Oedemera flavipes


Vicino a un vecchio abbeveratoio, in giardino, ho piantato della menta selvatica (Mentha suaveolens) raccolta lungo una delle strade di campagna del mio paese. Da brava menta si è moltiplicata, ha prodotto stoloni, e ora lotta per conquistare piccole porzioni di Prato con gli steli odorosi. E in questa stagione vale la pena di osservarli, questi steli, perché mostrano lunghe spighe di fiorellini bianchi che attirano dozzine di insetti, risultando così una delle piante più preziose del giardino per tanti piccoli impollinatori. E oggi, tra i tanti, ho visto un piccolo coleottero che amo sempre incontrare, nella bella stagione: un maschio di Oedemera, col suo lustro completo metallizzato, stava pasteggiando sui fiorellini candidi. L'animaletto era, palesemente, un maschio: lo tradivano infatti i femori delle zampe posteriori, notevolmente ingrossati. Le antenne, lunghe e sottili, vibravano nervose nella brezza. In Italia la famiglia Oedemeridae è rappresentata da poco meno di una ventina di specie, ma il colore metallico del corpo e le zampette anteriori arancio-rossastre svelavano chiaramente la sua identità: Oedemera flavipes, una specie che raggiunge gli 11 mm di lunghezza. 


Oedemera flavipes

Questi piccoli insetti si nutrono allo stadio adulto di polline e nettare, e grazie ai granuli pollinici che restano incastrati nella fine peluria del corpo possono fungere da impollinatori. Come ho già detto, il coleottero era un maschio. I rappresentanti del genere Oedemera hanno infatti un forte dimorfismo sessuale: le femmine hanno zampe posteriori normali, mentre nei maschi i femori di queste ultime sono ingrossati, e assieme in questo caso alla livrea metallizzata danno all'animale l'aspetto di un dandy elegante che indossi degli assurdi pantaloncini alla zuava gonfi come palloni. Ma ciò che mi affascina sempre di più, in questi insetti, è come appaiono se visti da vicino: l'esoscheletro chitinoso, infatti, è di un verde bottiglia metallico con sfumature bronzee, e sembra lavorato a sbalzo da un sapiente artigiano dotato di infinita pazienza. Un altro dei piccoli, meravigliosi gioielli che la nostra natura ci regala, a solo saperla osservare da vicino.

Oedemera flavipes



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Gruppo di galline Boffa, anno 2009


In questi giorni ho ricevuto diverse domande sia sul perché io abbia voluto riprendere un gruppo di gallina Boffa dopo tanti anni, sia sul modo in cui si studiano e si ricercano le antiche razze avicole. Ho deciso di prendere due piccioni con una fava e di rispondere a entrambi i quesiti, visto che essi sono profondamente intrecciati. Ho ripreso la Boffa perché sono molto legato a questa razza. L'ho cercata con caparbietà per anni, convinto che qualcosa dell'antica stirpe potesse essere rimasto, e alla fine il tempo mi ha dato ragione. Nel 2009 infatti ho riportato in Veneto, dopo un esilio umbro durato oltre 50 anni, il gruppo di riproduttori che si vede in questa foto. Ma come ero arrivato a questo? 

Ovviamente con impegno e anche con un pizzico di fortuna: dopo aver visto delle foto molto interessanti apparse su un forum ho contattato un avicoltore perugino che allevava un gruppo di questi animali da oltre 50 anni, eredità di una zia scomparsa. Ma era possibile avere una ragionevole certezza che si potesse trattare proprio della Boffa? Qui entra in gioco la ricerca storica in campo avicolo e alcune nozioni di genetica dei polli. Vediamo come. Per conoscere le razze tipiche di un territorio, normalmente, possiamo utilizzare almeno due canali: libri e riviste di Avicoltura, che fanno spesso luce su come certe razze erano nate, si erano diffuse e su quali fossero le loro caratteristiche, e le testimonianze storiche dei contadini anziani, che possono raccontare dettagli preziosi non presenti in letteratura. 

