La trinarola, antico strumento agricolo. Foto Andrea Mangoni.

Capita, durante una ristrutturazione, di trovare qualche oggetto che ci parli direttamente del passato e delle nostre famiglie. Nel mio caso, durante alcuni lavori è emersa dai meandri di un ripostiglio una vecchia trinarola.

Che cos'era la trinarola? Oggi non si usa più, ma un tempo trovava applicaėzione nella coltivazione, ad esempio, del mais. Per quello che mi è stato spiegato da un contadino del posto, veniva impiegata per rivoltare e sollevare il terreno ricoprendo la base delle piante di mais, facendo passare l'attrezzo nello spazio compreso tra due file, o trini appunto, di granoturco; da qui il suo nome. Era un lavoro duro che contemplava due attori principali: l'duomo, che spingeva i manubri nella parte posteriore, e il cavallo, che tirava, davanti, legato al gancio anteriore.

Oggi la trinarola non potrebbe essere più usata, a causa dei diversi sistemi di impianto del mais e delle diverse tecniche colturali, ma assume un valore simbolico, la rappresentazione del cibo ottenuto dai nostri nonno con fatica e sudore, in un lavoro corale che univa duomo e animali come parti integranti di un sistema di agricoltura certo meno redditizia ma altrettanto sicuramente più rispettosa dell'ambiente.

Ancora un dettaglio della trinarola. Foto Andrea Mangoni.
Una gallina cova in un nido fatto con cassette della frutta.

Le galline, in fatto di nidi, sarebbero per loro natura piuttosto esigenti. Che poi si adattino a quallo che noi proponiamo loro, è un altro discorso... ma se dipendesse da loro scegliere, avrebbero idee molto chiare sulle caratteristiche che un nido deve avere. Innanzitutto, deve farle sentire sicure: pareti alte, possibilità di sentirsi riparate e nascoste alla vista, buona areazione, tutte caratteristiche che un buon nido dovrebbe avere. A molti allevatori è capitato di trovare galline in deposizione dentro secchi di plastica, sacchi del mangime, dietro tavolati di legno o nello spazio tra due balle di paglia.

Chioccia che cova in un secchio. Foto di Andrea Mangoni.

In effetti, uno dei nidi migliori può essere realizzato semplicemente con un secchio di plastica, sul cui fondo disporre un paio di zolle di terra sminuzzate e coperte con
Galletto di razza Polverara. Foto Andrea Mangoni.

Anche quest'anno l'avventura dell'allevamento di questa magnifica razza continua. Diversamente dallo scorso anno, le schiuse sono iniziate tardi e perciò non posso dire di esser molto felice dei risultati ottenuti finora, ma per lo meno si procede... a rilento, ma si procede. 


Due pulcini di Polverara di pochi giorni. Foto Andrea Mangoni.

Prima di tutto, iniziamo con qualche soddisfazione. Il sistema di accoppiamento a spirale adottato lo scorso anno sembra dare i frutti sperati. Sono nate diverse belle Polverara che hanno costituito dei gruppi riproduttivi interessanti. In particolar modo, da uno di questi provengono i due esemplari che ho portato ai Campionati Nazionali di Avicoltura FIAV 2013; entrambi i sogetti hanno avuto un buon punteggio e uno è diventato
Frittata coi carletti e fiori di sambuco fritti in pastella.

Prologo. Le sei di sera, pochi giorni fa. Per il bimbo la cena è praticamente già pronta, per noi genitori invece no. Cosa mangiare di buono? Idea, facciamo una cenetta alternativa, provando a usare ciò che la natura ci offre! Breve consultazione con la moglie e la decisione è presto presa: stasera mangeremo frittata coi carletti accompagnata da fette di pane ai cereali e fiori di sambuco fritti in pastella! 

Mancano le materie prime, ma a questo si rimedia presto... In cinque minuti sono in pollaio, e recupero delle buone uova di giornata di Gallina Polverara. Poi in un prato che conosco, a pochi chilometri, dove crescono abbondanti i carletti; quindi in campagna, dove un enorme arbusto di sambuco in fiore mi fornisce le ultime materie prime per la cena. Ma andiamo a conoscere meglio i protagonisti del nostro menù, prima di vedere da vicino le ricette utilizzate.

