Coppia di Saturnia Pavoniella (Saturnia pavoniella pair). Foto di Andrea Mangoni.

L'anno scorso ho parlato di una specie di lepidotteri davvero bellissima, la pavonia minore italiana (Saturnia pavoniella). Vi avevo raccontato di come, tra l'altro, l'amico Marco Uliana mi avesse fornito una decina di bozzoli di questa specie. Questi ultimi, protetti da una gabbietta di rete metallica, hanno trascorso l'invenro in terrazzo, godendo dei cambiamenti climatici in maniera naturale ma nel contempo protetti dai predatori.

Particolare dell'ala di una femmina di Saturnia Pavoniella. Foto di Andrea Mangoni.Ebbene, nei giorni scorsi i primi bozzoli si sono finalmente schiusi! Le prime a vedere la luce sono state due belle femmine, dalla delicata livrea grigia, marrone e rosea, decorata da grandi occelli vistosi. I due animali sono stati sistemati in una gabbietta e quindi lasciati tra i rami degli ulivi di fronte a casa. Il perchè è presto detto: la speranza era quella che le due femmine potessero richiamare, grazie ai loro feromoni, eventuali maschi selvatici presenti nei dintorni. La gabbietta metallica da un lato permette agli insetti di emanare i propri effluvi amorosi e persino di accoppiarsi, e dall'altro li protegge dalle poco invidiabili "attenzioni" dei numerosi merli del vicinato.

Dopo un giorno di nulla assoluto, il primo maschio giunge all'orizzonte nel pomeriggio dell'altro ieri!! E' stato davvero emozionante veder arrivare un esemplare selvatico, dal volo simile a quello di una grande Vanessa, perchè francamente non speravo ne esistessero ancora da queste parti. E' vero che possono però essere attirati dagli effluvi femminili anche da diversi chilometri di distanza, se il vento è favorevole! Comunque sia, mi ero premunito liberando in giardino anche un maschio, fratello delle femmine e schiuso la mattina stessa.

Il risultato? Un disastro!! Il maschio di allevamento sparito in pochi minuti, veleggiato via verso altri lidi. Ogni tanto tornava alla carica, cercando di individuare le femmine ma senza riuscirci... e qui mi viene un'osservazione. Qualcuno ha detto, parlando di alcune falene, che da giovani sono degli apparati digerenti con le gambe (i bruchi) e da adulti sono degli apparati riproduttori con le ali. E a mio avviso aveva perfettamente ragione: se l'evoluzione avesse lasciato ai maschi qualche senso ben funzionante in più, oltre all'odorato (che so... la vista?), magari non sarebbero arrivati a dieci centimetri dalle femmine per poi girarsi ed andar via.

Coppia di Saturnia pavoniella (Saturnia pavoniella pair). Foto di Andrea Mangoni.

Il maschio selvatico invece è arrivato abbastanza vicino alle femmine da riuscire quasi ad accoppiavicisi... Quasi, appunto. Era vecchio, allo stremo delle forze, ed i suoi tentativi di copula sono stati vanificati dalle femmine che si lasciavano cadere al minimo contatto. Lui ha provato, provato e riprovato.... nulla. Alla fine è morto di stanchezza, stremato dagli sforzi amorosi.

Per fortuna ieri, dai bozzoli, è emerso un altro maschietto. Stavolta non ho voluto rischiare troppo: Tenuto con una delle femmine in una gabbietta, dopo qualche inseguimento è riuscito a "placcarla" a terra con una mossa degna di wrtestler americano e ad accoppiarsi con essa. Il buon esito dell'accoppiamento è stato sugellato la sera stessa: la donzella ha iniziato a deporre decine di uova. Il maschio nel frattempo è stato liberato, in maniera che possa eventualmente cercare di fecondare altre femmine. Stamattina, infine, ha visto la luce un'altra coppia di insetti. Questi saranno lasciati senza problemi in gabbia, fino a copula avvenuta; quindi anche stavolta il maschio sarà liberato, e la femmina trattenuta quel tanto che basta per ottenere una deposizione in sicurezza.

Gli altri adulti che avessero a nascere, così come le uova in eccesso, saranno liberati in natura: in parte lungo la siepe della mia campagna, in parte invece in un'ara abbandonata infestata di rovi, una delle piante nutrici di questa bellissima specie. Un piccolo gruppo di uova, invece, verrà fatto schiudere in cattività ed i bruchi liberati su di un albero da frutto, protetto da una coltre di tulle fine, per avere la certezza che almeno qualcuno di loro possa arrivare allo stadio di pupa: questi animali hanno infatti numerosi predatori, dalle formiche agli imenotteri parassiti, per non parlare di molti piccoli vertebrati. Continuerà quindi così il piccolo progetto di costituire una nuova colonia di questi bellissimi insetti nelle mie terre, per renderle ancora più ricche di vita e per proteggere, con un gesto piccolissimo ma molto concreto, la biodiversità di quest'angolo di pianura veneta.

