Giovani Polverara


Il pollaio in questa stagione è sempre affollato dei giovani nati in primavera. Quest'anno le sorprese non sono mancate e gli animali che sono nati mi hanno mostrato quali vie seguire nel prossimo lustro almeno.

La cosa più evidente è stata la manifestazione di una serie di problemi dovuti alla consanguineità. Dopo anni senza aver mai inserito nuovo sangue, e dopo 5 anni di impossibilità di praticare lo spiral mating, quest'anno sono sia comparse livree che credevo perdute sia si sono presentati per la prima volta dei problemi fisici totalmente nuovi.
Dal punto di vista delle colorazioni sono ricomparse la mottled (almeno in apparenza), la bianca recessiva e una nuova livrea grigia, molto particolare. 

pollastra di Polverara


È evidentemente una mutazione del bianco recessivo, e sarebbe bello studiarla, ma...
Ma il soggetto (a destra nella prima foto) mostra un difetto congenito, una malformazione delle ossa del cranio che porta il becco a incrociarsi, causando difficoltà nell'afferrare qualcosa col becco. Sebbene l'animale riesca a nutrirsi regolarmente, non potrò probabilmente riprodurlo. Problema certo legato alla consanguineità, dovuta anche alla morte di alcune femmine adulte a causa di un predatore, nei mesi scorsi, cosa questa che ha diminuito la variabilità genetica del gruppo dei riproduttori.

pollastra di Polverara


Sono nati poi diversi soggetti con ciuffi troppo grandi: bellissimi, ma fuori standard. Non potrò certo tenerli come riproduttori, per cui di fatto sono a disposizione di chi voglia dei polli vivaci e affascinanti.
Di Boffe ne sono nate solo 4, ma le femmine in effetti avevano fatto davvero pochissime uova. 

gallo di Boffa


Le mie gallinelle nane invece si sono date da fare e sono nati molti giovani, quasi tutti di livrea sparviero.



Un anno ricco? Certamente, ma che getta anche pesanti ipoteche: per rimediare alla morte delle riproduttrici dovrò cercare qualche femmina in allevamento diversi dal mio, inserendo per la prima volta dal 2010 nuovo sangue nel mio allevamento.
Ma questa sarà una avventura totalmente nuova, e la racconteremo un'altra volta.



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    Alle 6 del mattino, quando suona la sveglia, il corpo tende in maniera naturale a ribellarsi e a permanere, - come nella più classica delle leggi fisiche - nel suo stato di immobilità, rifiutandosi di abbandonare le fantasie oniriche. Ma non ha speranza: lo costringerò ad alzarsi e a svegliarsi, magari con l'aiuto di qualche manata di acqua fresca in pieno viso.

    Dopo quasi un anno di più o meno regolare corsa campestre mattutina, in aprile il mio ginocchio destro ha deciso di dare forfait. Edema spongioso, cartilagini dolenti, a volte fitte tali da fare pensare che il ginocchio fosse in frantumi.
    Ho aspettato mesi, ma il responso delle visite è stato unanime: stop alla corsa.
    Ma dovevo - volevo - trovare un'alternativa che mi permettesse di fare abbastanza esercizio all'aperto e alla fine ho deciso per provare la bici. Ho riassestato la vecchia Mountain bike della mia giovinezza, e ho fatto un tentativo.
    Un'ora di corsa in bici, alle 6 del mattino. Almeno 5 volte a settimana.
    Ho sentito da subito rinforzarsi la muscolatura delle gambe, specie attorno alle ginocchia. Il dolore al destro è migliorato sensibilmente, mi sento energico, carico di voglia di fare. Ma sono altri i vantaggi che amo. Vedere i paesi del vicinato quasi senza nessuno intorno; osservare case e paesaggi da un'angolazione diversa, scoprendo dettagli che in auto finiscono inevitabilmente per perdersi. E ancora, il movimento fluido e continuo della bici sembra allarmare meno gli animali, che spesso così si lasciano avvicinare di più: ieri è toccato a un airone grigio, oggi a un piccolo falco, domani chissà di chi sarà il turno. Ma ciò che più mi mancava era vedere le infinite sfumature dell'alba, col sole a sorgere sulle campagne dormienti, ammantate di rugiada, oppure facente capolino tra gli alberi lungo la Brenta, tingendone le acque d'oro.
    Questo mi mancava, più di tutto: la luce nascente.
    Buona alba e buon ferragosto a tutti.