Procuriamoci gli ingredienti: fusti giovani di Silene vulgaris in un prato e uova freschissime in pollaio. Se non è una cena a "Km 0", ci manca davvero poco!

"Carletti" è il nome con cui sono conosciuti nelle provincie di Venezia e Padova i giovani germogli primaverili della silene comune (Silene vulgaris), una spontanea localmente nota in varie parti d'Italia anche come strigoli, sciopett, schioppettini, sonaglini, cavoli della comare, eccetera. Si tratta di una pianta che si
Neotinea tridentata. Foto Andrea Mangoni. Clicca per ingrandire.

Pochi passi lungo l'argine di un canale, nel padovano, ed ecco che tra le foglie e gli steli compare inconfondibile una vecchia amica. Si tratta di un'orchidea spontanea, Neotinea tridentata, di cui abbiamo già parlato in passato. Piccola, delicata, bellissima, le sue infiorescenze bianche ciazzate di viola o rosso sono stupende. Ho sempre pensato che si trattasse di una pianta pronta a spuntare, al pari di altre orchidee, in primavera, ma negli anni ho imparato che le rosette basali compaiono in pieno inverno, già a dicembre, e che solo in aprile riescono a fiorire. I fiori che crescono tra l'erba alta hanno steli lunghi, si appoggiano alle graminacee per arrivare al sole, e se mi sdraio a terra i giochi di luce e controluce sui loro petali le fanno somigliare a gioielli.

Oxythyrea funesta su scabiosa. Foto Andrea Mangoni. Clicca per ingrandire.

Il prato in cui la incontro è ricco di altri fiori - salvie, veccie, ranuncoli. Qua e là s scorge qualche scabiosa viola palido, e su una di esse incontro un piccolo coleottero, un cetonino, l'Oxythyrea funesta. Si tratta di una specie molto comune, spesso dannosa a causa della sua abitdine di nutrirsi a scapito di rose e fiori di alberi da frutto, ma qui in natura è solo un altro pezzetto di biodiversità. I due coleotteri somigliano a una lucida - e pelosa! - scacchiera nera e bianca. Forse sono una coppia, forse si sono appena accoppiati. Forse presto la femmina deporrà le sue uova nel terreno, e le larve che ne nasceranno si nutriranno delle radici delle erbe della riva per un anno, prima di trasformarsi a loro volta in coleotteri adulti. 
Chissà. Nel frattempo aspetterò il prossimo incontro con qualche altra meravigliosa creatura delle nostre campagne.

Neotinea tridentata. Foto Andrea Mangoni. Clicca per ingrandire.

Preparare i semenzai e far nascere da sé le proprie piante: una cosa facile per tutti. Foto Andrea Mangoni.

Quarto appuntamento con le abilità del fattore moderno! Nelle scorse settimane abbiamo visto come iniziare un orto, ma per fare un orto occorre disporre di un adeguato numero di piantine dell'età adatta. La scelta più logica, per il fattore che punti all'autosufficienza alimentare, rimane quella di autoprodursi le piantine seminandole da sé. Vedremo quindi, oggi, cinque differenti modi di realizzare un semenzaio; inoltre come al solito troverete link a siti in tema, video, libri e altre risorse su questo argomento.

Un orto urbano. Ognuno di noi può far nascere le proprie piante.

La presemina di molti ortaggi va effettuata tra gennaio e marzo, e va fatta in casa, perché le temperature esterne sono poco adatte a permettere a molte specie di germinare (ad esempio molte solanacee come i pomodori). Dobbiamo poter disporre quindi di una stanza luminosa e a temperatura costantemente sopra almeno ai
Una vite di Moscato bianco ottenuta da talea. Foto Andrea Mangoni.

Una vecchia casa abbandonata nella campagna veneziana. Sopra la porta, semidistrutta, una pergola di vite ormai collassata. Una pianta gigantesca, il tronco enorme e vecchio di lato, giovani tralci verdi che si arrampicano attorno agli stipiti. 
Un tempo molte case avevano pergolati di vite sopra le porte, per dare alla famiglia ombra, frescura e - perché no? - anche qualche bel grappolo da portare sulla mansa. Ma perduta la vita familiare, abbandonata la casa, anche la vite finisce con l'essere dimenticata. Eppure...