Maschio di Saturnia Pavoniella (Saturnia pavoniella male). Foto di Andrea Mangoni

Tarassaco (Taraxacum officinale). Foto di Andrea Mangoni.
In questa stagione i campi primaverili si tingono di giallo: il giallo, profondo e allegrissimo, dei fiori di tarassaco (Taraxacum officinale).
Boccioli di tarassaco (taraxacum officinale). Andrea Mangoni.
Questa pianta, conosciuta da sempre con vari nomi, tra cui quello veneto di pissacàn, è nota per le sue proprietà antireumatiche e diuretiche; il tarassaco si può utilizzare in cucina in moltissimi modi. I fiori possono essere passati in pastella e quindi fritti; le foglie possono essere saltate in padella con l'aglio, o aggiunte crude a deliziose insalate che arriscono col loro sapore amarognolo; o ancora, pare che dalle radici pulite e tostate si possa ottenere una sorta di caffè. Ma anche i boccioli trovano la loro collocazione, in cucina: con essi si possono infatti preparare degli eccellenti sostituti dei capperi. Ed è proprio di questo che vi vorrei parlare con questo breve articolo.
Capperi di tarassaco. Foto di Andrea Mangoni.
Prima di tutto una raccomandazione: raccogliete solo piante di specie che conoscete BENE, e raccoglietele solo se siete certi che non possano essere state esposte ad agenti chimici tossici (inquinamento, pesticidi, ecc...). Cosa molto importante, raccogliete i boccioli quando sono ancora abbastanza vicini al terreno e chiusi, quando cioè il fiore non è ancora del tutto formato ed aprendoli non trovate i petali gialli; in caso contario i capperi saranno troppo stopposi per essere mangiabili! Togliete il gambo ed eliminate le brattee del calice, lavateli delicatamente con acqua e bicarbonato, risciacquateli ed asciugateli con uno strofinaccio, con molta attenzione. Mettete uno strato di sale marino grosso sul fondo di un barattolo, posate uno strato di capperi, alternate con un altro strato di sale, e così via fino a riempire tutto il barattolo. Se dopo alcuni giorni il sale si è impregnato di liquido, andrà sostituito. Una ricetta alternativa vuole che i capperi di tarassaco debbano essere preparati semplicemente sott'olio. Possono essere consumati in insalata o sulla pizza, con le cipolline ed i pomodori o come avreste consumato i normali capperi.
E se li consumate in inverno, chiudete gli occhi e immaginate i piccoli soli delle corolle del tarassaco illuminare la campagna.

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Il capolino pieno di semi di un tarassaco (Taraxacum officinale). Foto di Andrea Mangoni.
Viola odorata. Foto di Andrea Mangoni.

Ancora un post sulle viole. Le foto che trovate rappresentano Viola canina, Viola odorata, e la famosa Viola d'Udine... ma visto il colore mi verrebbe più da pensare alla Viola di Parma! Qualcuno sa sciogliere l'enigma?? In attesa di tornare a parlare di altri fiori, stavolta solo selvatici e bellissimi (le orchidee spontanee, soggetto di un futuro articolo), vi lascio con queste immagini. ciao!

PS Dimenticavo!! Vista l'abbondanza di fiori, ho seguito i consigli della Zia Artemisia e li ho usati per aromatizzare lo zucchero. Come? Cliccate qui e leggete la sua ricetta!!

Viola e muscari. Foto di Andrea Mangoni. Viola odorata. Foto di Andrea Mangoni. Viola canina. Foto di Andrea Mangoni. Viola d'Udine. Foto di Andrea Mangoni. Viola canina. Foto di Andrea Mangoni.

Americanina. Foto di Andrea Mangoni.
Sono tra noi. In tutta Italia, dispersi nei pollai di ciascuna regione, esistono polli di piccola o piccolissima taglia che vengono allevati da decenni pur senza che si sappia quale sia la loro origine. Americanine, Titine, Francesine, Chichine, Pugliesine; sono solo alcuni dei tanti nomi che questi animali si vedono affibbiare su e giù per lo stivale.
E non c'è certo una grande uniformità nelle loro caratteristiche: cresta semplice, o a rosa, o a noce, o a pisello; orecchioni bianchi, bianchi striati di rosso, rossi; tarsi gialli, o neri, o verdi, o bianchi, calzati o meno; ciuffo presente o meno; colorazioni infinite. In genere, solo due cose le accomunano: la piccola o piccolissima taglia (in genere da 500 a 1000 gr) e l'eccezionale propensione delle femmine a covare.
Americanina. Foto di Andrea Mangoni.
Qualunque anziano sarà disposto a giurarvi di averle sempre viste nei pollai, ma curiosamente non se ne trova menzione in nessun testo storico degli scorsi due secoli; non si sa chi siano i loro antenati, da quali razze possano essere derivate, nulla. I vari nomi a loro attribuiti non hanno di solito alcuna attinenza con una reale provenienza geografica: di norma vogliono solo significare che sono animali giunti da lontano, che non facevano parte dei polli locali. Eppure questi polli nani continuano a prosperare, proprio per la loro straordinaria vitalità e per la capacità di dar vita ad una prole sana e forte senza alcun aiuto da parte dell'allevatore, anzi: spesso capita che una di queste gallinelle sparisca e si rifaccia viva poi, dopo 3 settimane, con un codazzo di minuscoli pulcini dietro. Così, accoppiandosi a casaccio con le varie tipologie di pollo localmente disponibili, di generazione in generazione gli animali cambiano continuamente il proprio aspetto, mantenendo però inalterate taglia e istinto alla cova. Queste gallinelle fanno uova piccole, è vero, ma munite di un tuorlo in proporzione più grosso di quello presente nelle uova di dimensioni maggiori. Hanno anche il grande vantaggio di mangiare poco e di essere fondamentalmente autonome, specie se hanno a propria disposizione un pascolo adeguato.
Solo pochi ceppi in Italia sono stati selezionati tanto da poter parlare, riferendosi ad essi, di razze. Anzi, in verità ne è riconosciuto solamente uno: la razza Mericanel della Brianza, di cui spero avremo modo di parlare in futuro. Altri ceppi locali somaticamente molto uniformi devono però essere ancora selezionati a dovere. E' il caso ad esempio del Mugellese o Mugginese. Vanno poi menzionati tanti giovani alevatori che proprio in questi anni stanno selezionando i propri ceppi di Americanine con la stessa passione che dedicano a razze riconosciute e "blasonate", ottenendo risultati davvero molto interessanti. Anche di alcuni di questi spero di poter parlare meglio più avanti.
E nel mio pollaio? Beh, recentemente anch'io ho dovuto capitolare: di fronte all'esigenza di avere chiocce e balie per i miei Polverara, ho portato a casa tre Chichine (nome locale dei polletti nani). Sono gli animali che vedete in foto. Le prime due pesano circa 1 Kg, quella qui sotto - minuscola!! - non arriva ai 400 gr. Hanno già iniziato a deporre... non ci resta che vedere se saranno in grado di mantener alta la propria fama di incubatrici naturali e madri premurose.


