti che svolgono un'opera paragonabile a quella dell'ape domestica nel più totale silenzio, e che in un altrettanto assordante silenzio stanno via via sempre più sparendo a causa di inquinamento e pesticidi: ditteri, farfalle, coleotteri, imenotteri e tanti altri.

    Basta a volte pochissimo per aiutarli e invitarli a trasferirsi nei nostri giardini: buon cibo e siti di deposizione, ad esempio, aiutano molto. Nel mio giardino ho piantato diverse varietà di menta, che quando vanno in fioritura attirano decine di piccoli impollinatori. Tra di essi, ho immortalato questa piccola ape solitaria, una Megachile, intenta a pasteggiare sui fiori di Mentha suaveolens, una specie spontanea in Italia che ho raccolto lungo una strada proprio qui a Camponogara. Le Megachile amano infinitamente questi fiori, e spesso si possono vedere col ventre reso arancione dal polline mentre passano dai fiori dell'aromatica alle foglie delle rose che vegetano lì vicino. Qui ritaglieranno, con precisione impressionante, tanti ovali di foglie con cui costruiranno le cellette che andranno ad ospitare le loro larve fino all'emersione della futura generazione.

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    Cesto tradizionale in salice


    Pochi alberi sono stati più diffusi, nelle campagne venete, dello stropàro, il salice da vimini (Salix viminalis). Piantato lungo i fossi o in testa ai filari di viti, lo stropàro rappresentava per i nostri contadini un vero e proprio tesoro. Da esso infatti si ricavavano le stròpe, rami di un anno che si usavano per legare le viti ai sostegni, o gli "stropèi", rametti più piccoli con cui invece si fissavano i tralci ai fili durante la potatura. Si iniziava a febbraio, a raccoglierne i rami sottili e flessuosi e a riunirli in fascine, che spesso venivano lasciate direttamente a terra, vicino ai filari delle vigne. Dalle fascine i contadini tagliavano gli stropèi, i rami sottili, e con gesti rapidi e sicuri legavano rami e tronchi. Erano estremamente solidi, gli stropèi: le legature fatte con essi duravano un anno o due senza problemi, e quando si rompevano bastava lasciarli sul prato, dove si sarebbero decomposti senza creare danno alcuno.



    Del resto gli stròpari avevano più di una funzione, e non solo per l'uomo. Capitozzati e ceduati ogni anno, ben presto formavano tronchi contorti e bitorzoluti, ricchi di cavità e anfratti che offrivano riparo a mille specie diverse di animali: cinciallegra e passera mattugia vi facevano il nido, in primavera, mentre l'assiolo preferiva le cavità dei più grandi tronchi dei selgàri, i salici bianchi (Salix alba), piantati per ricavarne palerie. Nella rosura all'interno del tronco si stabilivano formiche, cetonie, persino il raro Osmoderma eremita. E poi ancora ramarri che si arrampicavano sul tronco, merli che intrecciavano i nidi alla base dei rami, dove questi crescevano più fitti, cerambici odorosi che ne minavano il legno e che i nostri nonni usavano per profumare il tabacco. Un microcosmo intero racchiuso in un solo albero.
    Ma ovviamente coi salici non si facevano solo legacci. Le stròpe raccolte, lasciate seccare e poi riammorbidite lasciandole nell'acqua dei fossi venivano usate per produrre cesti e contenitori di varie dimensioni, che servivano per la raccolta dell'uva così come in cucina, o ancora per fare caponàre e gabbie per gli animali da cortile. Un tesoro di albero, dicevo, che - con lo scomparire del mondo rurale - si è certamente rarefatto ma che ancora resiste, lungo fossati e siepi, memore dei secoli passati. Perché - ricordiamolo, questi salici erano riprodotti per talea, coi figli e i nipoti che prendevano un ramo dello stropàro piantato da nonni e papà per farne un nuovo esemplare, e continuare la tradizione. E così, secolo dopo secolo, abbiamo realizzato cloni, copie dei salici da vimini che già gli antichi Veneti ai tempi dei Romani coltivavano allo stesso modo. Esseri viventi che vivono da centinaia di anni, passando di generazione in generazione, di mano in mano, di contadino in contadino, fino ad arrivare a noi, alle nostre campagne, ultima rappresentazione - e forse la più concreta - del concetto di immortalità.