Procedendo in questo senso, si cerca di ampliare la propria visione sempre di più, e sempre attraverso fonti meno "convenzionali", come ad esempio libri antichi di geografia, economia, letteratura, poesia; foto storiche prese da vecchi album di famiglia, in cui magari si scorge la sagoma di qualche volatile, dietro gli sguardi e le pose austere dei nonni in posa; e poi ancora quadri, nature morte, incisioni, bassorilievi e statue, conservati in pinacoteche, collezioni private, chiese e oratori, che possono riservare incredibili sorprese. Tutti questi dati vengono presi, analizzati, ponderati e vagliati attraverso il crivello delle nozioni che abbiamo sulla genetica del pollo, che ci permettono di intendere se ciò che abbiamo di fronte possa comprovare l'esistenza di una razza antica e per capire soprattutto se i soggetti eventualmente ritrovati possano essere compatibili con i dati raccolti in precedenza. 

Nel caso della Boffa, gli animali che mi trovai di fronte nel 2009 non solo rispecchiavano l'identikit che mi avevano lasciato alcuni contadini ottuagenari padovani, ma sembravano usciti dalle foto che avevo ritrovato in alcune riviste degli anni '30 del secolo scorso, come quella in bianco e nero di questo post. Infine, tramite un'altra lettura avevo potuto confermare che la zona da cui provenivano gli zii che avevano dato a quel contadino i primi capi era proprio una di quelle in cui la Boffa era stata diffusa dal Pollaio Provinciale di Padova. 

Boffa, anni '30 del secolo scorso

Ma la ricerca ovviamente non finiva qui. Infatti restavano tanti altri punti da chiarire: quali livree esistevano? Che aspetto avevano i primi soggetti di questa razza, e soprattutto, da quanto tempo si aggiravano nelle campagne padovane? Ovviamente anche a queste domande si poteva trovare risposta: in una vecchia foto scattata in un cortile a Roncajette emerse la prova della presenza della Boffa nera; e dagli scritti del compianto Italo Mazzon, ecco uscire un'incisione ottocentesca che raffigurava una testa di Boffa e che faceva maggior luce sull'origine di questa razza, frutto dell'incrocio tra polli ciuffati e barbuti (Polverara, Padovana) con poli mediterranei locali. Ma le sorprese non erano finite: continuando le ricerche, ecco che in un libro di ornitologia pubblicato nel XVIII secolo compare una bella Boffa, ancora con caratteristiche di transizione, chiamata col nome di gallina patavina barbuta. L'immagine, che vedete in foto, rappresenta la più antica testimonianza della razza? Probabilmente no: in un quadro antecedente di un pittore fiammingo operante in Veneto ecco comparire infatti una gallina simile in tutto e per tutto alle moderne Boffe. 

Insomma, la ricerca storica diventa appassionante, coinvolgente, intrigante come la ricerca del Graal da parte di Indiana Jones. Ma il premio, a volte, è quello di diventare custodi di un frammento di storia. Ed è per questo che ho deciso di riprendere la Boffa: per tornare a contribuire a selezionare e a traghettare nel 21° secolo l'eredità dei nostri avi.

La Boffa in un'incisione del '700


Gallinelle nane


Nel corso del tempo non mi sono dedicato solo alle razze autoctone, ma ho lentamente lavorato anche a qualcosa di mio, delle gallinelle particolari. Nel mio allevamento sono presenti da tantissimo tempo, dal 2008 per la precisione. Sono le nanette, frutto di incroci, spesso ottime per la cova. Hanno un retaggio complesso, non c'è che dire: già quando le presi nelle loro vene scorreva sangue di Olandese nana, Combattente inglese nano, Bantam, Sebright. Nel mio allevamento si aggiunse il sangue della Polverara, e quei primi soggetti nati da me portarono l consapevolezza di voler lavorare a una "razza" mia. Ma quali erano le caratteristiche che volevo? Innanzitutto, volevo animali con la cresta a cornetti. Era una caratteristica che amavo. Inoltre desideravo che avessero il ciuffo, almeno in parte. Infine, visto che erano nati dei magnifici galletti a piumaggio femminilizzato, pensai sarebbe stato interessante provare a fissare tale carattere nelle generazioni a venire. 