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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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Americanina. Foto di Andrea Mangoni.
La nuova covata!! Foto di Andrea mangoni.

Questo è stato davvero un gran week-end!! Tra domenica e lunedì, infatti, c'è stata la schiusa della terza covata dell'anno! La seconda era avvenuta una settimana fa, ma le uova non le avevo seguite io: erano state affidate alla chioccia di un amico. Ma torniamo a questa schiusa. Delle 16 uova affidate alla mia Covatutto 16, 5 si erano rivelate infertili alla prima speratura. Le restanti 11 si sono schiuse tutte! Solo un pulcino ha avuto dei problemi, tutti gli altri se la sono cavati alla grande. Sono 2 Polverara Rossetto pure, due incorci di Polverara, e 7 di... un'altra piccola meraviglia.

Questo è uno dei due Polverara puri di ceppo Rossetto, figlio di Pippo. Promette bene, con la cresta a cornetti già visibile!

Pulcino di Polverara. Foto di Andrea Mangoni.

Questo invece è un pulcino di un'altra razza... della famosa "razza misteriosa" che sto seguendo. Di che si tratta? Beh, per dare un paio di indizi potremmo dire che in origine non aveva cresta a rosa, come questo pulcino, ma cresta semplice... e soprattutto che è considerata ufficialmente estinta... Curiosi? Tra qualche mese ne saprete molto di più!! Intanto vi lascio con questo primo piano...

Primo piano di... una razza misteriosa! Foto di Andrea Mangoni.
Viola mammola. Foto di Andrea Mangoni.

La primavera ha portato i suoi frutti. O meglio, i suoi fiori. Buona parte delle piantine di violetta da me ripicchettate ed amorevolmente accudite nel corso dell'estate scorsa ora è in piena fioritura. La bordura a nord inizia ad essere un tappetino viola e verde costellato di pratoline, fragole selvatiche, muscari, nepeta e menta piperita. Le tanto agognate Viola d'Udine e Viola Conte di Brazzà si stanno facendo attendere... la loro fioritura è un po' in ritardo. La Coeur d'Alsace poi, dopo un inverno terribile (per lei) in cui è quasi morta, ha fatto un solo, misero fiorellino. Nel giardino invece è spuntata una piantina di una viola mammola più chiara e tendente al ciclamino... chissà? Comunque sia, mi è giusto capitato sotto gli occhi in questi giorni un testo in inglese del 1868, dove si spiega la coltivazione della violetta così come era effettuata nel 1868; giust'appunto in una bordura a nord, come la mia. La mia traduzione dall'old English è forse un po' approssimativa... ma spero me la passerete. Alla prossima!

La viola mammola più pallida. Foto di Andrea Mangoni.

[Quando nella primavera scorsa ho visitato il signor Dore, dei Juniper Hall Gardens, sono stato molto colpito dalle sue eccellenti Violette; erano nella migliore salute possibile, e abbondantemente in fiore, i fiori come splendidi esempi individuali di coltivazione delle Violette. Il signor Dore mi ha gentilmente fatto conoscere il suo metodo di coltivazione, e la sua semplicità combinata con i risultati che ho visto, mi induce a renderlo noto prima ai lettori del Florist e Pomologist. - Wm Greenshields.]

In aprile, diciamo verso la metà del mese, scelgo un pezzo di terra sulla bordura a nord, e se non è già in buone condizioni deve essere portato ad esserlo con una generosa aggiunta di letame ben decomposto e humus di foglie, che può il più delle volte essere ottenuto dai vecchi appezzamenti coltivati a melone, e simili. Io incorporo questo (fertilizzante, n.d.t.) con il terreno della bordura, per la profondità di trenta o quaranta centimetri. Vado quindi a selezionare alcuni dei migliori stoloni radicati ottenuti dalle piante dell'anno scorso - questi saranno ben radicati come accuratamente previsto, e mantenuti puliti mentre le piante madri erano in fiore. Essi dovrebbero essere piantati in filari, larghi dai 30 ai 45 cm, il che permetterà che il terreno sia mantenuto aperto e pulito - un punto di grande importanza.

Gli stoloni di cui parlavo sono selezionati in luglio o in agosto, circa quattro o cinque per ciascuna pianta, sono adagiati nel suolo, e quando le piante sono trapiantate, ai primi di ottobre, sono ben radicati. Io quindi prelevo le piante con una buona zolla di terra, e le sistemo, con i giovani stoloni radicati, in un vecchio cassone per meloni (credo di aver capito si trattasse di una sorta di cassone di legno con coperchio a vetri, n.d.t.), il più vicino possibile al vetro. Se c'è rimasto un po' di calore nel letto della fossa, radicheranno e si stabiliranno nei loro quartieri invernali molto velocemente; ma non apprezzano un calore eccessivo. Essi sono piantati piuttosto fittamente nella fossa, lasciando appena tra le piante lo spazio sufficiente affinchè possano svilupparsi nuovi stoloni – essendo questi stoloni le piante giovani per l'anno successivo. Si deliziano nel terriccio di foglie ben decomposte, che uso in buona parte per farle fiorire.