    Capita, a volte, che in pollaio nasca un soggetto diverso da tutti gli altri, che ci lascia sbalorditi per qualche caratteristica. Quest'anno è stata la volta di un galletto di Polverara, che al posto di sfoggiare un paio di mefistofelici cornetti, sembra avere una strana cresta che ricorda quella a coppa della siciliana o forse più compiutamente quella a foglia di quercia della francese Houdan. Ma cosa dovrebbe essere successo?

    Difficile dirlo. Nella complicata genetica del pollo, sono alcuni alleli del locus D i responsabili dello sdoppiamento della cresta. Un pollo con base genetica d+/d+ sfoggerà una cresta semplice, un Polverara dalla cresta a cornetti sarà caratterizzato dalla presenza in omozigosi dell'allele Dv (Dv/Dv) mentre una siciliana avrà una cresta a coppa dovuta all'azione di un terzo allele, Dc (Dc/Dc). Su tutti questi alleli possono poi insistere geni modificatori che influiscono sulla forma finale della cresta in questione. In una situazione di eterozigosi, data dall'incrocio di polli a cresta semplice con polli a cresta a cornetti, si ha un patrimonio genetico che comprende l'accoppiata Dv/d+, che comporta un parziale sdoppiamento della cresta. La razza francese Houdan, con la sua cresta a farfalla o a foglia di quercia, non è ben chiaro se sia dotata di una forma modificata di Dc o se invece sia portatrice di un differente allele del locus D.



    E il nostro galletto allora? Mistero: si tratta di un incrocio con una gallinella nana, e quindi di una cresta in stato di eterozigosi? O invece si è verificata una mutazione, che ha prodotto al posto di un paio di cornetti una cresta a coppa su cui agiscono dei modificatori della forma? Impossibile dirlo ora. Se fosse vera la prima ipotesi dovremmo osservare una taglia molto piccola del soggetto adulto; per verificare che sia vera la seconda, dovremo aspettare invece che cresca e programmare degli accoppiamenti con animali a cresta semplice per studiare la trasmissibilità del carattere. In ogni caso sarà interessante vedere l'evolversi della situazione, e non ci resta che allevare questo galletto e vedere che sorprese ci riserverà da adulto.

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    Megachile su menta


    Si parla molto spesso del declino delle api in termini allarmistici, molto meno invece di quello di tanti altri impollinatori rei soltanto di non produrre miele. Eppure esistono centinaia di specie di insetti che svolgono un'opera paragonabile a quella dell'ape domestica nel più totale silenzio, e che in un altrettanto assordante silenzio stanno via via sempre più sparendo a causa di inquinamento e pesticidi: ditteri, farfalle, coleotteri, imenotteri e tanti altri.

    Basta a volte pochissimo per aiutarli e invitarli a trasferirsi nei nostri giardini: buon cibo e siti di deposizione, ad esempio, aiutano molto. Nel mio giardino ho piantato diverse varietà di menta, che quando vanno in fioritura attirano decine di piccoli impollinatori. Tra di essi, ho immortalato questa piccola ape solitaria, una Megachile, intenta a pasteggiare sui fiori di Mentha suaveolens, una specie spontanea in Italia che ho raccolto lungo una strada proprio qui a Camponogara. Le Megachile amano infinitamente questi fiori, e spesso si possono vedere col ventre reso arancione dal polline mentre passano dai fiori dell'aromatica alle foglie delle rose che vegetano lì vicino. Qui ritaglieranno, con precisione impressionante, tanti ovali di foglie con cui costruiranno le cellette che andranno ad ospitare le loro larve fino all'emersione della futura generazione.

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    anatroccoli di anatra muta 1