Gallinelle nane


In effetti, non avevo spazi e tempo per lavorare con troppa cura a questo progetto: selezionai perciò, anno dopo anno, i soggetti che per forma e caratteristiche più si avvicinavano alla mia idea, lasciandoli liberi di riprodursi liberamente nel frutteto. Ma la situazione non poteva durare a lungo, ovviamente. Infatti mi ritrovai a tenere gli animali in recinto e in gabbia, intensificando gli sforzi sulle livree nera e sparviero. Quest'anno ero arrivato ad avere le prime coppie di esemplari con cresta a cornetti perfettamente fissata, oltre a soggetti con tale carattere in eterozigosi; ma la sfortuna ha fatto sì che dopo l'attacco di un predatore sia rimasto solo un galletto con questa tipologia di cresta e piumaggio femminilizzato. L'ho accompagnato a tre femminucce con cresta a cornetti in eterozigosi, una delle quali dotata di ciuffo. Non mi resta che attendere la prossima generazione di queste piccole, per compiere un nuovo passo nella selezione di questi polli che considero davvero miei.


Gallinelle nane


Phragmites australis


Esiste un breve lasso di tempo, tra ottobre e novembre, in cui la muraglia di cannuccia di palude (Phragmites australis) che circonda uno dei fossati della mia proprietà vira dal verde acceso al giallo. Un giallo intenso, potente, che al tramonto assume una tinta calda e avvolgente, che pervade tutto esattamene come questa pianta riesce a pervadere e penetrare gli specchi d'acqua, creando vere muraglie viventi fittissime (da phragma, che in Greco indicava il muro o lo steccato, deriva il suo nome generico). Ma sono molte le dote nascoste di questa pianta apparentemente così umile, seppure invasiva. Infatti nelle barene della laguna di Venezia questa pianta era enormemente apprezzata. I fusti, lunghi fino a oltre 3 metri, venivano raccolti, privati delle foglie e utilizzati dalle popolazioni locali per la costruzione dei tetti dei casoni, le abitazioni tradizionali del veneziano, padovano e trevisano, di cui usufruivano contadini e pescatori. Raccolte in fasci, legate strettamente le une alle altre, lentamente impermeabilizzate dagli strati di fuliggine esalata dalla legna del focolare interno, le cannucce di palude formavano tetti caratteristici, scomparsi da buona parte del territorio ma di cui troviamo ancora rari esempi come in Saccisica, a Piove di Sacco, e nella laguna che circonda Caorle. 


Phragmites australis

Ma in molte località d'Europa la cannuccia palustre aveva trovato il medesimo impiego, basti pensare alle coperture dei molini a vento olandesi. Certo però queste piante possono offrire ancora impieghi inattesi. Del resto la Phragmites australis è una pianta eccezionalmente utile in acquacoltura, grazie alle grandi doti fitodepuranti: può infatti aiutare nell'eliminazione degli inquinanti di origine organica, il che la rende una fantastica alleata di chi voglia costruire un impianto di acquacoltura o una biopiscina all'aperto. I rizomi striscianti si propagano rapidamente, e la morte della parte aerea arricchisce di materiale organico prezioso il terreno. Anticamente poi era utilizzata per sedare la febbre e curare alcune malattie da raffreddamento. In America del Nord i nativi ne consumavano i germogli bolliti e ottenevano una farina dai semi. Infine, molte sono le specie di uccelli che possono ancorare e nascondere nel fitto del canneto i propri nidi, dal tarabuso al basettino. Ma per il momento, per me rimarrà soprattutto il bel muro giallo che mi ha accolto lungo il fossato, qualche giorno fa, in una giornata di novembre piena di sole.