Anche se non temono il gelo, trovo che tenendole così fioriscono più abbondantemente e danno fiori migliori. Io, quindi, fornisco un riparo extra in caso di maltempo, e sembra sempre, senza alcuna difficoltà, di raccogliere in abbondanza fiori da novembre fino a che non le impianto in aprile.

Hogg, R. (1868). The Florist and pomologist. Journal of Horticulture Office.

La bordura delle viole. Foto di Andrea Mangoni.
Gallo di Italiana a Collo Nudo. Allevatore Loris Traverso, foto Andrea Mangoni.
Nei cortili delle famiglie che allevano ancora galline si vedono quasi sempre i classici ibridi commerciali rossicci, mescolati a volte ad altrettanto rossicci esemplari dotati di una peculiare caratteristica: il collo totalmente glabro, che conferisce loro l'aspetto di sgraziati avvoltoi. In realtà, oltre ai soliti ibridi, esistono razze diverse dotate di questo particolare anatomico così buffo. In particolar modo in Italia si può ancora trovare in alcuni allevamenti la vecchia razza Italiana a Collo Nudo, caratterizzata da orecchioni bianco giallastri e taglia inferiore ai ceppi commerciali, buona ovaiola, che talvolta conserva ancora l'istinto alla cova.
Da dove ci proveniva? Forse dalla Romania, ove ancor oggi esiste la razza Collo Nudo di Transilvania. Negli anni '30, così parlava della Collo Nudo in Italia il cav. Italo Mazzon:
"Per finire, accenno alla «collo nudo» - qualcuno mi tirerà la croce addosso; ma io la ricordo da oltre cinquanta anni, per quanto i manuali la dicano di Transilvania. E’ sempre quella, come quando era la prima volta. E’ gallina robustissima, rustica e di facile allevamento – produce uova molto grosse e molte. Si può dire che di galline «collo nudo» ce ne siano in quasi tutti i pollai – sono invece rarissimi i galli di tale razza; ciò malgrado la «collo nudo» si riproduce fedelmente con le sue speciali caratteristiche dimostrando, con questo, quanta vitalità e resistenza, all’immissione di altri sangui, siano in questo animale così tipico. Non è molto apprezzata come gallina da carne fine, ma la credo facilmente suscettibile di miglioramento in questo senso, malgrado la resistenza a mantenersi pura; però non è a dire che il consumatore la ripudi; anzi quando constata la ricchezza di carne al petto e alle coscie, la preferisce per la sua tavola. Insomma, locale o meno, la «collo nudo» è una razza che nella padovana è abbastanza diffusa e che merita di essere più curata, tanto più da quando l’orecchione bianco è venuto a sostituire il rosso.
Galline di Italiana a Collo Nudo. Allevatore Loris Traverso, foto Andrea Mangoni.
[...] Molti scrittori che hanno descritta questa razza non si accordano intorno alla sua origine – c’è chi la dice originaria dai Carpazi, altri le danno per patria Sumatra, l’Isola di S. Maurizio ecc. Da noi s’è divulgata da tanto tempo che, nessuno saprebbe dire, quando sia arrivata. Molto diffusa prima della guerra lo è meno ora, anche perché se, nei cortili di campagna, si trovano facilmente delle buone galline a collo nudo, il gallo è raro assai. Forse fra noi ha subito l’ambientamento e quindi ha qualche differenza con i «collonudo» che vengono dal di fuori e che si dicono di Transilvania. E’ indubbiamente una razza robustissima e d’una rusticità eccezionale; è precoce e molto redditiva. Produce uova numerose e grosse e carne assai buona – petto e coscie ne sono forniti molto abbondantemente. La caratteristica del collo denudato, ornato nella parte anteriore di una folta cravatta di piuma, ne fa un animale originalissimo. Cresta semplice, non molto sviluppata, dentellata irregolarmente, eretta sulla fronte d’onde parte una calotta di penne che scendono alla nuca e la ricoprono. E la caratteristica del collo nudo ha certo del dominante, tanto che si riproduce anche sotto l’influenza dell’incrocio e questo spiega come, nelle nostre fattorie, si riproduca anche senza il proprio gallo, acquisindo però altri caratteri, come quello delle penne alle gambe, colore del mantello, sviluppo scheletrico e l’orecchione bianco. Solo, per l’orecchione rosso, non la possiamo registrare fra le razze nostrali originarie, ciò nulla meno la vediamo con simpatia nei nostri cortili e non sarebbe male, fosse chiamata a sostituire parte del bastardume che s’annida in certi pollai di campagna dove, si nega asilo alle nostre buone razze, per tenere animali strani che molto consumano e nulla, o quasi, rendono. Il collo così nettamente denudato è in forte contrasto con la ricchezza della coda – non è certo un animale piacente ma, qualora si voglia considerare il suo reddito in carne ed uova, anche l’occhio può posarsi, con una certa simpatia, sulla gallina così strana ed originale e così redditizia. Non ho mai sentito dire che al «collo nudo» si geli la cresta – non nell’invernata 1889-90, non nella ultima del 1929-30 che, ci regalò, più d’una notte, ben 22 gradi sotto zero."
Questa la testimonianza di Mazzon. Per dire di più, vale certamente la pena di spiegare che Mazzon aveva ragione: il carattere del collo privo di penne è dovuto al gene Na, incompletamente dominante. Pare cioè che in condizioni di eterozigosi la presenza di un solo allele Na produza un collo nudo che mostra però sul davanti una folta cravatta di penne, mentre la presenza di due copie di questo gene produce un collo totalmente glabro.
Personalmente ho avuto modo di osservare dei collo nudo palesemente ascivibili a ceppi autoctoni solo presso un allevatore vicentino, il sig. Loris Traverso, che possiede da anni un ceppo di Collo Nudo a orecchioni bianchi recuperato nei territori compresi tra Padova e Vicenza. Gli animali in questione, selezionati per la taglia e la forma ma non per la colorazione, presentavano peso attorno ai 3 Kg per i galli ed ai 2,5 Kg per le galline, con cresta semplice leggermente ripiegata di lato, orecchioni bianchi con poche striature rossastre, mantelli variabilissimi e soprattutto ogni esemplare mostrava il famoso cravattino. Ora, il non aver visto nessun animale a collo totalmente nudo mi lascia ovviamente perplesso, in quanto se il ceppo mostrasse omozigoti cravattati come gli animali descritti dal Mazzon ci si troverebbe davanti ad un'eccezione delle regole di trasmissione di Na... o forse addirittura ad un suo allele? Alla prima occasione cercherò di far luce su questo aspetto curioso della storia dei suoi polli... Nel frattempo vi lascio con qualche scatto dei suoi esemplari. Alla prossima!
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Esemplari di Loris Traverso. Foto Andrea Mangoni.
Bibliografia: Mazzon, I. (1934). Pollicoltura Padovana - Storia monografia delle razze padovane. Tip. Antoniana, Padova.