    La prima covata dell'anno era andata male: un solo piccolo nato, morto dopo pochi giorni. Così, quando un paio di giorni fa mamma anatra muta è emersa dal nido guidando fiera questa manciata di piumini ambulanti, ne sono stato felicissimo - oltre che esteticamente estasiato. Credo che poche creature al mondo siano più belle degli anatroccoli di Carina moschata appena nati, coi loro corpi un po' goffi, la testolina arrotondata e i grandi occhi liquidi e scuri. La schiusa, in questa specie, avviene dopo 35-40 giorni di cova: la madre costruisce il nido in un anfratto sicuro, foderandolo col proprio piumino. Durante la cova e dopo la nascita dei piccoli il suo temperamento cambia drasticamente: diventa una belva, e nessuno può pensare di avvicinarsi impunemente alla sua prole. Alla nascita i piccoli sono autonomi, e iniziano a nutrirsi dopo poche ore. Va offerto un buon mangime specifico per anatidi, e bisogna evitare di offrire loro pane o prodotti lievitati. L'acqua è importantissima, e va messa loro a disposizione una vaschetta per il bagno che si di facile accesso e schiusa. Io ho usato il piatto di una mangiatoia di Novital, ma qualunque contenitore basso può andar bene (per vederli in azione, sguazzanti, andate nei miei reels!) . Per i primi giorni i pulcini resteranno soffici concentrati di piume, ma a breve inizieranno a sviluppare le penne ardesia chiaro tipiche della livrea dei genitori, due soggetti grigio perla. Per distinguere i sessi ci vorranno settimane, ma prima che accada avrò tempo di lavorare su un recinto più grande e accogliente, per offrire loro tutto lo spazio di cui hanno bisogno.

    anatroccoli di anatra muta 1


    Gruppo di Protatia speciosissima


    Un cupo ronzio nell'aria e uno scintillio metallico preannunciano l'arrivo della più grossa cetonia italiana, una Protaetia speciosissima, all'albero di mele che si trova nel mio orto. La sua metà è ben precisa: un pomo colpito, come tanti, dalle sgradite attenzioni della cimice asiatica (Halyomorpha halys). Laddove la cimice punge il frutto la polpa tende a marcire, e stavolta la fermentazione che si è venuta a produrre ha fatto sì che vi si radunassero innumerevoli Protaetia, attratte dall''aroma zuccherino e alcolico. Indaffarate a cercare di affondare il capo a forma di vanga nella polpa, le cetonie rifulgono al sole come smeraldi, simili a minuscoli e sgargianti avventori di un pub ebbri di sidro. Alcune, sufficientemente sobrie, trasformano l'occasione in un incontro amoroso e si accoppiano nel sole del pomeriggio, come amanti ubriachi, pronti a dar vita alla prossima generazione dopo il pasto abbondante e inaspettato.

    Gruppo di Protatia speciosissima


    Oedemera flavipes


    Vicino a un vecchio abbeveratoio, in giardino, ho piantato della menta selvatica (Mentha suaveolens) raccolta lungo una delle strade di campagna del mio paese. Da brava menta si è moltiplicata, ha prodotto stoloni, e ora lotta per conquistare piccole porzioni di Prato con gli steli odorosi. E in questa stagione vale la pena di osservarli, questi steli, perché mostrano lunghe spighe di fiorellini bianchi che attirano dozzine di insetti, risultando così una delle piante più preziose del giardino per tanti piccoli impollinatori. E oggi, tra i tanti, ho visto un piccolo coleottero che amo sempre incontrare, nella bella stagione: un maschio di Oedemera, col suo lustro completo metallizzato, stava pasteggiando sui fiorellini candidi. L'animaletto era, palesemente, un maschio: lo tradivano infatti i femori delle zampe posteriori, notevolmente ingrossati. Le antenne, lunghe e sottili, vibravano nervose nella brezza. In Italia la famiglia Oedemeridae è rappresentata da poco meno di una ventina di specie, ma il colore metallico del corpo e le zampette anteriori arancio-rossastre svelavano chiaramente la sua identità: Oedemera flavipes, una specie che raggiunge gli 11 mm di lunghezza. 


    Oedemera flavipes

    Questi piccoli insetti si nutrono allo stadio adulto di polline e nettare, e grazie ai granuli pollinici che restano incastrati nella fine peluria del corpo possono fungere da impollinatori. Come ho già detto, il coleottero era un maschio. I rappresentanti del genere Oedemera hanno infatti un forte dimorfismo sessuale: le femmine hanno zampe posteriori normali, mentre nei maschi i femori di queste ultime sono ingrossati, e assieme in questo caso alla livrea metallizzata danno all'animale l'aspetto di un dandy elegante che indossi degli assurdi pantaloncini alla zuava gonfi come palloni. Ma ciò che mi affascina sempre di più, in questi insetti, è come appaiono se visti da vicino: l'esoscheletro chitinoso, infatti, è di un verde bottiglia metallico con sfumature bronzee, e sembra lavorato a sbalzo da un sapiente artigiano dotato di infinita pazienza. Un altro dei piccoli, meravigliosi gioielli che la nostra natura ci regala, a solo saperla osservare da vicino.