Una casa abbandonata, una vecchia pergola di vigna disfatta. L'avventura inizia così. Foto Andrea Mangoni.

Eppure a volte vale la pena cercare di recuperare queste vecchie piante. A volte dietro esse si nascondono varietà antiche, dimenticate, magari "fuori moda", ma in grado di
Un pollaio, allegro e colorato,  può rappresentare per il fattore moderno fonte di cibo e ricchezza. Nell'immagine polli di razza Millefiori di Lonigo, esemplari di Luca Rizzini, foto Andrea Mangoni.

Con questo nuovo post affrontiamo un argomento che per questo blog è un vero cavallo di battaglia: la costruzione e la gestione di un pollaio.
Fonte di cibo, il pollaio per il fattore moderno rappresenta anche un investimento capace di ripagarlo in vari modi, dal controllo alle infestanti alla pollina, ottimo concime se ben lavorato. E da sempre è stato così, nelle nostre campagne.

I pollai ad arca mobile sono estremamente pratici e relativamente semplici da realizzare. Foto Andrea Mangoni, pollaio di Gianni e Giuliana Uliana.

Un tempo il pollaio rappresentava tradizionalmente una fonte di ricchezza soprattutto per le massaie, che grazie al commercio e al baratto di uova, pulcini e polli potevano mandare avanti l'economia domestica. Oggi il pollaio
L'antica casa padronale abbandonata. Foto Andrea Mangoni.

Sono in macchina, una strada di campagna stretta tra il mio paese e uno limitrofo, quando a una curva vedo un'enorme casa di contadini, bellissima, antica, abbandonata. Sembra una fortezza che abbia subito un assedio: le imposte aperte, le finestre come orbite vuote, le stanze vuote come spelonche. Sola, ma non del tutto. Di fronte a lei un gigante sembra stare di guardia: è un gigantesco ciliegio. Non ricordo di averne mai visto uno di simile. Il diametro alla base del tronco... quanto? Novanta centimetri? Un metro? I rami più bassi si incurvano e le loro punte svettano a tre metri d'altezza. Già, tre metri per le cime più basse, quasi tutte secche e morte. I rami superiori mostrano segni di gemme vitali.
Da quanto è lì, e soprattutto, fino a quanto rimarrà di guardia alla fortezza? Se passerò tra un mese, tra un anno, tra due... Lo troverò ancora?

Il gigantesco ciliegio. Foto Andrea Mangoni.
Parcheggio, scendo, mi avvicino. Prendo le cesoie, costruisco col ramo di un sanguinello un uncino e riesco a fatica ad abbassare un ramo con delle gemme ancora vive. Riesco a trattenerlo solo per pochi istanti, il tempo di allungare le cesoie ed è già sbalzato verso l'alto. Nelle mie mani restano solo due ramoscelli con poche gemme. Ma forse basteranno. Forse basteranno per fare un innesto, anche se il periodo migliore per innestare il ciliegio è già passato. Forse basteranno per portare anche nella mia campagna quel gigante risoluto. Forse basteranno poche gemme, per impedire che almeno uno dei due vegliardi, testimoni di un tempo antico in cui la campagna era vita, finisca col perdersi per sempre.

Due rametti... basteranno?
Non resta che attendere, per vedere se lo scrigno verde e rosso delle gemme si aprirà dando continuità all'esistenza di quell'immenso custode silente.

Le gemme nell'innesto iniziano a ingrossarsi... incrociamo le dita!

I fossati in campagna, ricchi d'acqua. Foto Andrea Mangoni.

Questo marzo, arrivato dopo un inverno caldo, è un marzo di lavori campestri. Orto, frutteto, pollaio:sembra che nessuno mi voglia lasciare tranquillo in poltrona. Ma è bellissimo lavorare in queste giornate di sole e vento, per quanto alcuni lavori possano essere pesanti. La campagna sta sprigionando tutta la sua bellezza, fatta di cieli tersi, del bianco profumato delle fioriture degli alberi da frutta, del canto dei galli e del verde tenero del grano. E allora, bando alle ciance e al lavoro!