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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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Gallina di Italiana a Collo Nudo. Allevatore Loris Traverso, foto Andrea Mangoni.
Airone bianco - Casmerodius albus. Foto di Andrea Mangoni.

L'auto chiede di esser rallentata. No, non lo chiede: lo urla. Di fianco a lei il campo inondato di nebbia, con la sua terra rossa e gravida di umidità, fa da sfondo ad una danza meravigliosa.

E' un airone bianco (Casmerodius albus) , solitario, che avanza volando nella nebbia tono su tono, come un fantasma. Solca l'aria silenzioso come un ciuffo di semi di tarassaco trascinato dal vento, poi si ferma e rimane così, per un attimo, ad ali aperte, come un assetato d'aria in attesa di un refolo di vento. quando si ferma del tutto è una scultura d'arte moderna, le linee essenziali e minimaliste, i colori semplici e perfettamente fusi con ciò che lo attornia.

La macchina non può fermarsi per più di pochi minuti, ma questo mi basta. Le immagini sanno vivere ed imprimersi nel cuore anche quando vivono solo per pochi secondi.

Torno a scrivere dopo un periodo difficile e complicato, causa parenti in ospedale e soprattutto pargolo quasi agli sgoccioli. Torno però con fotografie di VITA!

Ecco, dopo un po' di patimenti, i primi tre nati dell'anno! Incroci di Polverara e... beh, diciamo che l'altra razza resterà un piccolo mistero per qualche mese ancora, fino a quando non ve ne parlerò fino alla nausea... ;-)!