Phragmites australis


Philaeus chrysops


I ragni ci accompagnano da sempre. Non c'è virtualmente una sola casa che non ne abbia ospitato almeno uno, eppure raramente la loro presenza viene apprezzata appieno. È un peccato, perché sono eccezionali predatori di un'infinità di piccoli invertebrati nocivi. E la varietà di tecniche di caccia evolute in centinaia di milioni di anni da questi aracnidi è veramente incredibile. Alcuni ragni, ad esempio, non tessono ragnatela ma cacciano all'agguato e inseguendo direttamente le prede, che poi catturano balzando loro addosso con salti prodigiosi. Si tratta dei salticidi, che si possono incontrare sui muri delle case nella bella stagione, come questo bell'esemplare di Philaeus chrysops, che con gli enormi occhi stava cacciando mosche sul terrazzo di casa mia. Alcuni ragni invece realizzano tele di grandi dimensioni, regolari, tese tra le piante e le rocce a intercettare ogni insetto che vi voli in mezzo. Il ragno, come in questo caso una femmina di Argiope bruennichi, si precipita sulla preda e la avvolge con fili di seta resistenti, avviluppandola strettamente prima di mettere in azione i cheliceri con cui inietterà il veleno e ne suggerà poi i liquidi vitali. 


Argiope bruennichi


Non sempre, poi, le tele sono regolari e ben visibili. Molti ragni tessono tele che somigliano superficialmente a un ammasso di fili poco coordinato, ma ovviamente non è che un'impressione: si tratta infatti di trappole letali per numerosi animali, non solo insetti ma anche, a volte, piccoli vertebrati. È il caso di questa Parasteatoda, che in un angolo dell'ingresso della mia palazzina ha catturato una piccola lucertola muraiola (Podarcis muralis), riuscendo a immobilizzarla e a nutrirsene senza particolari problemi. Se pensate che questi animali sono presenti sulla terra da 300 milioni di anni, capirete che senz'altro meritano più considerazione di quella che di solito riserviamo loro, tra un urlo spaventato e una ciabattata.


Parasteatoda


Anatra muta cioccolata


Quando ero piccolo, c'era un animale che dominava incontrastato il pollaio di zio Fernando: un grosso maschio di anatra muta (Cairina moschata), che spadroneggiava su tutti gli altri avicoli. Ricordo gli avvertimenti dello zio: "Stàghe distante, che chel màsaro xé cativo" (Stagli lontano, che quel maschio di anatra è cattivo). Eppure quella meravigliosa creatura nera e bianca, con la sua testa ebano e rossa e il ciuffo in testa, mi piaceva da morire. È per questo che anni dopo, quando ho avuto il mio pollaio, ho ripreso qualche soggetto di questa specie. E dopo alcuni anni di stop, da due giorni, ho una nuova coppia. L'anatra muta non è una specie europea: viene infatti dal Sud America, ed è stata importata in Europa nel XVII secolo, diffondendosi molto presto grazie alle sue buone doti produttive e alla sua rusticità. 

Anatra muta

In effetti, rispetto ad altri anatidi si adatta bene a vivere anche senza un vero e proprio stagno cui poter accedere: per farla stare in salute e mantenerne il piumaggio in ordine basta anche un grosso catino o una mezza notte bassa, con un accesso facilitato. Gli animali ne godranno immensamente e basterà una frequente pulizia per non avere grossi problemi. Sono animali rustici, per cui una tettoia bassa potrebbe bastare come riparo, anche se spesso e volentieri le anatre mute amano dormire direttamente all'aperto. Le femmine sono ottime chiocce e si prendono cura amorevolmente delle uova arricchendo col proprio piumino il nido prescelto poco prima di mettersi a covare. L'incubazione dura 35 - 40 giorni, sensibilmente di più rispetto al tempo richiesto dalle uova delle anatre derivanti dal germano reale. I maschi possono essere fieramente aggressivi, e preferisco o godere di un piccolo harem. In caso non abbiano femmine della propria specie a disposizione, potremmo vederlo tentare di accoppiarsi, spesso con esiti nefasti, anche con galline ed altri avicoli, che rischiano di morire schiacciati o annegati. Ma la loro bellezza, la rusticità e i richiami bassi, quasi inudibili (che hanno loro valso appunto il nome di "muta") le rendono animali stupendi da allevare.


Anatra muta grigio perla



L'inverno porta un manto di brina che imbianca il paesaggio e indurisce il terreno. L'orto solo apparentemente è meno ricco, ma in realtà per chi ha saputo lavorare bene è in pieno rigoglío. L'orto invernale nasce in estate, tra luglio e settembre, con le prime piante di cavoli e cavolfiori piantate e fatte crescere con amore, tra gli attacchi della cavolaia e i bruchi di nottua che le insidiano. Le brassicacee sono le vere, grandi regine di questa stagione. Imponenti, odorose, pronte a offrire alla mensa sapori intensi e nutrienti preziosi: pare aiutino infatti a tenere lontane malattie cardiovascolari, rumori e varie malattie croniche. Ecco perché dunque non dovrebbero mai mancare nel nostro orto invernale. Ma l'orto d'inverno è ricco di altre forme e sapori. 