Uno dei galli di Polverara del mio allevamento. Foto Andrea Mangoni.

Questa primavera sembra dedicata agli innesti. Negli scorsi anni sono nati parecchi franchi di ciliegio,e quest'anno ne ho approfittato per innestarvi delle marza di ciliegia bianca, dono di una mia studentessa, e altre di un antico e glorioso ciliegio trovato in un casolare abbandonato della mia zona. In più ho ricevuto da due anziani contadini marze di tre differenti varietà di pero, provenienti da alberi vecchi di un secolo e più. Non vedo l'ora di scoprire se avranno attecchito o meno.

Innesto a spacco di pero, con marze provenienti da una pianta di oltre un secolo di vita. Foto Andrea Mangoni.


In questi giorni una mia corsista, che seguiva il mio corso di Botanica e Giardinaggio, mi ha portato tre piante direttamente dal suo giardino. Due di esse - le vedete qui sotto, ai lati - sono cornioli (Cornus mas), riconoscibili dalla struttura "a croce" dei rami. Si tratta di una pianta
L'orto rappresenta IL caposaldo dell'autosufficienza alimentare.

Secondo appuntamento con questa nuova rubrica, e iniziamo immediatamente a entrare nel vivo della nostra lista. Non credo infatti esista nulla di più importante, per chi mira all'autosufficienza alimentare, di realizzare un orto in grado di fornire mese dopo mese ciò che la nostra tavola richiede.

L'orto ci permetterà di godere di vere primizie per la nostra tavola.

Un buon orto parte con un'attenta progettazione: si analizzano esposizione, pendenza, caratteristiche del terreno, venti dominanti, stagionalità della nostra regione, e da qui si parte a progettare la divisione del terreno in parcelle, le varie tipologie di ortaggi da piantare, le tecniche di coltivazione delle singole specie, le possibili
Fiori di susina Goccia d'Oro. Foto Andrea Mangoni.

Iniziamo oggi una nuova rubrica del blog. Raccoglieremo in singoli post una serie di consigli relativi all'affrontare determinati aspetti della vita in campagna, aspetti legati all'autosufficienza alimentare (e non solo). Oggi iniziamo a parlare di potature e innesti per quel che riguarda gli alberi da frutto.

Entrambe queste pratiche devono essere ben acquisite da qualunque fattore che desideri puntare all'autosufficienza alimentare. Saper potare una pianta in modo da massimizzarne la produzione, o saper innestare un franco nato da seme per ottnere un albero da frutto della varietà desiderata fanno parte di quelle nozioni indispensabili alla vita contadina. La potatura degli alberi da frutto è estremamente importante, come pratica, perché permette di gestire la crescita della pianta ma anche di aumentarne la produttività. L'innesto invece
I contadini di un tempo, in grado di padroneggiare mille abilità.

Tempo fa ho trovato un articolo su The Prairie Homestead, in cui si elencavano le 121 buone doti che un moderno fattore dovrebbe avere. Occorre dire che per "modern homesteading" si intende qualcosa, in lingua anglosassone, che va oltre al nostro concetto comune di fattoria, e che comprende invece tutta una serie di pratiche che portano all'autosufficienza alimentare (e non solo) oltre che alla capacità di sfruttare al massimo l'ambiente naturale, tramite ad esempio caccia e pesca, per permettere la sopravvivenza del proprio nucleo familiare. Molte di queste doti erano un tempo appannaggio comune del sapere contadino, mentre oggi si sono fatte via via più rare. Vale la pena tornare a padroneggiarle? Certo, soprattutto in momenti come questi in cui tanto cercare di tornare ad avere una vita più vicina alla natura quanto riuscire a fare economia e risparmiare sono della massima importanza. Senza contare che l'autosufficienza alimentare non è un traguardo del tutto inarrivabile, se si hanno a disposizione del terreno e il bagaglio di competenze necessario a gestirlo.

Il pollame, fonte di cibo e di altre risorse per il contadino.

Ecco quindi nascere un nuovo appuntamento del blog: in questo post elencheremo le 101 abilità che un fattore moderno dovrebbe avere, abilità che vanno dal saper coltivare la terra all'allevare animali, dal riciclare un oggetto a cucinare il pesce o il bollito. Per ciascun punto