    Oedemera flavipes



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    maschio di anatra muta


    Le anatre mute che ho portato a casa settimane fa si sono adattate bene alla loro nuova dimora. Sono animali molto tranquilli e tra i più semplici - e silenziosi! - avicoli da allevare. Solo quando agitati, ad esempio se mi avvicino troppo, sollevano i ciuffi di penne sul capo e il maschio inizia a soffiare, col collo che avanza e arretra ritmi valente come uno strambo stantuffo. Amo la loro livrea, elegante e semplice, e soprattutto amo i loro grandi occhi scuri, che sembrano piccoli laghi neri. Sono sempre vivaci e attenti, e sembrano scrutarmi con benevolo interesse - ma anche con un po' di diffidenza - quando vado a cambiare e pulire loro l'acqua. Proprio l'approvvigionamento idrico andrà migliorato fortemente quest'anno. Voglio fare arrivare l'acqua corrente in tutti i recinti, in modo da garantire ai miei animali sempre la disponibilità costante di acqua. Per le anatre si tradurrà anche nella possibilità, per me, di pulire più efficacemente la vasca che funge loro anche come bagno privato e alcova. Si, perché queste anatre si accoppiano volentieri in acqua o - come ora, in cui la vasca è troppo piccola per ospitarle entrambe - nelle sue vicinanze. Così non è raro vedere maschio e femmina, congiunti, mentre bevono o si bagnano collo e testa. 

    uova di anatra muta


     Da alcuni giorni poi la femmina ha scelto uno dei rifugi che ho predisposto per lei per deporvi le uova. Sono uova grosse, dal guscio verdastro e liscio, che sembra quasi alabastro. Non lascerò tutte le uova nel nido: ogni giorno ne lascio un paio, in modo che la femmina continui a deporre, e porto via le più vecchie. Le sto raccogliendo per destinarle all'incubatrice, conscio che richiederanno qualche sforzo in più rispetto alle uova di gallina per ottenere una buona schiusa. Una volta raccolta una dozzina di uova, lascerò le successive alla femmina, in modo che possa covarle ed espletare così il suo istinto materno. Sono ottime chiocce, di solito, le anatre mute, e madri premurose. Per quest'anno non cederò nuova o anatroccoli, e voglio invece puntare a tenere soggetti con caruncole sempre più nere come si vedevano nei quadri del XVII secolo, dove le anatre mute, da poco giunte in Europa ma già ampiamente allevate e selezionate, sfoggiavano le loro eleganti livree sulla tela per il piacere di pochi signori. Oggi ho il piacere di allevare questi animali diversi dai ceppo commerciali, pesanti e dotati di caruncole rosse; eleganti e leggeri, i miei soggetti sembrano invece usciti appunto da una tela seicentesca. Non vedo l'ora di poterne ammirare la nuova, soffice e zampettante generazione.

    femmina di anatra muta


    Cesto tradizionale in salice


    Pochi alberi sono stati più diffusi, nelle campagne venete, dello stropàro, il salice da vimini (Salix viminalis). Piantato lungo i fossi o in testa ai filari di viti, lo stropàro rappresentava per i nostri contadini un vero e proprio tesoro. Da esso infatti si ricavavano le stròpe, rami di un anno che si usavano per legare le viti ai sostegni, o gli "stropèi", rametti più piccoli con cui invece si fissavano i tralci ai fili durante la potatura. Si iniziava a febbraio, a raccoglierne i rami sottili e flessuosi e a riunirli in fascine, che spesso venivano lasciate direttamente a terra, vicino ai filari delle vigne. Dalle fascine i contadini tagliavano gli stropèi, i rami sottili, e con gesti rapidi e sicuri legavano rami e tronchi. Erano estremamente solidi, gli stropèi: le legature fatte con essi duravano un anno o due senza problemi, e quando si rompevano bastava lasciarli sul prato, dove si sarebbero decomposti senza creare danno alcuno.