Pulcini. Foto di Andrea Mangoni. Pulcini. Foto di Andrea Mangoni. Pulcini. Foto di Andrea Mangoni.
Un campo di mais al tramonto. Foto di Andrea Mangoni.
La notizia è di pochi giorni fa. Il Governo Italiano, abbastanza in sordina, ha deciso di sdoganare la coltivazione degli OGM. Molte voci contrarie - tra queste il Ministro alle Politiche Agricole, Luca Zaia, e molte associazioni di coltivatori e di consumatori - e alcune voci favorevoli - specie quegli enti locali che vedranno creati dei fondi a loro favore. Ci attendono anni di "sperimentazione" per stabilire la convivenza tra colture OGM e tradizionali, convivenza che l'Unione Europea ha già bollato come impossibile. Che cosa pensare? Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Gli OGM sono davvero il mostro biblico che viene prospettato da taluni, o rappresentano il luminoso futuro dell'agricoltura, come vorrebbero altri?
Non sono un esperto in materia, ma qualche considerazione la vorrei fare lo stesso. Innanzi tutto, vorrei specificare una cosa: io NON sono contrario per partito preso agli OGM. E allo stesso modo, non sono ad essi favorevole INCONDIZIONATAMENTE. Ritengo quindi importantissimo ragionare, guardando il più possibile a ciò che essi rappresentano e a ciò che possono portare.
Cos'è un OGM? Un Organismo Geneticamente Modificato. Per dirla in soldoni, prendiamo un essere vivente ed inseriamo nel suo genoma un pezzo di DNA proveniente da un altro tipo di organismo, che ha delle caratteristiche che a noi interessano. Ad esempio prendiamo il cotone (Gossypium sp.), e gli inseriamo il DNA del Bacillus thuringiensis, che produce una tossina letale per gli insetti. Otteniamo così una pianta di cotone che diventa difficilmente attaccabile dai parassiti e che abbisogna di minori pesticidi. In teoria.
Sottolineiamolo bene: IN TEORIA.
In pratica, qualunque osservazione riferibile ad un OGM, in bene o in male, pregio o difetto, è constatabile solo dopo aver avito riscontri pratici. Di nuovo, in soldoni: non si sa se funziona fino a che non si prova. Dire che sono un bene o un male è quindi una semplificazione troppo banalizzante, anche perché sotto il nome OGM includiamo piante, ortaggi, cereali, microorganismi totalmente differenti fra loro. Magari esisterà un grano OGM resistente alla siccità che sarà la benedizione per le terre in via di desertificazione, e da un'altra parte ci sarà una soia OGM che fa venire le bolle in faccia a chi ne mangia il seitan. La prima cosa da pensare, quindi, è NON GENERALIZZARE. MAI. Però, se da un lato non è giusto avere riguardo agli OGM delle pregiudiziali assolute, ci sono tutta una serie di considerazioni di altra natura che mi portano a dire che no, in Italia gli OGM io non ce li vorrei.
Innanzi tutto, gli OGM in campo agricolo sono in mano a poche multinazionali, che fanno il bello e cattivo tempo piegando letteralmente le economie di Paesi poveri e innescando reazioni a catena disastrose. Inoltre, l'OGM in agricoltura rischia di ledere un diritto fondamentale: e cioè il diritto di non volerlo nel proprio campo. Pensateci: mais, grano, avena, orzo, riso, tutti sono impollinati dal vento. Come si può far convivere fianco a fianco una coltura tradizionale con una coltura OGM? Basterà una folata più forte delle altre per ritrovarsi nel campo, l'anno successivo, solo semi OGM. Con anche delle possibili ripercussioni legali. In America non sono mancate le class action volte a chiedere risarcimento dei danni dovuti alle contaminazioni da OGM, e già la Bayer ha perduto una causa per aver inquinato geneticamente il riso di alcuni agricoltori a causa della vicinanza dei campi di questi ultimi con i campi di riso transgenico della multinazionale. Insomma, esiste un enorme pericolo di perdita della biodiversità agricola, che potrebbe vedersi azzerata dalla diffusione di questi organismi.
Campi di grano in Toscana. Presto tutti OGM?. Foto di Andrea Mangoni.In India, dove il cotone OGM doveva rappresentare una benedizione, si è rivelato un flop colossale: ha avuto bisogno di più pesticidi e di costi di gestione maggiori, e per di più ha dato raccolti scadenti. Come se non bastasse, la Natura ha fatto il suo corso: ecco comparire quindi un parassita del cotone, la Helicoverpa zea, che ha sviluppato in certe sue popolazioni una resistenza alle tossine del B. thuringiensis. Così dovranno essere utilizzati nuovi pesticidi, che - OH! - come per magia sono stati già preparati dalla multinazionale produttrice del cotone stesso. Negli USA pare sia aumentato invece, con l'utilizzo degli OGM, il consumo di pesticidi; in compenso è diminuita la produttività. Hanno già preannunciato che uno dei grandi vantaggi per l'agricoltura italiana sarà il minor numero di erbicidi adottati. Perchè? semplice: perchè le piante OGM saranno resistenti al Roundup, un erbicida molto potente a base di glifosate prodotto, chissa come mai ci stupisce poco, sempre dalla stessa ditta che produce i semi OGM, la Monsanto. L'idea è semplice: produco una pianta resistente al glifosate, così lo posso utilizzare sulle coltivazioni distruggendo le erbacce. E' vero che è molto potente, però usando solo quello diminuirò il numero di trattamenti e le quantità di altri erbicidi. Peccato che si facciano troppo spesso i conti senza l'oste, ovverosia la Natura... Come per la farfallina del cotone, cosa succederà se inizieranno a nascere erbacce resistenti al glifosate (cosa che puntualmente accadrà)? E che cosa ne direste se la colpa fosse proprio delle coltivazioni OGM? E' già successo infatti che la colza OGM si sia incrociata con piante di senape selvatica; esiste la concreta possibilità che l'impollinazione incrociata tra specie differenti trasferisca prima o poi a delle infestanti le capacità di resistenza al Roundup ed altri erbicidi proprie delle coltivazioni OGM, col risultato di dar vita ad organismi nocivi diffcilmente debellabili.
Altro problema: gli OGM faranno bene o male alla nostra salute? E' un tema piuttosto sentito e che preoccupa molti, e la risposta è sempre la stessa: non lo sapremo finchè non proveremo. Esistono nei dati concreti a riguardo di singoli casi, che mostrano soprattutto come certi effetti siano assolutamente imprevedibili. Ad esempio, i fagioli sono in grado di produrre una proteina che provoca la morte del tonchio, un piccolo coleottero fitofago che parassita i legumi. Si è quindi cercato di trasferire la stessa dote in un pisello, in maniera che questo divenisse resistente al coleottero. Purtroppo i cambiamenti nel genoma del pisello hanno causato un effetto imprevisto: la modifica della struttura di una proteina prodotta dai piselli stessi. Una piccolissima modifica strutturale, certo, che però è bastata a rendere la proteina stessa irritante per le cavie da laboratorio.
E ancora, recentemente, l'Istituto Nazionale di Ricerca per gli alimenti e la Nutrizione ha fatto rilevare come a fronte di una maggiore produttività in granella, il mais transgenico produce quantità di lignina quasi 4 volte più elevate rispetto a quello normale, il che rende il trinciato da esso derivato molto meno appetito dagli animali che se ne nutrono. Tutta da verificare invece un'altra notizia apparsa sui giornali, e cioè che topi nutriti con mais OGM avrebbero mostrato alterazioni del sistema immunitario.
Insomma, come si può capire, un argomento complesso. Soprattutto perchè, che lo si voglia o no, conviviamo con gli OGM da diversi anni. Mais e soia utilizzati per produrre i mangimi per gli animali sono infatti per buona parte OGM; e questi animali noi li mangiamo da tempo. Ed è presto per dire se vedremo effetti negativi o meno.
Nella mia totale innocenza, continuo a pensare che ci possano essere altre strade. Altre vie. Vie come quella intrapresa da Ken Street, che cerca nella ricchezza dell'antica biodiversità agricola mondiale la soluzione a molti problemi presenti. E' una strada che sento molto più mia, e che vorrei vedere più bella e splendente.
Sapete che vi dico? Quest'anno se posso mi pianto un paio di trini di buon mais biancoperla autoctono. In isolamento temporale. Alla faccia del mais BT OGM.
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Foto di Ann Geddes. Trovata in rete.