Cipolle invernali e cipollotti continuano a crescere come driadi che allungano le mani al cielo. In questa stagione possiamo risparmiare parte del lavoro di sarchiatura e di eliminazione delle erbacce. Magari potremo sfruttare la paglia rimasta dall'estate per pacciamare le loro "gombine", le loro parcelle di terreno, in attesa di raccoglierli e di gustarli. L'orto d'inverno non è solo verde. Lattughe e radicchi si sfumano di rosso e viola, chi più chi meno, e le foglie più esterne avvizziscono al gelo conservando integro un cuore di foglie compatto e croccante, che aspetta solo di essere raccolto prima che la primavera lo porti ad allungarsi in un fusto destinato ad andare in fioritura. Quest'anno, come ho già avuto modo di dire, non ho potuto piantare in orto invernale. Mi manca, ma ne approfitto per preparare le modifiche che voglio fare ad esso e al pollaio. Per cui, per questi scatti posso solo ringraziare il mio vicino, Antonio, che ha secondo me uno degli orti più belli e ordinati di Camponogara. Grazie infinite!




Ranunculus acris


Novembre - diciamocelo - non è esattamente prodigo di fioriture. Poche sono le specie che si sono attardate così tanto da offrire i loro calici alle ultime giornate di sole, ma essendo arrivate tardi le prime gelate alcune piante ci stupiscono ancora con macchie di colore inattese, a volte da cercare col lumicino tra la vegetazione morente, altre volte invece fieramente svettanti sulle foglie secche. È il caso del ranuncolo comune (Ranunculus acris), che mostra i suoi fiori gialli incurante del fatto che la primavera e l'estate siano passati da un pezzo. I suoi piccoli frutti sono costituiti da acheni lisci ammassati a formare quella che sembra una minuscola pigna, prima verde e poi marrone. I fiori, di un giallo quasi fluorescente, sono piccoli e semplici, con 5 petali. Tutta la pianta è velenosa, e il bestiame tende ad evitarla. Ma in questa stagione i suoi fiori, quando presenti, lo fanno sembrare un piccolo re incoronato d'oro. 

Silene alba

Totalmente diversi sono i fiori candidi della Silene alba, che in questa stagione nei miei campi sono davvero poco comuni. Questa pianta è conosciuta in dialetto come "réce de liègore", ovverosia "orecchie di lepre", nome col quale è ben conosciuta in quanto veniva attivamente ricercata a fini culinari. La Silene alba infatti è una stretta parente dei carletti o strigoli (Silene vulgaris), e come questi ultimi se ne consumano le foglie giovani, prima della fioritura, scottandole in padella con aglio, olio e sale, oppure utilizzandole in zuppe e minestre. Ma per ora, passato il momento magico del raccolto, non resta che ammirarne gli ultimi candidi fiori. Totalmente diversa per forma e portamento è l'erba morella (Solanum nigrum), una solanacee infestante che da tarda estate a tutto l'autunno sfoggia sulle foglie nerastre piccoli fiori bianchi e gialli che ricordano - non a caso - quelli di pomodori, patate e melanzane, suoi parenti prossimi. Al contrario di questi ultimi però l'erba morella sembra essere tossica, anche se in alcune parti del mondo pare ne siano presenti sottospecie commestibili le cui bacche nere sono regolarmente utilizzate. Ma non è il caso di provarci con la varietà presente nei nostri campi: potrebbe portare a una intossicazione più o meno grave. In compenso, pare che dall'incrocio di questa pianta con i pomodori si sia ottenuta una varietà di ciliegino neri ricchi in antociani. Insomma, in qualche maniera pare che abbiamo trovato modo di farne uso. In ogni caso, per ora, resta una delle ultime piante a ingentilire la campagna coi propri fiori.