    Cinorrodi di rosa


    Con la fine dell'estate i cespugli di rose si ammantano di gioielli rossi e arancio, allungati, ovali o tondeggianti. Sono i cinorrodi, i falsi frutti delle rose, che contengono i loro semi. Forma, colore e dimensione cambiano a seconda della varietà, e rimpiazzano i fiori quando essi vengono meno dando colore e brio ai cespugli proprio quando la bella stagione cede il passo ai primi grigiori autunnali. Le specie botaniche sono senz'altro le regine in quanto ad abbondanza di cinorrodi, e in alcuni casi esse forniscono così cibo a uomini e animali. Si, perché non solo diverse specie di uccelli ad esempio gradiscono questi falsi frutti scarlatti, ma in qualche caso essi vengono utilizzati anche nella cucina tradizionale.

    Ad esempio i cinorrodi allungati della Rosa canina sono tradizionalmente usati per ricavarne una confettura, preziosa per l'elevato apporto di vitamina C: per realizzarla occorre aprire i cinorrodi, privarli della peluria interna - un lavoraccio! - e dei semi, e poi dopo averli bolliti assieme a qualche mela e allo zucchero di canna (una mela e un cucchiaio di zucchero ogni 300 grammi di cinorrodi) si frullano e si invasano. Un tempo in dialetto si chiamavano "stropacùi", i "chiudi-culi", per via delle proprietà astringenti e irritanti dati dalla peluria interna. Col tempo che passa i cinorrodi si arricchiscono di crepe scure, ondulazioni sulla superficie che li fanno sembra strane perle di ceramica, lucidate e lavorate dalla brina dell'inverno piuttosto che da mano umana. Ma essi racchiudono ovviamente anche un'altra bellezza nascosta: la possibilità di dar vita a nuove rose.



    Già, perché quando vediamo una rosa in giardino o nel negozio sotto casa, raramente ci ricordiamo che quelle rose sono tutte riprodotte da talea o da innesto, per creare cloni di singoli esemplari. Ma come nasce una NUOVA varietà di rosa? il segreto è nei cinorrodi, appunto: i semi in essi contenuti sono frutto dell'unione dei gameti di due individui diversi, e presentano così al giardiniere infinite possibilità nascoste di combinazioni. Ma ci vuole pazienza: i semi hanno bisogno di vernalizzare, ovverosia di esser macerati dal freddo pungente dell'inverno. Potete raccogliere i cinorrodi delle rose che vi piacciono di più, lasciarli in una vaschetta ricolma di sabbia umida, protetti da una pellicola trasparente, e lasciarli in un angolino a nord fino a febbraio; altrimenti potete sistemarli nel ripiano più freddo del frigo per qualche settimana. Lasciateli poi un paio di giorni a temperature più miti, sui 10°C, e quindi estraetene i semi. Mescolate in un vaso terriccio da fiori e torba, seminate le future rose ricoprendo i semi con pochi millimetri di substrato e dopo aver annaffiato ricoprite con una pellicola trasparente e lasciate tutto in una posizione di ombra luminosa: in capo a due mesi dovrebbero iniziare a spuntare le prime foglie. Curate le nuove piantine con amore, lasciandole in vaso almeno un anno, e vedrete che vi ricompenseranno con una fioritura speciale, unica proprio perché non esisteranno altri soggetti come loro. Anni fa ho provato a incrociare due rose antiche, ottenendo dai cinorrodi tondi di una "Gloire de Rosomanes" una piccola rosellina che produce fiori meravigliosi, di color rosso velluto, quasi nero. Provateci anche voi, e resterete stupiti dalla bellezza delle VOSTRE rose.