Per qualcuno un post del genere potrà sembrare spiazzante e fuori luogo, in questo blog. Ma in questi giorni sentivo di doverlo scrivere. Anche qui. A chi si aspettava il solito post su piante, animali, o ricordi, chiedo di avere pazienza. Il prossimo tornerà ad essere “in linea”. Ma questo, oggi, no.

Ottobre 2009. Cado leggero, i miei occhi sono puntati sullo schermo bianco e nero che mostra il mondo esploso all’interno di Roberta. Ci stringiamo per mano, io e lei, mentre nostro figlio, a 10 settimane di vita, si ostina a darci risolutamente le spalle. Ooopps, pardon: le minuscole chiappette. Avevo sempre pensato che i bimbi, nella pancia della mamma, fossero totalmente inerti, privi di movimento, come addormentati e satolli nel loro piccolo mare. Almeno per le prime settimane. Come mi sbagliavo!! Nostro figlio è lì, che si agita, mentre la dottoressa lo disturba con l’ecografo. Inizia a muoversi, le gambine prima rilassate si contraggono, la schiena si contorce tutta, velocissima, come se stessimo facendo il solletico ad un cucciolo addormentato. Poi, in una frazione di secondo, si gira e lo vediamo di profilo. Lo guardiamo muoversi, portarsi le manine alla bocca, quindi (quando la dottoressa da un colpo troppo forte) si rannicchia tutto, stringe i pugnetti e se li porta davanti agli occhi, come a stropicciarseli. E' lungo solo pochi centimetri. Ed il battito del suo cuore è come il galoppare di un cavallo selvaggio.

Penso spesso, e più ancora in questi mesi in cui l'arrivo di una nuova Vita ci sta benedendo, a tutte quelle minuscole esistenze che, per dolore, difficoltà ed ignoranza, ancor prima di fare il primo respiro o di aprire gli occhi una sola volta, vengono gettate via, sciogliendosi come fiocchi di neve rossa sull'asfalto dei marciapiedi.

Feto di 8 settimane. Foto trovata in rete.Nel 2008, nella sola Italia, sono stati eseguiti quasi 56.000 aborti. Significa 213 aborti ogni mille nati vivi. Praticamente, quasi una nuova vita umana su cinque finisce la propria esistenza nel cestino dei rifiuti di una sala operatoria. Nei primissimi anni '80, il rapporto era di 380 ogni mille nati di vivi. Se allora la percentuale di gravidanze che terminavano con un aborto era quindi del 27,5% circa, oggi siamo passati circa al 17,5%. Si sono ridotte, lo so, ma mi sembrano sempre troppe. Le sento troppe.

Così come sento troppi i circa 15000 (quindicimila) aborti clandestini praticati in Italia nel 2008. In pratica più del 20% degli aborti, nel 2008, è stato clandestino. E' solo una stima, certo, ma dopo trent'anni - TRENTA!!! - di applicazione della legge nata proprio per far fronte al fenomeno della clandestinità resta per me assolutamente inaccettabile.

Ho sentito tante persone dire che l'aborto non uccide nessuno, che è solo l'asportazione di un grumo di cellule. Ripenso alle prime due ecografie di Pietro, alle sue manine e ai suoi piedini, al nasino e agli occhi; aveva tra le dieci e le undici settimane. Oltre il 60% degli aborti avviene tra l'8° e la 12° settimana. Non più grumi di cellule, non più embrioni, ma feti, che come Pietro sono vitali, veloci, in continuo divenire... anche se fin dal momento dell'incontro tra ovulo e spermatozoo erano tali, Vita in divenire costante, combinazioni e possibilità uniche che non si ripresenteranno mai più in tutta la storia dell'universo.

Ho conosciuto persone piene di dolore costrette a privarsi delle vite che portavano in grembo, e al contrario ho conosciuto gente che parlava del proprio aborto come di un'operazione di appendicite. Ho visto persone inalberarsi per difendere una legge – la 194 – che non avevano palesemente mai letto in vita loro. Ho visto donne rifiorire quando altre persone hanno offerto loro un aiuto concreto affinché potessero dare la vita al proprio piccolo.

Ho sentito dire che rianimare un bimbo sopravvissuto ad un aborto significa attentare alla 194, anche se in realtà la 194 prevede proprio di salvare i piccoli che dovessero riuscire a sopravvivere all'operazione. Non so, saranno stati impegnati a difendere più le loro aspettative sulla legge, che la legge stessa. Ho sentito dire che chi mostra come vengono eseguiti gli aborti è l'unico e vero violento, forse perchè nella società gieffina le cose vanno fatte senza che si possano mostrare, vanno eseguite mentre gli occhi sono da un'altra parte, e la violenza non è prerogativa di chi fa, ma di chi fa sapere. Si chiede a gran voce la pillolina che fa sparire la gravidanza come per magia, tanto quello è, una malattia da curare con la pastiglia; e per carità, che non si faccia in ospedale: prendiamola sul divano, dopo cena, mentre guardiamo la TV. CHI poi dovrebbe controllare nel water l'avvenuta espulsione dell'embrione, non l'ho capito. La donna che ha abortito? Il suo compagno? Non so. Credevo fosse più logico che fosse un dottore, in un ambiente che potesse accogliere e proteggere la donna.