Solanum nigrum



Giovane gallo di razza Polverara nera


Per un avicoltore la scelta dei riproduttori è il momento più delicato dell'anno, perché influenzerà tutto il lavoro dei 12 mesi successivi. Ma ancor più decisiva è la scelta del gallo, perché in una specie poligamica come  il pollo ogni maschio andrà a fecondare anche fino a 10 femmine. Diventa importante dunque cercare di fare la scelta migliore fin da subito, o per lo meno la meno peggio. 

Ecco, io a quest'ultima opzione sono ormai abbonato da anni: regolarmente tutti i soggetti migliori e più promettenti muoiono prima di entrare in riproduzione. Che sia un predatore o una malattia, un infarto o un incidente, potete scommettere che io mi troverò a lavorare quasi sempre con le mie seconde scelte. E anche quest'anno è andata - in parte - così. 

Il gallo migliore tra i nati del 2020 era un soggetto bianco, con una testa superba, cresta bellissima, barba folta, mantello candido. Unica pecca, la pelle bianca e tarsi ardesia. Ma a questo avrei potuto rimediare perché in eterozigosi, nel suo patrimonio genetico, erano nascosti pelle gialla e tarsi verdi. 

Beh, è morto. Da un giorno all'altro, all'improvviso, senza sintomi. 

Andato. 

Ho deciso quindi di valutare tra le possibili seconde scelte chi potesse essere il predestinato, e ho scelto lui, il soggetto della foto. Quello che mi ha fatto propendere per lui è stata la taglia: alto più dei fratelli nati prima di lui, è quello rimasto più indietro con lo sviluppo. Ovverosia, rispetto agli altri maturerà più tardi, ma diventerà - speranzosamente - più grosso e pesante.


Giovane gallo di razza Polverara nera

Il ciuffo non posso dire mi piaccia: troppo aperto, sparpagliato, ma devo dargli tempo: le penne stanno ancora finendo di crescere. In compenso ha una barba e dei favoriti magnifici, e gli orecchioni sono candidi. 

La cresta a cornetti è molto piccola, ma sembra regolare e perfetta: poiché quest'anno uno dei miei goal sarà quello di fare selezione proprio sulle creste, questa caratteristica me lo rende prezioso. Preferisco di solito galli con corna più sviluppate, ma mettendolo con le femmine giusto dovrebbe darmi animali di aspetto quasi luciferino. 

La pelle è gialla, i tarsi verdi ma purtroppo troppo chiari. Pazienza, anche qui mi affiderò alle femmine che gli saranno compagne.

Io cerco sempre però, nei galli, un carattere selvatico e vitale, la capacità di vivere fuori e di sopportare i rigori della brutta stagione. 

E lui, al momento, sembra cavarsela bene. Quando lo guardo correre, mi ricorda un Velociraptor, il collo proteso in avanti, la coda ancora incompleta rilevata, al vento,  l'occhio feroce fisso davanti a sé.

Ecco, l'occhio. 

Sto cercando di fissare gli occhi arancio come da standard nei miei animali. 

Ma soprattutto, l'occhio di un gallo di Polverara dev'essere feroce e fiero. E per ora, questo giovane gallo sembra esserlo, entrambe le cose. 

E questo lo rende per me di certo un degno candidato, alla fine, al ruolo di sultano del suo harem, come lo avrebbe chiamato a fine ottocento il buon vecchio Italo Mazzon.

Giovane gallo di razza Polverara nera



Ninfa di Nezara viridula o cimice verde


Nella campagna di novembre sono pochi gli insetti che si mostrano ancora attivi. Tra questi sono certamente abbondanti delle creature nere, verdi e rosse a pois bianchi: sono le ninfe di Nezara viridula, una delle più comuni cimici verdi, cosmopolita. Singole o in piccole gruppi, si vedono su una quantità di denaro versi fiori e ramoscelli, dai vecchi boccioli della centaurea ai germogli di bambù, passando per le bacche di sanguinella. Le ninfe impiegano con la bella stagione solo 35 giorni per divenire adulte, ma con le attuali temperature impiegheranno molto più tempo a passare i 5 stadi preimmaginali di cui si compone la loro "giovinezza". 