    Del resto gli stròpari avevano più di una funzione, e non solo per l'uomo. Capitozzati e ceduati ogni anno, ben presto formavano tronchi contorti e bitorzoluti, ricchi di cavità e anfratti che offrivano riparo a mille specie diverse di animali: cinciallegra e passera mattugia vi facevano il nido, in primavera, mentre l'assiolo preferiva le cavità dei più grandi tronchi dei selgàri, i salici bianchi (Salix alba), piantati per ricavarne palerie. Nella rosura all'interno del tronco si stabilivano formiche, cetonie, persino il raro Osmoderma eremita. E poi ancora ramarri che si arrampicavano sul tronco, merli che intrecciavano i nidi alla base dei rami, dove questi crescevano più fitti, cerambici odorosi che ne minavano il legno e che i nostri nonni usavano per profumare il tabacco. Un microcosmo intero racchiuso in un solo albero.
    Ma ovviamente coi salici non si facevano solo legacci. Le stròpe raccolte, lasciate seccare e poi riammorbidite lasciandole nell'acqua dei fossi venivano usate per produrre cesti e contenitori di varie dimensioni, che servivano per la raccolta dell'uva così come in cucina, o ancora per fare caponàre e gabbie per gli animali da cortile. Un tesoro di albero, dicevo, che - con lo scomparire del mondo rurale - si è certamente rarefatto ma che ancora resiste, lungo fossati e siepi, memore dei secoli passati. Perché - ricordiamolo, questi salici erano riprodotti per talea, coi figli e i nipoti che prendevano un ramo dello stropàro piantato da nonni e papà per farne un nuovo esemplare, e continuare la tradizione. E così, secolo dopo secolo, abbiamo realizzato cloni, copie dei salici da vimini che già gli antichi Veneti ai tempi dei Romani coltivavano allo stesso modo. Esseri viventi che vivono da centinaia di anni, passando di generazione in generazione, di mano in mano, di contadino in contadino, fino ad arrivare a noi, alle nostre campagne, ultima rappresentazione - e forse la più concreta - del concetto di immortalità.



    Marzo è arrivato troppo presto. O forse è solo che febbraio è sembrato volare, avvolto (o meglio, travolto) da una dose di lavoro esorbitante e ottundente? Il tempo che mi è rimasto per la campagna è stato pochissimo, e quel poco l'ho dovuto forzatamente dedicare al frutteto che in questa stagione reclama le giuste attenzioni. Le prime fioriture stanno arrivando, e prima che le gemme turgide esplodano in boccioli rosei e candidi gli alberi vano potati, gli innesti fatti, i trapianti effettuati. Dalla potatura di quest'anno dipende, in pratica, il raccolto del prossimo anno: è ora infatti che influenzeremo la fioritura degli alberi della primavera dell'anno venturo. Al momento ho provveduto a potare peri, peschi, gelsi e albicocchi; per questi ultimi ho fatto appena in tempo, perché i loro fiori stanno già sbocciando, carnosi e bellissimi trasformando in nuvole rosee le chiome degli alberi.

    Inoltre, anche quest'anno cercherò di portare nuove varietà nel frutteto, tramite innesti mirati. Da un anziano agricoltore ho avuto in dono marze di due varietà di pero antico, oltre che dei tralci di vite Corbinea o Corbinella; ho già provveduto a innestare i primi a spacco e a corona, sia su pero che su cotogno; la Corbinea la userò sia per rinnovare un vecchio filare sia per provare a innestare delle viti riparie nate lungo il fossato dai vecchi portainnesti di un vitigno ormai scomparso. Ho poi provveduto a invasare delle piante di ciliegio nate spontaneamente per poi innestarle con marze provenienti da una pianta che avevo a sua volta innestata a partire da un albero secolare trovato in una casa abbandonata d contadini. L'innesto a spacco è in questo caso uno dei più semplici: si prendono le marze, porzioni di rami dell'anno, e si affilano a cuneo nella parte inferiore. Si taglia il portainnesto, nel mio caso un franco, si effettua uno spacco diametrale abbastanza profondo e vi si infila la marza, facendo in modo che da un lato la corteccia di nesto e portainnesto (o meglio ancora, lo strato del cambio) coincidano. Si lega strettamente, si copre la ferita con mastice da innesti e si aspetta, speranzosi, di veder esplodere le gemme dando seguito all'eredità di queste antiche regine dei campi.