Mi chiedo spesso perchè continuiamo a combattere sintomi quando per guarire dovremmo cercare di curare le cause. La 194 è uno strumento. Non dovrebbe essere vissuta come un dogma religioso. Io la vedo come l'Aulin dato ad un malato di cancro al cervello per attenuargli il mal di testa. Ha una sua utilità, ovviamente, ma il problema vero è altrove. E' nella mancanza di una profonda, serissima e fortissima educazione sessuale nelle nuove generazioni. E' nella mancanza di aiuti concreti per quelle madri che abortiscono solo perchè credono di non aver altra scelta, nella mancanza di un sostegno alle famiglie più povere e alle donne sole, è anche nell'assenza di impegno sociale e di generosità che risiede il vero problema, secondo me.

E ciò che vorrei non è la soppressione o l'assenza della 194, assolutamente; quello che vorrei sarebbe vederla svuotarsi molto più rapidamente di significato, vedendo ridurre drasticamente i motivi ultimi per cui nel 2010 si decide ancora di abortire. Vorrei vedere quei bimbi nascere. Lo vorrei tanto.

Davvero.

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Le foto di questo post sono state trovate tutte in rete. La prima è di Anne Geddes; la seconda mostra un feto di 8 settimane di vita. Nell'ultima, quello che si vede sono due feti. Uno di 12 settimane, l'altro di 14. Uno dei due può essere legalmente abortito, l'altro no. Ma non sarò io a dirvi quale dei due.

I dati statistici sono stati elaborati dalla Relazione del Ministero della Salute sull'Applicazione della legge 194/78 nell'anno 2008.

Feto di 12 e feto di 14 settimane. Foto trovate in rete.
Due uova nel nido. Foto di Andrea Mangoni.
Tra le domande che mi vengono poste più frequentemente riguardo alla selezione dei polli, c’è di sicuro questa:

"Ho più di un tipo di polli nel mio allevamento, e gli animali vivono tutti insieme. Se voglio avere dei pulcini di razza pura, quanto devo tener separata la coppia o comunque gli animali che mi interessano dal resto del gruppo, prima di poter incubare le uova avendo certezza della paternità?"

La risposta è meno scontata di quel che sembra. La biologia ci informa che il seme del gallo può in genere fecondare per circa 21 giorni le uova nel corpo della gallina. Ancora più in soldoni, mettete un gallo con delle galline per un paio di giorni: per le successive tre settimane, tutte le uova che esse produrranno risulteranno fecondate da lui.
Nella pratica dell’allevamento questo ha delle ricadute estremamente interessanti. Infatti, se alleviamo insieme più razze e poi le separiamo in vista della riproduzione, per avere certezza della paternità dei pulcini dovremo scartare tutte le uova deposte nei primi 21 giorni, e mettere ad incubare solo quelle deposte successivamente.
A volte ovviamente ci sono eccezioni a questa “regoletta”. Ad esempio, a volte sembra che lo sperma di un gallo sopravviva molto meno; questo capita più spesso quando il gallo è vecchio. Altre volte accade proprio il contrario: il seme sopravvive molto oltre il previsto, anche più di un mese. Un giorno un mio amico allevatore decise di chiudere in una gabbia il grande gallo di razza Faverolles che dominava su tutti i suoi polli, in maniera di poter riprodurre in purezza i suoi Phoenix. Destinò alla mensa le uova per un mese, quindi iniziò ad incubare. Fu tutto inutile. Dopo 20 giorni, ad oltre 50 giorni cioè da quando il Faverolle era stato chiuso, continuavano a nascere pulcini con barba e/o 5 dita, caratteristiche queste della razza Francese.
Si tratta però di casi più unici che rari; in genere, la regola delle tre settimane funziona alla grande. E visto che con febbraio le galline in genere riprendono a deporre (no ghè xè ga£ina o ga£inassa, che a febraro l’ovo no £a fassa, ovverosia "non c'è gallina o gallinaccia che a febbraio l'uovo non faccia") è il caso di iniziare già adesso a separare i riproduttori, se vogliamo mettere a incubare qualcosa a marzo. Ciao!

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AVICOLTURA E BIODIVERSITA': LETTURE PER SAPERNE DI PIU'

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Gruppo di Livorno Pile. Foto di Andrea Mangoni, esemplari di Loris Traverso.
Melitaea phoebe. Foto di Andrea Mangoni.

In questi giorni ho avuto notizia di un BELLISSIMO progetto, nato da un'iniziativa del Museo di Storia Naturale di Venezia e mirato a far luce su un particolare aspetto della Biodiversità del Veneto: la stesura di un Atlante dei Ropaloceri del Veneto.

E chi sono i sarebbero i Ropaloceri? Ma le meravigliose farfalle diurne! Questi insetti, importanti indicatori ambientali, sono stranamente stati poco studiati nella loro distribuzione locale; nasce da qui l'esigenza di poterne conoscere gli areali attuali delle singole specie, tenendo conto del fatto che ci sono ancora aree, come i Monti lessini ed i Colli Euganei, per le quali tali dati risultano ancora molto frammentari.

Chiunque può aiutare, inviendo i dati in proprio possesso seguendo le linee guida presenti sul sito del progetto in questione, che è il seguente:

http://www.farfalleveneto.eu

QUI potete trovare una presentazione PDF del progetto, da scaricare e diffondere. Chiunque può dia una mano! A presto!

Gonopteryx rhamni che si nutre. Foto di Andrea Mangoni.