Ninfe di Nezara viridula o cimice verde


Fino al quarto stadio, come i soggetti di questa serie di foto, esse non sono nemmeno così simili agli insetti adulti, e c'è chi li scambia per strane coccinelle visto il pattern e la livrea. Solo al quinto stadio inizieranno a prendere la colorazione che le accompagnerà anche da adulte. L'adulto riuscirà a superare l'inverno, nascosto tra le foglie morte, sotto le cortecce staccate dei rami, o - più prosaicamente, con nostro sconforto - trovando rifugio in garage e cantine delle nostre abitazioni. In primavera torneranno a riprodursi, andando a causare anche danni di un certo rilievo ad alcune colture, come pomodori e soia. Ma per ora solo i giovani esemplari persistono sugli steli, intenti a nutrirsi e a crescere il più possibile, prima che il gelo arrivo e con esso una fine prematura.

Ninfa di Nezara viridula o cimice verde


 

Mangiatoia per polli al pascolo

L'allevamento al pascolo dei polli, come abbiamo più volte detto, è un toccasana per questi animali che ne guadagnano in salute, vigoria, resistenza alle malattie, minor stress. C'è comunque un particolare riguardante l'alimentazione che non va però sottovalutato: come fornire cibo ai polli al pascolo senza che questo si rovini con l'esposizione a pioggia, guazza, gelo e altre avversità atmosferiche? 

In generale si può costruire una piccola tettoia in legno dove sistemare abbeveratoi e mangiatoie protetti dalle intemperie, in modo che gli animali possano però accedervi liberamente. Ma se non pensate di avere sufficienti abilità manuali per autocostruirvene una, ecco che da Novital arriva una interessante alternativa. 

Come collaboratore dell'azienda ho potuto infatti testare in anteprima il nuovo modello di cavalletto con copertura antipioggia adatto a proteggere mangiatoie e abbeveratoi destinati ai polli al pascolo. Il cavalletto a tre gambe è equipaggiato con una copertura il plastica piramidale dotata di un'ampia apertura a zip su un lato, che permette la ricarica della mangiatoia senza problemi. La catena centrale permette di appendere la mangiatoia o l'abbeveratoio alla giusta altezza, che equivale di solito all'altezza media della testa dei polli che alleviamo. In questo modo gli animali sprecheranno molto meno cibo e per terra rimarrà poco per roditori e affini. Attenzione anche a posizionare la mangiatoia in modo che ma copertura sia sufficientemente vicina, in modo che non piova di stravento e che non si bagni quindi il cibo. 

Il risultato al momento è ottimo: gli animali si sono abituati al nuovo sistema di somministrazione del cibo in un paio di giorni, e al momento nonostante qualche pioggia e la guazza notturna il cibo si mantiene in ottime condizioni e la mangiatoia non si bagna. Io l'ho posizionata sotto un albero da frutta, e la copertura impedisce anche a foglie morte e detriti di finire dentro la mangiatoia. Vi lascio con un video in cui mostro montaggio e utilizzo di questa bella soluzione, pratica da utilizzare. Per maggiori informazioni sul prodotto potete inviare un messaggio privato agli account Facebook e Instagram di Novital. A presto!



Una zucca nell'orto autunnale.

Alla fine è arrivato l'autunno. Si è fatto preannunciare da giornate piovose, albe fredde, colori caldi e atmosfere rarefatte. Le zucche che quest'anno abbiamo piantato nell'orto si sono fatte enormi. Acquistate come zucche butternut, hanno assunto tutt'altre caratteristiche. Aspetteremo quindi il momento dell'assaggio per capire se siano buone o meno. 

I frutti del melograno.

I melograni hanno fatto pochissimi frutti, che ora iniziano anche a spaccarsi, lasciando intravedere i semi come piccoli rubini rossi al loro interno. 

Galline Polverara al pascolo.

Le mie galline di Polverara sono al momento al pascolo. Per me un ottimo modo di risparmiare sulla dieta e riuscire a non attrarre roditori, per loro una vita certamente più sana e con la possibilità di becchettare gli ultimi chicchi d'uva e i cachi caduti dagli alberi. 

I cachi, attaccati dagli insetti.