    E così, ovunque ci si giri, ora, nella campagna dietro casa, ci si imbatte in rami tagliati. La potatura, come abbiamo detto, è importantissima. In generale cerco di rispettare la forma degli alberi, svuotando il centro della chioma, contenendone le dimensioni accorciando i rami con tagli di ritorno, eliminando i succhioni dritti l cielo come campanili. Cosa fare con gli scarti? Il legno migliore verrà destinato alla stufa, mentre parte dei rami più danneggiati sarà portata in campagna, nei cumuli accanto ai fossati, dove cerco di lasciare agli insetti xilofagi dei siti di deposizione invitanti, cosa di cui a ben vedere il picchio verde che continua a visitare la catasta di legna come fosse un fast food dovrebbe essermi grato. Alcuni dei rami più dritti e sottili mi potranno servire per qualche lavoretto, o nell'orto; altri invece diventeranno cenere da spargere sui campi, come concime. Nulla, in ogni caso, andrà sprecato. Ma marzo è arrivato, le gemme sono sempre più frettolose, e io devo sbrigarmi a finire questi lavori nel frutteto: mi attendono infatti le prime schiuse dell'anno, nuovi lavori in pollaio, e qualcosa da fare anche nella campagna. Via allora, bando alle ciance e continuiamo.




    Mi ha sempre leggermente infastidito che la gente si riferisse, parlando con malinconia di qualcosa che stia finendo, come di qualcosa al tramonto. Sarà perché, nella mia campagna, amo la luce del tramonto, specie in inverno, quando già alle tre del pomeriggio a volte il sole è basso e illumina da dietro le erbe e gli animali, donando loro un'aureola incredibile, fatta di penne e foglie e steli intrisi di luce. Sarà perché la luce di quel sole che si appresta a scendere sembra diventare ancora più calda, ancora più accogliente, ancora più totalizzante del solito. Sarà anche perché al tramonto segue la notte, punteggiata di stelle, o luminosa di lune tonde e pallide, o buia e misteriosa come poche cose. Insomma, non trovo malinconia i questo momento della giornata, anche se lo devo accostare a qualcosa che sta finendo, perché quella fine diverrà l'inizio d'altro. Mentre cercavo una foto per un articolo ho scorso il mio archivio e tra tante immagini me ne è saltata agli occhi una (questa), scattata 14 anni fa, quando appena avevo iniziato a muovere i miei primi passi nel mondo dell'avicoltura. In essa, il primo gallo di Polverara da me acquistato sorvegliava le nostre storiche, vecchie galline mentre pascolavano serene, tra i vecchi filari di viti. E rivederla mi ha fatto uno strano effetto.

    Ecco, io ancora non lo sapevo, ma dietro quella foto c'era un tramonto metaforico oltre a quello reale. Di li a pochi anni le viti sarebbero state sostituite da alberi da frutta, il vecchio ricovero distrutto e ricostruito, il pollaio completamente rifatto. Sarebbe cambiato il mio rapporto con quella terra, con quella campagna, e la passione per quella razza sarebbe stata la molla capace di far scattare tutto un mondo di cambiamenti. Scorrendo l'archivio fotografico compaiono le foto di centinaia di animali, alcuni dei quali completamente rimossi dalla mia memoria, ma al solo vederli riaffiorano ricordi ed emozioni di schiuse, nascite, accoppiamenti, morti. Tornano le foto degli amici, dei maestri, dei compagni di avicoltura, e penso al tramonto di certe conoscenze perse con le persone che non ci sono più. E in ogni foto vedo un tassello, una maglia di quella lunga catena che mi ha portato a questa foto, che rappresenta l'attuale indirizzo della mia campagna, della mia passione, della mia vita. E anche questa è una foto fatta al tramonto e parla di un tramonto, perché più che mai quest'anno sento che si stanno preparando grandi cambiamenti e che vedrò il tramonto di quella che è la mia attuale quotidianità.



    Ma questo tramonto non può spaventarmi, mi trova in attesa di quella luce calda che aprirà la strada a nuovi capitoli di questa storia. Perché l'unico altro momento in cui si trova una luce così calda, radente e accogliente è l'alba. Ricordo un anno in cui tutti i miei animali, che dormivano fuori, sugli alberi, anche nei mesi più freddi, si radunavano insieme all'alba tutti diretti verso il sole nascente, pronti a scaldarsi dei suoi raggi. Ed è questo che cerco nella vita: che la luce calda del tramonto di qualcosa si trasformi nell'altrettanto calda e avvolgente luce di un alba, nell'inizio di nuove avventure, nell'immersione vivifica nel cambiamento non fine a sé stesso ma indirizzato e motivato, spinto dalla passione e dall'ostinazione. E allora, ancora una volta, ci saranno nuovi tramonti e nuove albe. Grazie a Dio.



    Come curare i pulcini


    In Avicoltura ogni volta che inizia la stagione riproduttiva l'ansia è tutta per pochi, salienti momenti: quelli delle schiuse. I pulcini sono le vere superstar: attendiamo trepidanti di vederli nascere, aspettiamo che emergano dalle uova, ci preoccupiamo del fatto che c'è la facciano o meno. E subito dopo la schiusa li guardiamo, li ammiriamo, cerchiamo di capire se saranno latori di buone caratteristiche e se potremo tenerli con noi a lungo, magari chiedendoci se diventeranno i nuovi riproduttori. Ma è dopo la schiusa che arriva la vera sfida: far crescere al meglio i pulcini. Ecco quindi alcune note su come provvedere ai loro bisogni nelle prime settimane.

    Appena nati andranno spostati in una gabbia o allevatrice dotata di una fonte di calore. Può trattarsi di una lampada riscaldante o di una chioccia artificiale, l'importante è che permetta ai piccoli di vivere alla giusta temperatura.
    Nei primissimi giorni la fonte di calore dovrà creare nell''allevatrice una zona a 37°C circa, zona in cui i piccoli si raduneranno per gioire del tepore. Questa temperatura andrà via via diminuendo coi giorni, fino ad arrivare a 20°C verso i 20 giorni di vita. In questo senso, la lampada riscaldante risulterà molto comoda permettendo di sollevarla a varie altezze, appesa a un cavalletto, in modo da variare la temperatura percepita al suolo. C'è in modo semplice di capire se la quantità di calore erogata è corretta: osservare i pulcini. Se scorrazzano tranquilli, la temperatura è ok. Se sono tutti ammassati sotto lampada, hanno freddo; se invece si allontanano e restano costantemente ai bordi della gabbia, hanno troppo caldo.
    Io uso un mangime primo periodo per i primi due mesi, senza coccidioststico, che sostituisco dai due ai quattro mesi con un secondo periodo integrato con erbe e verdure finemente triturate. Mano a mano che i piccoli crescono vengono spostate in gabbie più grandi, che servono principalmente per difenderlo dai moltissimi predatori che li potrebbero divorare. Verso i due mesi e mezzo i pulcini sono gradatamente abituati a vivere fuori, e ad uscire dalla gabbia: basterà lasciare la porta a porta e dar loro modo piano piano di esplorare il mondo circostante. La gabbia resterà a loro disposizione, luogo sicuro in cui rifugiarsi in caso di bisogno.
    È importante che, all'inizio, il pascolo non sia a diretto contatto con quello degli adulti. In questo modo potranno rafforzare le difese immunitarie prima di entrare in contatto inevitabilmente coi parassiti che accompagnano i loro genitori.

    Come curare i pulcini


    Un tempo la cura e la gestione dei pulcini era legata a tradizioni antiche. Qui in Veneto ad esempio ai pulcini, nati sotto la chioccia, veniva offerto come primo cibo un pastoncino di farina di mais cui veniva mescolato un po' di vino o di aceto, a poco a poco, in modo da ottenere una consistenza grossolana. Questo cibo, integrato quando possibile con un uovo sodo sbriciolato, rappresentava la base dell'alimentazione dei piccoli e della loro balia. In seguito venivano posti al pascolo, sotto una caponàra, ovvero una gabbia con maglie abbastanza grande da trattenere la chioccia ma abbastanza piccole da lasciar girovagare i pulcini, che potevano così esplorare i dintorni e spiluccare steli e insetti pronti a rintanarsi sotto le ali della mamma al primo chiocciare di richiamo. Le famiglie che allevavano i cavalieri, ovvero i bachi da seta, potevano integrare la dieta dei pulcini anche con le crisalidi che venivano sacrificate per ottenere i bozzoli sericei. Verso il mese di vita gli animali venivano lasciati seguire la gallina, ma il loro pastoncino veniva comunque servito dentro la caponàra, per evitare che gli altri polli mangiassero il cibo destinato ai pulcini. E quei pulcini diventavano poi, assieme alle uova, il motore di quella economia familiare gestita dalle paròne de casa, le contadine, che dovevano fare quadrare i conti aiutandosi proprio, anche, coi pulcini.
    Oggi quei tempi sono finiti, ma anche noi, come le contadine di un tempo, ci fermiamo a studiare gli occhi scintillanti di un pulcino neonato come se da essi dipendesse il futuro del mondo.

    Come curare i pulcini