Già, i cachi. Mai come quest'anno essi sono stati vittime delle cimici asiatiche, che le hanno rovinate e che hanno aperto poi la strada agli attacchi di altri insetti, come cetonie e vespe. Sulle loro ferite banchettano poi mosche, vanesse Atalanta e vanesse Io, che nelle giornate di sole sembrano scuri fiori colorati tra le foglie scure. 

Gli Aster o settembrini

Sul confine dell'orto i cespugli di Aster stanno mostrando tutta la bellezza delle loro fioriture viola e ciclamino. Talamo nuziale per farfalle e falene, terreno di caccia per formiche e opilioni, i settembrini presto verranno spostati, al termine dei lavori che vedranno l'orto completamente rinnovato. 

Il mais da pop-corn nell'orto.

Quest'anno ho piantato tardissimo il mais da pop-corn, perché avevo perso il sacchetto contenente i semi. Riusciranno a maturare le pannocchie? Le piante sono ancora per lo più ben verdi. Sarà il caso di costruire loro attorno una serra in tessuto non tessuto?

L'infiorescenza di Solanum torvum.

Da una pianta di melanzane spettatasi col vento è nata una splendida pianta di Solanum torvum, che ne era il portainesto e che ora mostra infiorescenze bianche e gialle di aspetto delicato, molto in contrasto con il vigore dell'arbusto ormai più alto di me. Lo proteggerò dal gelo e il prossimo anno lo reinnesterò in modo da avere più varietà di solanacee da una sola pianta. 

I pomodori a fine ciclo vitale.

Nell'orto le piante di pomodoro sono secche e avvizzite, ma alcune portano ancora le ultime bacche gialle e rosse, ormai avvizzite e rovinate. Non resta che toglierle, dando ai polli al pascolo gli ultimi frutti rossi da becchettare. 

Le ultime piante di bieta.

Tra l'erba alta sono spuntate delle piante di bieta, ricacci vigorosi di quelle che abbiamo tagliato e cucinato mesi fa. Poca cosa, certo, ma anche loro finiranno presto su una padella sfrigolante con aglio, olio e sale. 


Le ultime piante di porro.

Infine, le due ultime piante a esser colte nell'orto saranno i porri. Saporiti, perfetti per soffritti e frittate, alla loro dipartita l'erba verrà tagliata, il terreno pulito e fresato, e l'orto infine resterà silente per tutto l'inverno. ne cambieremo infatti forma e dimensioni, per renderlo più adatto alle esigenze della nostra famiglia. 
L'autunno è arrivato, e con esso tanti piccoli e grandi lavori da iniziare e da finire. 

 


Quest'autunno, nell'orto, sta svettando un piccolo gigante. Ha foglie grandi e spine lungo tutti gli steli: si tratta di un  esemplare di Solanum torvum, una solanacea che raggiunge dimensioni davvero ragguardevoli. E come ci è arrivata questa specie nell'orto? È presto detto: S. torvum è comunemente usato come portainnesto delle melanzane, cui conferisce vigore e una certa protezione contro le malattie delle radici. Nel caso specifico, una delle nostre piante di melanzana si è spezzata quasi alla base a causa del peso eccessivo dei frutti e da ciò che ne restava il portainnesto ha prodotto nuovi germogli vigorosi che hanno appunto fatto nascere la pianta che ora possiamo ammirare. 

S. torvum può sopravvivere fino a 4-6 anni, riuscendo a tollerare temperature invernali attorno ai - 6°C. Quest'inverno quindi lo proteggerò dalle gelate abbondanti e in primavera proverò a reinnestarlo, piuttosto in alto, con nesti di varietà diverse di melanzana: lo scopo sarà quello di ottenere un vero e proprio alberello di S. torvum che produca ortaggi ad altezza d'uomo. È chiamato anche fico del diavolo o bacca turca, e in estremo Oriente pare che le sue bacche, amare, vengano utilizzate in cucina, così come i suoi germogli quando sono ancora privi di spine. Io ammetto che non nutro eccessivo desiderio di assaggiarlo, ma lo userò volentieri come portainnesto appunto,  non solo per le melanzane ma anche per peperoni e pomodori se potrò.